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ROCKET USA - Quattro dischi che hanno rivoluzionato il rock americano

La tradizione può essere rinnegata, riletta, riesumata in revival più o meno posticci, adorata come una reliquia intoccabile. 

Quello che non si può fare con la tradizione è ignorare che esista. Le band elencate di seguito sono tra gli esempi più fulgidi di come si possa onorare quanto fatto nel passato manipolandone creativamente la formula di partenza. Si può rendere il passato irriconoscibile rivoltandolo come un guanto, oppure lo si può rinvigorire costringendolo a volgere la testa al futuro, facendone un mezzo espressivo e culturale per aggredire il presente. 

album esordio ramones punk
Ramones - Ramones (Sire, 1976)

A fine anni Settanta il club CBGB di New York era uno dei templi sacri della new wave americana. Curioso, dal momento che l'acronimo stava per Country, Bluegrass, Blues. Proprio qui Patti Smith, Television, Blondie e Talking Heads iniziarono a sovvertire i canoni della musica popolare, svecchiando la proposta e rendendo tutto più dritto, spoglio e minimale. Tra i grandi protagonisti della scena non si possono non citare i celeberrimi Ramones, forse tra i più efficaci nel creare un suono distintivo, riconoscibile, giocosamente provocatorio e caustico. La formula è semplice: power pop, garage, surf rock e doo wop trasfigurati in un sound sfrontato, grezzo e minimale, addirittura parossistico nella sua ripetitività da filastrocca. Punk-rock, per capirci. Un'innovazione totale che lavora su un recupero oltranzista degli elementi base - basso, chitarra, batteria - consacrati a riff velocissimi e ridondanti, a un mood scanzonato, sardonico, capace di dare un nuovo slancio tanto alle power ballad (I Wanna Be Your Boyfriend), quanto ai pezzi più veloci (Judy Is a Punk, Now I Wanna Sniff Some Glue). Un disco iconico che rappresenta una cesura netta tra un modo di concepire la musica e un altro, lasciando segni indelebili negli sviluppi del pop-rock.

album suicide alan vega synth alternative

Suicide - Suicide (Red Star, 1977)

Il disco d'esordio dei Suicide è un tipico esempio di evoluzione per mutazione genetica. Si parte da basi note per lasciare che qualcosa vada storto nel profondo del procedimento di trascrizione, finendo con una creatura radicalmente aliena rispetto alla matrice originaria. Qui si mantiene intatto lo spirito rock'n'roll e rockabilly, i vocalizzi e gli ululati, le posture istrioniche e l'enfasi sessualizzata, ma ogni elemento è passato per un filtro distopico alla Mad Max, per un negativo synthpop caustico e dissacrante. Alan Vega e Martin Rev, due nomi che da soli fanno pensare a creature aliene, pronte per invadere l'underground newyorkese di fine anni Settanta (già piuttosto infestato, come abbiamo visto). E allora non rimane che farsi trascinare dalle pulsazioni ritmiche ossessive di Ghost Rider e Rocket USA, tra fitti sibili di sampledelia primordiale, con la  voce di Vega nebulizzata e vaporizzata nell'eco e gli improvvisi guizzi armonici di sintetizzatore alla Silver Apples, oppure farsi ammaliare dalla melassa inquinata di Cheree (su cui prenderanno appunti gli Spacemen 3 e i Jesus and Mary Chain), o ancora lasciarsi travolgere dalla furia psicotica di Frankie Teardrop, sorta di versione maniacale della State Trooper dello Springsteen di Nebraska. Un ascolto che traccia un solco netto tra un prima e un dopo, tra cosa si può e cosa non si può fare in musica, per una preziosa lezione di istrionismo e di coraggio. Ascolti i Suicide e capisci che lo stesso magma dissacrante può spezzare le gambe a qualsiasi vecchia, polverosa e opprimente tradizione. Di Alan Vega e Martin Rev, però, non ne fanno molti.

gun club punk blues music rock
The Gun Club - Fire of Love (Ruby, 1981)

L'operazione, qui, è più sottile (se così si può dire), ma altrettanto radicale. Il punk applicato all'americanità profonda, tra blues, rockabilly, prewar music in generale, tra omaggi veri e propri (Preachin' the Blues di Son House, Cool Drink of Water di Tommy Johnson) e le personali scorribande di Jeffrey Lee Pierce, impegnato nel suo immaginario punk-voodoo delirante. Una versione ideale di quello che sarebbero potuti essere i Rolling Stones se fossero nati a fine anni Settanta. La prima volta che ho sentito She's Like Heroin to Me e For the Love of Ivy ho capito quello che, in modo pacchiano, viene illustrato nella sequenza del film Sinners: cioè che esiste una continuità spiritica tra le forme espressive della musica popolare - nera e non -, e che questa continuità può agire come una vera e propria possessione. Si parla proprio di quel Fire Spirit che infesta il brano e sembra guidare Lee Pierce nella sua litania suadente e sempre più infuocata. Qui sta la forza di certa musica americana, nel dare universalità a una tradizione locale e regionale, dandoci frutti che possiamo tranquillamente adattare ad ogni contesto. 

The Dream Syndicate - Medicine Show (A&M, 1984)

dream syndicate rock paisley underground indierock

La scena neo-psichedelica di Los Angeles nei primi Ottanta aveva un nome: Paisley Underground. Spiegata brevemente: un gruppo di amici e conoscenti che condivide l'amore per vinili e musica vintage e condivide i palchi nel bel mezzo dell'America reaganiana. Il risultato è una manciata di dischi che fa fluire l'energia punk e post-punk in rievocazioni garage e jangle, tra Velvet Underground, Byrds e 13th Floor Elevators. Una versione desertica e psichedelica delle pulsioni urbane di altre scene regionali, per una sorta di Tom Petty consacrato all'underground e alla scena alternative. Il suono dei Dream Syndicate di Steve Wynn è forse tra i più influenzati dal post-punk, come testimonia un fenomenale disco desordio. Il secondo lavoro è però quello che preferisco: dietro la sua apparente compostezza cantautoriale si cela un più intensivo lavoro di destrutturazione degli ingredienti della tradizione. Basti la magnifica John Coltrane Stereo Blues, con il suo pulsare bombastico che si trasforma in una jam destrutturata e noise, per non parlare di brani intensi e perfetti come Daddy's Girl, Burn o Bullet With My Name on It, tra country alternativo post-Neil Young e un indie rock goticheggiante e stentoreo, tutti impreziositi dalla splendida chitarra di Karl Precoda. Un lavoro dall'impatto immediato (il primo ascolto è ancora impresso nella mia mente, con la pandina verde che solcava le stradine aostane proiettandosi in qualche scenario da deserto del Mojave), invecchiato benissimo e pronto per affascinare generazioni su generazioni.


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Sanremo 2026, aka "La canzonetta al tempo dell'AI"

Sanremo è uno spettacolo indecoroso, come sempre. Forse questa volta anche più del solito (qui il mio commento sull'edizione 2025). Grigiore tardo-meloniano, buffonate da animazione turistica di terz’ordine (l’uso dell’AI mentre il pubblico canta Papaveri rimarrà negli annali come momento più imbarazzante di sempre), brani spenti, melodie sciape, liriche incentrate su tristezza, ricordi, malinconia. Come al solito, però, rimane viva la fiammella della speranza. La speranza che dalle tenebre sorga una piccola luce, una Joan Thiele o un Lucio Corsi che, facendo ciao con la manina, ci facciano sentire che non tutto è perduto. Ma in fondo, anche solo sparare a zero su questo baraccone è divertente. 

Quindi, iniziamo (l’ordine è quello della prima serata).
 

Ditonellapiaga - Che fastidio (6/10) 

Inizio uptempo che sorprende per la sua netta incursione nella club culture alternativa. Nu-disco pulsante, electropop sostenuto da un bel beat house, modulazioni sintetiche che richiamano il Roland TB-303 (quei gorgoglii acid), attitudine electro clash e svolgimento melodico/canoro che fa il verso a MissKeta, con ritornello indie ad alleggerire il carico. Much ado for nothing? Probabilmente sì, vista la china di questa edizione. Poco male, salviamo il salvabile. 

Michele Bravi - Prima o poi (4,5/10) 

Volevo essere Perfume Genius, ma… Glassa sanremese per un cantautorato pop dallo sviluppo blando e scontato, per quanto non tutto sia da buttare (la melodia è impegnata in un sali e scendi che regala alcuni guizzi di vitalità). Voce interessante che avrei preferito sentire più sporca. Ma Sanremo è Sanremo e Michele Bravi è Michele Bravi. 

