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Highgate Cemetery

cimitero highgate london marx matteo castello

Il cimitero gotico di Highgate non ha nulla di lugubre, a meno che non ci si trovi a girare tra le vecchie lapidi di pietra invase dall’edera in un freddo pomeriggio di pioggia. Quel giorno, invece (era un venerdì, o un sabato), c’era il sole e la luce inondava gentilmente il quartiere da cui, in alcuni punti, si può vedere Londra dall’alto.  

 

Highgate è un ridente sobborgo ad oltre 100 metri sul livello del mare abitato da giovani famiglie, da trentenni hipster e da anziani londinesi facoltosi. Il quartiere ha tutto l’aspetto di un villaggio a sé stante, con le sue strade pulite, i viali alberati, le facciate vittoriane e georgiane, i negozietti di fiori, le groceries e le caffetterie dove trovare dolci e prodotti biologici. Il continuo saliscendi che porta al cimitero passando per l’abitato lungo High Street, è l’ideale per passeggiate domenicali. Swain’s Lane, poi, mette alla dura prova le gambe con la sua pendenza insolita: stretta e ripida, la stradina è costeggiata da due file di muri in mattoni che celano ville moderniste immerse nella vegetazione. Una di queste ville è la Eidolon House, progettata dall’architetto Dominic McKenzie. Una facciata dell’edificio, in vetro e acciaio, è interamente a specchio e riflette gli alberi di fronte, scomparendo – o raddoppiandosi – nello spazio. 

 

È in questo contrappunto variabile di sensazioni, di suggestioni, di vedute, di aperture e chiusure dello spazio urbano, che si entra al cimitero di Highgate. Poco vicino c’è un parco pubblico, e le voci dei bambini sono uno dei suoni prevalenti mentre ci si avventura sul selciato che si dirama in svariati sentierini, più o meno battuti, tra olmi, querce e tigli (ancora spogli, si era in marzo). 


Scelsi di procedere a caso, come mio solito, lasciandomi guidare dall’ispirazione del momento, dagli scorci che allacciavano di volta in volta la mia curiosità, giocando a perdermi tra i vialetti di terra battuta sempre più intricati di radici, ciottoli, edere, e disseminati di lapidi ottocentesche divorate dal tempo, alcune inclinate e in rovina, spinte fuori asse dai moti del terreno, ormai quasi elementi geologici. Non riuscì a non pensare a quel brano degli Smiths, dove il protagonista, in un “terribile giorno di sole”, si aggira tra le tombe e, con il favore del suo nume Wilde, legge le incisioni e si chiede: 

 

All those people, all those lives 
Where are they now?  

With loves, and hates and passions just like mine 
They were born and then they lived and then they died 
It seems so unfair, I want to cry. 

 

Il mio giorno di sole non era per niente terribile, anzi, era una finestra spalancata. Sarà per questo che aggirarmi tra le lapidi non mi faceva impressione. Il ricordo è vivo: la luce che filtrava tra i rami spogli mescolava in un’unica combinazione di tinte tenui e nitide il verde brillante delle felci, l’azzurro vivo del cielo e le pietre scure rigate di muschio. Mentre cercavo di mettere tra parentesi il motivo per cui ero lì, nel frattempo affiancato da mille altri motivi, tutti riuniti all’interno di uno più grande e complessivo, notai la tomba nera, moderna e vagamente pacchiana, di Malcolm McLaren, il manager dei Sex Pistols. Lo stemma con le iniziali mi parve una trovata disneyana di cattivo gusto, soprattutto se confrontata con gli ornamenti semplici e solenni delle lapidi tutte intorno. Più mi inoltravo tra gli alberi, più sentivo imprimersi sul mio passo la curvatura di uno spazio doppio, dove vita e morte interagiscono armonicamente, senza stacchi netti, lasciando che il mutare delle cose coinvolga tanto le tombe, ognuna segnata a suo modo dal passare del tempo, quanto chi le percorre, che non può che vedersi specchiato su un opposto piano simbolico e allegorico. La sorpresa, tra le pieghe di questa strana dimensione distorta eppure limpida, fu vedere come, tra le austere incisioni ottocentesche, iniziassero a comparire caratteri farsi, dedicati a esuli iraniani doppiamente sradicati dalla loro terra (dallo shah prima, dagli ayatollah poi), oppure esotici ed eleganti kanji giapponesi, segno di connessioni antiche e di fascinazioni che permangono intatte tra umani uniti dallo stesso destino. 

 

Non volevo raggiungere già la mia meta. Mi sembrava che i sentieri si moltiplicassero all’infinito, e che ne avessi percorsi una minima frazione. Nel frattempo, la luce si screziava piegandosi all’inclinazione della stagione, proiettando ombre oblique che, in un mondo indifferenziato, avrebbero interrotto i miei passi, facendomi inciampare di continuo. Notai che più convergevo verso il centro, più le tombe diventavano un tutt’uno con il suolo, perse in un oblio secolare, inesorabile. Cercai la tomba di Hobsbawn, senza successo. Ne vidi altre, anonime e cariche di significati che coglievo solo in parte. Non potevo rimandare oltre. Mi riportai sul selciato principale, risalendo lungo il lato est. In cima al leggero pendio, sulla destra, c’è una radura affacciata direttamente sul cielo: qui, infatti, le lastre sono posate in orizzontale. Decisi di fare ancora un giro tra quelle pietre prima di trovarmi di fronte a lui. Avevo notato che un gruppetto di visitatori si aggirava e indugiava intorno al monumento (uno dei più imponenti e celebrativi della parte est) e preferivo aspettare di rimanere da solo dinnanzi a Karl Marx. Ormai la mia attenzione era tutta rivolta a quel monolite scuro e a ciò che rappresentava. Quando finalmente i pochi ammiratori si dissiparono, decisi che era il mio momento. Il busto barbuto scrutava severo in direzione del sobborgo gentrificato del nord di Londra. Appena sotto, in caratteri dorati, il motto (o epitaffio?) “workers of all lands unite”. Non potei non considerare che lì, in quel cimitero, la frase virava nel grottesco: i sepolti di ogni terra e di ogni tempo erano uniti sotto quegli olmi, collegati dalle felci e dai rampicanti, contrappuntati dai fiorellini gialli selvatici che bucavano la terra scura. Il silenzio dominava, in quel punto dell’Highgate Cemetery. Il monumento è dedicato non solo a Marx, ma anche alla gravità della nostra epoca, di ogni epoca, nonostante i secoli brevi o quelli lunghi, quelli bui e quelli più luminosi. Ritto di fronte al memoriale di Marx, pensavo che lì stava sepolta anche un’idea impensabile che non apparteneva più al nostro tempo, e che – non fosse per l’imponenza del monumento - sarebbe finita anch’essa avvolta dalle felci nel giro di pochi decenni. Eccolo, il “dreaded sunny day” degli Smiths. Con un poco di vergogna, dopo un attimo di raccoglimento, accennai un pugno chiuso e decisi che era ora di uscire da quel regno dove tutto era mescolato e veniva inghiottito nell’assenza ordinata delle cose, o nella presenza impastata della fine.

 

Fuori dal cancello, di nuovo gli schiamazzi del parco. Mi attendeva la salita di Swain’s Lane, dovevo superare la doppiezza della casa a specchio del famoso architetto, oltrepassare il quartiere dove la gente ormai aveva iniziato a vivere la parte libera dal lavoro della propria giornata, e infine tornare al mio appartamento, con le sue grandi finestre che davano sulla strada e sugli alberi. Si era alzato un venticello piacevole, quasi a volermi spingere più in fretta verso Archway Road, a pochi passi dalla fermata della metropolitana. Lì davanti, nel giro di poche ore, avrei solo dovuto aspettare. La prospettiva di quell’attesa arrivò come uno spirito benigno. Interpretare il mondo, cambiarlo. In quel caso c’era poca differenza.  

 

________


There is nothing lugubrious about Highgate's Gothic cemetery, unless you happen to wander among the old, ivy-clad stone headstones on a cold, rainy afternoon. On that particular day, however, the sun was out and the light flooded the neighbourhood, from which certain vantage points offer views of London from above.  

Perched over a hundred metres above sea level, Highgate is a pleasant suburb inhabited by young families, thirty-something hipsters, and wealthy elderly Londoners. The neighbourhood feels like a village in its own right, with clean streets, tree-lined avenues, Victorian and Georgian façades, flower shops, grocery stores, and cafés serving pastries and organic food. The continuous rise and fall of the road leading to the cemetery, which passes through the village along High Street, is ideal for Sunday strolls. Swain’s Lane, however, is a different matter entirely, putting the legs to the test with its unusual steepness. Narrow and sharp, the lane is flanked by two rows of brick walls concealing modernist villas immersed in greenery. One of these villas is Eidolon House, which was designed by the architect Dominic McKenzie. One of the building's facades, made of glass and steel, is entirely mirrored and reflects the opposite trees, disappearing — or doubling — within the space.  

