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[#07] Dischi di luglio (con lo ⓪)

Nella puntata di luglio si sta rigorosamente nel Regno Unito, fatta eccezione per gli Stati Uniti blues e country dei Creedence. Alla faccia della Brexit. Buon ascolto!

► 1970

creedence cosmo's factory rock 1970
Creedence Clearwater Revival - Cosmo's Factory

La copertina del quinto lavoro dei Creedence è stonata, fuori luogo, soprattutto se confrontata con le cover dei lavori precedenti. Gli artwork anni Sessanta, curati dal fotografo Basul Parik, privilegiavano psichedelia e open air, mentre Cosmo's Factory ritrae il gruppo in un istante non "estetizzato", in un momento di puro svacco da retroscena (non a caso l'autore dello scatto è di Bob Fogerty, fratello di John Fogerty). Il detto "mai giudicare un libro dalla copertina" è però in questo caso oltremodo adeguato: l'album riscosse un grande successo, imponendosi come uno dei lavori più noti del gruppo. L'attacco di "Ramble Tamble" è fulminante, ma presto il brusco cambio di tempo incanala il pezzo lungo una jam che apre a un'inedita spazialità (dove la chitarra gocciolante e singhiozzante di Fogerty regala momenti impareggiabili). Accanto a blues e rokabilly rimaneggiati e rinvigoriti ("Before You Accuse Me", "Ooby Dooby", "I Heard It Through the Grapevine"), ci sono i pezzi scritti da John Fogerty tra cui spiccano la memorabile "Lookin' Out My Back Door", "Up Around the Bend" (con il suo irresistibile piglio power pop) e la ballatona soul country di "Long As I Can See the Light". Un pezzo indispensabile nella discografia di qualunque amante del rock.



► 1980

joy division closer 1980 curtis
Joy Division - Closer (Factory)

A proposito di copertine. Il fatto che l'artwork di uno degli album più belli di sempre ritragga, scattata da Bernard Pierre Wolff e riadattata dal grafico Peter Saville, la tomba della famiglia Appiani del cimitero monumentale di Staglieno (sopra Genova), è qualcosa di stupefacente. Una celebrazione funebre dettata dal caso, visto che la copertina era stata approvata da Ian Curtis stesso, prima - ovviamente - del suicidio e della conseguente fine dei Joy Division. Ora, però, quella fotografia in bianco e nero appare come una doverosa, tragica e solenne epigrafe. Venendo alla musica c'è solo da rinnovare il senso di stupore. Il solito Martin Hannett guida la band con ancora più maniacale rigore, fissandosi non solo sul tipico pernio drum & bass (le percussioni qui assumono la rigida sembianza di ghiaccioli rintuzzanti su lastre di vetro, il basso, privo di risonanze, implode accigliato ad ogni rintocco delle corde), ma allargando il campo su synth algidi ("Isolation") e distese atmosferiche diafane e - letteralmente - gelate ("Heart and Soul", da brividi, per non parlare di "The Eternal"). L'energia vitale che ancora animava Unknown Pleasures qui è prosciugata (la voce di Curtis e monotona, stanca, sempre pronta a spezzarsi), e la rabbia si aggruma in occasionali addensamenti di nervosismo chitarristico (la prima, stupenda "Atrocity Exhibition", o l'ossessiva "Colony"), animandosi di pulsazioni nerissime in capolavori assoluti del post-punk ("A Means to an End"). Mai album fu tanto tragicamente espressivo e capace di tradurre in musica un passaggio interiore verso la rassegnazione e l'oscurità. In Closer si possono leggere molte cose, spesso discutibili (tra cui una sorta di celebrazione romantica del suicidio), ma nulla può togliere un briciolo di spessore a uno degli album più profondi e intensi della storia del pop.