Sayf - Tu mi piaci tanto (4,5/10) 

Un’ibridazione tra Max Gazzé e Daniele Silvestri, ma con le treccione da Ghali. Sayf strizza l’occhio al pubblico andando sul sicuro, con quell'arrangiamento latino che piace sempre, giocoso e saltellante, rassicurante e convenzionale, ahimè scontato. Lui piatto, monocorde, incapace di un’interpretazione convincente, nonostante un testo meno banale del previsto. 

Mara Sattei - Le cose che non sai di me (5/10) 

Ballad zuccherosa disneyana. Bello però il richiamo beatlesiano del mellotron, capace di fare da trigger per l’ispessimento del sound nella seconda parte del brano, ben più riuscita e convincente rispetto alle premesse. Per il resto siamo di fronte al solito crescendo funzionale al climax vocale da scuola di canto. Poca sostanza. 

Dargen D'Amico - Ai Ai (4/10) 

Ci sono brani di Sanremo che sono invalutabili. Qui abbiamo un patchwork di tutto ciò che ci si aspetta dall’artista in questione: il funky, il rap, la chitarra elettrica per non farci mancare nulla, il testo impegnato “pigliatutto”. Un’esibizione di stile che pare un cabaret, rientrando difficilmente nella categoria “musica”. D’Amico è così: fa il suo, mette in scena il teatrino, il ritmo, i colori, l’irriverenza posticcia. E però, boh. Tanto la gente applaude sempre. 

Arisa - Magica favola (5,5/10) 

Ballata per certi verso ancora più disneyana di quella della Sattei. Malinconia lacrimosa da decadentismo tardo-meloniano, tra nostalgia delle cose di casa, del papà e della mammà. Con un po' di pazienza, però, l'effetto stucchevole lascia il posto ad altro, ad una complessità inaspettata. La melodia è particolarmente raffinata, gli arrangiamenti sono sottili e ricamano con intelligenza, e il fatto che i Matia Bazar facciano capolino nei refrain conferisce al tutto un discreto spessore. 

Luchè - Labirinto (3/10) 

Il festival della tristezza. Lui non prende una nota. Arrangiamenti messi lì a casaccio perché fa brutto lasciarlo a stonare da solo. 

Tommaso Paradiso - I romantici (5/10) 

Indie italiano puro. Siamo ai tempi di Calcutta e Brunori, momento amarcord vero. Anche lui nella fase in cui scrive le canzoni alla figlia. Compitino. 

Elettra Lamborghini - Voilà (3/10) 

Filastrocchina alla Carrà ai tempi della lobotomia da IA massiccia (che infatti interviene nel siparietto orripilante successivo - lo sai che i papaveri). Lei fatica a fare qualcosa di più che sussurrare al microfono, facendosi sovrastare dall’arrangiamento, danzereccio tripudio di torpori dance banalotti. Potrebbe anche vincere. 

Patti Pravo - Opera (?/10) 

Decadentismo fumé che prende il largo, poi sfuma, si perde, recupera ancora, rimesta nella grandeur divistica di un tempo, non porta da nessuna parte sapendo che il gioco è proprio quello. Personalmente la trovo un’inutile e stanca celebrazione dall’eleganza sfumata e avvizzita. Testo di livello. L’avrei vista meglio come ospite. 

Samurai Jay – Ossessione (2/10) 

Chico latino. Ennesima cafonata. Cosa dicevano gli Elio sui bonghi? Ah, sì: “Caro signore, sa che le dico? Questa è la libertà. Sono drogato, suono sbagliato anche se a lei non va. Non vado a tempo, lo so da tempo, non è una novità. Io me ne fotto; cucco di brutto grazie al mio pim, pum, pam”. Olé. “Da dove si esce?” chiede Samuel alla fine. Lo vorremmo sapere anche noi. 

Raf - Ora e per sempre (5/10) 

Parte bene ma sfocia presto nel banale. Raf tiene bene la scena e fa il suo, ci mancherebbe. Ballad gonfia e mesta, condotta con diligente, impostato gusto iper-classico. Altro compitino. 

J-Ax - Italia starter pack (5/10) 

A questo punto alla prossima edizione ci portiamo Philippe Milleret (no, scherzo, per carità). Interessante (nel senso di inaspettata) la svolta folk-country di J-Ax, un po' versione macchiettistica e nazional popolare dei MCR, un po’ vecchia fattoria, un po' baracconata da catena Old Wild West. Una piccola scintilla nel vuoto assoluto (purché non si prenda il personaggio sul serio). La scintilla infatti non innesca nulla. Testo impegnato a metà, tra critica sociale e buttiamola in caciara. Non del tutto da buttare. 

Fulminacci - Stupida sfortuna (6,5/10) 

Lui sembra uscito dai primissimi anni Ottanta. Ce lo vedrei bene a cantare un pezzo di Garbo. Forse solo io ci sento Flavio Giurato nell’attacco, ma il punto è un altro. Il pezzo è un’elegante ballad screziata dalla disinvoltura in stile indie italiano, con una melodia abbastanza solida da solcare le partiture sanremesi, in questo caso capaci di nobilitare degnamente l’incedere del brano. Senza infamia, con qualche lode. 

Levante - Sei tu (5,5/10) 

Elegante, Levante. Belle armonie, bella costruzione compositiva guidata dagli accordi leggeri di piano e acustica. Un brano più complesso della media, un’interpretazione convincente e passionale. Tuttavia, il pezzo non decolla: una ballad impastoiata in una pesante drammaturgia all’italiana che sconta il rischio di stancare presto. 

Fedez & Masini – Male necessario (4/10) 

Una lagna che non finisce più. Fedez sembra sempre un bambino sperduto che vuole fare bella figura davanti alla maestra. Masini tiene note incredibili, ma l’alchimia tra i due non sembra funzionare a dovere. Pezzo inconsistente. Male innecessario.

Ermal Meta – Stellina (7/10) 

Arrangiamento originale, r’n’b fitto di profumi mediterranei, balcanici, mediorientali, tra oud e sintetizzatori, testo di rilievo (ritornerà, la - rossa - primavera?). Lui riesce a regalare una prestazione vocale di livello, addirittura inaspettata con quel suo soprano impeccabile nel finale. Un brano vivo, colorato, contemporaneo nella migliore accezione del termine. Vincitore morale (e non solo) del Festival.

Serena Brancale – Qui con me (4,5/10) 

Altra gran voce, ma la preferivo alle prese con il suo estro da multistrumentista tropical-house dell’edizione passata. Qui si mette in scena un brano stucchevole nel suo insistere sull’emotività lacrimosa, sul climax continuo (un pezzo che potrebbe appartenere al repertorio di Giorgia), col rischio concreto di sovraccaricare sia l’andamento del brano che la sopportazione dell’ascoltatore. 

Nayt – Prima che (4/10) 

Nayt fa il rapper e lo fa per bene, senza tracimare in territori non suoi (per quanto sia ancora dubbio quanto Sanremo possa essere territorio adatto a questo genere). Ciononostante, il pezzo rimane banale e piatto, nessun elemento innovativo, nessun guizzo. 

Malika Ayane – Animali notturni (6,5/10) 

Funky-pop profumato e spigliato, una roba molto anni Settanta riletti dalle nuove correnti nu-disco che vanno tanto di moda ultimamente (ma quel motivetto nel refrain mi ricorda un sacco la sigla di Lunedìfilm). Finalmente un po’ di eleganza compositiva, per quanto si tenda verso lo standard. 

Eddie Brock – Avvoltoi (3,5/10) 

Tra pop urlato e stereotipi rrrruock, Eddie Brock porta a casa un brano scontatissimo, lineare e rosicone (se le tue relazioni vanno male è colpa tua perché ti cerchi i ragazzacci, eccetera). Non si aggiunge nulla al tono lamentoso del Festival se non un tasso di paternalismo patriarcale che la metà bastava. Insomma, l'avvoltoio mi pare lui.

Sal Da Vinci – Per sempre sì (4/10) 

La minaccia dell’amore eterno incastonato in un anello brillante, la gabbia dorata proposta con charme cafoncello ed esuberante. Il pezzo è a suo modo trascinante, scorre liscio come l’olio. Ma lo fa entro i confini di un manierismo neomelodico ermetico, implacabile, eccessivamente di genere. E poi l’immaginario... Va beh, pura cultura deteriore italiana. 

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare (4/10) 

Il piano, gli svolazzi, la lettura autobiografica nel segno della solita, melensa, messa a nudo della propria fragilità di ometto al passo con i tempi. Un brano vuoto, già invecchiato male, da Jovanotti al tempo di Amici. No, non ci siamo. 