It is through this variable counterpoint of sensations, suggestions and vistas, of openings and closings of urban space, that one enters Highgate Cemetery. There is a public park nearby, and the voices of children are one of the prevailing sounds as you venture onto the pavement that branches off into various paths, some well-trodden and some less so, among elms, oaks and lime trees (which were still bare as it was March). As is my habit, I proceeded randomly, letting myself be guided by inspiration and glimpses that caught my curiosity. I played at getting lost among dirt paths increasingly tangled with roots, pebbles and ivy, scattered with nineteenth-century gravestones devoured by time. Some were tilted and in ruins, pushed off-axis by the shifting earth, now almost geological elements. I couldn’t help but think of that Smiths song where the protagonist wanders among the graves on a 'dreaded sunny day' and, favoured by his patron saint Wilde, reads the inscriptions and asks:  

All those people, all those lives / Where are they now? With loves and hates and passions just like mine, they were born, they lived, they died; it seems so unfair, I want o cry.” 

My sunny day was not dreadful at all; quite the contrary, it was a wide-open window. Perhaps that is why wandering among the headstones did not unsettle me. I remember it vividly: the light filtering through the bare branches blending into a combination of soft and sharp hues, the bright green of the ferns, the vivid blue of the sky and the dark stones streaked with moss. As I tried to put the reason I was there to one side, surrounded meanwhile by a thousand other reasons, all gathered within a larger, more encompassing one, I noticed the black, modern and somewhat ostentatious tomb of Malcolm McLaren, the Sex Pistols' manager. The crest with the initials struck me as a poor taste Disneyesque touch, especially compared to the simple, solemn ornaments on the surrounding graves. The deeper I went among the trees, the more I felt the impression of a double space on my steps, a place where life and death interact harmoniously without any sharp boundaries, where the cycle of change encompasses both the graves, each bearing the marks of time, and the person walking through them. This person cannot help but see their own reflection on a symbolic and allegorical plane. Within the folds of this strange, distorted yet clear dimension, I was surprised to see Farsi characters appear among the austere nineteenth-century engravings, dedicated to Iranian exiles uprooted twice (first by the Shah, then by the Ayatollahs), as well as elegant Japanese kanji. These signs are evidence of ancient connections and fascinations that remain intact among humans united by the same destiny.  

I did not want to reach my destination just yet. It seemed as if the paths multiplied to infinity and that I had walked only a fraction of them. Meanwhile, the light became dappled, yielding to the tilt of the season and projecting oblique shadows that, in an undifferentiated world, would have interrupted my steps and caused me to stumble constantly. The closer I got to the centre, the more I noticed that the graves were becoming one with the ground, lost in a secular, inexorable oblivion. I searched for Hobsbawm’s grave, but I could not find it. I saw others, anonymous and laden with meanings I only partially grasped. I could delay no longer. I returned to the main path and walked back up the eastern slope. At the top of the gentle incline, on the right, there is a clearing facing directly onto the sky. Here, the slabs are indeed laid horizontally. I decided to take one more turn among the stones before coming face to face with him. I had noticed a small group of visitors lingering around one of the most imposing and celebratory monuments in the East Wing, and I decided to wait until I was alone with Karl Marx. By then, my attention was entirely fixed on the dark monument and what it represented. When the last of the admirers finally left, I decided that the time was right. The bearded bust looked sternly towards the gentrified suburb of North London. Just below, in golden letters, was the motto (or epitaph?): 'Workers of all lands unite.' In that cemetery, I couldn't help but feel that the phrase had taken on a grotesque quality: the dead from every land and era were united under those elms, connected by ferns and creepers, and contrasted with the small wild yellow flowers piercing the dark earth. Silence dominated that spot in Highgate Cemetery. The monument is dedicated not only to Marx, but also to the gravity of our era and every other era, regardless of whether they were short or long, dark or luminous. Standing before Marx’s memorial, I thought that buried there was also an unthinkable idea that no longer belonged to our time. Were it not for the imposing nature of the monument, it would also have been swallowed by ferns within a few decades. There it was: the 'dreaded sunny day' of the Smiths. After a moment of reflection, I made a brief clenched-fist salute with a touch of shame and decided it was time to leave that realm where everything was mixed and swallowed into the ordered absence of things or the thickened presence of the end. 

Outside the gate, the shouts from the park could be heard again. I had to ascend Swain’s Lane; first, I had to pass the famous architect’s mirrored house, then move beyond the neighbourhood where people had now begun to enjoy their day off work, before finally returning to my apartment, with its large windows overlooking the street and the trees. A pleasant breeze had picked up, as if urging me onwards towards Archway Road, just a few steps from the Tube station. There, within a few hours, I would only have to wait. The prospect of that wait came to me like a benevolent spirit. To interpret the world, to change it. In that case, there was little difference.  

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Alta risoluzione

Racconto di Matteo Castello. Rappresentante di armi e immagini ad alta risoluzione
Non devono avermi capito. 

“Sii dettagliato”, mi era stato raccomandato. 
Lo sono stato. 

Il tizio prima di me è stato applaudito nonostante il suo rapporto sui sistemi antimissile fosse, nella migliore delle ipotesi, fin troppo didascalico. Dati, tabelle, statistiche, numeri, mappe. Tutto molto rigoroso, ma sono sicuro che nessuno abbia capito di cosa stesse parlando per davvero. L'astrazione è la peggior caduta di stile per chi voglia eccellere in questo mondo così materico. Il nostro settore entra talmente a fondo nella vita delle persone, scortecciando la più profonda essenza del reale, che mi chiedo come si faccia a ridurlo a una manciata di freddi schemi contabili.

L’azienda che rappresento rappresenta la punta di diamante dell’industria bellica. I nostri apparati svolgono un compito cruciale per la riuscita delle operazioni di attacco, facendo un lavoro pulito. Dispositivi missilistici di nuovissima generazione - droni compresi - gioiellini ad alta tecnologia che ci mettono all'avanguardia e ci rendono capaci di soddisfare un ventaglio quasi inesauribile di esigenze. Velocità ipersonica, calcolo stocastico delle traiettorie, sensori intelligenti settati su ogni categoria di bersaglio, mobile o no, piccolo o grande, indoor o outdoor. Questa, però, è roba da toccare, da guardare.

Un lavoro pulito, dicevo. Ho pensato che sarebbe stato riduttivo limitarsi a mostrare qualche capannone disintegrato o qualche mezzo corazzato in mille pezzi. Devo intrattenere la platea e rendere giustiza alle potenzialità dei prodotti che sto promuovendo. Spesso, infatti, tutto si limita ai danni da barotrauma: le prime due fotografie ad alta risoluzione parlavano chiaro, le ho scelte proprio per la loro efficacia rappresentativa. Immagini assolutamente perfette. Gli organi interni cedono ed è fatta. Si può vedere qualche fuoriscita ematica, spesso da orecchie e naso, ma per il resto i corpi rimangono intonsi. Certo, in casi di schegge e crolli, che i nostri missili sono senza dubbio in grado di provocare (e in larga scala), sono comuni, anzi inevitabili, lacerazioni e amputazioni traumatiche. In questo caso la pulizia è minore, mi pare evidente. Stiamo parlando di missili dal grande potenziale distruttivo, precisissimi nel targeting soggettivo, individualizzato. Uno spettacolo ingegneristico che con l'intelligenza artificiale rende desueti gli armamenti che si producevano fino all'altro ieri. Anche in questo caso la documentazione era più che esaustiva e di ottima qualità. 

È stato alla quinta fotografia, selezionata con cura tra centinaia (mi ci sono volute settimane di lavoro, sapete), che i presenti hanno iniziato a rumoreggiare, poi a insorgere, e infine a uscire dalla sala. Uno si è addirittura sentito male ed è svenuto. Un tale ad un certo punto si è alzato dalla prima fila e mi ha portato via trascinandomi per un braccio, chiedendo scusa ai presenti rimasti ai loro posti. È successo tutto talmente in fretta che non ho nemmeno avuto il tempo per protestare.

Cosa mai sarà andato storto? Continuo a chiedermelo. Ho fatto quello che dovevo fare, nel modo più preciso, dettagliato, meticoloso e curato possibile.
Ho aggiunto anche un tocco di riguardo, direi artistico. Le foto erano perfette. In alcune si distingueva addirittura il colore degli occhi. 
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Aosta City Blues su minima&moralia

Strade, di Edoardo Meda
Riveduto, asciugato, aggiornato. Il mio romanzo Aosta City Blues si rinnova per una seconda vita. Traendo ispirazione dalla tradizione del feuilleton ottocentesco, ACB si può leggere a puntate sulle pagine virtuali di minima&moralia.

La storia è quella di Luca, neo-laureato disilluso e smarrito che torna nella sua regione d'origine dopo gli studi universitari. Qui si trova a fare i conti con la precarietà e con le frustrazioni della piatta vita di provincia (oltre che con un gruppo di fascio-indipendentisti particolarmente avventati).

Non solo parole, perché il romanzo sarà impreziosito dalle splendide illustrazioni espressioniste e punk di Edoardo Meda.

