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BEST OF 2020 / 2026 - Che ne sarà di questi anni Venti?

Quali sono gli artisti che hanno caratterizzato la prima metà decennio?

Serve tempo perché emergano i classici, quelli veri, perché il gusto si addensi lasciando scivolare via l'hype del momento e le distorsioni del marketing. I primi sei anni del 2020 hanno però già messo in campo - o consolidato - i nomi che saranno gli alfieri della musica pop contemporanea. Ho cercato di pesare tra tendenze conclamate e gusto personale, seguendo una personale e opinabile categorizzazione.

- Global pop: il mainstream contemporaneo, quello che supera i confini (di genere, di lingua, geografici) e diventa patrimonio dell'umanità.

- Indie/folk/Middlestream: qui c'è parte del middlestream e del materiale più di nicchia.

- Altri mondi: mainstream (o poco ci manca) nei rispettivi paesi, ma non in grado di entrare nel magico mondo degli apolidi.

- Scene regionali: Nomi legati a comunità più limitate, molto localizzate o comunque poco conosciute al di fuori del proprio ambito di appartenenza (geografico o di genere).

Global pop

Charli xcx - Scalatrice di classifiche, prima artista britannica con due album al numero 1 nelle charts UK nello stesso anno (il 2026), Charlotte Emma Aitchison è una delle grandi interpreti del nostro tempo. Brat, è già storia (per quanto io adori How I'm Feeling Now): hyperpop audace e caustico, granitico e saturo di influssi provenienti da svariate correnti electro, per un patchwork sonoro capace di alternare scariche di pura adrenalina a momenti di raffinato glamour futuristico.

Bad Bunny - Non esattamente la mia cup of tea, ma il successo di Bad Bunny è stato tra i fenomeni musicali indiscussi degli ultimi anni, dominando classifiche e accumulando miliardi di ascolti sulle piattaforme. Un verano sin ti rimane in vetta alla Billboard 200 per 13 settimane, diventando un vero e proprio fenomeno culturale, mentre Debí tirar más fotos se la cava con cinque settimane al top. Stadi pieni, urne vuote.

Billie Eilish - Altra partenza col botto, destinata a rimanere un nome imprescindibile del pop mondiale. L'esordio è stato uno dei grandi fenomeni di fine anni Dieci, capace di portare una peculiare versione di alt-pop accessibile e problematico alla luce dei riflettori globali, mentre i seguenti album (più raffinati e pensivi - Hit Me Hard and Soft in particolare unisce bene e impreziosisce le diverse anime della cantante americana) hanno confermato come la Eilish non sia un fuoco di paglia. 

Olivia Rodrigo - Il teen pop che spacca. Olivia Rodrigo, passata dalla Disney alle charts mondiali (credo con lo stesso agente), va certamente aggiunta a questa lista. La sua formula di pop punk e easy listening dolciastro si è via via affinata nel tempo e, sebbene non sia ancora arrivata a compimento, non è escluso che ascolteremo un album come si deve (l'ultimo You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love rappresenta un bel salto verso questa direzione) entro la fine del decennio. 

The Weeknd - L'approdo dell'artista canadese agli anni '20 non poteva che avvenire nel migliore dei modi. After Hours è un disco importante, summa contaminatissima di moderno r&b, capace di chiudere in bellezza una stagione di grandi successi. Ora resta da capire se si è trattato di un canto del cigno o di una pietra miliare lungo un percorso ancora da sviluppare.

Tyler, the Creator - Igor (finora ineguagliato) è tra le cose più belle uscite nel 2019. Nel decennio in corso Tyler si afferma definitivamente come un pezzo grosso dello show business, portando il suo sound alternativo, provocatorio e sperimentale in cima alle classifiche e alle vendite.

Rosalìa - Artista laureata, capace di dare nuova vita al Flamenco nuevo contaminandolo di sperimentalismo arty alla FKA Twigs e influssi r&b e (hyper)pop. Il lato avant e raffinato del pop globale che con Lux ha raggiunto il suo livello più ambizioso. Una proposta di livello, capace di screziare in modo totale e imprevedibile il pop mainstream.

Indie/folk/Middlestream

Big Thief - New Warm Mountain I Believe You, arrivato dopo quattro album, significa una cosa sola: il fuoco di una delle realtà indie di punta del panorama americano contemporaneo non si è spento. Per quanto sia convinto che il loro miglior lavoro sia una personale raccolta di alcuni brani bellissimi, non si potrà arrivare al 2029 senza citare il gruppo di Adrianne Lenker e Buck Meek.

Kelsey Lu - Un talento incredibile dosato con eleganza e pazienza. Il suo ultimo lavoro, So Help Me God, è un gioiello chamber di pregiatissima fattura, un testamento di sensibilità colta, ma con radici ancorate alla tradizione pop e r&b a stelle e strisce, capaci di unire anima e corpo in un'opera che sarà ricordata tra le più raffinate del decennio.

Haley Heynderickx - Nel mio mondo ideale tutti amerebbero la Heynderickx senza che questo la portasse a smorzare la sua autenticità folk inserendo, che ne so, motivetti catchy di synth tra una strofa e l'altra. Tra le voci più belle degli ultimi anni, qui abbiamo una delle più solide cantautrici americane contemporanee, capace di un immaginario politico e simbolico di fortissimo impatto. Seed of a Seed rimane uno dei miei album preferiti di questi anni.

Turnstile - Chissà che ne sarà della band hardcore del momento. Finora la loro proposta è quanto di più adrenalinico e catchy possa offrire il panorama indie: i Bad Brains che giocano con toni e inserti indietronici (specie nell'ultimo lavoro) amoreggiando con i Fugazi. Glow On è stato tra i vinili più venduti negli Stati Uniti, Never Enough ha ampiamente confermato la tenuta, posizionandosi molto bene nelle classifiche americane, consacrando la band tra i grandi nomi di questi anni. Ora servirebbe un passo in avanti, ma c'è tempo.

Fontaines D.C. - Di tutte le band che hanno giocato la carta del post-punk revival, sono stati i Fontaines D.C. ad aver vinto la mano. La formula di Grian Chatten e soci è compatta, compiuta, dotata di una stazza cantautoriale che la distingue dalle moltissime realtà pullulate nel mondo indie degli ultimi anni. Skinty Fia e Romance, in particolare, elevano il gruppo irlandese - che da tempo ha lasciato l'underground degli esordi, raggiungendo un successo considerevole - grazie a atmosfere torbide, suoni curati e densi, influssi variegati (tra post-punk, shoegaze, goth, britpop e rock alternativo).

Sam Fender - Sam Fender è il gioiello del pop rock d'autore inglese, in cima alle classifiche fin dagli esordi. La sua versione jangle di un Bruce Springsteen (passato attraverso il filtro War on Drugs via Arcade Fire), che invece di fellas dice lads, funziona perché parte da un radicamento autentico (la working class del Geordieland), non limitandosi ad una semplice imitazione, ma impossessandosi del suo stile declamatorio e retorico come mezzo per testi ricchi di coscienza politica (Aye, Long Way Off) e critica sociale (Seventeen Going Under, Paradigms). Già di diritto tra i grandi nomi del quinquennio. 

Zach Brian - Quanto detto per Sam Fender potrebbe valere anche per il suo doppio speculare Zach Brian, che racconta l'America profonda connettendosi alla tradizione folk e country ma col piglio urgente e ruvido della fine dei vent'anni. E anche qui il genere è uno strumento, non un fine. Provincia deindustrializzata, sound radicato in una reinvenzione dell'autenticità priva di fronzoli, liriche dense e impegnate: tutto ciò fa della canzone di Brian un esempio di autorialità senza fronzoli, eppure potente e capace di una forte impronta personale.

Sombr - Mainstream indie, categoria strana e ambigua che ha perfettamente senso se si pensa alla differenziazione dei canali di ascolto della musica del nostro tempo. L'esordio di Sombr, I Barely Know Her, è un perfetto gioco di equilibrismi indie-rock/pop, per una canzone d'autore che fa l'occhiolino tanto a certo bedroom pop quanto a slanci condotti con vigore da stadio, in un convincente tentativo di unire mondi distanti (ma nemmeno troppo) e rinverdire una pop music che non si vergogna di essere ambiziosa, magniloquente, esagerata. Big music per le nuove generazioni.

Little Simz - Hip hop di livello, autoriale e complesso, acclamato da pubblica e critica senza per questo scendere a compromessi. Little Simz è una delle voci femminili più riconoscibili e forti della scena londinese, capace di imporsi con il suo flow magnetico e le sue aperture soul, funky e chamber.

Tom Odell - Black Friday è un gioiellino di scrittura intimista e fragile, spesso appena abbozzata ma dotata di un'eleganza che mi hanno colpito fin dal primo ascolto. Tra i miei personali must del quinquennio.  

Altri mondi

Bilderbuch - A partire da Schick Shock la band austriaca non ha mai smesso di sfornare materiale interessante, innovativo, sopra le righe. Poi sono arrivati lo splendido Gelb ist das Feld e l'Ep Softpower, entrambi capaci di aggiungere ulteriori elementi alla proposta. Il fatto che arriveranno al 2029 senza cadute di stile è una certezza.