Tredici Pietro – Uomo che cade (6,5/10) 

Il problema non è la caduta ma l’atterraggio. E in questo caso si atterra in piedi, perché il flow è buono, la base intrigante nel suo groove vintage, lounge (piano elettrico che riverbera liquido e si sposa benissimo con l’apertura melodica del refrain alla Frah Quintale, partiture d’archi che fanno molto Motown anni Settanta). Piccola sorpresa. 

Bambole di Pezza – Resta con me (3,5/10) 

Un gruppo di rock al femminile dove le chitarre potrebbero anche non esserci. Loro si agitano, si scuotono, si esaltano, ma fanno poppettino da quattro soldi. Bei tatuaggi, yeah. 

Chiello – Ti penso sempre (6,5/10) 

Ma che carino questo Chiello. C’è l’indie rock, ci sono le pose trap, c’è la melodia emo-pop, il mood a metà tra i Baustelle e Lil Peep. Pezzo che scorre bene e che, forse, rappresenta il vero pesce fuor d'acqua dell'edizione 2026.

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta (5/10)

I presunti alternativi, alla fine, rischiano di essere i più tradizionalisti e convenzionali del lotto. Riferimenti totemici (da Nada a Battiato, da Battisti ai TARM – la maglietta disegnata da Toffolo), i nostri sono studiati fino all’ultimo dettaglio, ma nel tentativo di apparire disinvolti e spontanei. Niente di male, si intenda, purché non si cada nel tranello. Il risultato, in fondo, è un’esibizione di alta moda post-adolescenziale e canzonette bubblegum. Simpatici, melodici, sostituiscono degnamente i Coma Cose parlando di temi che una certa fetta di ascoltatori ascolta solo se debitamente camuffati. 

Leo Gassman – Naturale (4/10) 

Siamo un paese di santi, navigatori e figli d’arte. Poco altro da dire. 

Francesco Renga – Il meglio di me (4/10) 

L’ennesima canzone di cui non avevamo tutto questo bisogno. Struttura trita e ritrita, lui che urla, l’orchestra che suona la stessa partitura again and again. Che fatica. 

LDA e AKA7even – Poesie clandestine (3/10) 

Latin pop di un altro figlio d’arte. Compitino. Buonanotte.
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La musica salvata. Alcuni dischi della vita

Tempo di bilanci? No, però ogni tanto è bello fare un recap, ricordarsi le cose belle, metterle nero su bianco. E dunque ecco la domanda: quali sono i dischi che hanno sempre fatto parte dei miei ascolti meravigliati e che, con tutta probabilità, continueranno a farne parte? Quelli in cui mi ritrovo, in cui mi perdo, che sento vicini? Dischi, non canzoni, perché la fruizione di un album è cosa ben diversa dall'apprezzamento di un brano in una playlist disorganica. Un album è una storia che si snoda, un discorso a tutto tondo, un percorso complicato, tortuoso, non privo di inciampi. Ma si arriva sempre da qualche parte, ogni volta. E allora ecco alcuni dei miei amori musicali, in ordine sparso.

smashing pumpkins billie Corgan mellon collie
The Smashing Pumpkins - Mellon Collie & the Infinite Sadness (Virgin, 1995)

Un monolite, un gigante generazionale che dipinge definitivamente un'epoca. Doppio album, durata totale 121 minuti. L'avevo masterizzato e avevo creato un case artigianale a cui sono ancora affezionatisimo. Qui dentro c'è tutto: il rock duro, le ballate sdolcinate, bozzetti vampireschi a base di harpsichord, svolazzate psichedeliche, pop sontuoso, sfuriate noise. Il vero valore aggiunto di tutto questo, però, è la carica narrativa totalizzante dell'operazione Mellon Collie, un'immersione nelle ansie, nei voli pindarici, nelle rabbie e nelle delusioni infinite dell'adolescenza. Una roba che ti ricorderà per sempre chi sei stato e perché lo sei stato, e ancora perché non ci puoi fare proprio niente se ora sei quel che sei: arrivi da quel magma lì, ed è bello che sia così. 

black heart procession slowcore rock nineties
The Black Heart Procession - 2 (Touch and Go, 1999)

Mi ha sempre colpito il mood infestato di questo lavoro, che nel tempo è diventato uno dei miei definitivi comfort album. Scricchiolii, cigolii, rumorini, risonanze, il wurlitzer che aggiunge una consistenza madida al tutto, la singing saw che sibila metallica aggiungendo una peculiarità armonica sinistra e fascinosa. Sono canzoni da boschi durante giornate nuvolose o da solai polverosi quando viene sera, un country gotico che mescola l'approccio indie dei Neutral Milk Hotel mischiandolo a Nick Cave e Nico, senza rinunciare a un songwriting folk di pregiatissima fattura. Pezzi come Blue Tears, A Light So Dim e It's a Crime I've Never Told You About the Diamonds in Your Eyes rimarranno tra le cose più belle mai ascoltate.

the cramps lux interior psychobilly
The Cramps - Songs the Lord Taught Us (Illegal / I.R.S., 1980)

Il primo lavoro dei Cramps fa venire voglia di essere cattivi, di tirare fuori le proprie perversioni, di abbandonarsi ad atti insensati e torbidi. Ed è un bene che esistano album così: perché incanalano le peggiori pulsioni dell'animo umano facendole fluire entro un alveo non distruttivo, innocuo perché mediato dalla musica. Un esorcismo, quindi, un rito di sublimazione che crea una valvola di sfogo paradossalmente anche più carica, intensa e gonfia di conseguenze (per quanto non credo proprio che le intenzioni di Lux Interior fossero queste). I Cramps sono sguaiati, sporchi, volgari, allusivi, estremi. Il loro rockabilly psicotico è saturo di spettri, presenze, sfoghi nervosi. Il sound è noise, impreciso, rozzo, morbosamente devoto e sconciamente contaminato. E, inutile dirlo, è tutto così appassionante, liberatorio e sedizioso che è impossibile non sentirsi intimamente coinvolti da questo capolavoro che non perderà mai la sua carica malata, sensuale e pazzoide.

deftones white pony nu metal rock chino moreno
Deftones - White Pony (Maverick, 2000) 

La prima volta che ascoltai i Deftones fu come una conquista, una rivendicazione di identità. Il loro sound era di tendenza, ma era anche strano, estremamente caratterizzato e contaminato (cosa che ha sempre catturato la mia curiosità). Un ottimo viatico, insomma, per tracciare un solco, una distinzione, tra gli ascoltatori banalotti dei Limp Bizkit e i grezzoni che amavano gli Slipknot. Insomma, nu metal sì, ma con classe. Al tempo non sapevo che quella classe avesse tre progenitori: lo shoegaze, i Cure e i Depeche Mode, e che Chino Moreno fosse un raffinato amante della musica, non un semplice ragazzotto con la passione per l'erba e lo skateboard. Poco importa: White Pony era ed è un gioiellino caustico e aggressivo, ma anche dotato di un'attitudine trasognata e onirica, malinconica e cupa, oltre che di una rigorosa disciplina, merito di uno dei migliori batteristi di sempre (mi ha sempre stupito l'inventiva austera dei pattern in Digital Bath). Ho sempre trovato sorprendente, quasi come se stessi assistendo a un fatto innaturale, come a Street Carp (il riff di elettrica più minaccioso di sempre) potesse seguire una perla electro-acustica del calibro di Teenager, o come una band heavy potesse dar vita a un capolavoro di atmosfere soffuse e dolciastre come Change (In the House of Flies). I Deftones mi hanno insegnato ad accettare le variazioni e i contrasti, anche quelli più netti. Hanno accompagnato il mio percorso di vita durante il liceo, rimanendo incastonati nel mio sentirmi me stesso fin da allora. Un punto fermo.

interpol post punk new york indie
Interpol - Turn On the Bright Lights (Matador, 2002)

Un disco che non smette di crescere anno dopo anno. Il post-punk riletto e aggiornato per tornare ad essere un'immensa fonte di ispirazione generazionale, nonostante già allora fossero passati eoni da Ian Curtis e tutto il resto. Qui, però, c'è tutto uno spirito del tempo che è il nostro tempo (nostro di noi ragazzini in quell'inizio di anni zero), privo dell'aura sacrale che gli Ottanta ereditavano dai Settanta, per un'attitudine urbana disillusa e smarrita (dopo l'11 settembre), profanamente rock, ma al contempo colma di enfasi e traboccante di emozionalità post-adolescenziale. Il sound degli Interpol è così d'impatto perché unisce la cupa ruvidezza del post-punk a un'attitudine teatrale e romantica, dedita a rincorse e rallentamenti, espansioni meditative e immediatezza indie-rock. Il basso imperioso di Carlos D, le chitarre che pescano da territori post-rock di Kessler e Banks, le ritmiche squadrate di Fogarino, tutto si incastra alla perfezione e contribuisce ad uno dei sound più caratteristici degli ultimi trent'anni.