Curiosi? Buona lettura!

Capitolo 1 - Preludio

Capitolo 2 - Le cose

Capitolo 3 - DVX

Capitolo 4 - Proprio con Umberto?

Capitolo 5 - Kazakistan

Capitolo 6 - Orgasmi

Capitolo 7 - Fanculo a Chiabloz

Capitolo 8 - Febbre

Capitolo 9 - Oh, madre

Capitolo 10 - Post-Scriptum

Capitolo 11 - Skills

Capitolo 12 - Primavera

Capitolo 13 - Separatismi

Capitolo 14 - All'armi!

Capitolo 15 - In trappola

Capitolo 16 - Agenti 

Capitolo 17 - Gerard

Capitolo 18 - Alte vie

Capitolo 19 - Lavorare fa schifo

Capitolo 20 - Bella, l'Italia

Capitolo 21 - Pasticcini

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Il sigillo

Non passo quasi mai per questa strada, eppure vivo qui da sempre. 
Per terra le cartacce frusciano sull’asfalto dissestato. 
Un tratto di carreggiata sta sprofondando attorno a una buca. 
Nell’aria sento l’odore dell’acqua piovana che ristagna nei tombini. Il tutto si mischia a un generale sentore di muffa e terra fradicia. 

Abbiamo un lavoro da fare. 
“Sbrighiamoci, si fa buio”, dico all’apprendista che arranca dietro di me come un cagnolino. Ci sono un paio di lampioni funzionanti, uno l’abbiamo superato da poco e ci regala la compagnia delle nostre ombre tremole. L’altro puntella l’orizzonte di una fioca luce arancione che vibra nella foschia. Sento un cane abbaiare da qualche parte, lontano, nella più totale assenza di suono. Le persone che abitano in questo quartiere, le poche rimaste, stanno ai piani alti ed evitano di farsi notare, soprattutto quando scende la sera. Le finestre sono coperte da assi di legno recuperate da qualche cantiere abbandonato. Non ci sono molte ragioni per uscire in balcone, di questi tempi. E ancora meno per farsi vedere da occhi indiscreti. 

Noto una targa metallica, una delle poche rimaste affisse ai portoni d’ingresso. Leggo “Studio psicologi associati”. Una volta la gente andava a risolvere i problemi dallo psicologo, anche se chiamarli problemi mi sembra assurdo. Qualsiasi cosa potesse stridere con l’aspettativa di una vita senza attriti era considerato un problema. Ti moriva il cane? Andavi dallo psicologo. Ti accorgevi che la vita non aveva senso? Sempre dallo psicologo. A conti fatti non sembra che nessuno abbia imparato granché: la città è in preda a una psicosi collettiva. Ogni giorno gli addetti funerari raccolgono gente per terra, nelle case, gente morta ammazzata, chi si è buttato di sotto, chi è stato massacrato di botte, chi semplicemente si è lasciato spegnere. 

“Dì, tu sei mai andato dallo psicologo?”, chiedo al ragazzo accennando un sorriso. 
“Da chi?”, fa lui distratto. 
“Non ti è mai morto un cane, o un nonno a te?” 
“Sì, ma sono arrivati quelli lì a portare via il corpo. Non lo... psicocoso” 
Se stia parlando di una bestia o di una persona non lo so. Tanto il risultato è uguale. 

La strada si addentra in quello che doveva essere un quartiere commerciale di second’ordine. Le insegne di un bar ciondolano sull’infisso sfondato. 
“Diamo un’occhiata”, dico dirigendomi verso l’ingresso. 
Il ragazzetto mi segue controvoglia. Non si sa mai quello che si può trovare nei locali abbandonati, questo l’ha già imparato, e infatti mette la maschera protettiva senza che gli dica nulla. Bravo ragazzo. 
La prima cosa che noto, puntando la torcia nel vorticare della polvere che si solleva ad ogni passo, è il frigo dei gelati. È aperto. Si vedono ancora le decorazioni sbiadite dei vari prodotti. Per il resto sedie rovesciate, il bancone con la spillatrice che qualcuno ha provato a scardinare. E poi un grande specchio incrinato, che nonostante uno strato spesso di sporco riflette le nostre figure deformate, mettendomi i brividi. 

D’un tratto un tonfo. Una sedia appoggiata su un tavolino cade facendoci sussultare e una macchia nera scatta soffiando verso il ragazzo che per lo spavento perde l’equilibrio e si trova con il culo per terra. È un attimo: quella cosa con uno scatto passa oltre e scompare all’esterno. 
“Cazzo, tutto bene?” gli dico con voce troppo alta. 
“Sì, ma che animale era?”, risponde col fiato rotto. 
“Non lo so. Una volpe forse, o un tasso. Guarda se per caso ci sono dei cuccioli sotto quel tavolo. Sarebbe stato meglio catturarla quella bestiaccia.” 
Fa cenno col capo, rialzandosi. 
“Qui non c’è niente”, dice dopo un po’. 
“Andiamocene allora, non abbiamo ancora finito.” 

Fuori il buio è sempre più fitto. Dobbiamo sbrigarci, continuo a ripeterlo tra me e me. È come se sentissi mille occhi puntati dai palazzi intorno. È probabile che sia così, anche se l’uniforme del comando comunale garantisce ancora un minimo di garanzie. Percorriamo l’ultimo tratto di via, il secondo lampione sempre più vicino. Si è alzata una nebbia fitta. Superiamo un distributore di sigarette scassato, un locale di cibo da asporto con la saracinesca giù da chissà quanto tempo, un lavasecco da cui arriva un odoraccio di fogna. Ed eccoci al nostro obiettivo. 
“Ci siamo. Rimetti la maschera. Metti anche i guanti”, sussurro. 

Dall’interno del negozietto proviene una luce flebile, tremola. Nessuna insegna, solo una freccia e un cuore dipinti di rosso. Oltrepassiamo la tendina di perline di plastica che separano il dentro dal fuori. E la vediamo. È stesa su un materasso messo a lato di un tavolo su cui sono sparsi dei fogli. Una pistola è poggiata a un passo dal suo corpo. Con un calcio allontano l’arma, per evitare sorprese. Mi chino su di lei. Respira appena, emette un leggero rantolo, gli occhi semichiusi. Recupero la coperta che si è afflosciata su un lato. Gliela adagio sopra cercando di non lasciare zone scoperte. 

“Prendi il sigillo”, ordino al ragazzo. 
Lui tira fuori dalla borsa un rotolo di nastro giallo fluorescente. Con un gesso bianco traccio una grossa X vicino al corpo. Poi mi alzo ed esco. Il ragazzo è già fuori. Lo capisco. 
Faccio passare il nastro da un’estremità all’altra dello stipite. 
“Domani ci penseranno quelli dell’anticontaminazione”, bisbiglio tra me e me. 
Lui non dice niente, la testa bassa. 
Passiamo oltre il lampione e superiamo le nostre ombre. 
Il nostro dovere, per oggi, l’abbiamo fatto. Ora torniamo a casa. In fretta.
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Paimpol

Porto di mare a Paimpol, viaggi Islanda

Da questo paesino partivano i pescatori per l’Islanda e molti non tornavano, lo dice un pannello sulla darsena. Dal porticciolo di Paimpol l’orizzonte è fitto di alberi maestri che ondeggiano sull’acqua calma. Le casette bretoni sono composte da mattoni e intonaco. I loro tetti scuri d’ardesia creano una zigrinatura, una cornice tra la terra e il cielo che invita a rimanere con lo sguardo ancorato. Nei porti, il mare è sempre al di là. A bordo, il cielo sarà l’unico scenario e le case un ricordo. 

Dovrò aspettare ancora. La ragazza non è stata precisa sull’ora, ha solo detto “nel primo pomeriggio.” Porta con sé la proposta su cui mi sto arrovellando da mesi. Ordino ancora un cidre. Qui lo servono in tazze di ceramica che piacciono molto ai turisti. È buono, acido e dissetante, non lascia la pesantezza tipica della birra. È la fine dell’estate, per gli altri. Non per me. La luce è diafana e accecante, ma non schiaccia come a luglio o ad agosto. Ieri ero al Beg Bilfod, con il suo faro ottocentesco che vigila sugli isolotti che sembrano il dorso di una creatura marina riemersa. Lo sguardo si riempie di luce mentre segue le scogliere irte che si infossano nel mare. Ho ancora la sensazione del vento sulla faccia, qui al mio tavolino. Ho un brivido, mi stringo nella giacca a vento blu. 

La verità è che questo viaggio lo sto facendo solo per lei. Tutto il resto, fino a qui, è stato solo un’attesa, un riempire le pause. Quello che so della ragazza è che si chiama Constance, ha i capelli castani, corti, e conosce un armatore. Mi ha parlato di come il mare ti cambia, dopo un po’, di come l’ha cambiata, ormai. Fino a pochi giorni fa stava solcando le onde diretta a Brest. “Ma non vediamoci lì, è un casino. Paimpol è meglio, non si dà troppo nell’occhio.” 