Stromae - Dalla musica indipendente belga al successo su scala europea, il maestro Paul Van Haver ha molte cose da insegnare. La prima è che si può tornare dopo una lunga pausa forzata con più forza e creatività di prima. La seconda è che la mescolanza di suoni, di culture, di visioni è un valore aggiunto capace, in Multitude, di raggiungere picchi di grande bellezza. Sperando in ulteriori sviluppi, quanto fatto è già in grado di stare solido sulle proprie gambe.

Natalia Lafourcade - Dopo Hasta la Raìz e i due volumi di Musas, Natalia Lafourcade non si è certo fermata. Dopo la lunga strada percorsa nella riscoperta e valorizzazione della canzone latino americana, l'album di inediti De todas las flores è un grande lavoro della maturità, capace di imporre l'artista messicana tra le grandissime cantautrici di questi anni.

C. Tangana e Sílvia Pérez Cruz - Li metto assieme perché, pur intrecciandosi (si veda la collaborazione in Cuando Olvidaré) rappresentano l'uno l'opposto dell'altra, e allo stesso tempo sono tra le voci più distintive della nuova scena spagnola. Entrambi giocano con la tradizione, ma il primo, con il suo El madrileño, colora il suo Flamenco di ricche sonorità urban moderniste, tra trap e r&b; la seconda, con Toda la vida, un dìa, si libra in atmosfere vaporose e astratte, di grande caparbietà chamber e sperimentale, per uno dei lavori colti più affascinati dell'Europa iberica. Due gioielli.

Bibiza - Successo tutto austriaco (con ovvi sconfinamenti nello spazio germanofono) che con Wiener Schickeria ha preso il volo grazie ad uno dei lavori più entusiasmanti del 2023. Un tour insonne, alterato e tracotante, in salsa Neue Neue Deutsche Welle (c'è davvero una scena che si chiama così), in una Vienna super urbana, anfetaminica e notturna (l'ascolto nella metro e per le strade della città funziona alla grande, provare per credere). Finora senza un seguito all'altezza, ma c'è tempo.

Ralph Kaminski - Bal u Rafała è un lavoro splendido che piazza Kaminski tra i nomi irrinunciabili del decennio (che lui inaugura nel 2021 con Kora, un omaggio alla cantante dei Maanam, Kora Jacowska). La capacità dell'artista polacco di creare atmosfere electropop minimali e allo stesso tempo solenni e spaziose, quasi come se si trattasse di inni sacri, fa il paio con una vocalità ricchissima e caparbia e un approccio teatrale che aggiunge un plus alla proposta. Superstar in patria, misconosciuto altrove, è il segno di come i confini nazionali possono essere tra le peggiori tragedie per la circolazione delle idee.

Scene regionali

Liberato - Non un fuoco di paglia. Anzi, una delle esperienze più entusiasmanti dell'Italia degli ultimi anni. Liberato II riesce a non impallidire di fronte allo splendido esordio, fagocitando il meglio della musica europea, se non mondiale, e riproponendola in un incredibile e controintuitivo mash up "futuristic neo melodico". 

TUL8TE - Passamontagna artigianale bianco, rose rosse e stile da vendere. L'egiziano Mohamed Khafage compie un'operazione musicale e di immaginario a suo modo incredibile. Innalzare l'attitudine nostalgica e il sound retromaniac a livelli da star della musica araba, inventando una formula unica nel suo genere: elettronica sfumata (tra cloud rap, bedroom pop, r&b alternativo) e incursioni flamenco, bossa nova, arabic pop, il tutto centrifugato in un "coktail musicale" (Cocktail Ghena'y) di grandissimo fascino.

Altin Gün - Tra i più solidi e coerenti interpreti di una via indie all'anatolian rock (da recuperare gli Adamlar). Non hanno ancora dato alle stampe il loro capolavoro, ma album come Aşk e Garip non lasciano certo delusi, mescolando psichedelia e turkish pop per un blend spesso fenomenale.

Arooj Aftab - Da New York al ghazal pachistano è un attimo. Basta essere Arooj Aftab e sfornare un brano dello spessore di Mohabbat, tra folk anni Sessanta (Vashti Bunyan, Linda Perhacs) e musica tradizionale. Un nome di culto che gli appassionati di musica non possono farsi scappare.

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LOST AND FOUND - Quattro dischi in cui perdersi e ritrovarsi

Questo potrebbe essere un post sulla psichedelia. In parte è così, ma solo nel senso in cui ognuno ha la propria musica psichedelica, quella che porta altrove, che fa viaggiare e perdere in flussi di puro abbandono. Può succedere con i Pink Floyd ma anche con gli Smiths, con i 13th Floor Elevators ma anche con i Deftones o Luca Carboni. Insomma, la psichedelia non è un genere, ma una predisposizione. Questi sono alcuni dei dischi che mi permettono ogni volta di mollare i freni e dedicarmi ad ascolti trasognati ed immersivi, lasciando il mondo fuori per qualche decina di minuti.

radio dept music dream pop review
The Radio Dept. - Lesser Matters (Labrador, 2003)

A volte un'intro è capace di definire il mood di un intero album. Dal primo brano passa tutta la differenza tra l'essere accolti in casa con diffidenza o con calore. "Too Soon": levigature magnetiche di chitarra e rintocchi di tastiera alla M83, un minuto di suadente invito ad usare il disco come un porto sicuro, dove tornare ogni volta che si vuole, quando si vuole.

"You will have us figured out soon, too soon / You will have to leave for a new love, a new love / Somewhere else but stick around for as long as you like / We will be here, spend some time in the sun"

Benvenuti in Lesser Matters. L'attacco di chitarre immerse nel fuzz acerbo e sovraccarico di "Where Damage Isn't Already Done" è quello che serve per finire irrimediabilmente incastrati nella tela di questo lavoro. Melancolica e trasognata, procede in un saliscendi dove si alternano le risacche ovattate delle strofe e quella colata di chitarre che sovverte ogni esigenza di un refrain: non servono parole, basta l'accumulo di pochi accordi sospinti dal basso gommoso. Ed è tutto lì, siamo entrati nel mondo dei Radio Dept., duo svedese che con un solo album ha saputo dare una precisa consistenza alla malinconia nostalgica dei primi anni Duemila, mettendo insieme il twee alla Belle and Sebastian e un dream pop sfocato e caustico, tra My Bloody Valentine e Jesus and Mary Chain. Ricordo ancora il viaggio nella mia pandina sulla statale 26 in una notte d'inverno,  dove mi si offrì tutto il potenziale dell'album, tanto da metterlo in loop ossessivamente fino a casa. In particolare quella seconda metà dove irrompe la splendida "1995", che anche senza capire l'inglese comunica in una lingua universale (tutti abbiamo un 1995 a cui tornare), lasciandoti lì in bilico, rotto e innamorato, e poi, dopo i torpori di brani che si sciolgono tra le dita come spuma, arriva l'imponente "Ewan", introdotta da pochi accordi in reverb e poi inesorabile nel portarti alla fine tra sintetizzatori sibilanti, chitarre aspre e un basso portante, tragico. Perdersi non è mai stato tanto bello.

spacemen 3 psychedelic rock
Spacemen 3 - The Perfect Prescription (Glass, 1987)

Mi rendo conto solo ora di quanta continuità ci sia tra questo disco e l'esordio dei Radio Dept. Anche in questo caso l'epifania è avvenuta in macchina: da tempo cercavo di entrare nel mood dell'album, senza riuscirci. Poi, un tardo pomeriggio d'estate, col sole che iniziava a scendere all'orizzonte e spargere la sua luce plastica sul paesaggio, ho capito - meglio: ho sentito - quale fosse il punto. E il punto sono le atmosfere dilatate, quel sound denso e colloso, quel morboso ripetersi annoiato di strofe lente, rimasticate e ipnotiche, di chitarre languide, di droni di tastiere elettroniche, di suoni che ti prendono e ti rivoltano come un calzino, rendendoti materia duttile, buona per essere plasmata dai suoni. Gli stessi suoni dell'ultimo brano di Lesser Matters, "Lost and Found", e qui chiudiamo il cerchio. 