piano magic dream pop disaffected music review
Piano Magic - Disaffected (Darla, 2005)

Vi basti il testo di Theory of Ghosts per capire perché un album così entra sottopelle e lì rimane ("And i've a theory of girls / They always seem to leave in the spring / As if they know that it hurts more / To carry a heartbreak through the summer"). Glen Johnson ci ha messo un sacco di tempo (e una nuova line-up; della serie: ripartiamo da capo) per raggiungere questa perfezione, anticipata parzialmente dal precedente The Trouble Sleep of Piano Magic, ma qui portata all'apice espressivo e stilistico. Disaffected è un disco di spettri, di presenze, di rumori dietro alle pareti (You Can Hear the Room), un gioiello dream pop che parla linguaggi variegati, tra spigolosità new wave e scintillii synth (la stupenda Deleted Scenes), tutto legato da un'inquetudine esistenziale profondissima che non può lasciare indifferenti. E deliziati, mutati, vacillanti.

placebo pure morning rock uk
Placebo - Without You I'm Nothing (Virgin, 1998)

Ho sempre nutrito una forte ammirazione per le parti di chitarra di Brian Molko, soprattutto in questo secondo lavoro. Nervose, irrequiete, sferraglianti, eppure precise, chirurgiche nel loro sfregiare l'andamento dei brani con accordi dissonanti e inquieti. E però c'è molto altro: accanto ai pezzi più agitati ci sono alcune tra le più belle ballad scritte negli anni Novanta. Ask for Answers, con quel giro di accordi che volteggiano sul bellissimo drumming delicato e minimalista (nonostante i giochi di rullante), Without You I'm Nothing, dove le sequenze armoniche della sei corde raggiungono una grazia ed un'espressività capace di mettere ogni volta i brividi, fino ad arrivare alla stupenda interazione basso-chitarra di Burger Queen, col suo finale dilatato fatto di progressioni di accordi sospesi regala un affresco atmosferico senza pari. Da ascoltare e riascolare, ogni volta una scoperta.

sonic yout thurston moore lee ranaldo noise rock
Sonic Youth - Daydream Nation (, 1988)

Può un disco evocare perlopiù immagini, o sensazioni non uditive? Certo che può, e Daydream Nation fa proprio questo. Non sono mai stato a New York, però me la immagino esattamente così. Le sue luci notturne soffuse, i vapori che si sollevano dai tombini, il vorticare delle auto, la grana spessa di asfalto e ferraglia, la vita che si addensa fino a tramutarsi in combinazioni estatiche, strato su strato. Ecco. I Sonic Youth e il loro capolavoro, summa di noise rifinitissimo e insieme intellettuale e punk, proteso in avanti, beffardo e dissacrante, eppure così legato a un passato che di sicuro passa dai Velvet Underground. Ascoltare questo disco è un'esperienza che va dall'entusiasmante allo sfiancante: il minutaggio, la struttura fluttuante e caotica dei brani, le continue digressoni no-wave, la costante assenza di certezze e di appigli ne fanno un simbolo, più che un lavoro pop. Certo non mancano i momenti di pura propulsione urbana (le accelerazioni di Silver Rocket, il motorik ipnotico di The Sprawl, la psichedelia turbata di Eric's Trip, il meraviglioso coacervo chitarristico di Hey Joni, l'altrettanto esaltante saliscendi di Candle e Rain King), ma lo sguardo d'insieme è quello di una sistematica destrutturazione anarchica e sprezzante. Allora avevo appena un anno e non sapevo che mondo si stava preparando ad accogliermi. The world is dull, but not today.

Verdena - Il suicidio dei samurai (Blackout, 2004)

verdena luca ferrari samurai rock italiano

Ovvero: Seppuku (o harakiri). E invece no, si sceglie di essere prosastici. Caratteristica tipica dei Verdena, a pensarci.  Il loro terzo lavoro è il perfetto connubio tra l'esordio, acerbo ma piacevolmente caustico, e il sophomore, gonfio, sperimentale, roboante ma forse un po' dispersivo. Qui l'equilibrio nella scrittura, tra strutture heavy, digressioni psichedeliche e forma canzone, si affianca alla quasi totale autonomia produttiva: le registrazioni avvengono in quell'Henhouse che di lì a poco diventerà il laboratorio esclusivo della band, mentre il missaggio viene affidato al Metropolis di Londra. Il risultato è un sound complesso, granitico, dove, puntellati da un basso maestoso, regnano strati di chitarre spesse e incazzate che volentieri si espandono in saliscendi fragorosi di marca stoner (si prenda la title-track), e che finiscono spesso col perdersi e indugiare in scenari onirici (Far Fisa), ma anche un Mellotron che caratterizza e definisce le armonie psych, per non parlare di un'enfasi lirica che raggiunge picchi emozionali impensabili: Balanite, Phantastica (il nostro personale inno post-grunge), Glamodrama (una delle code strumentali più fighe di sempre), 40 secondi di niente, solo per citarne alcune. Un album che si colloca dignitosamente accanto ai grandi del rock di quegli anni, e che avrà per sempre un posto di riguardo nei miei ascolti più appassionati. 

Baustelle - Sussidiario illustrato della giovinezza (Baracca & Burattini, 2000)

baustelle esordio musica italiana

Dice tutto il titolo. Ascoltare l'esordio dei Baustelle è come essere immersi in un servizio di cronaca nera di provincia prendendo il sole sotto l'ombrellone a quindici anni (si pensi alla splendida La canzone del riformatorio), con addosso quel torpore malaticcio e irrequieto delle adolescenze di praticamente chiunque, fatte di pulsioni masticate tra le labbra e lasciate esplodere a casaccio. Ogni riferimento, ogni verso, ogni sonorità è un omaggio a quel periodo, reso con dedizione cinematografica, con vocazione autoriale, facendo nostra - a livello di sonorità - la maniera di Pulp e Auteurs ma anche una fascinazione chanson incastonata in un gusto ibrido anni Sessanta/Ottanta. Il sound è ricco di contrasti (l'elettronica easy, le chitarre twang, gli arrangiamenti vagamente baroque) che ben si sposano all'ambiguità delle liriche, sempre sospese tra un romanticismo pruriginoso e un aperto erotismo, tra la citazione colta e il riferimento profano. Pornografia esistenziale a buon mercato (Sadik - "Antiomologata adolescenza torbida, meglio di dovere lavorare in fabbrica"), innamoramenti languidi alla Gainsbourg (Noi bambine non abbiamo scelta), scintillanti rievocazioni di gioventù di provincia (Gomma), romanticismo radicale condotto in una lenta e letale progressione di sillabe (La canzone del parco). Da dischi così non se ne esce facilmente. Per fortuna, direi.

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Sanremo 2025, aka "del cul far trombetta"


Sanremo è uno spettacolo indigesto sotto molti punti di vista. Un ascolto ai brani in gara però ho voluto darlo. Queste sono le mie scarne impressioni, in ordine sparso.
La media del Festival della canzone italiana, comunque, si assesta su un magro 4,7. Niente male davvero.

Achille Lauro – Incoscienti Giovani (5,5/10) 

Scuola romana in salsa sanremese (senza sorprese). Il pezzo procede privo di colpi di scena, optando per una monotonia sonnacchiosa levigata da scialbe partiture d’archi che non spiccano il volo nemmeno quando potrebbero. Il ritornello imprime una piacevole svolta melodica senza però crederci fino in fondo. Poi arriva il sax che fa molto urban, così, come complemento. Lo preferivo quando faceva il pazzerello da prima serata tivvù. 

Marcella Bella – Pelle Diamante (2/10) 

I russi ci adorano per queste oscenità. 

Elodie – Dimenticarsi alle 7 (5,5/10) 

In fondo sono stati artisti come Elodie e Mahmood ad aver contribuito maggiormente al mutamento del gusto di uno dei pubblici più imbolsiti e conservatori del mondo. Qui Elodie fa il suo mestiere, senza particolari guizzi nella scrittura: base electro che fa da preludio agli archi leziosi del ritornello, colorati per fortuna dalle modulazioni di synth. Nessun vero colpo di scena, brano piacevole ma incapace di spiccare il volo. 

Modà – Non ti dimentico (3/10) 

Vabbè bisogna far sentire accettato anche il pubblico di Maria De Filippi. 

Serena Brancale – Anema e core (7/10) 

Interessante il tripudio tropical-house di Serena Brancale. Un brano in costante movimento, con il suo attacco sinuosamente etno-lounge che evolve in un tripudio di percussioni, torpori balearic e basso groovy. E finalmente anche gli arrangiamenti orchestrali – impegnati in volteggi arabeggianti - sembrano funzionali alla resa armonica del brano e non una mera giustapposizione messa lì a caso. Sorpresa. 