Sono stanco. Stanco del ritmo che ho dato alla mia vita. Una vita di terra, di pianura, di tragitti ripetitivi, di pochi scossoni, di scarsa improvvisazione. Dovrei tornare a casa tra qualche giorno, ma non ne ho voglia. Per questo sto per incontrare Constance. Perché non ho voglia di tornare a casa. Quando appare la riconosco subito. Si siede al mio tavolino, fa un gesto e la cameriera ammicca. Non ci salutiamo, ci guardiamo soltanto. Lei sorride appena, scrutandomi con gli occhi ridotti a due fessure dalla luce obliqua del settembre bretone. Ha un cappellino che le schiaccia i capelli sulla fronte. Ha più rughe di quante ne dovrebbe avere una della sua età. La pelle cotta dal sole. 

“Si partirebbe dopodomani. Mattina presto” mi dice sorseggiando la sua tazza di cidre appena arrivata. “Armel non ha problemi a imbarcarti, ha già un permesso turistico per i primi giorni, poi in qualche modo si farà.” 

“Come ti dicevo, però, non sono pratico” faccio io. 

“Quello non è un problema. Imparerai. All’inizio devi solo abituarti al mare, poi tra un mese ti renderai utile per davvero. Sarà un lungo viaggio, devi solo essere pronto a questo, perché una volta partiti non si torna indietro.” 

“Ci sarai anche tu?” chiedo rendendomi conto che è una domanda sciocca. 

“Per un po’ sì,” mi rassicura Constance con un tono di voce soffice. Lascia la tazza e mi sorride, poggiando il mento su una mano aperta. “Almeno fino al Mare del Nord. Poi non so.” Ha assunto un tono sbarazzino, come se si fosse sciolta. Come se si stesse abbandonando a questo posto mite che pare cullarci. 

Finiamo il cidre e non servono altre parole. Il sole è tornato a scaldare la pelle, la brezza che arriva dalla Manica si è placata e lei ha chiuso gli occhi, come se stesse meditando, le dita strette attorno alla tazza vuota di ceramica. Vedo le sue pupille muoversi dietro le palpebre, all’inseguimento di qualche pensiero che guizza poco sotto la superficie. 

Dopodomani si parte, penso io. E mi sento sommerso da un mare di possibilità di cui non riesco nemmeno a tratteggiare i contorni. Partire e basta. Un salto imprevisto, uno stacco netto. A questo punto il dopo non mi interessa più, sento l’abbraccio di un presente che si sta estendendo secondo traiettorie nuove, sconosciute, inverosimili. Chiudo gli occhi anche io, sento i raggi del sole sulla faccia, il torpore del pomeriggio che avanza, la sua voce che piano suggerisce “prendiamo un altro cidre?”
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Chissà se i gatti provano la stessa malinconia che sta incrinando le mie fibre, ora

Un gatto racconto breve matteo castello blog
Chissà se i gatti provano la stessa malinconia che sta incrinando le mie fibre, ora. Il mio gatto, Cilum, detto Cili, sta guardando un punto indefinito all’orizzonte, adagiato su un cuscino logoro sopra una vecchia sedia di legno, messa lì per lui e per lui soltanto. Quando chiude gli occhi lo fa lentamente, con un certo languore, come se fosse un movimento consapevole. E proprio in quel momento, mentre indugia assorto a palpebre serrate, lo immagino pensare pensieri tristi. Lo sto fissando da qualche minuto. Tutt’a un tratto tende le orecchie, lo sguardo vivo. Deve aver sentito qualcosa, un cane che abbaia, un’auto che passa, fuori. Dopo poco gira la testa e mi scruta con quell’espressione vacua e enigmatica che sanno assumere solo i gatti. Chiude ancora una volta gli occhi per poi acciambellarsi sul cuscino, indifferente. Per lui la questione può dirsi chiusa, ma io sono ancora tutto rivolto verso questa creatura così misteriosa. Mi chiedo come sia possibile essere due entità tanto separate, senza che esista un contatto, un appiglio. Respira delicatamente, il pelo si solleva appena, la sua struttura organica è ridotta a poche funzioni elementari. 

Dopo un paio di volteggi sgraziati una mosca si posa sul suo naso. Sento un leggero solletico mentre il gatto si scuote appena per sbarazzarsi dell’insetto, che vola altrove in uno zig-zag d’ali. Che strano. Mi trovo all’improvviso di fronte a me stesso. Lo spazio intorno ha assunto una luminosità sfumata, spenta, ma fitta di dettagli. Vedo il pulviscolo che aleggia vorticoso nell’aria. Io sono seduto a gambe incrociate, lo sfondo alle mie spalle è sfocato. Mi stropiccio gli occhi, mi vedo mentre lo faccio, come se mi osservassi dall’esterno. Eppure mi sento, sento di essere incarnato in qualcosa, percepisco i miei contorni soffici di pelo, l’umidità del naso. Mi lecco una zampa per poi passarla sul muso. 

L’umano. Ha l’espressione di uno che non dorme come si deve da un bel po’. Sta lì, accartocciato, senza un minimo di eleganza, con i capelli spettinati e un’espressione imbambolata, come se ci fosse chissà cosa da guardare, da scoprire. E pensare che è gentile con me. Dovrebbe essere altrettanto gentile con sé stesso. Torno a nascondere il muso nel pelo soffice. Mi piace il mio odore. A palpebre chiuse restano solo i suoni esterni, di fronte agli occhi un campo di macchioline che sciamano come i moscerini della frutta. Formano scie che si spalmano su questo velo scuro e pian piano sbiadiscono, mentre là fuori lui continua a guardarmi e interrogarsi sulle mie emozioni. Non sono sempre felice, sarei disonesto ad affermarlo. Ma quando tiro fuori le unghie e scortico la corteccia del pruno sento le endorfine arrivarmi fino alla punta della coda. E quando inseguo una lucertola fino allo sfinimento non potrei sentirmi più vivo. Mi chiedo come possa l’umano passare il suo tempo a non fare nulla, a non arrampicarsi sugli alberi o cercare femmine quando è il periodo giusto. 

Ed ecco di nuovo quel suono, come un lontano miagolio. Torno a scrutare oltre il vetro con gli occhi spalancati. Là fuori c’è qualcosa che mi chiama. So che oltre la strada, oltre le automobili che sfrecciano rumorose, ecco là fuori, da qualche parte, c’è dell’altro. Che cosa sia non lo so. Però non riesco a superare la linea invisibile che separa il meleto dall’asfalto, non riesco a non tornare ogni volta qui, su questa sedia, a farmi assorbire dal buio e dalle macchioline di colore. E sempre, anche quando scarnifico la corteccia, mi prende un lieve sconforto, se così si può dire, generato dalla nostalgia di qualcosa che non conosco ma sento presente. Come una memoria dal futuro

Riabbasso le palpebre. Sento un solletico. Questa mosca la deve smettere di ronzarmi attorno. Con uno scatto felino mi tendo tutto e provo a mangiarmela. 

Ho un sussulto, qui sul divano. Non mi aspettavo questo impeto. Mi sento intorpidito, devo essermi appisolato. Ero così assorto nell’osservazione del gatto che mi è sembrato di perdermi nella sua testa. Mi passo una mano tra i capelli, guardo fuori dalla finestra. Si è fatta sera, così, da un momento all’altro. L’aria si sta facendo rarefatta e opaca, mentre la luce piega le tonalità dei colori su tinte livide che mi fanno sentire un gusto amaro in bocca. Mi rendo conto che dovrei alzarmi e fare qualcosa, qualsiasi cosa. Non sono un gatto, io. Mi sollevo dal divano e il peso che sentivo in testa scende giù nello stomaco accompagnato da una certa vertigine. Il gatto schiude gli occhietti e mi guarda severo. Mi sembra, anzi sono sicuro, che mi stia giudicando. Se potesse parlarmi, forse, mi esorterebbe ad uscire da questa casa e a superare il meleto, andando a vedere cosa c’è oltre quelle maledette macchine che scorrono e rumoreggiano senza sosta.
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Questa volta cade

racconto breve schiele colloquio di lavoro
Questa volta cade. 

L’aereo traballa e scuote le anime a tutti. Per un attimo siamo un concentrato di terrore. Sento che perdiamo quota quel tanto che basta per rimescolare la colazione nello stomaco. Poi il volo si assesta e riprende stabilità. La gente sorride, qualcuno fa lo spaccone. Però ci siamo tutti cagati sotto, perché nessuno pensa mai che si possa finire così, da un momento all’altro. E invece, a volte, si finisce così, da un momento all’altro. Ho stretto i poggiagomiti più del dovuto, ho le dita indolenzite. Guardo fuori, controllo il respiro e rimetto le cuffiette. C’è un mare di nuvole che sembrano colline. Non ascolto mai la musica durante il decollo perché non voglio perdermi nessun dettaglio in un momento tanto importante. Non so come faccia la gente ad addormentarsi appena salita a bordo. Ma davvero sono tutti così insensibili al loro destino, a quello che potrebbe capitare a loro insaputa? 