Fondati da Peter Kember e Jason Pierce, studenti di un istituto d'arte in una cittadina nel centro dell'Inghilterra, gli Spacemen 3 sfornano uno dei dischi psichedelici più belli, immersivi e pericolosi di sempre, un concept sulle "migliori e peggiori esperienze con la droga". L'omaggio alla band di culto Red Crayola, con la splendida cover "Transparent Radiation", parla da sola: fluttuare di Farfisa e chitarre liquefatte, un incedere sciolto tra lo svolazzo sinistro del violino, in un flow disinvolto eppure ieratico, solenne. Poi, certo, c'è l'anima garage, quella degli MC5 e degli Stooges, che irrompe in "Take Me to the Other Side" e "Things'll Never Be the Same", pur sfumando tutto in wah wah  massicci e divagazioni sonore space rock. Ma quello che preferisco del secondo lavoro della band sono la sonnolenta e ipnotica "Feel so Good", il talking alla Lou Reed di "Ode to Street Hassle", il blues alla morfina di "Come Down Easy" e la psichedelia torbida di "Call the Doctor".

blueboy sarah records indiepop
Blueboy - If Wishes Were Horses (Sarah, 1992)

E ora qualcosa di completamente diverso. Siamo in casa Sarah Records, un'etichetta con un'identità intransigentemente cutie, dedita a lavori che hanno fatto del twee una consacrazione di fede  (tra i nomi tutelari i Field Mice e i Brighter), intrisi di un senso romantico di infanzia perduta e di rifiuto dell'età adulta. Cosa c'è di più psichedelico di un cronorifugio (per dirla alla Gospodinov) di questo genere? L'album d'esordio della band di Reading fa propria un'estetica che rappresenta quanto di più distante dalla musica in voga in quegli anni. Guitar pop delicato, fragile, sommesso (mentre il mondo era infuocato dal grunge, dall'elettronica e dai primi vagiti britpop), infuso di fragranze bossanova ("Too Good To Be True" che riscrive l'idea di gioventù, sospesa in un ottimismo ingenuo, perso tra sogno e realtà), dalla consistenza effimera delle collanine di caramelle che sapevano di zucchero sbiadito ("Candy Bracelet", appunto, che introduce l'album con le sue chitarre in reverb). Eppure la maestria nel songwriting e la capacità di creare composizioni armonicamente ricche lasciano continuamente a bocca aperta. Prendete "Fondette", un talking soave che riveste la forte critica sociale ed ambientale delle liriche ("The fields are covered in concrete now / The countryside is dead / The trees are being felled and the rivers run red"), con la glassa zuccherina dell'elegantissimo interplay tra chitarre acustiche. Roba da rimanerci secchi. Ma anche la stupenda "Cloud Babies", tra arpeggi di acustica e violoncello, o l'indiepop saltellante di "Sea Horses", con quelle chitarre che sembrano riflessi di luce sul mare e un basso che sospinge con grande inventiva versi carichi di romanticismo dolciastro. Una mezzoretta scarsa di puro abbandono, capace di rimettere in pace col mondo, ogni volta.

panda bear animal collective psych pop
Panda Bear - Person Pitch (Paw Tracks, 2007)

Noah Lennox, fondatore degli Animal Collective, riversa nel progetto Panda Bear tutta la sua verve sperimentale e il suo approccio visionario. Person Pitch, al tempo dell'uscita, fu una folgorazione. Come ascoltare i Beach Boys passati al frullatore, riflessi in un filtro caleidoscopico di campionamenti giocosi e vorticosi. Qui si riscopre una coralità radicale e infantile (hand clapping, filastrocche, rumorini vari, produzione da cameretta), per un mélange variegato di soluzioni cromatiche e compositive, un denso amalgama (la festosa ammucchiata della copertina - da notare che anche qui, come nei Blueboy, i protagonisti sono dei bambini) dove le parti si confondono e comprenetrano, legate dalla forza centripeta della melodia. L'operazione  ipnagogica è in qualche modo meta-psichedelica: l'effetto stordente, oltre che legato alla vertigine sonica dove imperano sfumati, eco, riverberi, risulta dallo straniamento causato dai continui rimandi a un passato - gli anni Sessanta - tanto sfigurato da risultare immaginario. Guardo indietro, penso di riconoscere un appiglio, lo perdo subito, vado avanti, e così all'infinito. Tra i brani iconici "Take Pills", acquatica e sonnolenta, fino a quando qualcosa innesca il mutamento del mood e del ritmo, portando il brano a esplodere in un technicolor ammiccante e sgargiante, preludio della deliziosa "Bros, tutta un infittirsi di ricami luminosi, di eco, di melodie in crescendo, in continuo accumulo armonico, tra inserti ambientali e piccoli ghirigori che si innestano sul loop principale (tratto da un brano di Cat Stevens). 

Un ascolto a suo modo grandioso, capace di saturare l'attenzione e la pazienza, ma anche di regalare grandi momenti di perdizione.

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ROCKET USA - Quattro dischi che hanno rivoluzionato il rock americano

La tradizione può essere rinnegata, riletta, riesumata in revival più o meno posticci, adorata come una reliquia intoccabile. 

Quello che non si può fare con la tradizione è ignorare che esista. Le band elencate di seguito sono tra gli esempi più fulgidi di come si possa onorare quanto fatto nel passato manipolandone creativamente la formula di partenza. Si può rendere il passato irriconoscibile rivoltandolo come un guanto, oppure lo si può rinvigorire costringendolo a volgere la testa al futuro, facendone un mezzo espressivo e culturale per aggredire il presente. 

album esordio ramones punk
Ramones - Ramones (Sire, 1976)

A fine anni Settanta il club CBGB di New York era uno dei templi sacri della new wave americana. Curioso, dal momento che l'acronimo stava per Country, Bluegrass, Blues. Proprio qui Patti Smith, Television, Blondie e Talking Heads iniziarono a sovvertire i canoni della musica popolare, svecchiando la proposta e rendendo tutto più dritto, spoglio e minimale. Tra i grandi protagonisti della scena non si possono non citare i celeberrimi Ramones, forse tra i più efficaci nel creare un suono distintivo, riconoscibile, giocosamente provocatorio e caustico. La formula è semplice: power pop, garage, surf rock e doo wop trasfigurati in un sound sfrontato, grezzo e minimale, addirittura parossistico nella sua ripetitività da filastrocca. Punk-rock, per capirci. Un'innovazione totale che lavora su un recupero oltranzista degli elementi base - basso, chitarra, batteria - consacrati a riff velocissimi e ridondanti, a un mood scanzonato, sardonico, capace di dare un nuovo slancio tanto alle power ballad (I Wanna Be Your Boyfriend), quanto ai pezzi più veloci (Judy Is a Punk, Now I Wanna Sniff Some Glue). Un disco iconico che rappresenta una cesura netta tra un modo di concepire la musica e un altro, lasciando segni indelebili negli sviluppi del pop-rock.

album suicide alan vega synth alternative

Suicide - Suicide (Red Star, 1977)

Il disco d'esordio dei Suicide è un tipico esempio di evoluzione per mutazione genetica. Si parte da basi note per lasciare che qualcosa vada storto nel profondo del procedimento di trascrizione, finendo con una creatura radicalmente aliena rispetto alla matrice originaria. Qui si mantiene intatto lo spirito rock'n'roll e rockabilly, i vocalizzi e gli ululati, le posture istrioniche e l'enfasi sessualizzata, ma ogni elemento è passato per un filtro distopico alla Mad Max, per un negativo synthpop caustico e dissacrante. Alan Vega e Martin Rev, due nomi che da soli fanno pensare a creature aliene, pronte per invadere l'underground newyorkese di fine anni Settanta (già piuttosto infestato, come abbiamo visto). E allora non rimane che farsi trascinare dalle pulsazioni ritmiche ossessive di Ghost Rider e Rocket USA, tra fitti sibili di sampledelia primordiale, con la  voce di Vega nebulizzata e vaporizzata nell'eco e gli improvvisi guizzi armonici di sintetizzatore alla Silver Apples, oppure farsi ammaliare dalla melassa inquinata di Cheree (su cui prenderanno appunti gli Spacemen 3 e i Jesus and Mary Chain), o ancora lasciarsi travolgere dalla furia psicotica di Frankie Teardrop, sorta di versione maniacale della State Trooper dello Springsteen di Nebraska. Un ascolto che traccia un solco netto tra un prima e un dopo, tra cosa si può e cosa non si può fare in musica, per una preziosa lezione di istrionismo e di coraggio. Ascolti i Suicide e capisci che lo stesso magma dissacrante può spezzare le gambe a qualsiasi vecchia, polverosa e opprimente tradizione. Di Alan Vega e Martin Rev, però, non ne fanno molti.

gun club punk blues music rock
The Gun Club - Fire of Love (Ruby, 1981)

L'operazione, qui, è più sottile (se così si può dire), ma altrettanto radicale. Il punk applicato all'americanità profonda, tra blues, rockabilly, prewar music in generale, tra omaggi veri e propri (Preachin' the Blues di Son House, Cool Drink of Water di Tommy Johnson) e le personali scorribande di Jeffrey Lee Pierce, impegnato nel suo immaginario punk-voodoo delirante. Una versione ideale di quello che sarebbero potuti essere i Rolling Stones se fossero nati a fine anni Settanta. La prima volta che ho sentito She's Like Heroin to Me e For the Love of Ivy ho capito quello che, in modo pacchiano, viene illustrato nella sequenza del film Sinners: cioè che esiste una continuità spiritica tra le forme espressive della musica popolare - nera e non -, e che questa continuità può agire come una vera e propria possessione. Si parla proprio di quel Fire Spirit che infesta il brano e sembra guidare Lee Pierce nella sua litania suadente e sempre più infuocata. Qui sta la forza di certa musica americana, nel dare universalità a una tradizione locale e regionale, dandoci frutti che possiamo tranquillamente adattare ad ogni contesto. 