Giorgia – La cura per me (4,5/10) 

Giorgia scrive lo stesso pezzo da sempre, dedicando ogni sforzo alla prestazione vocale, al climax verticale, con uno sviluppo compositivo sapiente ma tutto sommato ordinario. La musica? Un mero accompagnamento. Potrebbe cantare qualsiasi cosa, in fondo. Ah ma come canta bene, qualcuno l’ha già detto? 

Clara – Febbre (4/10) 

Il problema è che il genere di Mahmood e Elodie è passato nel giro di un secondo da novità a standard trito e ritrito. Lo schema compositivo è sempre quello, una copia carbone di una copia carbone. Pulsazioni torbide da basso ventre su cui si innesta la pedante dizione cadenzata di una voce forgiata da un qualsiasi vocal coach per aspiranti vincitori di X Factor. E poi la solita orchestra laccata. Uff. La noia assoluta. 

Lucio Corsi – Volevo essere un duro (7,5/10) 

Quella di Lucio Corsi è una canzone. Ha un testo, uno sviluppo, diversi momenti di estro, una dinamica melodica tutto fuorché banale, un equilibrio espressivo tra musica e testo dove ogni componente ha il suo giusto spazio (e se un brano tende all'assolo di chitarra siamo sempre sulla strada giusta). Piano rock anni settanta, pose glam, canzone d’autore. Qui siamo ad un altro festival. 

The Kolors – Tu con chi fai l’amore (3/10) 

La ricerca del tormentone estivo a tutti i costi. Fare il sonoro degli stacchi pubblicitari per le estati italiane come ambizione di vita. Ci sanno fare i Kolors, ne sanno a pacchi, hanno un futuro da gelatai per interposta persona assicurato. Anche a causa loro i russi ci adorano. 

Olly – Balorda nostalgia (3/10) 

Un titolo che è un programma. Un brano che è una merda. 

Coma_Cose – Cuoricini (5,5/10) 

I Baustelle che incontrano Albano e Romina (ma anche i Dari, ahimè). Interessanti, la gestione del brano è divertente, il ritornello è azzeccato, il ritmo è coinvolgente, la melodia rimane appiccicata in testa. Ad intrattenimento ci siamo, mancherebbe giusto avere davvero qualcosa da dire. "Come dire, poca soddisfazione", tanta pucciosità per la stupenda generazione di eterni giovani d’oggi. 

Fedez – Battito (6/10) 

La cosa peggiore del brano di Fedez è il ritornello, dozzinale e capace di spezzare tutta la tensione creata nelle strofe. Sì, perché l’atmosfera cupa e vagamente horrorcore del brano, con quel profondo basso wobble che squaglia il flow, è parecchio convincente. Non mi sarei mai aspettato qualcosa di vagamente decente da parte di Fedez. 

Brunori Sas – L'albero delle noci (6/10) 

Brunori non ha bisogno di presentazioni. Lui rappresenta la quota di cantautorato DOP del Festival, quello che ci deve essere e che sempre ci sarà. Quindi De Gregori e compagnia bella. Che dire, pezzo posato, ricercato, scritto con eleganza e savoir faire. Però vorrei arrivare a quarant’anni senza sentirmene addosso cinquanta. 

Irama – Lentamente (3/10) 

Non saprei neanche cosa valutare, esattamente, per dare un parere su questa ballad strappalacrime a tutti i costi. Il testo da diario delle scuole medie? La melodia leggerissima da italo pop di serie b? Mi sembra tutto troppo vuoto. Sono spiazzato, ha vinto lui. 

Bresh – La tana del granchio (6/10) 

Si potrà dire che un brano pop è fatto di strofa, bridge, ritornello. Va bene, le variazioni non sono infinite. Però qui sembra davvero di assistere a un abuso dello schema aureo della tradizione melodica sanremese. Bresh parte molto bene con le sue armonie mediterranee tra chitarre e bouzouki, ma poi la solita dinamica patinata con ritornello sgolato e un po’ cafoncello da stadio ha la meglio. Il risultato è comunque discreto. 

Simone Cristicchi – Quando sarai piccola (4/10) 

No, dai. Per favore, no. Ok, bisogna scrivere canzoni drammatiche perché così si consegna “il tema” ai commenti dei giornaletti nostrani. E più l’argomento è peso più non si potrà fare a meno di lodare le buone intenzioni di chi canta. L’artista mette a nudo il suo dolore. E come si fa a dire che è uno stronzo, poi? Infatti non sarò certo io a prendermi questa responsabilità. Musicalmente il brano è un incrocio tra Samuele Bersani e Massimo Ranieri, super gonfio e madido di drammaticità disneyana. Brividi, ma non quelli giusti. 

Francesco Gabbani – Viva la vita (5,5/10) 

Soul-pop cantato alla Ramazzotti dove alla fine si butta tutto in caciara con uno svolgimento da positività tossica. Peccato, perché tra le righe ci sento anche inflessioni di buon cantautorato rock (lo dico? Non lo dico? Va bene: Benvegnù). Non un disastro, ma il brano perde sostanza man mano che si accumulano gli ascolti. 

Joan Thiele – Eco (7/10) 

Un po’ Levante un po’ Joan as Police Woman, lei sa il fatto suo e inaugura il brano con una bella distorsione di chitarra elettrica che male non fa. Un bel groove grassoccio e quella chitarra twang ferrosa spezzano piacevolmente il mood prevalente del Festival, accennando a un sound internazionale che profuma di Black Keys. Scritto bene, un brano piacevole che spazza via la sovrabbondanza di glassa sanremese. 

Toni Effe – Damme ‘na mano (3/10) 

Mi chico latino, damme ‘na mano a reggere questa cafonata. Califano piange e sbuffa dal suo piccolo nasino buffo. 

Rose Villain – Fuorilegge (4,5/10) 

Vale il discorso fatto con Clara, Elodie e che si potrebbe fare anche con Gaia: lo standard r’n’b sanremese ormai è un grande classico decadente. Elettronica discotecara che si fonde con la grande tradizione melodica italiana. Ok, abbiamo capito. Ora anche basta, grazie. 

Francesca Michielin – Fango in Paradiso (4,5/10) 

Me la ricordavo più creativa la Michielin. Ora fa la parte della brava ragazza devota alla musica leggera, alle delusioni amorose di bassa lega, al bel canto pulito senza arte né parte.
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Due dischi (più uno). Il 2024 secondo Matteo Losi e Marco Biasio.


Il 2024 è già un ricordo, ma quando due firme della storica webzine StoriadellaMusica si riuniscono per parlare di musica vale la pena tornare a volgere, anche solo per un attimo, lo sguardo all'indietro. Nessuna operazione nostalgia, badate bene. Qui c'è solo roba freschissima. Matteo Losi e Marco Biasio ci regalano le loro considerazioni su due album che hanno caratterizzato i loro rispettivi ascolti durante l'anno appena trascorso. E il sottoscritto? Ovviamente non potevo esimermi dal partecipare al gioco, ed ecco che i dischi consigliati diventano tre.  

DILLOM – POR CESAREA (BOHEMIAN GROOVE)
Matteo Losi

Il festival Buenos Aires Trap, svoltosi il 7 e 8 Dicembre, ha richiamato più di centomila spettatori e simbolicamente consacrato, con tutte le sue contraddizioni, il ruolo primario del genere nei gusti delle nuove generazioni non solo argentine ma di gran parte dell'America Ispanica. Il ventitreenne Dillom è tra i massimi esponenti di questa cosiddetta “seconda ondata” dell'hip hop argentino insieme a Wos, entrambi artefici di proposte musicali ben più variegate/pregnanti della media. Dillom, in particolare, parla una lingua ibrida dove experimental hip hop e horrorcore convivono con l'indie rock, il trip hop, la trap, il latin alternative, il soul psichedelico

L'attesissimo secondo album “Por Cesárea” è coronazione del suo teatro delle crudeltà imbevuto di pop art, snocciolando in poco più di 35 minuti psicosi individuali che si fanno collettive (il punk dalle striature noise “Coyote”), disfunzionalità emotive (la ballad elettrica “Cirugía”), fragili sogni (“Ciudad De La Paz”, tra le più grandi (art) pop song mai incise). Non tanto una spirale discendente quanto un sistema di fratture spazio-temporali, che dall'orrorifico prologo “Ultimamente” (il tentato suicidio della madre del protagonista e le pillole lasciategli in “eredità” come motore del concept) testimoniano il disgregarsi della mente, delle forme, del reale, per giungere infine al miraggio di una possibile, salvifica riaffermazione dell'individuo e dell'arte (ancora “Ciudad De La Paz”). 