Hanno annunciato che è di nuovo possibile sganciare le cinture di sicurezza. Non lo faccio. Sono ancora teso, anche se il motivo non è più il rischio di precipitare. Sono irrequieto perché tra poche ore sarò seduto ad una scrivania a parlare in una lingua straniera. Non è tanto il colloquio di lavoro a mettermi ansia, certe cose le so gestire bene. È più che altro la possibilità che vada tutto secondo i miei piani a darmi una scossa lungo la spina dorsale. Mi sono preparato a questo momento con grande dedizione. Giornate regolari, orari serrati, pochi, pochissimi strappi alla regola. Adesso però mi rendo conto che coltivare un obiettivo è più soddisfacente che raggiungerlo. Nel migliore dei casi mi troverò a star seduto per otto ore al giorno davanti a uno schermo in una città straniera, e dopo qualche mese di eccitazione anche questa novità diventerà ordinaria amministrazione. 

Il pilota riesce a far scivolare l’aereo sulla pista senza nemmeno uno scossone, come per scusarsi dello spavento di un’ora fa. Grazie, dal profondo del cuore. 

Vienna mi accoglie sempre ostentando una certa durezza, nonostante il clima mite della primavera. Nonostante la vita universitaria attorno a Votivkirche, gli aperitivi lungo il Donaukanal, le passeggiate al Prater, le colline verdeggianti sopra Grinzing, questa è una città dura, austera, che sorride poco, o così mi è sempre sembrato. Lo sguardo categorico dei palazzi lungo la Ringstrasse, o i monumenti imperiosi del centro, impongono il loro primato sopra ogni relazione, incastonando nello spazio le pose, i movimenti dei passanti. Come in una morsa. Anche i secessionisti avevano il loro mausoleo neoclassico, in fondo, e in loro dominava il primato della forma. E che dire di Strauss? 

Questa volta, però, è la periferia che mi aspetta, e quella è uguale in ogni città europea. Percorro un lungo vialone che si lascia alle spalle ogni sfarzo mettendo in fila basse casette a schiera e capannoni commerciali. Lavorerò qui, se passo il colloquio. Ho già avuto modo di parlare con il responsabile della filiale in un paio di call, tutto è andato bene. Oggi incontrerò il direttore generale, un signore sui cinquant’anni che vive a Berlino e viaggia molto. Le porte scorrevoli della sede aziendale scorrono e dentro fa fresco e c’è un profumo gradevole, indecifrabile, come di macchina nuova e dopobarba. La segretaria mi fa cenno di attendere su una poltroncina in finta pelle color crema che stride all’attrito del mio corpo. Incrocio le gambe, sento un leggero odore di sudore e tasto sotto le ascelle senza farmi notare. Sono sudato. Dovrei andare in bagno e magari fare anche la pipì, così da allentare ogni tensione. Non faccio in tempo ad alzarmi che appare un uomo alto, vagamente sformato sui fianchi, con i capelli biondi tagliati corti e una camicia senza cravatta. Ha una faccia rossa e tonda che ispira simpatia. Infatti sorride e mi stringe la mano. 
Lei deve essere il nostro uomo, mi fa. 
Spero proprio di sì, rispondo io. 
Il suo inglese è un tantino spigoloso sugli angoli, il mio morbido nelle consonanti. Ecco le differenze nazionali raggrumate in una questione di sfumature. 

Ci avviamo verso una sala spaziosa, con grandi vetrate che danno sul cortiletto interno. Prima di entrare passiamo accanto a una porta dove è ben visibile l’effige stilizzata di un ometto. Avrei fatto meglio ad andare in bagno. Quando ci sediamo la cintura preme sul ventre e mi accorgo di avere la vescica colma.
Ha fatto un buon viaggio? chiede. 
Si, anche se per un attimo ho creduto che non saremmo mai atterrati, rispondo. 
Ha paura di volare? Sa, è una cosa comune. Ma ci si abitua a tutto, fa lui guardando l’ora. 
La responsabile del personale, una donna bellissima che avrà dieci anni meno di me, compare alle nostre spalle, chiedendo scusa per il ritardo. Mi devo alzare per stringerle la mano. Ha una stretta vigorosa che sostengo trattenendo un’espressione di sconcerto. Sono al limite. E sono sudato. 
Ora che ci siamo tutti, riprende il direttore con un gran sorriso, possiamo iniziare. Corinne, vuole aprire le danze?

Mentre lei snocciola informazioni sul piano di ampliamento dell’organico e le strategie di networking con le realtà innovative di Vienna, io sono tutto concentrato sul basso ventre. Stringo le pareti pelviche e mi deve sfuggire una smorfia, perché il direttore mi guarda e mi chiede se vada tutto bene. 
Certo, certo. Prego, continuate pure, dico impegnandomi per eliminare il tremolio della voce. 
Non posso chiedere di andare in bagno, non siamo alle scuole elementari. 
Quando Corinne finisce di parlare il direttore sembra soddisfatto. 
Lei parla tre lingue, dico bene? mi chiede. 
Sì, è corretto. Mi sono specializzato nel Regno Unito, taglio corto. 
Ma conosce anche il francese, giusto? Ci dica di più sul suo profilo professionale. La conoscenza delle lingue è un plus significativo, ma lei è un ingegnere altamente specializzato a quanto mi ha comunicato il dottor Steiner. 
È esatto, bofonchio. Avevo preparato una lunga relazione sulla mia esperienza nel campo del cloud computing e sulla creazione di reti di scambio tra realtà innovative, ma non ce la posso fare. Sono un bagno di sudore. 
Lei non sta bene. Le porto dell'acqua. 
Il direttore riempie un bicchiere servendosi di una caraffa posta al centro del tavolone al quale siamo seduti. Il liquido scroscia rumorosamente e un po’ d’acqua straborda e bagna la superficie di legno smaltato. Quando mi porge il bicchiere sento che sto per cedere. 
Mi scusi, dov’è il bagno? chiedo disperato. 
Lo dicevo che sta male, asserisce convinto il direttore. 
No, no, sto bene. Devo solo fare pipì. 
La donna abbassa lo sguardo, piena di giudizio. 
È proprio qui fuori, squittisce il direttore facendosi serio. 

In un attimo sono fuori, corro letteralmente al cesso. La zip non si apre come dovrebbe e per un secondo penso che finirà malissimo. Poi, però, tutto scorre. Un flusso continuo, infinito, liberatorio. Non sono mai stato così bene mentre il sudore sulla schiena si condensa in goccioline fredde catturate dal tessuto della camicia. Ho la percezione di essere stato dentro almeno dieci minuti quando, finalmente, esco. Rinato. 

Apro la porta della sala riunioni e gli occhi severi dei due mi trafiggono. Seduto al tavolo, al mio posto, c’è un giovane con la barbetta rossa, con le gambe incrociate e l’orlo dei pantaloni che lascia intravedere dei calzini blu elettrici. 
Le faremo sapere, ora siamo nel pieno delle selezioni, mi inchioda il direttore. 
Nemmeno a dirlo, saluto e esco. Prima di varcare le porte scorrevoli la segretaria mi guarda e sento che capisce. Cosa, non lo so. 

Credo che andrò in centro, cercherò una stanza lì. Disdico la prenotazione nell’hotel vicino all’aeroporto, anche se non ho diritto al rimborso. Passeggerò tra i palazzi del centro, mi farò portare in alto dalle vertiginose torri della Cattedrale di Santo Stefano, mi perderò tra i turisti, facendomi inglobare dallo spazio, dall’ordine centenario dell’Impero che continua a impartire il suo sguardo severo sui negozi, sui caffè storici. Poi mi fermerò in un dehors a caso e mi berrò una birra o due. Domani si torna a casa, se tutto procede secondo i piani.
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Un uomo nel bosco

Sto mangiando un burger di carne sintetica. Lo addento come fosse il corpo di una preda appena cacciata. Solo così riesco a illudermi di stare mangiando davvero qualcosa. Ho l’impressione di perdere me stesso quando ingerisco questi prodotti di cui mi sfugge tutto: chi li produce, come sono fatti, di cosa sono fatti. È più facile quando le cose vengono fuori da un corpo. Da un culo di gallina, ad esempio. Ritrovo parti di me solo se penso al perché esista questa poltiglia che sto mangiando con così poca convinzione. Ci sono anche io, sono lo scarto di tutta la lunga catena di ragioni che hanno portato alla creazione di ciò che ora sto mischiando in bocca. I miei pensieri sono come una digestione all’incontrario. Alla fine, come si dice, sono quello che mangio, no? Il ciclo si chiude. 

“Va tutto bene? Che hai?”. 