► 1990

soup dragons baggie lovegod 1990
The Soup Dragons - Lovegod (Raw TV)

Splendido come la novità, un tempo, passasse senza soluzione di continuità dalla nascente dance alternativa ai Rolling Stones anni Sessanta, quelli più beat. Madchester fu questo: un calderone colorato dove il pop britannico si riorganizzava per le esigenze di ragazzi e ragazze con tutte le intenzioni di vivere la loro personale summer of love. Il 1990 è un anno che cattura splendidamente gli umori di quella scena, vedendo celebrati discograficamente nomi caldi come Happy Mondays, Charlatans, Inspiral Carpets, James, EMF. I Soup Dragons si aggiungono dignitosamente ai nomi appena elencati: il loro è un pop gasato e sudaticcio, euforico e su di giri. Il sound dance alternativo fa vibrare pezzi densi e psichedelici, pescando dalla tradizione ("I'm Free") e guardando al futuro ("Mother Universe"), bazzicando rock imbastardito e anfetaminico ("Backwads Dog", le bellissime "Lovegod" e "Sweetmeat"), mostrando sempre un gusto al confine tra l'indiepop di fine anni Ottanta e i tentativi di superamento di band come The House of Love e Stone Roses. Insomma, forse un lavoro per completisti, ma capace di rendere benissimo il clima e il mood di quegli anni. Cosa non da poco.



► 2000

codplay parachutes 2000 pop
Coldplay - Parachutes (Parlophone)

Un esordio promettente, molto promettente, che in qualche modo normalizzava una scena britpop arrivata al limite, offrendole un agevole paracadute. Il pop dei Coldplay tornava a sfoggiare con sicurezza e pacatezza una scrittura tipicamente e caparbiamente british: melodica e sicura di sé, sottile eppure così densamente aggrappata a una tradizione autorevole che si respira ad ogni ascolto, in ogni solco. Ci sono i Radiohead, certo, ma filtrati attraverso un approccio devoto a un songwriting easy listening e pacificato, lontano dalle sperimentazioni di quella parte della scena che cercava di uscire a suo modo dal Cool Britannia. Un reflusso o una riconquista dell'equilibrio, fate voi. Certo è che brani come "Shiver", "Sparks", "Yellow", "Trouble", tutte sospese tra grazia acustica e rinforzi elettrici e aggrumate da una grazia compositiva unica, sono un vero balsamo per le orecchie. 



► 2010

o children gothic rock 2010
O.Children - O.Children (DEADLY015CD)

C'è stato un tempo, non molto tempo fa, in cui il post-punk tornava ad essere una forza viva, non un semplice minestrone riscaldato. Gli O. Children, poi, avevano stile da vendere. Il vocione di Tobias O'Kandi, profondissimo e gutturale, era la ciliegina sulla torta di una line-up di fuoriclasse, capaci di scrivere pezzi densi e espressivi, equilibratissimi tra scenografie oscure e melodie capaci di rimanere incastonate nel cervello (bastino le prime due composizioni: "Malo" e "Dead Disco Dancer"). Appartenenti, almeno trasversalmente, alla fugace scena brit-rock, eredi nobili di quanto fatto da Interpol, Editors e White Lies, i nostri ibridavano il loro suono a dovere, aggiungendo agli ingredienti tipicamente gothic e post-punk ("Radio Waves"), elementi synth (l'epica "Heels", l'arty "Ezekiel's Sons"), shoegaze e indie-rock ("Fault Line", "Smile", "Ruins"). Nel 2010 il rock era più vivo che mai, accidenti.


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[#06] Dischi di giugno (con lo ⓪)

Caldissimo giugno di ripresa ('nsomma). Tra le uscite di questo mese ho ripescato sia materiale rinfrescante (gli Steeleye Span registrarono il loro esordio sotto la neve del 1969), sia roba decisamente infuocata (i Deftones). 
Buon ascolto, come sempre.

► 1970


steeleye span 1970 folk uk
Steeleye Span - Hark! The Village Wait (RCA)