Specchio di tali premesse, i brani mutano in continuazione, alternando diverse sezioni e differenti setting strumentali: “Carie” deflagra senza preavviso in un crescendo orchestrale da thriller; il rap rock di “Buenos Tiempos” si liquefà in trap catatonica con voci mostruosamente deformate; la strumentale “Irreversible”, vero “cuore” di tenebra del disco, esordisce giustappunto con battito cardiaco e ansimi per evolvere in marziale cattedrale industrial. Dillom abita questi scenari con un flow mortifero/ciondolante e un cantato fragile ma aggraziato, laddove produttori di polso come Fermín Ugarte e Luis Tomás La Madrid, entrambi ben noti nell'ambiente, offrono un fondamentale contributo nel dare consistenza/fruibilità al patchwork. 

Di rilievo anche i due featuring vocali: l'icona del rock latino Andrés Calamaro nel downtempo noir “Mi Peor Enemigo”, e la pop singer/attrice Lila che in “Carie” intona i primi quattro versi di “Plegaria Desvelada” (1976), canzone originariamente composta ed eseguita dalla scrittrice/poetessa/compositrice María Elena Walsh, altra figura d'importanza incommensurabile nella cultura argentina. 


THE JESUS LIZARD – RACK (IPECAC) 
Marco Biasio 

Complicatissimo parlare oggi di un nuovo disco di inediti dei Jesus Lizard, il primo a ventisei anni di distanza da quel “Blue” che, con la pervasiva mestizia dei fine utopia (e con un pugno di canzoni obiettivamente, serenamente definibili non all’altezza del repertorio dei primi Noughties), aveva temporaneamente consegnato ai posteri l’avventura rivoluzionaria del quartetto di Austin, Texas. Per quanto, in barba all’inesorabile scorrere del tempo, sogni ancora di (trovare dentro di me il coraggio necessario per) lanciare tutte le pietre che quotidianamente carezzano la mia faccia, ogni giudizio più o meno ponderato su “Rack” sembrerebbe poter sfidare la tacita tenuta del quieto comun vivere (ma quale quieto comun vivere?). “Rack” è un capolavoro!, digita entusiasta Scribacchino 1; ci piaci / di più / appeso a testa in giù! ribatte composta la folla di chi ancora non ha digerito l’attacco di “Then Comes Dudley” (non fate loro sentire “Hide & Seek” o “What If?”, altrimenti vanno in iperventilazione). “Rack” è una merda!, si affretta a correggere Scribacchino 2; ecco l’ennesimo snob del cazzo!, rincara la dose la torma di quelli che non si ricordano mai se qualcun altro si scriva con o senza apostrofo (sarebbe riuscita la buona anima di Serianni a dire “senza” prima di prendersi del prescrittivista?). Bellino “Rack”, ma volete mettere “Goat” o “Liar”!, chioserebbe allora con prudenza strategica Scribacchino 3; un peccato di pleonastico fanfanismo che tuttavia, agli occhi del neomanicheismo turbocapitalista, suona peggio che sparare ad un cervo zoppo e legato in un armadio davanti ad una convention di fruttariani. 

Insomma, comunque la si pensi, integri non se ne esce. Ma proprio perché integri non se ne esce, chi in questo momento si sta rendendo responsabile dell’ecocidio di intere foreste virtuali per il tornaconto di nessuno vorrebbe aggravare volontariamente la propria posizione, popolando il manoscritto che va componendosi con postille egoriferite a margine. Ad esempio: “Hide & Seek”, primo singolo estratto e brano trainante dell’intero disco, si colloca senza alcun dubbio tra i dieci pezzi che più ho ascoltato nel corso del 2024. Perché? Beh, esattamente perché è un pezzo dei Jesus Lizard: una tonitruante cannonata punk che confina a forza il boogie woogie sulla sedia elettrica e lo passa da parte a parte con lame post-core (inconfondibili le invenzioni chitarristiche di Duane Denison, uno che di anni, tra parentesi-non-parentesi, ne sta per fare sessantasei). Per chi a leggere ‘punk’ pensa male immaginando di azzeccarci e subodora la più classica delle timbrate al cartellino, ecco un uno-due che metterebbe in ginocchio persino il più protervo maranza di Pioltello: da un lato il licantropesco crooning hc di “Falling Down” (stop and go! stop and go!), dall’altro lo schiumante r’n’r pneumatico di “Moto(R)” (palm! muting! palm! muting!). C’è chi va alla ricerca del tempo perduto e chi invece, par di capire, di tempo da perdere non ne ha più, anche quando l’estetica del cazzotto si sublima in una sua paranoica ipostasi (il caracollante noise-blues di “Armistice Day”) o il re si denuda in un luciferino monologo al bromuro che vede gli Oxbow sbronzarsi assieme ai For Carnation (“What If?” sta a ricordarci che uno degli ultimi dischi controfirmati dalla sei corde di Denison è il sottovalutato comeback dei Tomahawk, “Tonic Immobility”). 

Ha un bel da fare Scribacchino 4 per non corteggiare ulteriormente l’estetica dei meta-non sequitur e, al contempo, non far trasparire troppo del suo pensiero originale. Euristica forse ruffiana, ma efficace: se l’accolita del capopopolino Yow vi faceva venire l’orticaria già ai tempi d’oro, “Rack” non farà altro che gettare chicchi di sale rosa himalayano sui bordi rimarginati delle vostre ferite immaginate, specialmente quando il fantasma del Natale passato torna a manifestarsi con l’insidiosa pervasività delle rugginose progressioni morse di “Goat” (“Alexis Feels Sick”), dallo scalcagnato palco di un cabaret pentatonico Yow torna a pisciare sul gessato degli ambasciatori argentini di turno (“Lady Godiva”) o la dissonanza noise si sgretola in un muro di suono impressionistico ove qui e lì baluginano barbagli di melodia storta (“Is That Your Hand?”). Un appunto conclusivo, però, quello sì: quel gioiello post-crimsoniano di “Cost Of Living” doveva assolutamente trovare posto nella tracklist finale! 


HALEY HEYNDERICKX – SEED OF A SEED (BIG MAMA) 
Matteo Castello 

Perché tutti a volte abbiamo bisogno di un senso della tradizione, ed io ho bisogno di una mente silenziosa in un’inondazione di consumi”. Ecco, eccolo il punto della faccenda. Lo canta Haley Heynderickx, artista di Portland al di fuori dei radar nostrani, nella bellissima “Seed of a Seed”, da cui prende il nome il secondo lavoro, uscito a novembre per l’indipendente Mama Bird. E se ai tempi dell’esordio la necessità dichiarata era quella di coltivare un giardino ("I Need to Start a Garden", 2018), ora sembra proprio arrivato il momento della contemplazione, della calma, della raccolta. 

Quello che colpisce, in un lavoro così imbevuto di questa ricerca di un “senso della tradizione” (un senso ovviamente spurio, ibrido, reimmaginato: un bisogno profondo) è proprio la vitalità che lega lo sviluppo e l’espressività dei brani ad una contemporaneità che traspare, in negativo, tra visioni bucoliche e sogni ad occhi aperti, tra metafore panteiste e istantanee di storie familiari dai contorni ancestrali: una poetica frutto della gemmazione di un innesto tra narrativa americana escapista, realismo magico alla Toni Morrison e figlie delle figlie (seed of a seed of seed) di tutto quello che va da Linda Perhacs all’indiefolk degli ultimi anni. Il senso di Heynderickx per il songwriting è graziosamente artigianale, volutamente irregolare ma cesellato e impreziosito da una visione autentica, da una manualità gentile ed attenta. Arpeggi tondi che si diramano in contorsioni da piante rampicanti, arrangiamenti sontuosi al miele, vocalizzi limpidi che risuonano al meglio in spazi aperti. 

E allora come interpretare la richiesta di scuse di “Sorry Fahey”? Non certo come un senso di inadeguatezza tecnico-stilistica, anche perché la tecnica altro non è che il rapporto vivo tra le pratiche e il proprio tempo. Forse è la consapevolezza, invece, di una distanza storica, di un guasto più generale, insanabile, che vanifica ogni tentativo di fuga immaginaria (“I won’t buy it today”). Nonostante tutto, però, “daydream dies slow”: forse vale la pena fare il tentativo di protrarre ancora per un po’ l’incanto, di mettere in luce la contraddizione, di scacciare le seduzioni storte di ciò che preme appena al di fuori della stanza, o oltre il giardino. L’arte fa questo, trasfigura e critica. E Haley Heynderickx continua a rinnovare l’incanto.
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Una canzone, un disco. "Endless Ladder", The Antlers (Undersea EP, 2012)

In un’epoca ormai lontana, gli Antlers potevano rappresentare un ragionevole punto di incontro tra le varie correnti di un indie americano che, tra fascinazioni sperimentali (Deerhunter), freak out post-post-post-qualcosa (Animal Collective), scioglievolezze dream pop (Beach House), riscoperte folk (Bon Iver) e pomposità rock autoriali (The National), forniva innumerevoli spunti per una formula capace di tenere assieme le parti. 