The Dream Syndicate - Medicine Show (A&M, 1984)

dream syndicate rock paisley underground indierock

La scena neo-psichedelica di Los Angeles nei primi Ottanta aveva un nome: Paisley Underground. Spiegata brevemente: un gruppo di amici e conoscenti che condivide l'amore per vinili e musica vintage e condivide i palchi nel bel mezzo dell'America reaganiana. Il risultato è una manciata di dischi che fa fluire l'energia punk e post-punk in rievocazioni garage e jangle, tra Velvet Underground, Byrds e 13th Floor Elevators. Una versione desertica e psichedelica delle pulsioni urbane di altre scene regionali, per una sorta di Tom Petty consacrato all'underground e alla scena alternative. Il suono dei Dream Syndicate di Steve Wynn è forse tra i più influenzati dal post-punk, come testimonia un fenomenale disco desordio. Il secondo lavoro è però quello che preferisco: dietro la sua apparente compostezza cantautoriale si cela un più intensivo lavoro di destrutturazione degli ingredienti della tradizione. Basti la magnifica John Coltrane Stereo Blues, con il suo pulsare bombastico che si trasforma in una jam destrutturata e noise, per non parlare di brani intensi e perfetti come Daddy's Girl, Burn o Bullet With My Name on It, tra country alternativo post-Neil Young e un indie rock goticheggiante e stentoreo, tutti impreziositi dalla splendida chitarra di Karl Precoda. Un lavoro dall'impatto immediato (il primo ascolto è ancora impresso nella mia mente, con la pandina verde che solcava le stradine aostane proiettandosi in qualche scenario da deserto del Mojave), invecchiato benissimo e pronto per affascinare generazioni su generazioni.


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Sanremo 2026, aka "La canzonetta al tempo dell'AI"

Sanremo è uno spettacolo indecoroso, come sempre. Forse questa volta anche più del solito (qui il mio commento sull'edizione 2025). Grigiore tardo-meloniano, buffonate da animazione turistica di terz’ordine (l’uso dell’AI mentre il pubblico canta Papaveri rimarrà negli annali come momento più imbarazzante di sempre), brani spenti, melodie sciape, liriche incentrate su tristezza, ricordi, malinconia. Come al solito, però, rimane viva la fiammella della speranza. La speranza che dalle tenebre sorga una piccola luce, una Joan Thiele o un Lucio Corsi che, facendo ciao con la manina, ci facciano sentire che non tutto è perduto. Ma in fondo, anche solo sparare a zero su questo baraccone è divertente. 

Quindi, iniziamo (l’ordine è quello della prima serata).
 

Ditonellapiaga - Che fastidio (6/10) 

Inizio uptempo che sorprende per la sua netta incursione nella club culture alternativa. Nu-disco pulsante, electropop sostenuto da un bel beat house, modulazioni sintetiche che richiamano il Roland TB-303 (quei gorgoglii acid), attitudine electro clash e svolgimento melodico/canoro che fa il verso a MissKeta, con ritornello indie ad alleggerire il carico. Much ado for nothing? Probabilmente sì, vista la china di questa edizione. Poco male, salviamo il salvabile. 

Michele Bravi - Prima o poi (4,5/10) 

Volevo essere Perfume Genius, ma… Glassa sanremese per un cantautorato pop dallo sviluppo blando e scontato, per quanto non tutto sia da buttare (la melodia è impegnata in un sali e scendi che regala alcuni guizzi di vitalità). Voce interessante che avrei preferito sentire più sporca. Ma Sanremo è Sanremo e Michele Bravi è Michele Bravi. 

Sayf - Tu mi piaci tanto (4,5/10) 

Un’ibridazione tra Max Gazzé e Daniele Silvestri, ma con le treccione da Ghali. Sayf strizza l’occhio al pubblico andando sul sicuro, con quell'arrangiamento latino che piace sempre, giocoso e saltellante, rassicurante e convenzionale, ahimè scontato. Lui piatto, monocorde, incapace di un’interpretazione convincente, nonostante un testo meno banale del previsto. 

Mara Sattei - Le cose che non sai di me (5/10) 

Ballad zuccherosa disneyana. Bello però il richiamo beatlesiano del mellotron, capace di fare da trigger per l’ispessimento del sound nella seconda parte del brano, ben più riuscita e convincente rispetto alle premesse. Per il resto siamo di fronte al solito crescendo funzionale al climax vocale da scuola di canto. Poca sostanza. 

Dargen D'Amico - Ai Ai (4/10) 

Ci sono brani di Sanremo che sono invalutabili. Qui abbiamo un patchwork di tutto ciò che ci si aspetta dall’artista in questione: il funky, il rap, la chitarra elettrica per non farci mancare nulla, il testo impegnato “pigliatutto”. Un’esibizione di stile che pare un cabaret, rientrando difficilmente nella categoria “musica”. D’Amico è così: fa il suo, mette in scena il teatrino, il ritmo, i colori, l’irriverenza posticcia. E però, boh. Tanto la gente applaude sempre. 

Arisa - Magica favola (5,5/10) 

Ballata per certi verso ancora più disneyana di quella della Sattei. Malinconia lacrimosa da decadentismo tardo-meloniano, tra nostalgia delle cose di casa, del papà e della mammà. Con un po' di pazienza, però, l'effetto stucchevole lascia il posto ad altro, ad una complessità inaspettata. La melodia è particolarmente raffinata, gli arrangiamenti sono sottili e ricamano con intelligenza, e il fatto che i Matia Bazar facciano capolino nei refrain conferisce al tutto un discreto spessore. 

Luchè - Labirinto (3/10) 

Il festival della tristezza. Lui non prende una nota. Arrangiamenti messi lì a casaccio perché fa brutto lasciarlo a stonare da solo. 

Tommaso Paradiso - I romantici (5/10) 

Indie italiano puro. Siamo ai tempi di Calcutta e Brunori, momento amarcord vero. Anche lui nella fase in cui scrive le canzoni alla figlia. Compitino. 

Elettra Lamborghini - Voilà (3/10) 

Filastrocchina alla Carrà ai tempi della lobotomia da IA massiccia (che infatti interviene nel siparietto orripilante successivo - lo sai che i papaveri). Lei fatica a fare qualcosa di più che sussurrare al microfono, facendosi sovrastare dall’arrangiamento, danzereccio tripudio di torpori dance banalotti. Potrebbe anche vincere. 

Patti Pravo - Opera (?/10) 

Decadentismo fumé che prende il largo, poi sfuma, si perde, recupera ancora, rimesta nella grandeur divistica di un tempo, non porta da nessuna parte sapendo che il gioco è proprio quello. Personalmente la trovo un’inutile e stanca celebrazione dall’eleganza sfumata e avvizzita. Testo di livello. L’avrei vista meglio come ospite. 

Samurai Jay – Ossessione (2/10) 

Chico latino. Ennesima cafonata. Cosa dicevano gli Elio sui bonghi? Ah, sì: “Caro signore, sa che le dico? Questa è la libertà. Sono drogato, suono sbagliato anche se a lei non va. Non vado a tempo, lo so da tempo, non è una novità. Io me ne fotto; cucco di brutto grazie al mio pim, pum, pam”. Olé. “Da dove si esce?” chiede Samuel alla fine. Lo vorremmo sapere anche noi. 

Raf - Ora e per sempre (5/10) 

Parte bene ma sfocia presto nel banale. Raf tiene bene la scena e fa il suo, ci mancherebbe. Ballad gonfia e mesta, condotta con diligente, impostato gusto iper-classico. Altro compitino. 

J-Ax - Italia starter pack (5/10) 

A questo punto alla prossima edizione ci portiamo Philippe Milleret (no, scherzo, per carità). Interessante (nel senso di inaspettata) la svolta folk-country di J-Ax, un po' versione macchiettistica e nazional popolare dei MCR, un po’ vecchia fattoria, un po' baracconata da catena Old Wild West. Una piccola scintilla nel vuoto assoluto (purché non si prenda il personaggio sul serio). La scintilla infatti non innesca nulla. Testo impegnato a metà, tra critica sociale e buttiamola in caciara. Non del tutto da buttare. 

Fulminacci - Stupida sfortuna (6,5/10) 

Lui sembra uscito dai primissimi anni Ottanta. Ce lo vedrei bene a cantare un pezzo di Garbo. Forse solo io ci sento Flavio Giurato nell’attacco, ma il punto è un altro. Il pezzo è un’elegante ballad screziata dalla disinvoltura in stile indie italiano, con una melodia abbastanza solida da solcare le partiture sanremesi, in questo caso capaci di nobilitare degnamente l’incedere del brano. Senza infamia, con qualche lode. 

Levante - Sei tu (5,5/10) 

Elegante, Levante. Belle armonie, bella costruzione compositiva guidata dagli accordi leggeri di piano e acustica. Un brano più complesso della media, un’interpretazione convincente e passionale. Tuttavia, il pezzo non decolla: una ballad impastoiata in una pesante drammaturgia all’italiana che sconta il rischio di stancare presto. 

Fedez & Masini – Male necessario (4/10) 

Una lagna che non finisce più. Fedez sembra sempre un bambino sperduto che vuole fare bella figura davanti alla maestra. Masini tiene note incredibili, ma l’alchimia tra i due non sembra funzionare a dovere. Pezzo inconsistente. Male innecessario.

Ermal Meta – Stellina (7/10) 

Arrangiamento originale, r’n’b fitto di profumi mediterranei, balcanici, mediorientali, tra oud e sintetizzatori, testo di rilievo (ritornerà, la - rossa - primavera?). Lui riesce a regalare una prestazione vocale di livello, addirittura inaspettata con quel suo soprano impeccabile nel finale. Un brano vivo, colorato, contemporaneo nella migliore accezione del termine. Vincitore morale (e non solo) del Festival.