Maddy Prior è l'ennesimo esempio di quanto Bob Dylan sia stato importante da un lato all'altro dell'Oceano. La Prior si accorse di quanto il folk potesse essere divertente proprio ascoltando mr. Zimmerman, per poi approdare - in uno strano passaggio trans-culturale - alla riscoperta della noiosa tradizione britannica e applicarsi, assieme a Tim Hart, alla pratica del genere nei folk club inglesi, finendo col fondare gli Steeleye Span assieme a Ashley Hutchings (appena uscito dai Fairport Convention), Peter Knight e Gay e Terry Woods (che arrivava dagli irlandesi Sweeney's Men). La combinazione tra chitarre elettriche e pezzi tradizionali (risalenti al XVIII e al XIX secolo) esplode in tutta la sua carica innovativa nel primo Hark! The Village Wait, sfornando, dopo il seminale Liege and Lief, uno dei capolavori del folk revival britannico. Il suono, rispetto ai lavori successivi, è limpido e pienamente attinente ai canoni folk-rock anni Sessanta, anche se impreziosito dall'utilizzo di strumenti tradizionali (concertina, autoharp, bodhrán, liuto, mandolino, dulcimer - quest'ultimo elettrificato). Tra i brani spiccano "The Blacksmith", "Blackleg Miner", "The Dark Eyed Sailor" (la mia preferita in assoluto, insieme a "Lowlands of Holland"), "The Hills of Greenmore", tutte portate a nuova vita grazie allo splendido lavoro di interpretazione e arrangiamento della band, e in particolare del basso sempre protagonista di Hutchings, delle comparsate alla batteria di Dave Mattacks, dei sapienti accompagnamenti delle corde di Terry Woods e della voce incantevole di Maddy Prior. Un viaggio nel passato fondamentale per la riscoperta del folklore britannico in senso modernista.


► 1980 

azra jugoton 1980 croatia
Azra - Azra (Jugoton)

Sebbene sia il secondo album degli Azra a meritarsi lo status di capolavoro, l'esordio del gruppo jugoslavo (dalla Republica socialista di Croazia) si inserisce ottimamente nel mood dell'ondata new wave che contraddistinse la musica giovanile anni '80. La Jugoton darà voce, nel corso del decennio "post-Tito", a una scena di straordinaria vitalità (che da Belgrado si diffuse per tutta la federazione), vedendo crescere esponenzialmente le uscite classificate come "rock" e le band punk, promosse benevolmente dal regime e in particolare dalle sue organizzazioni giovanili (Made in Yugoslavia: Studies in Popular Music). Tra scattante post-punk ("Jablan", "Krvava Meri"), colorato jangle rock ("Uradi nešto", "Vrijeme odluke", "Marina"), folk ombroso e atmosferico ("Gracija") e profumato ska ("Žena drugog sistema") si snoda la proposta di una band ancora acerba ma già in pieno controllo di una espressività cangiante ed esplosiva, che sarà poi perfezionata nel successivo Sunčana strana ulice. La capacità di assemblare e mescolare, senza troppe formalità, sonorità disparate senza timore reverenziale, in un misto di passionalità dirompente, sperimentazioni e intuito dissacrante e al contempo ammirato dalle sonorità occidentali, rende la new wave jugoslava tanto affascinante e preziosa. Un album da scoprire assieme a tutta la scena.


► 1990 

caifanes el diablito latin alternative 1990
Caifanes - Vol. II [El diablito] (RCA)

Dei Caifanes avevo parlato in occasione dell'anniversario del loro esordio. Ora, a distanza di un paio d'anni dal fortunato album del 1988, la band messicana sposa un sound ancora più variegato, che mescola post-punk e rock alternativo, aggiungendo altre nuance all'impasto (già variopinto) dei primi passi. Basti un brano come "Antes de que nos olviden": gli spazi si allargano rarefacendosi in trame vaporose di chitarre svolazzanti, in arie di tastiere leggere, per un brano fluttuante in una declamazione sognante, costantemente sospesa tra aperture armoniche e stasi onirica. È chiaro che l'evoluzione è netta, come confermano brani come "La vida no es eterna", dove l'ottimo Saúl Hernández declama il suo memento mori accompagnato dalle trame di chitarra di un ispiratissimo Alejandro Markovich, capace di alternare momenti di elettricità infuocata (come nella bellissima "De noche todos los gatos son pardos") ai soffici ricami atmosferici del ritornello, o come la splendida "Aquì no pasa nada", dove il sintetizzatore si insinua obliquo tra il notevole lavoro delle corde di Markovich, serpeggianti e indugianti sullo fondo fino ad esplodere in uno sgargiante intarsio jangle. Tra i migliori lavori inaugurali degli anni Novanta.