Purtroppo la formula senza capo né coda degli Antlers non ha saputo tenere fede alle aspettative. La speranza, tuttavia, è l’ultima a morire. Infatti, nell’EP Undersea, pubblicato nel 2012, c’è un brano che rappresenta quanto di meglio sfornato dalla band, dando forma compiuta – per quanto estemporanea - alle possibilità dischiuse da una scena musicale in fermento. Questione di ritmo, forse, o di gradazione delle componenti: sta di fatto che fin dal primo brano tutto sembra funzionare senza intoppi. "Drift Drive" procede elegantissima, senza alcuna ansia da prestazione, tra quel lamento di tromba che aggiunge un intelligente cromatismo ai rintocchi di piano e al motivo acquatico della chitarra, mentre Peter Silberman gestisce i vocalizzi in perfetta armonia minimalista. 

È però "Endless Ladder", con i suoi quasi nove minuti di durata, a raggiungere la perfezione. Il brano prende forma da pochissimi elementi: il feedback della chitarra elettrica, il loop vocale e lo sgocciolio di poche note di tastiera. Proprio mentre la sezione ritmica irrompe nella sua cadenza al cloroformio, ecco che il brano si schiude, punteggiato dagli intarsi chitarristici e dai fraseggi magnetici del piano elettrico, mentre tutt'attorno vortica un pulviscolo elettronico immerso nell’eco, solleticando lo spettro uditivo e infondendo allo sviluppo del brano una connotazione psichedelica e kosmische. “If I seem much different, more removed, if I seem distracted, its not from you”. E così, cullato da questo dolce incedere anestetizzato, il lirismo di Silberman sembra non voler porre troppa resistenza alle forze che lavorano incessantemente al suo riassorbimento, al suo inabissamento. Anzi, il testo è un lento inno al perdersi, allo sciogliersi, al domandare lasciato piacevolmente senza risposta, cullato dalle sensazioni ben più soddisfacenti delle dinamiche sonore, in sviluppo continuo e allo stesso tempo ineffabile. “So i feel refracted, split in twenty two”, canta Silberman, enfatizzando il senso di smarrimento e di scioglimento in cui anche l’ascoltatore è ormai invischiato, complici i sibili sempre più fitti e stordenti sullo sfondo, nonostante ogni elemento stia già iniziando lentamente a riassorbirsi, sottraendosi, sfumando, dalla pasta compositiva. Scopriamo quindi, in un decorso di pochi minuti, su quali fragili equilibri poggiavano le armonie lasciate crescere e gonfiarsi prima di questa fine subacquea, ennesimo espediente compositivo che proprio al vuoto, all'assenza, consacra il suo finale. 

Un brano che, da solo, salva una carriera. E che, forse, suona così bene proprio perché distante dall'approccio collagista e ipertestuale di molta musica contemporanea. Qui ci si immerge in una visione, in uno spunto intuitivo, dilatando la discesa a piacimento, senza fretta e pressione alcuna. Non è cosa da poco nel continuo baraccone pop degli ultimi anni.



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Una canzone, un disco. "Windowsill", Arcade Fire (Neon Bible, 2007)

arcade fire neon bible
Gli Arcade Fire sono stati, almeno al tempo degli esordi, un’irripetibile celebrazione di togetherness. Il loro era un gruppo nel vero senso della parola: ogni brano si nutriva di un collettivismo che lasciava poco spazio al singolo, nonostante l’istrionismo di Win Butler. In Funeral questo senso della coralità era prorompente, esplosivo. In Neon Bible invece, pur non lesinando l’enfasi chamber tanto cara alla band di Montréal, tutto è ripiegato in una più densa riflessività, in un mood torbido e suburbano (dove su Bowie ha la meglio lo Springsteen di Nebraska), per una scrittura che strappa i climax a forza di intrichi di suono in lento, magmatico accumulo, dove la tensione crescente viene spezzata da improvvisi riflussi o da esplosioni repentine. Registrato in una vecchia chiesa presbiteriana, Neon Bible vive di risonanze, di impasti infittiti di eco, di un sound greve eppure in qualche modo vaporoso, espanso. 

Sounds and visions: le liriche del secondo lavoro degli Arcade Fire condividono con la gestione del suono la stessa ansia infervorata da predicatore millenarista, tra imponenti atti d’accusa fin du siècle, fino a passaggi dove si fondono – marchio di fabbrica della band, come già detto – percorsi personali e destini collettivi. “Windowsill” è quindi il perfetto apice di un disco che trasuda un’esigenza espressiva e raffigurativa che si strozza e tracima, che non riesce a stare nei margini, che respira affannosa tra slanci e ritirate. Quei tre accordi ripetuti di chitarra si fanno largo sul ronzio insistente, in sottofondo, dei fiati e degli archi che finiranno per prendere sempre più spazio, amplificando la potenza di un rifiuto disperato e ottuso: “I don’t wanna see it at my windowsill”. Sì, perché la consapevolezza è quella di una marea che monta, di una mente che vacilla, di una casa che brucia, di una guerra inarrestabile. Lo sguardo è però quello di un adolescente impaurito che scambia la volontà di fuga dalla casa di un padre abusivo con il rifiuto di un’America altrettanto nemica, che fa convergere l’intrusione della televisione spazzatura con le più minacciose intrusioni militariste in vista della nuova guerra santa. Profetico, lacerante, il piccolo grande rifiuto degli Arcade Fire coinvolge tutti noi, tutti quelli che per anni si sono trincerati nello slogan “non in mio nome”, pensando così di poter sfuggire al precipitare di una storia che si credeva di poter tenere virtualmente fuori dal campo visivo, di poter sigillare oltre gli spazi domestici, privati, nell’illusione di poter spargere scintille evitando il conseguente incendio. 

Lo slancio espressivo in Neon Bible, così ben tipizzato nel brano in questione, non è solo quello di una band capace di cogliere in qualche modo lo spirito del tempo, ma anche quello di un collettivo consapevole del suo aver portato su livelli di notorietà inediti le istanze di un movimento che da anni serpeggiava nel sottobosco indie: la wave canadese che, prima degli Arcade Fire, era rimasta un fenomeno in penombra, era ora al centro della scena. Come al solito la notorietà porterà ad album sempre meno ispirati e sempre più banali, ma la doppietta Funeral-Neon Bible rimane tra i caposaldi del pop del nuovo millennio. 



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Recensione ► The Millennium - Begin (Columbia, 1968)

La storia del pop è da sempre una storia di produttori geniali: Phil Spector e Joe Meek, con il loro approccio futurista e innovativo, Sam Phillips e il rock'n'roll, Don Kirshner e la sua scuderia Brill Building, Berry Gordy e la Motown, per non parlare del George Martin "quinto membro" dei Beatles. Il produttore definisce la visione, guida l'artista (in maniera più o meno dittatoriale, oppure assecondandone maieuticamente la personalità), struttura il soundscape, mette a fuoco un timbro, un marchio di fabbrica (si pensi a Steve Albini). Curt Boettcher, nome obbligatorio in una qualsiasi classifica dei migliori produttori di sempre, era capace - come molti altri del suo mestiere - di dominare tutto il processo creativo, dalla produzione al songwriting, dall’arrangiamento all’ideazione di stravaganti tecniche sperimentali, rappresentando una delle più importanti figure del suo tempo: tra i padri putativi del sunshine pop, Boettcher mise la sua peculiare visione al servizio di band di culto come The Association e Eternity's Children, partecipando come musicista e autore, assieme al produttore dei Byrds Gary Usher, alle esperienze estemporanee ma fondamentali di Sagittarius e Millennium, due band cruciali per la definizione dell’estetica sunshine e baroque pop californiana di fine anni Sessanta. 