Fino a poco tempo fa ero nel bosco. Il tragitto che dal lavoro mi porta a casa passa da lì. È come attraversare mondi separati. L’officina si trova proprio di fronte alla strada che taglia in due il paesino, e partecipa da decenni al moto incessante delle auto che gorgogliano e tossiscono, al fluire dei passanti, allo sbraitare del predicatore che di tanto in tanto si ferma all’incrocio con i sui proclami e la sua campana rutilante, che a volte pare proprio lo schiocco delle labbra di dio. E poi c’è il curvone che porta all’autostrada, e quel gomito di alberi che spezza la civiltà. Addentrandosi nel bosco di betulle spunta anche qualche quercia. E cespugli, rovi, cose così. Casa mia sta dall’altro lato, oltre l’intrico di cortecce e arbusti. C’è giusto una traccia scavata prima da qualche animale, poi da me. Da casa mia si sente appena il sibilo del disordine che vien fuori dalla civiltà che non fa altro che scorrere, scorrere, scorrere. 

“C’era un uomo nel bosco”. 
Lo penso e lo dico nello stesso esatto momento. Forse non era il caso. Nella stanza dove mangiamo c’è molta luce, fino a tardi. È esposta bene, questa stanza, dice sempre lei. Ora però c’è come un’ombra.
"Strano, non c’è mai nessuno nel bosco. E che ci faceva lì?”. 
Prendo fiato, fisso il piatto ancora mezzo pieno. 
“Non faceva niente. Cioè. Era immobile, stava vicino a un albero. Appoggiato contro un albero. E si guardava le mani. Poi mi ha visto anche lui. Ci siamo incrociati all’improvviso, non mi aspettavo di incontrare qualcuno. Nessuno passa mai nel bosco, sai. Nemmeno lui se lo aspettava, perché ha avuto un sussulto. Ha fatto un passo indietro poi se ne è stato lì fermo”. 
“Come, si guardava le mani?”. 
La luce della sera sta facendo sfumare i contorni delle cose. L’aria sa di quel qualcosa di precisamente vago e rassicurante sprigionato dalla cottura della cena. Un profumo appetitoso, noto, che ci riconnette con la nostra natura più profonda. 

“Si guardava le mani perché erano sporche. Non solo le mani. Anche la maglietta. Era… era tutto imbrattato. Sembrava non credere a quello che vedeva. Poi mi ha guardato e”. 
“E cosa?”. 
“E si è fatto serio, ma serio nel senso che non sembrava provare nulla. Sì, ha avuto quel sussulto, ma poi è stato come se si fosse risvegliato da un sogno”. 
“Oddio. E tu cosa hai fatto?” .
“Io, io ho continuato a camminare”. 
“Di cosa era sporco? Mi stai facendo spaventare”. 
“Non lo so di cosa era sporco. Rosso, rosso scuro”. 
“Era sangue? Era ferito? Magari è ancora qui intorno”, dice alzandosi in piedi, visibilmente preoccupata. La sua testa sta elaborando tutte le informazioni e i possibili scenari. 
“Non era ferito. Non sembrava ferito, di questo sono abbastanza sicuro”. 
“E allora di chi era il sangue?”. 
“Non lo so, non suo. Scusa. Sul momento mi è sembrata solo una cosa strana, sai. Avevo fretta di arrivare a casa”. 

Rimestando tra i pensieri mi chiedo se quello che sto raccontando è davvero successo. Provo a ripercorrere la vicenda e l’unica percezione che mi collega direttamente a quanto dico di aver vissuto è una sorta di repulsione, come quando si vede un ragno grosso e peloso e ti vengono i brividi, ti stride tutto, dentro. Ricordo la mia voglia di allontanarmi, di lasciarmi alle spalle una situazione che non aveva niente a che fare con me, con il mio mondo, con la mia giornata, con il mio bosco. Ho fatto in modo di non guardare più del dovuto, anche perché avevo già visto troppo. L’uomo mi aveva seguito con lo sguardo, l’avevo percepito dal tendersi della pelle sulla nuca. Io non mi ero voltato. Avevo cercato di respirare il meno possibile per non affollare l’udito. Nessun passo dietro di me, nessun rumore allarmante. Solo la repulsione. Quella sensazione l’avevo chiusa fuori dalla porta, una volta rientrato in casa. Mi sono tolto i vestiti, mi sono fatto una doccia e ho iniziato a mangiare. Poi però lei mi ha chiesto come stavo. Ed eccoci qui. 

“Ma perché non hai avvisato qualcuno? Perché non hai fatto qualcosa?”. 

Io non lo so. Lei sta girando per casa cercando di capire cosa fare. Poi sparisce dalla visuale e sento che rovista, prende qualcosa. Il telefono, certo. Guardo il piatto. Il burger ha rilasciato un po’ di liquido sul fondo. Ho la forchetta ancora in mano, la affondo nel corpo morbido. Porto il boccone alle labbra. Annuso. Sa di buono. Infilo in bocca e mastico. Scompongo le fibre vincendo la loro vana resistenza. Mi cerco ad ogni morso, ma sento solo che più scompongo questo qualcosa che ho in bocca, più sfuma la possibilità di una soluzione all’enigma. Chi sono? Perché diamine non ho fatto qualcosa? Mastico, mastico, ma tutto si interrompe nell’atto più primordiale, più basico. Estraggo sapore, perdo senso. Perché non ho avvisato nessuno? 

Ingoio a stento. Perché non sapevo, perché non sapevo! Non sapevo cosa fare, da dove diavolo arrivava quel tipo? Perché, chi l’aveva messo lì sulla mia strada? E perché doveva essere pure sporco di sangue? Sangue non suo perché mica sembrava star male. Non mi ha chiesto aiuto, mi ha solo puntato gli occhi addosso. E io ho continuato a camminare, e allora? Dovevo tornare a casa, dove conosco le cose. So cosa c’è in casa, so chi c’è dentro. Mastico un altro boccone, ma non va giù. Cosa avrei dovuto fare? Lei, di là, sta parlando con qualcuno. Sento che racconta più o meno quello che le ho detto poco fa. Ripercorre la vicenda mentre io sto immobile a masticare. La persona con cui sta conversando riesce a farla calmare un po’, ora parla più lentamente e continua a dire “sì, sì, va bene, chiudo a chiave, sì”. Da’ l’indirizzo, “fate presto”. 

Come posa il telefono io butto giù deglutendo sonoramente. Era l’ultimo pezzetto, nel piatto rimane solo il sugo brunastro. Lei riappare. 
“Sta arrivando la polizia”. 
La guardo un attimo, senza capire precisamente cosa voglia comunicarmi. Ci penso un attimo, rigirandomi la lingua in bocca. 
Riesco a dire, con un filo di voce, “non faceva poi tanto schifo”.
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Simonetta

Il personaggio di Simonetta è tratto da I piccoli maestri di Luigi Meneghello. Un romanzo meraviglioso che inizia cosi: “Io entrai nella malga e la Simonetta mi venne dietro; dava sempre l’impressione di venir dietro, come una cucciola. Aveva i capelli un po’ arruffati, era senza rossetto, ma bella e fresca. La guerra era finita da qualche settimana.” 

Ho immaginato di dedicare un po' di spazio a lei,  a Simonetta, per vedere cosa sarebbe successo.
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Lui aveva tanto insistito per portarla lassù. Lei, come mossa da un’obbligata condiscendenza, visti i fatti vissuti, visto il tempo spartito, aveva accettato di accompagnarlo. Gli teneva dietro con quel senso di responsabilità sodale che non sentiva appartenerle fino in fondo. Lo conosceva appena. Mentre camminava arrancando tra i cespugli irti e i sassi sparsi si osservava dall’esterno, come in uno sceneggiato, come in un romanzo, e così si figurava le mosse giuste da fare, quelle più convenienti al plot, allo sviluppo del personaggio. Per questo l’aveva seguito, sembrava la cosa più opportuna. Anche se non ne aveva nessuna voglia. 

Erano stati giorni trepidanti, con gli inglesi a Padova e i nazifascisti che se la davano a gambe come dei conigli, dopo aver contaminato quei luoghi con la loro sozza, bestiale stupidità. Avevano continuato ad ammazzare anche dopo la fine di tutto, i tedeschi, come cani rabbiosi incattiviti dalla catena sempre più corta. Si era sparato fino all’ultimo e, come se non bastasse, lui ora voleva recuperare proprio un fucile, il suo parabello. Le sembrava buffo quel nome così privo di fantasia, così ready to use. Parabello, ma bon! Non a caso erano stati i tedeschi ad aver dato quel nome alle loro pistole automatiche. A lei invece piacevano i nomi roboanti di certe automobili, così sofisticati ed esotici. Gli inglesi per Padova si erano portati appresso, assieme al rombo dei carrarmati, proprio quel linguaggio scintillante che tanto cozzava contro la rozza sbrigatività degli uomini delle sue parti, gutturali e come offesi dal dover proferire troppe parole. “Hey you, girl, would you like a real one?”, le aveva chiesto ammiccando un soldato. Si riferiva alle sigarette. Anche quelle sembravano sdrucite, quelle paglie improvvisate che di tanto in tanto fumava con i suoi compagni. Aveva detto di sì solo per poter rispondere “yes, thank you”. 