► 2000 

deftones white pony 2000 nu metal
Deftones - White Pony (Maverick)

White Pony è, per me, l'album dell'autonomia personale: lo scelsi ostinatamente all'età di 14 anni dopo un'accurata cernita dei cd messi a disposizione dalla biblioteca regionale (piccola oasi casuale nel nulla culturale più assoluto), incurante dell'opinione fredda e distaccata di un amico. Scelta tutta mia, una delle prime in ambito musicale: questa cosa piace a me, del tuo parere me ne fotto. Ecco, da allora ho sempre conservato il terzo lavoro dei Deftones come qualcosa di caro, come un tratto della mia personalità. Autobiografia a parte, il gruppo di Chino Moreno raggiunge nel 2000 il suo stato di grazia. Per quanto legata al filone nu-metal, la band si è sempre distinta per un approccio personale e sganciato, capace di aggiungere al tipico sound grossolano del genere (qui padroneggiato con estrema classe, basti la sola "Elite") un'inedita vena new wave anni Ottanta (di ispirazione Cure e Depeche Mode), riuscendo così a distinguersi per creatività e profondità sonica. Il processo di affrancamento dalla schiera di metal alternativo di fine anni Novanta si completa con l'arrivo del tastierista e deejay Frank Delgado, il quale non si limita a scratchare sui chitarroni in primo piano, ma aggiunge spessore sonico alla palette già oltremodo complessa dei brani. Elenco brevemente i motivi per cui amare questo disco. 1) L'inventiva geometrica di Abe Cunningham, vero artista dello strumento, in grado di creare vere e proprie strutture portanti semi-autonome, di tirar fuori dalle pelli toni e motivi in grado di incastonarsi in testa, facendo da perfetto contraltare alla matassa di rumor bianco delle chitarre di Stephen Carpenter. Si prenda "Digital Bath", con quel suo pattern ritmico complessissimo, avvolgente e geometrico, che stringe nelle sue spire un sound meticolosamente trattato (la produzione è affidata a Terry Date) e un mood trasognato e psichedelico, ma anche il lavoro di timbri in "Rx Queen" (una continua mescolanza di materiale trattato da Delgado e patterns di Cunningham). 2) Il rinnovamento sonoro, palese nel trip-hop campionato e atmosferico di "Teenager" o nella maestosa "Passenger", frutto del featuring con un altro innovatore del genere, Maynard James Keenan dei Tool, per non parlare di "Change", tre le cose più belle e poetiche scritte negli ultimi trent'anni di musica heavy.  3) Il vigore metal, che non lascia rivali in quanto a radicalità e abrasività. In pezzi come "Elite", "Street Carp", "Knife Party", le chitarre di Carpenter (la cui omonimia con il celebre regista non deve essere frutto del caso) risultano chirurgiche e frastornanti, dissonanti e sfibrate (ascoltate "Pink Maggit"), ma al contempo precise e affilate. Da cagarsi sotto, per dirla alla francese. 4) Non da meno, infine, il timbro inconfondibile di Chino Moreno, flebile e violento allo stesso tempo, capace di un'interpretazione unica e appassionata ("Knife Party" e "Korea", in questo senso, sono da applausi, come anche la stupenda "Pink Maggit", dove Moreno sussurra e bisbiglia, in uno dei più bei lamenti del rock). Insomma, un disco viscerale, totalizzante, cerebrale e di pancia allo stesso tempo. Capolavoro assoluto. 


► 2010 

ariel pink before today pop psych 2010
Ariel Pink's Haunted Graffiti - Before Today (4AD)

Personaggio enigmatico, Ariel Pink, e disco altrettanto enigmatico, questo suo ottavo. Before Today, come il resto della produzione del musicista di Los Angeles suona come uno scherzo, come una presa in giro. Bassa fedeltà, mood zappiano e strafottente, manipolazione ludica dei suoni. Eppure il lavoro del 2010 è un manifesto strabordante di retromania manipolata e rivisitata, un gioiellino di inventiva e creatività, di psichedelia mattacchiona e free form, ma anche di seri intenti sperimentali. La sostanza, quindi, non manca: "Bright Blue Skies" sfodera una brillante melodia motteggiando dei Ramones in veste Sixties, "Fright Night" è pop ipnagogico anni Ottanta sfumato e torbido, "Beverly Kills" è sinuoso synth-funk da pool party, "Butt-House Blondies" è hard rock in versione Aor, avvolto da miasmi erbacei e andazzo stonato, "Little Wigs" è un turbine di power pop farcito di umori acidi, "Can't Hear My Eyes" è fedele riproduzione di AM pop laccato e sinuoso, "Revolution's a Lie" è post-punk krauto e accigliato. Insomma, una zibaldone curato nel minimo dettaglio, un canovaccio di espressività e archeologia pop e rock, capace di sventagliare soluzioni frastornanti e coraggiose, personali alchimie che suonano ancora oggi come una sfida al buon senso ma - e qui sta la sorpresa - non al buon gusto. Un album innovativo, creativo, una gemma di pop psichedelico da non perdere.