Il progetto Millennium prende forma dai Ballroom, band in cui militavano Boettcher e Sandy Salisbury, e si completa grazie all’ingaggio dei chitarristi Michael Fennelly, Lee Mallory e Joey Stec (cinque chitarristi, se contiamo anche Curt e Sandy), del batterista Ron Edgar e del bassista/tastierista Doug Rhodes, entrambi provenienti dall’esperienza Music Machine, assieme al co-produttore Keith Olsen. Pubblicato nel luglio del 1968, Begin, primo e unico lavoro dei Millennium, è un incredibile capolavoro, perfetto sotto ogni aspetto, punto di arrivo e di partenza per la psichedelia, il pop barocco, il rock progressivo, correnti plurime cristallizzate in una manifestazione artistica senza tempo. Non solo: in Begin, come racconta David Howard in Sonic Alchemy: Visionary Music Producers and Their Maverick Recordings, si sperimenta alla grande, utilizzando per la prima volta un registratore a sedici tracce, manipolando i nastri, giocando con l'effetto reverse sugli eco, mescolando musica elettrica e strumenti tradizionali, sontuosi arrangiamenti orchestrali e complessi overdubbing di armonie vocali, risonanze e timbri inusuali, per un vero e proprio wall of sound di effettistica all’avanguardia. Da notare, inoltre, l’approccio totalizzante - una forma di DIY in anticipo sui tempi - con il quale il produttore-musicista si impossessa della lavorazione dell’album, sottraendolo al controllo della Columbia: “we produces ourselves […], half of the Millennium’s production staff is in the group and actually play. In effect, all of us are producers”, dichiarava un Boettcher eccessivamente democratico (basti leggere questa intervista di Michael Fennelly per capire cosa intendo) alla rivista losangelina Open City. 

Si parte con "Prelude", sorta di trip hop ante tempore (con tanto di loop di batteria) in salsa fieristica, tra arrangiamenti di clavicembalo e ottoni che imbastiscono il tema della successiva "To Claudia On Thursday", delicatissima e sognante, scritta da Michael Fennelly e Joey Stec, perfetto connubio corale di sunshine pop e bossa-nova, impreziosito da un basso tondo e plastico e dall'intervento esotico della cuíca brasiliana. La scaletta non smette mai di stupire: una dopo l’altra si avvicendano perle come "I Just Want to Be Your Friend" e "I'm With You", colme di preziosismi in sede di arrangiamento, tra tenue psichedelia, acid rock e elementi da camera, senza contare il caldo blue-eyed soul di "Sing to Me", la sperimentazione timbrica della guitar pop di “It’s You”, con ogni elemento espanso in un coacervo di loop vocali e pennate sorde di chitarra, il country rock alla Byrds (con citazione di “My Girl” dei Temptations tra le righe) di "Some Sunny Day", l'hard rock gonfio e spazioso di "The Kow It All", o la psichedelia barocca e visionaria di "Karmic Dream Sequence #1", profondo lavoro su nastri e suoni astratti (la coda è davvero qualcosa di mai sentito). Gemme tra le gemme la splendida "5 A.M.", scritta da Sandy Salisbury, variopinto bozzetto sunshine condotto da un basso giocoso su una ritmica a base di bongos e su vaporose correnti di armonie vocali; "The Island", scritta da Curt Boettcher, sonnacchioso folk-pop di sonorità molli e narcotizzanti e corredo di effetti tropicali; "There Is Nothing More to Say", firmato dalla coppia Boettcher/Mallory, favoloso ed enfatico inno psych-pop striato dalle chitarre in tape reverse e dalle magniloquenti sovra-incisioni di armonie corali che seguono il continuo e drammatico crescendo del brano. 

Costato un'immensità (100mila dollari) e non seguito dal dovuto riscontro commerciale, Begin è reso ancora più affascinante dal suo essere un prodotto "fallimentare". Troppo avanti allora, oggi è invece uno scrigno delle meraviglie capace di dispensare tutto il suo potere creativo. “We’re not tryign to appeal to the Underground market, because it really doesn’t exist. We’re over ground”. Di cinquantenni così, in giro, se ne vedono (sentono) pochi. 

*Buona parte delle informazioni per questa recensione sono state reperite QUI.
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Recensione ► Elliott Smith - Roman Candle (Cavity Search, 1994)

elliott smith roman candle

Roman Candle è tutto quello che viene prima: prima della notorietà, del successo, dei tour mondiali, delle interviste e delle prime di copertina sulle riviste musicali. Roman Candle è un lavoro intimo, la testimonianza di una sensibilità che con gli Heatmiser non riusciva proprio a venir fuori, sovrastata da una corazza indie rock che non faceva per Smith, forse consapevole che tanto valeva lasciare il genere a giganti come Fugazi, Nirvana e Dinosaur Jr. 

E no, Smith non era un gigante, al contrario: timido, riservato, semplice, catapultato alla notorietà allo stesso modo con cui Gus Van Sant era passato dai suoi ritratti americani alternativi al mainstream di Will Hunting, in maniera improvvisa, fugace (per registrare il brano candidato all’oscar “Miss Misery” Elliott fu chiamato da Van Sant, a sua volta scelto da Ben Affleck e Matt Damon per la regia della loro sceneggiatura). 

Odiavo la mia band”, dichiarava Smith a Rumore, nell’aprile del 2000, raccontando la carriera parallela del biennio 1994-1995, quando, contemporaneamente alle sessioni con gli Heatmiser, registrava le sue canzoni a base di chitarra e voce, finite poi sugli album Roman Candle (Cavity Search, 1994) e Elliott Smith (Kill Rock Star, 1995), entrambi pubblicati da piccole etichette indipendenti prima di finire stabilmente nel roster della Domino e, infine, approdare alla Dreamworks

Roman Candle è tutto quello che viene prima, si diceva, anche prima della consapevolezza di essere “quel tipo di musicista”, di essersi reso conto che sarebbe stata proprio quella la strada da percorrere. Spedito alla Cavity Search di Portland dalla sua ragazza (e manager degli Heatmiser) J.J. Gonson, l’esordio di Elliott Smith è un lavoro dotato di una purezza incontaminata e di un’ingenua immediatezza, sospeso in un mondo separato, appartato. Ecco, proprio il suo essere una creazione contingente (se non accidentale) rende questo album tanto affascinante, tanto speciale. Non è un caso che si sia tirato in ballo Nick Drake per un paragone tra il suo Pink Moon e questo Roman Candle: entrambi gli album sono confessioni private svelate al pubblico, permeati fino al midollo di urgenza espressiva, per quanto il lavoro di Drake segni la fine di una carriera e quello di Smith ne annunci l’inizio. 

Nonostante la bassa qualità della registrazione, è proprio il sound domestico dell'album il trucco per dare alle nove canzoni in scaletta la giusta intensità. La chitarra suona diretta, senza filtri, lasciando spazio all'imperfezione, alle strisciate delle dita sulle corde, eppure lo stile è perfetto: una tecnica di derivazione folk, con il pollice che fa da accompagnamento sulle corde basse e le dita che ricamano con eleganza modulando gli accordi spesso in arpeggio. L’arrangiamento di “Condor Ave.” (originariamente scritta da Garrick Duckler, che negli anni ‘80 suonava con Smith negli Stranger Than Fiction e nei Murder of Crows) ha dell’incredibile, con quelle continue variazioni ritmiche sulle corde ed un riuscitissimo afflato melodico, mentre la storia dipinge un’intensa e contorta scena di abbandono. 

Così le tracce successive (le tre “No Name”), approfondiscono tanto la vena autoriale di Smith (estremamente malinconico e fatalista: “killing time won’t stop this crying”, scrive in “No Name #2”), quanto la sua raffinata dote compositiva (le chitarre di “No Name #1”, composta dalla Gonson, ricordano Simon & Garfunkel, quelle di “No Name #3” potrebbero anche fare a meno della voce tanta è la loro espressività). Lo spirito delle canzoni dell’album è sospeso tra un disincanto allucinato (l’ostinato tremolio delle corde in “Roman Candle”: “I’m a roman candle, my head is full of flames”) ed un cupo senso di malessere (“Last Call”, che torna a prediligere un’elettricità densa e nera come la pece). 

Dopo Roman Candle (e la sua versione a più alta definizione dell’anno successivo) verrà altro: dischi registrati meglio, più compiuti e “ascoltabili”, forse migliori. Eppure in un ideale best of dell’artista di Portland si potrebbero trascurare giusto due o tre brani dell’esordio, che fisserà le coordinate emotive e stilistiche per gli episodi successivi. Una prima prova, questa, che ci regala un ritratto non mediato da giudizi postumi (chi avrebbe immaginato che sarebbe andata a finire così?), rendendoci un Elliott immerso nella sua atmosfera quieta, quotidiana, ancora non proiettata lungo un percorso così ineluttabile. Roman Candle è espressività pura, cristallizzata. Una delle migliori testimonianze di quello che Smith sapeva fare meglio: scrivere e suonare canzoni. Senza il brusio di quello che stava fuori, senza il tormento di quello che cresceva dentro.



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