Lui invece era un gran parlatore, a volte non la smetteva più di raccontare, di far sofismi. Poi, d’un tratto, si ammutoliva colto da un ricordo, da un pensiero, da un tonfo del cuore. Ogni tratto di terra brulla era legato a una fuga, a un accampamento di fortuna, a qualche insegnamento da trarre sulla vita, sulla nazione, sul futuro. Mentre lui parlava, lei pensava. Aveva passato l’ultimo anno a sostenere i partigiani tra i paesini del vicentino spostandosi di qua e di là con la sua bicicletta, a creare contatti, a consegnar missive. Gli uomini, poi, facevano il resto. Gli atti di valore. Simonetta ne aveva fatti molti di atti di valore, ma aveva l’impressione che in fondo non fossero tutto questo granché agli occhi dei combattenti. I combattenti, quelli veri, si limitavano a riconoscerne l’utilità, magari intenerendosi un pochino pensando alla mamma e alla sorella, e bon. Un fucile l'aveva imbracciato solo gli ultimi giorni, più per figura che per altro. Perciò le era presa la voglia di sparare dei colpi: così, per sapere cosa si prova. 

Anche per quello era salita in montagna. 

L’aveva convinta a dormire in tenda, perché il punto preciso non si trovava e ci sarebbero voluti giorni. E anche perché voleva starle vicino, il più possibile. Simonetta mal sopportava quella brama di intimità, nonostante l’idea l’avesse intrigata, all’inizio. Lo ricordava trionfante, certo meno marziale dei militari inglesi, vestiti di tutto punto, mentre i "bandits” portavano camicie logore, capelli lunghi e sfatti, pantaloni alla zuava fuori taglia. Eppure erano belli, fieri, tenaci. Le era quindi preso il desiderio di lasciare la città per non perdersi gli ultimi vapori della vita avventurosa che già sfumavano dai racconti e che leggeva sui volti induriti dei giovani armati che, nonostante la vittoria, ancora si atteggiavano con le pose della clandestinità. 

Aveva lasciato il parabello in una fenditura del terreno dove si era rifugiato durante una rappresaglia. Sembrava impossibile trovare il posto, lo spazio era immenso e indistinto. Simonetta continuava a seguirlo perché ormai non poteva mica tornare indietro. Fino a che non si trovava l’arma ci sarebbero state altre notti passate vicini, mentre fuori scrosciavano i temporali e faceva freddo, e lui non aveva un buon odore, e lei si sentiva sporca, inelegante, stanca, inutile, annoiata. L’esaltazione da bambino mentre raccontava le sue cose di guerra, prendendosi un po’ in giro ma forse soltanto per amplificare l’effetto retorico delle sue parole, la intenerivano e indispettivano allo stesso tempo. L’istinto sarebbe stato di tenerlo a bada, dirgli di star buono, calmo, poggiargli una mano sulla testa e rassicurarlo. Rassicurarlo, sì, perché dopo una guerra ce ne sarebbe il bisogno. Lascia stare il fucile, le pallottole, gli atti di valore, stenditi e dormi, gioca, stai buono, calmo. 

Era anche sua, quella vittoria? Lo pensava mentre lui si esaltava una notte di temporale, sparando all’impazzata contro i tuoni e il vento dopo il ritrovamento incredibile dell’arma. Credeva che Simonetta dormisse, ma lei lo sentiva benissimo. Pensava che cosa ne avrebbe tratto, lei, dalla Liberazione. Gli atti di valore sarebbero continuati a rimaner affar loro? Loro, che parlavano, trigavano, facevano, disfacevano, tiravan su gran discorsi, piani, progetti, litigavano e si sentivano fratelli, tutti quanti. E noi?, pensava Simonetta, noi portiam le missive, facciamo le ancelle e veniam dietro. E basta? That’s all? 

Per questo voleva sparare. Sentiva che la sua vita non l’avrebbe vissuta stando alla cavezza. Voleva dirigere, godere delle cose belle, mandare avanti qualcosa di suo. Però, prima di tutto, bisognava imparare a sparare. Per quello lo aveva seguito. E così, una volta impugnata l’arma aveva esploso una ad una le ventuno palle. Ventuno, come la sua età. I primi colpi con le mani di lui strette attorno. Il botto, l’emozione, il tremore di immaginare lo stesso gesto nei momenti di lotta. Sparare a qualcuno. Come è possibile? Poi, man mano che le palle sparate erano diventate dieci, undici, dodici, quelle mani avevano lentamente alleggerito la presa. Non c’era niente di importante in quell’esercizio figurativo, per lui. Forse anche quella era solo un’altra scusa per tenersela appresso. Simonetta, però, gli ultimi colpi gli aveva sparati da sola, mirando bene, facendo attenzione, controllando il respiro. 

L’ultimo colpo, ne era sicura, aveva centrato in pieno il bersaglio.
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Tramontana

È da venti minuti buoni che aspetto. La cittadina che nella stagione estiva ribolle di persone ora sembra rattrappita nell’aria gelida dell’inverno. Soffia un vento di tramontana che si propaga tra i caruggi e i portici illuminati di un arancio fioco. La pietra del lastricato è scura e riluce, umida, mentre cerco di affondare nel cappotto, nascondendo la faccia nel bavero. 
Era da molto che non tornavo qui. 

Questo paesino di riviera riscopre una sua dura fierezza, d’inverno. Come se fosse costretto a guardarsi allo specchio dopo la baldoria, snaturato e infastidito dalle fiumane agostane, irretito dalle pretese dei turisti di trovare approvazione nelle prostrazioni riverenti dei venditori di vacanze, riscoprendosi l’eterno covo di pescatori. 
Una volta era tutto più semplice, i villeggianti avevano pretese meno simboliche. L'alberghetto dove lavoravo era tutto tranne che simbolico. Le premesse erano chiare: mangiare, dormire, punto. Nessuna aspettativa di vivere un’esperienza, o di essere vezzeggiati come stupidi piccoli budda all’ingrasso. Forse sto esagerando, a quel tempo ero giovane e il mio lavoro era un fatto di necessità, di fame d’indipendenza. Stavo in cucina e cucinavo, niente di più. Cucinavo quello che mi avevano insegnato e, in parte, quello che improvvisavo grazie all’eredità assorbita dal mio entroterra brusco, deindustrializzato. 

Chissà come è cambiata la signora Carla. La ricordo piccola e tenace, capace di mandare avanti la struttura senza fiatare, a testa bassa. C’era lei dietro alla pulizia delle camere, alla lista della spesa, alla gestione delle prenotazioni, alle faccende di contabilità, al servizio in sala. Passavano giornate intere senza vederla di persona, incappando però nei molteplici ed inequivocabili segni del suo passaggio. Il marito, dal canto suo, era il factotum dell’albergo. Risolveva i problemi, aggiustava le cose, rifocillava gli animi. All’inizio mi aiutava in cucina, poi aveva capito di preferire il rapporto con la clientela. E gli piaceva sentirsi utile, purché l’utilità fosse qualcosa di ben tangibile. Io dopotutto ero bravo, nel giro di qualche mese gestivo da solo la piccola brigata dietro ai fornelli. 

- Beviamoci una cosa. Quasi non mi ha salutato. Una pacca sulla spalla e gli occhi bassi. È passato troppo tempo. Nel frattempo è cambiato tutto. Però anche lui sa che serate come questa non sono fatte per star fuori nel nulla a prendere freddo. E io ho aspettato abbastanza qui nel mio giaccone sformato. Il posto dove ci sediamo è un bar qualunque, uno di quelli dove trovi di tutto, perché la sua funzione è quella di dare da bere alla gente che non ha voglia di starsene a casa. E allora beviamo. Non ci diciamo una parola. Lui saluta qualche avventore, scambia due parole di rito con la barista che lo chiama ancora figgeu. A me invece non mi conosce più nessuno. 
Finalmente, finito il primo bicchiere e iniziato il secondo, si scuote. 
- Ricordi? 
- Belin se ricordo. Bei tempi. 
- Sì, perché eravamo giovani e non ce ne fregava un cazzo. Ricordi quel viaggio? 
Sorrido. Scappati in Francia da un giorno all’altro perché a lui l’aveva mollato la ragazza. Per partire avevo lasciato anche la mia, tanto una valeva l’altra. Alla fine non avevamo nemmeno i soldi per fare l’ultimo pieno, ci siamo giocati cinquantamila lire a calcio con un gruppo di francesi senza nemmeno una posta da puntare. I nostri avversari sono andati sulla fiducia ed erano pronti a prendersi la macchina come trofeo, o che ne so io. Però abbiamo vinto. 
- Abbiamo vinto quella volta, dico come illuminato. 
- Quella volta sì. Mi risponde tornando a guardarsi le scarpe. 