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[#05] Dischi di maggio (con lo ⓪)

Passata la tempesta ora bisogna raccogliere i cocci. Meglio farlo, come al solito, con la musica nelle orecchie.

► 1970

bruce haack electronic music 1970
Bruce Haack - The Electric Lucifer (Columbia)

Curioso che musica elettronica e pop convergano, nel corso degli anni Sessanta, nella musica per bambini, quasi si trattasse di un gioco. Come Raymond Scott nei suoi tre Soothing Sounds for Baby, così anche Bruce Haack approdò all'esordio "adulto" solo dopo diversi album di musica per poppanti. Certo, di mezzo ci sono le visioni futuristiche dello Space Age Pop, ma il connotato ludico, senza un proprio posizionamento autonomo, dell'elettronica nei rockeggianti Sixties era duro a morire. Il punto è: che ruolo dare all'elettronica nel pop? Domanda scontata negli anni Ottanta, non un decennio prima. Tra i pionieri  che provarono a contestualizzare in formato agevole le sonorità spesso frutto di vere e proprie capacità ingegneristiche, ci sono i soliti Silver Apples, gli United States of America, i Fifty Foot Hose, cui ora va aggiunto il meno noto Bruce Haack. The Electric Lucifer è un intrico pazzoide di armonie stranianti, suoni allucinati, vocalizzi alterati, tra Moog e strumenti fabbricati in proprio. Fin dalla prima "Electric to me Turn" ci troviamo immersi in un mondo del tutto inconsueto, dove non si sa mai dove inizia e dove finisce la presa per il culo (in un'operazione che sa molto di Mothers of Invention). Eppure la pregnanza delle idee sparse lungo la scaletta è indubbia: "Cherubic Hymn" è pop californiano alla Association intriso d'acido, "Program Me" suona come una versione dei Doors riprogrammati al synth, "Incantation" è un boogie limaccioso e stordente, "Super Nova" è una splendida suite psichedelica di riverberi elettronici e droni di sitar. Un album seminale, per quanto esoterico, capace di fare da bizzarro apripista alla stagione ventura della musica elettronica.


► 1980

peter gabriel melt 1980
Peter Gabriel - Peter Gabriel (Charisma)

Mondi che si incontrano e si scoprono vicini. In fondo il prog, al di là delle semplificazioni e compartimentazioni imposte dalla narrativa punk, non aveva un altro codice genetico rispetto alle nuove posture assunte dal pop di fine anni Settanta. Anzi: la sua natura arty, aperta, ibrida, ne faceva un ottimo candidato per accettare nuove mutazioni, nuove direzioni, nuove sfide. Così molti della vecchia guardia seppero sfruttare la nuova onda per riflettere criticamente e creativamente sulle proprie opportunità di rinnovamento: penso agli Yes, ai King Crimson, ai Rush, agli italiani Stormy Six. Peter Gabriel non è certo da meno, e anzi tra il 1977 e il 1982 da' alle stampe la serie di lavori che aggiornano il suo estro art-rock e ne celebrano la carriera solista. Il terzo Peter Gabriel (noto anche come Melt) è quello che fa la differenza: Gabriel trova qui la sua forma smagliante, lasciandosi alle spalle la pesante eredità Genesis e lanciandosi in un futuro visionario. "Intruder" si annuncia tra scricchiolii e drumming ossessivo, inaugurando un mood costante: torbido, fitto di intrusioni sonore, asciutto (la strumentazione è ridotta quasi all'osso), ma allo stesso tempo armonicamente ricchissima (grazie anche al trio Steve Lillywhite/Hugh Padgham/Larry Fast). Un album intensissimo che infila l'uno dopo l'altro brani magnetici come "No Self Control", colma di campionamenti elettronici e risonanze aleggianti, "I Don't Remember", synthpop assertivo e squadrato, "Games Without Frontiers", pop futuristico e  mutante, "Biko", art-pop etnico e politicamente carico. Un lavoro indimenticabile.