Serena Brancale – Qui con me (4,5/10) 

Altra gran voce, ma la preferivo alle prese con il suo estro da multistrumentista tropical-house dell’edizione passata. Qui si mette in scena un brano stucchevole nel suo insistere sull’emotività lacrimosa, sul climax continuo (un pezzo che potrebbe appartenere al repertorio di Giorgia), col rischio concreto di sovraccaricare sia l’andamento del brano che la sopportazione dell’ascoltatore. 

Nayt – Prima che (4/10) 

Nayt fa il rapper e lo fa per bene, senza tracimare in territori non suoi (per quanto sia ancora dubbio quanto Sanremo possa essere territorio adatto a questo genere). Ciononostante, il pezzo rimane banale e piatto, nessun elemento innovativo, nessun guizzo. 

Malika Ayane – Animali notturni (6,5/10) 

Funky-pop profumato e spigliato, una roba molto anni Settanta riletti dalle nuove correnti nu-disco che vanno tanto di moda ultimamente (ma quel motivetto nel refrain mi ricorda un sacco la sigla di Lunedìfilm). Finalmente un po’ di eleganza compositiva, per quanto si tenda verso lo standard. 

Eddie Brock – Avvoltoi (3,5/10) 

Tra pop urlato e stereotipi rrrruock, Eddie Brock porta a casa un brano scontatissimo, lineare e rosicone (se le tue relazioni vanno male è colpa tua perché ti cerchi i ragazzacci, eccetera). Non si aggiunge nulla al tono lamentoso del Festival se non un tasso di paternalismo patriarcale che la metà bastava. Insomma, l'avvoltoio mi pare lui.

Sal Da Vinci – Per sempre sì (4/10) 

La minaccia dell’amore eterno incastonato in un anello brillante, la gabbia dorata proposta con charme cafoncello ed esuberante. Il pezzo è a suo modo trascinante, scorre liscio come l’olio. Ma lo fa entro i confini di un manierismo neomelodico ermetico, implacabile, eccessivamente di genere. E poi l’immaginario... Va beh, pura cultura deteriore italiana. 

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare (4/10) 

Il piano, gli svolazzi, la lettura autobiografica nel segno della solita, melensa, messa a nudo della propria fragilità di ometto al passo con i tempi. Un brano vuoto, già invecchiato male, da Jovanotti al tempo di Amici. No, non ci siamo. 

Tredici Pietro – Uomo che cade (6,5/10) 

Il problema non è la caduta ma l’atterraggio. E in questo caso si atterra in piedi, perché il flow è buono, la base intrigante nel suo groove vintage, lounge (piano elettrico che riverbera liquido e si sposa benissimo con l’apertura melodica del refrain alla Frah Quintale, partiture d’archi che fanno molto Motown anni Settanta). Piccola sorpresa. 

Bambole di Pezza – Resta con me (3,5/10) 

Un gruppo di rock al femminile dove le chitarre potrebbero anche non esserci. Loro si agitano, si scuotono, si esaltano, ma fanno poppettino da quattro soldi. Bei tatuaggi, yeah. 

Chiello – Ti penso sempre (6,5/10) 

Ma che carino questo Chiello. C’è l’indie rock, ci sono le pose trap, c’è la melodia emo-pop, il mood a metà tra i Baustelle e Lil Peep. Pezzo che scorre bene e che, forse, rappresenta il vero pesce fuor d'acqua dell'edizione 2026.

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta (5/10)

I presunti alternativi, alla fine, rischiano di essere i più tradizionalisti e convenzionali del lotto. Riferimenti totemici (da Nada a Battiato, da Battisti ai TARM – la maglietta disegnata da Toffolo), i nostri sono studiati fino all’ultimo dettaglio, ma nel tentativo di apparire disinvolti e spontanei. Niente di male, si intenda, purché non si cada nel tranello. Il risultato, in fondo, è un’esibizione di alta moda post-adolescenziale e canzonette bubblegum. Simpatici, melodici, sostituiscono degnamente i Coma Cose parlando di temi che una certa fetta di ascoltatori ascolta solo se debitamente camuffati. 

Leo Gassman – Naturale (4/10) 

Siamo un paese di santi, navigatori e figli d’arte. Poco altro da dire. 

Francesco Renga – Il meglio di me (4/10) 

L’ennesima canzone di cui non avevamo tutto questo bisogno. Struttura trita e ritrita, lui che urla, l’orchestra che suona la stessa partitura again and again. Che fatica. 

LDA e AKA7even – Poesie clandestine (3/10) 

Latin pop di un altro figlio d’arte. Compitino. Buonanotte.
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La musica salvata. Alcuni dischi della vita

Tempo di bilanci? No, però ogni tanto è bello fare un recap, ricordarsi le cose belle, metterle nero su bianco. E dunque ecco la domanda: quali sono i dischi che hanno sempre fatto parte dei miei ascolti meravigliati e che, con tutta probabilità, continueranno a farne parte? Quelli in cui mi ritrovo, in cui mi perdo, che sento vicini? Dischi, non canzoni, perché la fruizione di un album è cosa ben diversa dall'apprezzamento di un brano in una playlist disorganica. Un album è una storia che si snoda, un discorso a tutto tondo, un percorso complicato, tortuoso, non privo di inciampi. Ma si arriva sempre da qualche parte, ogni volta. E allora ecco alcuni dei miei amori musicali, in ordine sparso.

smashing pumpkins billie Corgan mellon collie
The Smashing Pumpkins - Mellon Collie & the Infinite Sadness (Virgin, 1995)

Un monolite, un gigante generazionale che dipinge definitivamente un'epoca. Doppio album, durata totale 121 minuti. L'avevo masterizzato e avevo creato un case artigianale a cui sono ancora affezionatisimo. Qui dentro c'è tutto: il rock duro, le ballate sdolcinate, bozzetti vampireschi a base di harpsichord, svolazzate psichedeliche, pop sontuoso, sfuriate noise. Il vero valore aggiunto di tutto questo, però, è la carica narrativa totalizzante dell'operazione Mellon Collie, un'immersione nelle ansie, nei voli pindarici, nelle rabbie e nelle delusioni infinite dell'adolescenza. Una roba che ti ricorderà per sempre chi sei stato e perché lo sei stato, e ancora perché non ci puoi fare proprio niente se ora sei quel che sei: arrivi da quel magma lì, ed è bello che sia così. 

black heart procession slowcore rock nineties
The Black Heart Procession - 2 (Touch and Go, 1999)

Mi ha sempre colpito il mood infestato di questo lavoro, che nel tempo è diventato uno dei miei definitivi comfort album. Scricchiolii, cigolii, rumorini, risonanze, il wurlitzer che aggiunge una consistenza madida al tutto, la singing saw che sibila metallica aggiungendo una peculiarità armonica sinistra e fascinosa. Sono canzoni da boschi durante giornate nuvolose o da solai polverosi quando viene sera, un country gotico che mescola l'approccio indie dei Neutral Milk Hotel mischiandolo a Nick Cave e Nico, senza rinunciare a un songwriting folk di pregiatissima fattura. Pezzi come Blue Tears, A Light So Dim e It's a Crime I've Never Told You About the Diamonds in Your Eyes rimarranno tra le cose più belle mai ascoltate.

the cramps lux interior psychobilly
The Cramps - Songs the Lord Taught Us (Illegal / I.R.S., 1980)

Il primo lavoro dei Cramps fa venire voglia di essere cattivi, di tirare fuori le proprie perversioni, di abbandonarsi ad atti insensati e torbidi. Ed è un bene che esistano album così: perché incanalano le peggiori pulsioni dell'animo umano facendole fluire entro un alveo non distruttivo, innocuo perché mediato dalla musica. Un esorcismo, quindi, un rito di sublimazione che crea una valvola di sfogo paradossalmente anche più carica, intensa e gonfia di conseguenze (per quanto non credo proprio che le intenzioni di Lux Interior fossero queste). I Cramps sono sguaiati, sporchi, volgari, allusivi, estremi. Il loro rockabilly psicotico è saturo di spettri, presenze, sfoghi nervosi. Il sound è noise, impreciso, rozzo, morbosamente devoto e sconciamente contaminato. E, inutile dirlo, è tutto così appassionante, liberatorio e sedizioso che è impossibile non sentirsi intimamente coinvolti da questo capolavoro che non perderà mai la sua carica malata, sensuale e pazzoide.

deftones white pony nu metal rock chino moreno
Deftones - White Pony (Maverick, 2000) 