Quando usciamo camminiamo verso il mare, ripercorrendo i viottoli che inghiottono i nostri passi sordi. Evitiamo di passare lì davanti, a nessuno fa piacere vedere quel posto ora, così diverso ed estraneo. Sono stato io a prendermi cura di tutto quando il proprietario è stato male all’improvviso. Per fortuna la stagione era agli sgoccioli, rimanevano pochi clienti, gente che frequentava l’albergo da decenni e che sceglieva quella stagione crepuscolare per lasciarsi cullare nel torpore della luce preautunnale, per godere degli spazi liberati e placati dopo le invasioni barbariche, riscoprendo un'intimità possibile solo in quel periodo dell’anno. L’albergo aveva un suono diverso in quei giorni. Dalle scale del primo piano si sentivano tintinnare le vettovaglie giù in sala, i profumi della cena si propagavano nella penombra desolata della hall deserta, i pochi avventori entravano e uscivano a ritmi regolari come in una pensione, li si sentiva calpestare il corridoio mollemente, adagio. Una volta partito l’ultimo cliente non era rimasto che pulire a fondo la cucina, rassettare le camere, stipare la biancheria dopo svariati cicli di lavaggio (il profumo di bucato aveva ammantato per giorni il perimetro dell’albergo), controllare le ultime bolle e saldare i conti in sospeso. E poi le telefonate per avvisare i clienti abituali della situazione. Riaprite la prossima estate? Non si sa, speremu. Ero stato colmato da un sentimento sacro nello svolgere quel compito, l’avevo officiato come un rito, prendendomi del tempo, facendo le cose con estrema cura. Al momento di girare la chiave del portone di ingresso, dopo aver chiuso le ante e staccato la corrente, mi sono sentito un nodo in gola. Avrei voluto recitare una preghiera, come alla fine di una veglia funebre. Invece ho lasciato il mazzo nella cassettina della posta e sono tornato a casa masticando una mezza bestemmia. 

- Ci tenevamo a ringraziarti. La mamma, sai, non è più tornata qui. E tu non so cos’hai fatto, dopo. Ma alla fine siamo tutti andati avanti. Ci tenevamo a ringraziarti... 
Lo bofonchia con le mani infilate nei tasconi della giacca, guardando fisso il mare che si gonfia e si sgonfia come una creatura severa e mansueta. Poi mi porge un documento da firmare. Siamo qui per questo, serve la mia dichiarazione di non avere crediti nei confronti degli ex proprietari. La chiusura dell’attività è stata gestita in modo frettoloso, brusco. 
Firmo. Guardo anche io la distesa nera adattando il respiro all’ondeggiare della marea. 
- Io invece volevo dirti che i Liguori prima di partire si sono raccomandati di far aggiustare la finestra della numero 6, che passano gli spifferi. E il rubinetto della 3 sgocciola, il signor Gino non ci dormiva, la notte. Ho provato a darci un po’ di giri di chiave ma non serve. E Walter non vede l’ora di andare a totani con il gozzo del papà, di notte, come tutti gli anni. Dice che se la pesca va bene offre lui la frittura a tutta la sala. 
Mi guarda per la prima volta negli occhi, come scosso dal torpore. Strizza le palpebre e accenna un sorrisetto. 
- Ti o saiæ proprio nescio! 
- Io vado di qua. 
- Io dall’altra parte. 

Ci salutiamo, la stretta di mano questa volta più forte, in qualche modo definitiva. Quel che era da fare è stato fatto. 
Ripercorro i vicoli. Non passo lì davanti, prendo altre strade, come sto facendo da anni ormai. Pensavo di essermi lasciato alle spalle questo mondo, eppure sento che questa cittadina, quest’atmosfera sospesa nel freddo pungente di gennaio, mi vibra sotto la pelle. Alzo il bavero e mi chiudo nel cappotto. Queste folate di tramontana sanno entrarti dentro più di certi ricordi, a volte.
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Rimini

 Che orrore, che orrore questo entusiasmo riversato in faccende che non mutano di una virgola l’equilibrio del mondo. Eppure l’impegno che esonda tutt’intorno, che tracima da questi personaggi affannosi, lanciati a testa bassa verso una qualche strada maestra, verso un senso da dare alla propria vita, una vocazione da cavare fuori da qualsiasi cosa purché sia, ecco, questo chiassoso celebrare il proprio sforzo di stare al mondo mi provoca un prurito, un rigetto, un malessere che esonda, riempie ogni fibra e sollecita un fastidio impudico, sprezzante, forse anche ingiusto. 

 La spiaggia è infinita. Cammino da ore sul bagnasciuga riminese mentre i giovani si radunano attorno a innumerevoli sound system pulsanti messi in fila uno dopo l’altro, uno per ogni stabilimento balneare. Molteplici e uguali. Sono tutti euforici mentre il sole si abbassa all’orizzonte e il caldo allenta la morsa implacabile di questi giorni, lasciando spazio a una brezza leggera che scompiglia appena i capelli, asciuga il sudore e diffonde nell’aria gli odori di sigarette accese, di profumi caotici, di mare e salmastro. Un mare basso e macchiato di mucillagine verdastra. È sabato, la gente si vuole divertire, e questo è il tipo di divertimento più consono. C’è una bella conchiglia, la raccolgo. Può sempre servire una conchiglia. 

 La musica, i balli, l’euforia, le pelli abbronzate, sane e seducenti, eppure tutto stride come un costante acufene dei sensi. Sento che chiunque, dico chiunque, ha abbracciato una forma di esistenza che è un affronto a ciò che è desiderabile. È come se una vocina nella testa ci costringesse, senza esercitare alcuna coercizione palese, ma anzi titillandoci gentilmente, esponendoci a una continua sollecitazione (un solletico a fior di pelle), a fare della nostra vita una cieca corsa in avanti, un severo praticantato a ostacoli. L'ambizione ha soppiantato il desiderio, e la parabola dei talenti è diventata il metro della nostra autopercezione. Se non hai un’ambizione a cui votare la tua immagine pubblica non sei niente, se non valorizzi la tua vocazione non puoi nemmeno dire di essere davvero qualcosa, di avere una personalità, un’identità (il che è strano: essere identici a sé stessi è una tautologia).

[ Terminologia obbligatoria per costruire il sé contemporaneo: 
- Vocazione; 
 - Ambizione; 
 - Autovalorizzazione; 
 - Impegno; 
 - Motivazione; 
 - Esperienza; 
 - Personalità; 
 - Identità. ]

 In realtà però ci identifichiamo con una sostanza aliena, con una bambagia estranea e pruriginosa di cui siamo stati imbottiti e che nutriamo dedicandole ogni nostro pensiero ed energia. E così, pensando di aver chiuso il cerchio, illudendoci di essere allo specchio con la nostra immagine più autentica, non ci accorgiamo invece di stare al cospetto di qualcos’altro da noi, un parassita che ci divora e si impone in tutto il suo bisogno di attenzioni. Una volta incastrati nella trappola non se ne esce: il gioco delle parti si struttura su questa rete di attese reciproche fondate su un virus inoculato a tradimento. 

 Mentre cammino - la ruota panoramica sempre più vicina - penso a due cose, la terza non si può dire. La prima è che amo quando i comici, nel bel mezzo del loro spettacolo, non riescono a trattenersi dal ridere della propria battuta. La seconda è che mi commuovono i gesti di fair-play sportivi. E non sono uno che segue lo sport. In un caso e nell’altro c’è un doppio movimento, una dialettica, quella del ritorno in sé susseguente all’uscita dal proprio ruolo, quella della riscoperta dell’altro al di fuori delle leggi che regolano il gioco. C’è l’umanità che riaffiora, che si impone. 

 Rimini è un po’ così: un continuo tornare a sé dopo essersi allontanati. Il lungomare caotico e dozzinale, sterminato e insensato, si trasfigura nella quieta e sonnacchiosa austerità del centro storico, tra piazze medievali e vicoli di pescatori, resti di antichità romane e tipici scorci da entroterra romagnolo (vicoli, portici, colori tenui di mattoni e pietre, cielo aperto). Qui sì è bello perdersi, di quelle perdite fatte di piccoli abbandoni, non di stordimenti ottusi. Non quel sentirmi reciso che percepisco su questa spiaggia che rimbomba. A Rimini ondeggio indolente tra le promesse disattese della vita balneare e le vedute del centro, “tra gelati e bandiere”, i pensieri ridotti a un nocciolo schiacciato e atterrito dal caldo e dall’attesa, da un’attitudine vaga alla pazienza impostami dal viaggio, dall’essere qui per caso, per poco, specchiato nei riflessi acquatici di Castel Sismondo, dove una sera ho immerso i piedi, oppure appoggiato ai parapetti del ponte di Tiberio, dove il cielo si apre immensamente. E poi i lunghi bastioni che costeggiano il canale, portando fino alla darsena e – ancora – alla ruota panoramica, costeggiati da imbarcazioni e chiatte, relitti da pesca, piccole navi cargo, traghetti turistici, yacht sontuosi, e quella sabbia fine della spiaggia infinita, color ocra, che si appiccica ai piedi e non va più via. Non va più via come questo fastidio, questo benessere, questa pace, questa inquietudine, questa sospensione vacanziera, questo orrore che rimane, che cresce.
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