► 1990

heroes del silencio 1990 spain
Héroes del Silencio - Senderos de traición (Odeon)

Non fatevi scappare questa band di Saragozza: lungo la scaletta di Senderos de traición troverete i più bei ricami di chitarra di tutti gli anni Novanta (vi bastino le splendide "Maldito duende" e "Malas intenciones" per apprezzare il talento di Juan Valdivia), per un disco che mescola elegante jangle pop, muscolare post-punk venato di hard rock, il tutto tra melodie irresistibili e un songwriting mai sottotono. Il vocione ieratico e gotico di Enrique Bunbury fa da contrafforte per questo mix di spinte opposte, tra lo svolgersi delicato e cristallino di una "Despertar" e la carica heavy di "Decadencia", tra il piglio scattante di "La carta" e l'enfasi gonfia di "Oración". Quello che lascia sbigottiti è l'inesauribile inventiva con cui la band da' vita a melodie raffinatissime, capaci di spezzare anche i momenti più infuocati (penso a "Entre dos tierras") e far breccia su un pubblico composito (penso a quello del Festivalbar, che nel 1992 ospitò la band). Disco di platino in Spagna e capace di riscuotere grande successo internazionale, Senderos de traición è un classico assolutamente da recuperare.



► 2000

black box recorder brit rock 2000
Black Box Recorder - The Facts of Life (Nude)

Se fossi un musicista vorrei saper creare un pezzo come "The English Motorway System", che tra le altre cose (il pulsare dei sintetizzatori, la dolce nenia del ritornello) è uno dei più fulgidi esempi di quanto la scrittura pop sappia essere espressiva e nascondere, dietro parvenze leggere, un linguaggio metaforico di alta caratura. Metafore di guida, di abbandono allo scorrere inesorabile delle cose ("Driving with no aim or intention", dopo che in "The Art of Driving", dove Sarah Nixey canta: "We've got to plan the journey, Eliminate all mistakes, Take the safe route, It's called the art of driving"), il tutto tra paesaggi sonori levigati, sognanti, da dormiveglia, tra echi britpop e elettronica sommessa. Il secondo lavoro dei Black Box Recoder procede sulla falsariga dell'esordio, aumentando però la cura nelle scenografie, rifinendo i suoi bozzetti indie pop con arrangiamenti leggeri, sopiti, eleganti (si pensi allo svolazzo vaporoso delle chitarre di Luke Haines in "Weekend"). Brani dolciastri come "French Rock 'n' Roll" sembrano usciti da dei Pulp in dormiveglia, "The Facts of Life" è piacevolmente ammiccante, tra basi trip-hop e melodie levigate, "Straight Life" ostenta la sua stasi meccanica fino allo sblocco offerto dal lick di chitarra che apre uno squarcio di inattesi cromatismi. Conturbante e controverso, The Facts of Life rimane un piccolo capolavoro di inquietudine post-adolescenziale. Immancabile.



► 2010

gepe audiovision chile pop indie
Gepe - Audiovisión (Quemasucabeza)

Graditissima e recente scoperta: il cileno Daniel Riveros, in arte Gepe, è impegnato dal 2005 in una riuscita operazione che mischia indie pop e folktronica, electro pop e canzone tradizionale, e dopo il primo Gepinto, questo Audiovisión va assolutamente aggiunto tra gli ascolti obbligati. Il terzo album di Riveros è un lavoro che ha l'effetto di una ventata di aria fresca: spazioso, fragrante, leggero, eppure così curato nei sui dettagli, nelle rifiniture che impreziosiscono una serie di brani uno più bello dell'altro. "Por la ventana", tra beat hip-hop, strati di elettronica tenue, fraseggi di piano e tastiera, "12 minerales", tra folktronica e pop da camera (la stessa eleganza si ritroverà in "Un dia ayer"), "Alfabeto" e le sue rivisitazioni andine, "Lienza", fascinoso e aleggiante dream pop (frutto della collaborazione di un'altra grande stella del pop cileno, Javena Mena), "Salón Nacional de Tecnología", pop vigoroso dai profumi variegatissimi, fitto di sfumature in sede di arrangiamento, "La bajada" e il suo sgorgante estro tropicalista. Un lavoro completo, incredibilmente coeso e innovativo. Farselo scappare sarebbe davvero un peccato.