La prima volta che ascoltai i Deftones fu come una conquista, una rivendicazione di identità. Il loro sound era di tendenza, ma era anche strano, estremamente caratterizzato e contaminato (cosa che ha sempre catturato la mia curiosità). Un ottimo viatico, insomma, per tracciare un solco, una distinzione, tra gli ascoltatori banalotti dei Limp Bizkit e i grezzoni che amavano gli Slipknot. Insomma, nu metal sì, ma con classe. Al tempo non sapevo che quella classe avesse tre progenitori: lo shoegaze, i Cure e i Depeche Mode, e che Chino Moreno fosse un raffinato amante della musica, non un semplice ragazzotto con la passione per l'erba e lo skateboard. Poco importa: White Pony era ed è un gioiellino caustico e aggressivo, ma anche dotato di un'attitudine trasognata e onirica, malinconica e cupa, oltre che di una rigorosa disciplina, merito di uno dei migliori batteristi di sempre (mi ha sempre stupito l'inventiva austera dei pattern in Digital Bath). Ho sempre trovato sorprendente, quasi come se stessi assistendo a un fatto innaturale, come a Street Carp (il riff di elettrica più minaccioso di sempre) potesse seguire una perla electro-acustica del calibro di Teenager, o come una band heavy potesse dar vita a un capolavoro di atmosfere soffuse e dolciastre come Change (In the House of Flies). I Deftones mi hanno insegnato ad accettare le variazioni e i contrasti, anche quelli più netti. Hanno accompagnato il mio percorso di vita durante il liceo, rimanendo incastonati nel mio sentirmi me stesso fin da allora. Un punto fermo.

interpol post punk new york indie
Interpol - Turn On the Bright Lights (Matador, 2002)

Un disco che non smette di crescere anno dopo anno. Il post-punk riletto e aggiornato per tornare ad essere un'immensa fonte di ispirazione generazionale, nonostante già allora fossero passati eoni da Ian Curtis e tutto il resto. Qui, però, c'è tutto uno spirito del tempo che è il nostro tempo (nostro di noi ragazzini in quell'inizio di anni zero), privo dell'aura sacrale che gli Ottanta ereditavano dai Settanta, per un'attitudine urbana disillusa e smarrita (dopo l'11 settembre), profanamente rock, ma al contempo colma di enfasi e traboccante di emozionalità post-adolescenziale. Il sound degli Interpol è così d'impatto perché unisce la cupa ruvidezza del post-punk a un'attitudine teatrale e romantica, dedita a rincorse e rallentamenti, espansioni meditative e immediatezza indie-rock. Il basso imperioso di Carlos D, le chitarre che pescano da territori post-rock di Kessler e Banks, le ritmiche squadrate di Fogarino, tutto si incastra alla perfezione e contribuisce ad uno dei sound più caratteristici degli ultimi trent'anni.

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Piano Magic - Disaffected (Darla, 2005)

Vi basti il testo di Theory of Ghosts per capire perché un album così entra sottopelle e lì rimane ("And i've a theory of girls / They always seem to leave in the spring / As if they know that it hurts more / To carry a heartbreak through the summer"). Glen Johnson ci ha messo un sacco di tempo (e una nuova line-up; della serie: ripartiamo da capo) per raggiungere questa perfezione, anticipata parzialmente dal precedente The Trouble Sleep of Piano Magic, ma qui portata all'apice espressivo e stilistico. Disaffected è un disco di spettri, di presenze, di rumori dietro alle pareti (You Can Hear the Room), un gioiello dream pop che parla linguaggi variegati, tra spigolosità new wave e scintillii synth (la stupenda Deleted Scenes), tutto legato da un'inquetudine esistenziale profondissima che non può lasciare indifferenti. E deliziati, mutati, vacillanti.

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Placebo - Without You I'm Nothing (Virgin, 1998)

Ho sempre nutrito una forte ammirazione per le parti di chitarra di Brian Molko, soprattutto in questo secondo lavoro. Nervose, irrequiete, sferraglianti, eppure precise, chirurgiche nel loro sfregiare l'andamento dei brani con accordi dissonanti e inquieti. E però c'è molto altro: accanto ai pezzi più agitati ci sono alcune tra le più belle ballad scritte negli anni Novanta. Ask for Answers, con quel giro di accordi che volteggiano sul bellissimo drumming delicato e minimalista (nonostante i giochi di rullante), Without You I'm Nothing, dove le sequenze armoniche della sei corde raggiungono una grazia ed un'espressività capace di mettere ogni volta i brividi, fino ad arrivare alla stupenda interazione basso-chitarra di Burger Queen, col suo finale dilatato fatto di progressioni di accordi sospesi regala un affresco atmosferico senza pari. Da ascoltare e riascolare, ogni volta una scoperta.

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Sonic Youth - Daydream Nation (, 1988)

Può un disco evocare perlopiù immagini, o sensazioni non uditive? Certo che può, e Daydream Nation fa proprio questo. Non sono mai stato a New York, però me la immagino esattamente così. Le sue luci notturne soffuse, i vapori che si sollevano dai tombini, il vorticare delle auto, la grana spessa di asfalto e ferraglia, la vita che si addensa fino a tramutarsi in combinazioni estatiche, strato su strato. Ecco. I Sonic Youth e il loro capolavoro, summa di noise rifinitissimo e insieme intellettuale e punk, proteso in avanti, beffardo e dissacrante, eppure così legato a un passato che di sicuro passa dai Velvet Underground. Ascoltare questo disco è un'esperienza che va dall'entusiasmante allo sfiancante: il minutaggio, la struttura fluttuante e caotica dei brani, le continue digressoni no-wave, la costante assenza di certezze e di appigli ne fanno un simbolo, più che un lavoro pop. Certo non mancano i momenti di pura propulsione urbana (le accelerazioni di Silver Rocket, il motorik ipnotico di The Sprawl, la psichedelia turbata di Eric's Trip, il meraviglioso coacervo chitarristico di Hey Joni, l'altrettanto esaltante saliscendi di Candle e Rain King), ma lo sguardo d'insieme è quello di una sistematica destrutturazione anarchica e sprezzante. Allora avevo appena un anno e non sapevo che mondo si stava preparando ad accogliermi. The world is dull, but not today.

Verdena - Il suicidio dei samurai (Blackout, 2004)

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Ovvero: Seppuku (o harakiri). E invece no, si sceglie di essere prosastici. Caratteristica tipica dei Verdena, a pensarci.  Il loro terzo lavoro è il perfetto connubio tra l'esordio, acerbo ma piacevolmente caustico, e il sophomore, gonfio, sperimentale, roboante ma forse un po' dispersivo. Qui l'equilibrio nella scrittura, tra strutture heavy, digressioni psichedeliche e forma canzone, si affianca alla quasi totale autonomia produttiva: le registrazioni avvengono in quell'Henhouse che di lì a poco diventerà il laboratorio esclusivo della band, mentre il missaggio viene affidato al Metropolis di Londra. Il risultato è un sound complesso, granitico, dove, puntellati da un basso maestoso, regnano strati di chitarre spesse e incazzate che volentieri si espandono in saliscendi fragorosi di marca stoner (si prenda la title-track), e che finiscono spesso col perdersi e indugiare in scenari onirici (Far Fisa), ma anche un Mellotron che caratterizza e definisce le armonie psych, per non parlare di un'enfasi lirica che raggiunge picchi emozionali impensabili: Balanite, Phantastica (il nostro personale inno post-grunge), Glamodrama (una delle code strumentali più fighe di sempre), 40 secondi di niente, solo per citarne alcune. Un album che si colloca dignitosamente accanto ai grandi del rock di quegli anni, e che avrà per sempre un posto di riguardo nei miei ascolti più appassionati. 

Baustelle - Sussidiario illustrato della giovinezza (Baracca & Burattini, 2000)

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Dice tutto il titolo. Ascoltare l'esordio dei Baustelle è come essere immersi in un servizio di cronaca nera di provincia prendendo il sole sotto l'ombrellone a quindici anni (si pensi alla splendida La canzone del riformatorio), con addosso quel torpore malaticcio e irrequieto delle adolescenze di praticamente chiunque, fatte di pulsioni masticate tra le labbra e lasciate esplodere a casaccio. Ogni riferimento, ogni verso, ogni sonorità è un omaggio a quel periodo, reso con dedizione cinematografica, con vocazione autoriale, facendo nostra - a livello di sonorità - la maniera di Pulp e Auteurs ma anche una fascinazione chanson incastonata in un gusto ibrido anni Sessanta/Ottanta. Il sound è ricco di contrasti (l'elettronica easy, le chitarre twang, gli arrangiamenti vagamente baroque) che ben si sposano all'ambiguità delle liriche, sempre sospese tra un romanticismo pruriginoso e un aperto erotismo, tra la citazione colta e il riferimento profano. Pornografia esistenziale a buon mercato (Sadik - "Antiomologata adolescenza torbida, meglio di dovere lavorare in fabbrica"), innamoramenti languidi alla Gainsbourg (Noi bambine non abbiamo scelta), scintillanti rievocazioni di gioventù di provincia (Gomma), romanticismo radicale condotto in una lenta e letale progressione di sillabe (La canzone del parco). Da dischi così non se ne esce facilmente. Per fortuna, direi.

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Sanremo 2025, aka "del cul far trombetta"


Sanremo è uno spettacolo indigesto sotto molti punti di vista. Un ascolto ai brani in gara però ho voluto darlo. Queste sono le mie scarne impressioni, in ordine sparso.
La media del Festival della canzone italiana, comunque, si assesta su un magro 4,7. Niente male davvero.

Achille Lauro – Incoscienti Giovani (5,5/10) 

Scuola romana in salsa sanremese (senza sorprese). Il pezzo procede privo di colpi di scena, optando per una monotonia sonnacchiosa levigata da scialbe partiture d’archi che non spiccano il volo nemmeno quando potrebbero. Il ritornello imprime una piacevole svolta melodica senza però crederci fino in fondo. Poi arriva il sax che fa molto urban, così, come complemento. Lo preferivo quando faceva il pazzerello da prima serata tivvù. 