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La Futura VDA: alcune proposte

aosta politica panorama sinistra
TURISMO ED ECONOMIA DI RETE

La molteplicità di imprese attive nel settore turistico rappresenta certamente un valore aggiunto del turismo valdostano, sia in termini di varietà dell’offerta che di personalizzazione della stessa, ma allo stesso tempo rappresenta anche un indice di fragilità del comparto, vulnerabile alle fluttuazioni di mercato e non provvisto degli strumenti (finanziari e organizzativi) per la condivisione di una visione strategica e per il raggiungimento di obiettivi condivisi. Il turismo valdostano va valorizzato e rafforzato per permettere alle imprese di crescere e stabilizzarsi, e soprattutto per garantire ai lavoratori una migliore e più stabile occupazione.

Serve uno sforzo per la promozione di forme di azione collettiva e di cooperazione:

- tra i rappresentanti di categoria e tra le istituzioni, al fine di favorire lo sviluppo di una strategia condivisa basata sul coordinamento tra gli uffici del turismo (e in generale il settore pubblico)
- tra gli operatori del settore, per un più efficiente impiego delle risorse (da destinare ad esempio a iniziative congiunte di marketing, a pacchetti promozionali, a iniziative condivise come fiere, notti bianche, ecc.).

Occorre quindi sviluppare e promuovere forme di cooperazione tra le imprese del settore (per dividere i costi, per operare congiuntamente e strategicamente sul mercato, per aumentare la capacità di investimento e di stabilizzazione dei lavoratori, per sviluppare nuove funzioni e competenze condivise) e di collaborazione tra livelli istituzionali (per una normativa più coerente e per la promozione e il rafforzamento di forme di associazionismo e rappresentanza che sappiano dare risposte unitarie a problemi simili). 

Per questo pare necessario incentivare e promuovere gli strumenti di messa in rete delle realtà economiche, a seconda del grado di necessità effettiva degli operatori: consorzi, cooperative, contratti di rete e forme di aggregazione di impresa sono strumenti che garantirebbero un aumento delle esternalità positive sul territorio, derivanti da una maggiore capacità di spesa e dalla possibilità di allargare il campo della visione strategica del comparto. 

Andrebbero poi rafforzate le rappresentanze dei lavoratori del settore, creando così gli strumenti per un coinvolgimento effettivo dei lavoratori impegnati nel turismo. A questo proposito occorre integrare gli strumenti di sostegno al reddito dei lavoratori prevedendo forme di continuità reddituale per i lavoratori stagionali specifiche per la realtà valdostana, da associare a specifici programmi di formazione e riqualificazione per un potenziamento delle competenze dei lavoratori. 

LE IMPRESE IN CRISI? AI LAVORATORI!

È necessario implementare specifici strumenti per mantenere sul territorio l’occupazione e le competenze in caso di crisi aziendali che comportino la chiusura o la delocalizzazione dell’impresa, aumentando il potere dei lavoratori nella gestione e nel controllo delle dinamiche economiche. Per questo occorre mettere a punto una legge regionale sul recupero di impresa da parte dei lavoratori (workers buyout), a partire da quanto previsto dalla legge Marcora 49/85, per la gestione sul territorio valdostano dei fondi statali a supporto delle operazioni per la riconversione cooperativa delle aziende in fallimento e la loro eventuale integrazione tramite programmi specifici. 

La possibilità di esercitare il diritto di prelazione e valutare il recupero dell’impresa da parte dei lavoratori deve essere valutata in ogni procedura fallimentare con il supporto di uno specifico comitato tecnico, e l’opportunità dell’accesso ai fondi per la riconversione deve entrare a far parte delle procedure standard di gestione di ogni crisi aziendale, con lo sviluppo di strumenti di supporto, strutturati su più livelli e in coordinamento tra le varie istituzioni, per il processo di riconversione cooperativa (supporto nelle fasi iniziali di valutazione, supporto per la stesura di un business plan, sostegno nelle fasi di acquisto, supporto per la formazione e riqualificazione dei lavoratori). 

PER UN'ECONOMIA CIRCOLARE E SOSTENIBILE

Occorre promuovere una legge regionale per la promozione dei parchi eco-industriali (per un’economia circolare e sostenibile). Parte dei problemi ambientali dipende dal consumo e stoccaggio dei materiali di risulta dei processi produttivi: molti output delle imprese finiscono col diventare rifiuti, eliminati dal ciclo produttivo. I parchi eco-industriali si basano su tre principi: la minimizzazione dell'utilizzo di energia, l'uso di sottoprodotti dei processi industriali come materia prima e lo sviluppo di un sistema economico resiliente

Il tessuto economico valdostano è composto prevalentemente da piccole e piccolissime imprese, spesso non integrate tra loro: la promozione di reti di scambio sostenibile tra imprese garantirebbe una strategia volta al potenziamento del settore industriale tramite lo sviluppo di veri e propri cluster specializzati nell’economia circolare e, contemporaneamente, alla riconversione ecologica dello stesso. 

Inoltre la Valle d'Aosta non conosce un settore manifatturiero in grado di trainare lo sviluppo di un indotto locale. L'approccio del parco eco-industriale potrebbe rappresentare una forma di valorizzazione e potenziamento del settore industriale valdostano. Tra i vantaggi potenziali vi sarebbero la riduzione del volume complessivo di rifiuti prodotti, la maggiore efficienza derivante dalla razionalizzazione nello sfruttamento delle risorse, i maggiori vantaggi competitivi legati all'utilizzo dei sottoprodotti in un circuito a km zero, con conseguente risparmio sui costi di trasporto e di smaltimento dei rifiuti, le potenzialità innovative in termini di processo e di prodotto, la crescita di capacità produttiva e di investimento e la creazione di nuova occupazione, oltre che le opportunità di connessione dell'area eco-industriale con il mondo urbano dei servizi, della ricerca e dell'università e il marketing territoriale dei prodotti del parco eco-industriali.

Sono due, in Valle d'Aosta, le aree su cui si potrebbe concentrare l’attenzione: i parchi industriali di Aosta e Pont-Saint-Martin. Le Pépinières d'entreprises avrebbero il compito di coordinare la regia dei processi aggregativi e di rete, promuovendo lo sviluppo di un centro dedicato alle start-up innovative specializzate proprio nel settore dei sistemi di efficientamento energetico, design industriale, recupero e riutilizzo dei materiali

SETTORI INNOVATIVI, INVESTIMENTI, UNIVERSITA'

Un settore economico dinamico e moderno dovrebbe dedicarsi alla promozione dell’insediamento di settori ad alta intensità energetica e a basso impatto ambientale in grado di occupare forza lavoro altamente qualificata (informatica, hi-tech, web, clouding, data center), lavorando all'integrazione sistemica tra queste realtà produttive e il settore dell’alta formazione regionale, favorendo inoltre il ruolo pubblico di Cva in quanto gestore di una risorsa fondamentale per lo sviluppo di scelte industriali con importanti risvolti qualitativi e quantitativi sull'occupazione valdostana.

Per questo occorre riattivare gli investimenti pubblici, che devono essere mirati e condizionati al raggiungimento di obiettivi precisi, guidati da un piano industriale di medio-lungo periodo. 

Complementare allo sviluppo di un'economia moderna e inclusiva è la promozione di un'università generalista legata al rilancio Aosta e allo sviluppo di reti di ricerca e sviluppo con le realtà innovative regionali e extra-regionali. L’università è un nodo cruciale, se pensata come modello per il rilancio della composizione sociale e delle competenze diffuse sul territorio. Un’università in grado di attrarre grandi numeri di studenti (discipline generaliste, ma anche settori ad alto ritorno di investimento), e non piccole nicchie, potrebbe avere un impatto sulla città di Aosta significativo e vivacizzare il tessuto sociale, comportando un flusso e una circolazione di conoscenze potenzialmente attivabili per la crescita locale. È importante, quindi, pensare anche alla connessione dell’università con il mondo delle imprese e conle  strutture di ricerca regionali e extra-regionali.
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