Marcella Bella – Pelle Diamante (2/10) 

I russi ci adorano per queste oscenità. 

Elodie – Dimenticarsi alle 7 (5,5/10) 

In fondo sono stati artisti come Elodie e Mahmood ad aver contribuito maggiormente al mutamento del gusto di uno dei pubblici più imbolsiti e conservatori del mondo. Qui Elodie fa il suo mestiere, senza particolari guizzi nella scrittura: base electro che fa da preludio agli archi leziosi del ritornello, colorati per fortuna dalle modulazioni di synth. Nessun vero colpo di scena, brano piacevole ma incapace di spiccare il volo. 

Modà – Non ti dimentico (3/10) 

Vabbè bisogna far sentire accettato anche il pubblico di Maria De Filippi. 

Serena Brancale – Anema e core (7/10) 

Interessante il tripudio tropical-house di Serena Brancale. Un brano in costante movimento, con il suo attacco sinuosamente etno-lounge che evolve in un tripudio di percussioni, torpori balearic e basso groovy. E finalmente anche gli arrangiamenti orchestrali – impegnati in volteggi arabeggianti - sembrano funzionali alla resa armonica del brano e non una mera giustapposizione messa lì a caso. Sorpresa. 

Giorgia – La cura per me (4,5/10) 

Giorgia scrive lo stesso pezzo da sempre, dedicando ogni sforzo alla prestazione vocale, al climax verticale, con uno sviluppo compositivo sapiente ma tutto sommato ordinario. La musica? Un mero accompagnamento. Potrebbe cantare qualsiasi cosa, in fondo. Ah ma come canta bene, qualcuno l’ha già detto? 

Clara – Febbre (4/10) 

Il problema è che il genere di Mahmood e Elodie è passato nel giro di un secondo da novità a standard trito e ritrito. Lo schema compositivo è sempre quello, una copia carbone di una copia carbone. Pulsazioni torbide da basso ventre su cui si innesta la pedante dizione cadenzata di una voce forgiata da un qualsiasi vocal coach per aspiranti vincitori di X Factor. E poi la solita orchestra laccata. Uff. La noia assoluta. 

Lucio Corsi – Volevo essere un duro (7,5/10) 

Quella di Lucio Corsi è una canzone. Ha un testo, uno sviluppo, diversi momenti di estro, una dinamica melodica tutto fuorché banale, un equilibrio espressivo tra musica e testo dove ogni componente ha il suo giusto spazio (e se un brano tende all'assolo di chitarra siamo sempre sulla strada giusta). Piano rock anni settanta, pose glam, canzone d’autore. Qui siamo ad un altro festival. 

The Kolors – Tu con chi fai l’amore (3/10) 

La ricerca del tormentone estivo a tutti i costi. Fare il sonoro degli stacchi pubblicitari per le estati italiane come ambizione di vita. Ci sanno fare i Kolors, ne sanno a pacchi, hanno un futuro da gelatai per interposta persona assicurato. Anche a causa loro i russi ci adorano. 

Olly – Balorda nostalgia (3/10) 

Un titolo che è un programma. Un brano che è una merda. 

Coma_Cose – Cuoricini (5,5/10) 

I Baustelle che incontrano Albano e Romina (ma anche i Dari, ahimè). Interessanti, la gestione del brano è divertente, il ritornello è azzeccato, il ritmo è coinvolgente, la melodia rimane appiccicata in testa. Ad intrattenimento ci siamo, mancherebbe giusto avere davvero qualcosa da dire. "Come dire, poca soddisfazione", tanta pucciosità per la stupenda generazione di eterni giovani d’oggi. 

Fedez – Battito (6/10) 

La cosa peggiore del brano di Fedez è il ritornello, dozzinale e capace di spezzare tutta la tensione creata nelle strofe. Sì, perché l’atmosfera cupa e vagamente horrorcore del brano, con quel profondo basso wobble che squaglia il flow, è parecchio convincente. Non mi sarei mai aspettato qualcosa di vagamente decente da parte di Fedez. 

Brunori Sas – L'albero delle noci (6/10) 

Brunori non ha bisogno di presentazioni. Lui rappresenta la quota di cantautorato DOP del Festival, quello che ci deve essere e che sempre ci sarà. Quindi De Gregori e compagnia bella. Che dire, pezzo posato, ricercato, scritto con eleganza e savoir faire. Però vorrei arrivare a quarant’anni senza sentirmene addosso cinquanta. 

Irama – Lentamente (3/10) 

Non saprei neanche cosa valutare, esattamente, per dare un parere su questa ballad strappalacrime a tutti i costi. Il testo da diario delle scuole medie? La melodia leggerissima da italo pop di serie b? Mi sembra tutto troppo vuoto. Sono spiazzato, ha vinto lui. 

Bresh – La tana del granchio (6/10) 

Si potrà dire che un brano pop è fatto di strofa, bridge, ritornello. Va bene, le variazioni non sono infinite. Però qui sembra davvero di assistere a un abuso dello schema aureo della tradizione melodica sanremese. Bresh parte molto bene con le sue armonie mediterranee tra chitarre e bouzouki, ma poi la solita dinamica patinata con ritornello sgolato e un po’ cafoncello da stadio ha la meglio. Il risultato è comunque discreto. 

Simone Cristicchi – Quando sarai piccola (4/10) 

No, dai. Per favore, no. Ok, bisogna scrivere canzoni drammatiche perché così si consegna “il tema” ai commenti dei giornaletti nostrani. E più l’argomento è peso più non si potrà fare a meno di lodare le buone intenzioni di chi canta. L’artista mette a nudo il suo dolore. E come si fa a dire che è uno stronzo, poi? Infatti non sarò certo io a prendermi questa responsabilità. Musicalmente il brano è un incrocio tra Samuele Bersani e Massimo Ranieri, super gonfio e madido di drammaticità disneyana. Brividi, ma non quelli giusti. 

Francesco Gabbani – Viva la vita (5,5/10) 

Soul-pop cantato alla Ramazzotti dove alla fine si butta tutto in caciara con uno svolgimento da positività tossica. Peccato, perché tra le righe ci sento anche inflessioni di buon cantautorato rock (lo dico? Non lo dico? Va bene: Benvegnù). Non un disastro, ma il brano perde sostanza man mano che si accumulano gli ascolti. 

Joan Thiele – Eco (7/10) 

Un po’ Levante un po’ Joan as Police Woman, lei sa il fatto suo e inaugura il brano con una bella distorsione di chitarra elettrica che male non fa. Un bel groove grassoccio e quella chitarra twang ferrosa spezzano piacevolmente il mood prevalente del Festival, accennando a un sound internazionale che profuma di Black Keys. Scritto bene, un brano piacevole che spazza via la sovrabbondanza di glassa sanremese. 

Toni Effe – Damme ‘na mano (3/10) 

Mi chico latino, damme ‘na mano a reggere questa cafonata. Califano piange e sbuffa dal suo piccolo nasino buffo. 

Rose Villain – Fuorilegge (4,5/10) 

Vale il discorso fatto con Clara, Elodie e che si potrebbe fare anche con Gaia: lo standard r’n’b sanremese ormai è un grande classico decadente. Elettronica discotecara che si fonde con la grande tradizione melodica italiana. Ok, abbiamo capito. Ora anche basta, grazie. 

Francesca Michielin – Fango in Paradiso (4,5/10) 

Me la ricordavo più creativa la Michielin. Ora fa la parte della brava ragazza devota alla musica leggera, alle delusioni amorose di bassa lega, al bel canto pulito senza arte né parte.
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Due dischi (più uno). Il 2024 secondo Matteo Losi e Marco Biasio.


Il 2024 è già un ricordo, ma quando due firme della storica webzine StoriadellaMusica si riuniscono per parlare di musica vale la pena tornare a volgere, anche solo per un attimo, lo sguardo all'indietro. Nessuna operazione nostalgia, badate bene. Qui c'è solo roba freschissima. Matteo Losi e Marco Biasio ci regalano le loro considerazioni su due album che hanno caratterizzato i loro rispettivi ascolti durante l'anno appena trascorso. E il sottoscritto? Ovviamente non potevo esimermi dal partecipare al gioco, ed ecco che i dischi consigliati diventano tre.  

DILLOM – POR CESAREA (BOHEMIAN GROOVE)
Matteo Losi

Il festival Buenos Aires Trap, svoltosi il 7 e 8 Dicembre, ha richiamato più di centomila spettatori e simbolicamente consacrato, con tutte le sue contraddizioni, il ruolo primario del genere nei gusti delle nuove generazioni non solo argentine ma di gran parte dell'America Ispanica. Il ventitreenne Dillom è tra i massimi esponenti di questa cosiddetta “seconda ondata” dell'hip hop argentino insieme a Wos, entrambi artefici di proposte musicali ben più variegate/pregnanti della media. Dillom, in particolare, parla una lingua ibrida dove experimental hip hop e horrorcore convivono con l'indie rock, il trip hop, la trap, il latin alternative, il soul psichedelico. 

L'attesissimo secondo album “Por Cesárea” è coronazione del suo teatro delle crudeltà imbevuto di pop art, snocciolando in poco più di 35 minuti psicosi individuali che si fanno collettive (il punk dalle striature noise “Coyote”), disfunzionalità emotive (la ballad elettrica “Cirugía”), fragili sogni (“Ciudad De La Paz”, tra le più grandi (art) pop song mai incise). Non tanto una spirale discendente quanto un sistema di fratture spazio-temporali, che dall'orrorifico prologo “Ultimamente” (il tentato suicidio della madre del protagonista e le pillole lasciategli in “eredità” come motore del concept) testimoniano il disgregarsi della mente, delle forme, del reale, per giungere infine al miraggio di una possibile, salvifica riaffermazione dell'individuo e dell'arte (ancora “Ciudad De La Paz”). 

Specchio di tali premesse, i brani mutano in continuazione, alternando diverse sezioni e differenti setting strumentali: “Carie” deflagra senza preavviso in un crescendo orchestrale da thriller; il rap rock di “Buenos Tiempos” si liquefà in trap catatonica con voci mostruosamente deformate; la strumentale “Irreversible”, vero “cuore” di tenebra del disco, esordisce giustappunto con battito cardiaco e ansimi per evolvere in marziale cattedrale industrial. Dillom abita questi scenari con un flow mortifero/ciondolante e un cantato fragile ma aggraziato, laddove produttori di polso come Fermín Ugarte e Luis Tomás La Madrid, entrambi ben noti nell'ambiente, offrono un fondamentale contributo nel dare consistenza/fruibilità al patchwork. 

Di rilievo anche i due featuring vocali: l'icona del rock latino Andrés Calamaro nel downtempo noir “Mi Peor Enemigo”, e la pop singer/attrice Lila che in “Carie” intona i primi quattro versi di “Plegaria Desvelada” (1976), canzone originariamente composta ed eseguita dalla scrittrice/poetessa/compositrice María Elena Walsh, altra figura d'importanza incommensurabile nella cultura argentina. 


THE JESUS LIZARD – RACK (IPECAC) 
Marco Biasio 

Complicatissimo parlare oggi di un nuovo disco di inediti dei Jesus Lizard, il primo a ventisei anni di distanza da quel “Blue” che, con la pervasiva mestizia dei fine utopia (e con un pugno di canzoni obiettivamente, serenamente definibili non all’altezza del repertorio dei primi Noughties), aveva temporaneamente consegnato ai posteri l’avventura rivoluzionaria del quartetto di Austin, Texas. Per quanto, in barba all’inesorabile scorrere del tempo, sogni ancora di (trovare dentro di me il coraggio necessario per) lanciare tutte le pietre che quotidianamente carezzano la mia faccia, ogni giudizio più o meno ponderato su “Rack” sembrerebbe poter sfidare la tacita tenuta del quieto comun vivere (ma quale quieto comun vivere?). “Rack” è un capolavoro!, digita entusiasta Scribacchino 1; ci piaci / di più / appeso a testa in giù! ribatte composta la folla di chi ancora non ha digerito l’attacco di “Then Comes Dudley” (non fate loro sentire “Hide & Seek” o “What If?”, altrimenti vanno in iperventilazione). “Rack” è una merda!, si affretta a correggere Scribacchino 2; ecco l’ennesimo snob del cazzo!, rincara la dose la torma di quelli che non si ricordano mai se qualcun altro si scriva con o senza apostrofo (sarebbe riuscita la buona anima di Serianni a dire “senza” prima di prendersi del prescrittivista?). Bellino “Rack”, ma volete mettere “Goat” o “Liar”!, chioserebbe allora con prudenza strategica Scribacchino 3; un peccato di pleonastico fanfanismo che tuttavia, agli occhi del neomanicheismo turbocapitalista, suona peggio che sparare ad un cervo zoppo e legato in un armadio davanti ad una convention di fruttariani. 

Insomma, comunque la si pensi, integri non se ne esce. Ma proprio perché integri non se ne esce, chi in questo momento si sta rendendo responsabile dell’ecocidio di intere foreste virtuali per il tornaconto di nessuno vorrebbe aggravare volontariamente la propria posizione, popolando il manoscritto che va componendosi con postille egoriferite a margine. Ad esempio: “Hide & Seek”, primo singolo estratto e brano trainante dell’intero disco, si colloca senza alcun dubbio tra i dieci pezzi che più ho ascoltato nel corso del 2024. Perché? Beh, esattamente perché è un pezzo dei Jesus Lizard: una tonitruante cannonata punk che confina a forza il boogie woogie sulla sedia elettrica e lo passa da parte a parte con lame post-core (inconfondibili le invenzioni chitarristiche di Duane Denison, uno che di anni, tra parentesi-non-parentesi, ne sta per fare sessantasei). Per chi a leggere ‘punk’ pensa male immaginando di azzeccarci e subodora la più classica delle timbrate al cartellino, ecco un uno-due che metterebbe in ginocchio persino il più protervo maranza di Pioltello: da un lato il licantropesco crooning hc di “Falling Down” (stop and go! stop and go!), dall’altro lo schiumante r’n’r pneumatico di “Moto(R)” (palm! muting! palm! muting!). C’è chi va alla ricerca del tempo perduto e chi invece, par di capire, di tempo da perdere non ne ha più, anche quando l’estetica del cazzotto si sublima in una sua paranoica ipostasi (il caracollante noise-blues di “Armistice Day”) o il re si denuda in un luciferino monologo al bromuro che vede gli Oxbow sbronzarsi assieme ai For Carnation (“What If?” sta a ricordarci che uno degli ultimi dischi controfirmati dalla sei corde di Denison è il sottovalutato comeback dei Tomahawk, “Tonic Immobility”). 

Ha un bel da fare Scribacchino 4 per non corteggiare ulteriormente l’estetica dei meta-non sequitur e, al contempo, non far trasparire troppo del suo pensiero originale. Euristica forse ruffiana, ma efficace: se l’accolita del capopopolino Yow vi faceva venire l’orticaria già ai tempi d’oro, “Rack” non farà altro che gettare chicchi di sale rosa himalayano sui bordi rimarginati delle vostre ferite immaginate, specialmente quando il fantasma del Natale passato torna a manifestarsi con l’insidiosa pervasività delle rugginose progressioni morse di “Goat” (“Alexis Feels Sick”), dallo scalcagnato palco di un cabaret pentatonico Yow torna a pisciare sul gessato degli ambasciatori argentini di turno (“Lady Godiva”) o la dissonanza noise si sgretola in un muro di suono impressionistico ove qui e lì baluginano barbagli di melodia storta (“Is That Your Hand?”). Un appunto conclusivo, però, quello sì: quel gioiello post-crimsoniano di “Cost Of Living” doveva assolutamente trovare posto nella tracklist finale! 


HALEY HEYNDERICKX – SEED OF A SEED (BIG MAMA) 
Matteo Castello 

“Perché tutti a volte abbiamo bisogno di un senso della tradizione, ed io ho bisogno di una mente silenziosa in un’inondazione di consumi”. Ecco, eccolo il punto della faccenda. Lo canta Haley Heynderickx, artista di Portland al di fuori dei radar nostrani, nella bellissima “Seed of a Seed”, da cui prende il nome il secondo lavoro, uscito a novembre per l’indipendente Mama Bird. E se ai tempi dell’esordio la necessità dichiarata era quella di coltivare un giardino ("I Need to Start a Garden", 2018), ora sembra proprio arrivato il momento della contemplazione, della calma, della raccolta. 

Quello che colpisce, in un lavoro così imbevuto di questa ricerca di un “senso della tradizione” (un senso ovviamente spurio, ibrido, reimmaginato: un bisogno profondo) è proprio la vitalità che lega lo sviluppo e l’espressività dei brani ad una contemporaneità che traspare, in negativo, tra visioni bucoliche e sogni ad occhi aperti, tra metafore panteiste e istantanee di storie familiari dai contorni ancestrali: una poetica frutto della gemmazione di un innesto tra narrativa americana escapista, realismo magico alla Toni Morrison e figlie delle figlie (seed of a seed of seed) di tutto quello che va da Linda Perhacs all’indiefolk degli ultimi anni. Il senso di Heynderickx per il songwriting è graziosamente artigianale, volutamente irregolare ma cesellato e impreziosito da una visione autentica, da una manualità gentile ed attenta. Arpeggi tondi che si diramano in contorsioni da piante rampicanti, arrangiamenti sontuosi al miele, vocalizzi limpidi che risuonano al meglio in spazi aperti. 

E allora come interpretare la richiesta di scuse di “Sorry Fahey”? Non certo come un senso di inadeguatezza tecnico-stilistica, anche perché la tecnica altro non è che il rapporto vivo tra le pratiche e il proprio tempo. Forse è la consapevolezza, invece, di una distanza storica, di un guasto più generale, insanabile, che vanifica ogni tentativo di fuga immaginaria (“I won’t buy it today”). Nonostante tutto, però, “daydream dies slow”: forse vale la pena fare il tentativo di protrarre ancora per un po’ l’incanto, di mettere in luce la contraddizione, di scacciare le seduzioni storte di ciò che preme appena al di fuori della stanza, o oltre il giardino. L’arte fa questo, trasfigura e critica. E Haley Heynderickx continua a rinnovare l’incanto.
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