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Le conseguenze della solitudine

 


 

Di Matteo Amatori


«Si nasce e si muore soli». Me lo ha ripetuto spesso una persona a cui ho voluto bene. Devo essere sincero, non sono mai riuscito a dare a questa espressione un peso specifico. Mi è sempre sembrata una frase che vuole esprimere un fatto profondissima ma privo di un collegamento ad un (mio) dato esperienziale.

Di recente, di fronte alla prospettiva di un nuovo lockdown, mi è tornata in mente questa frase e, paradossalmente, ora mi sembra abbia acquisito un senso e un riscontro con la realtà che ho già vissuto e che mi appresto a rivivere nuovamente.

Il lockdown e il conseguente isolamento producono effetti collaterali particolarmente dannosi. Amplifica le fobie, le ansie, aumenta gli stati di paranoia e, conseguentemente, produce anche effetti regressivi nelle relazioni e nei rapporti interpersonali. L’isolamento forzato, conseguenza della pandemia in corso, ci mette a nudo. Ci obbliga a ragionare su qualcosa che non ha a che fare con l’esperienza della vita ma semmai con la dimensione della morte.

L’isolamento ha il volto e le sembianze di una morte anticipata.

L’identità si nutre di un confronto costante con sé stessi e con gli altri. Se è pur vero che il ruolo che abbiamo assunto nel tempo nei confronti di tutte le persone che fanno parte della nostra vita non cessa in un periodo di isolamento, la difficoltà di condivisione dell’esperienza della solitudine forzata accresce ancora di più la nostra distanza con gli altri.

La solitudine aumenta l’introspezione e accentua il dialogo interiore. Ma un eccesso di solitudine ci porta, col tempo, a costruire barriere e a cambiare il nostro rapporto con la realtà. Realtà che viene reinterpretata più volte proprio a seguito del nostro fitto dialogo interiore. Quando la realtà non è più condivisa con altri, l’interpretazione stessa della realtà cessa di essere “negoziata”. In questo modo il mondo in cui viviamo diventa a stretta misura individuale. Nel “nuovo mondo” c’è spazio solo ed unicamente per “l’io”.

In questo senso, l’isolamento produce due effetti opposti: da una parte l’individuo sperimenta un forte senso di espressione di libertà alimentando, giorno per giorno, la costruzione di un mondo a misura del sé. D’altra parte, l’individuo che si affranca dal mondo produce anche l’effetto contrario: quello della morte del “sé” in rapporto agli altri. Se viene infatti a mancare la realtà condivisa con altri viene a mancare lo spazio in cui avviene la costruzione di una parte fondamentale dell’identità di ciascuno di noi.

In tempi normali, entrambe le dimensioni, “il mondo del sé” e la realtà condivisa con gli altri, possono coesistere e convivere in maniera più o meno armonica. Ma se prevale una dimensione a scapito dell’altra il rischio è quello di perdere una parte fondamentale del nostro “sé” e quindi della nostra identità.

Anche la morte ha due dimensioni. Una strettamente “fisica”, ovvero l’assenza di vita biologica. Ma la morte è anche “immateriale”; è assenza dei meccanismi che producono le relazioni umane e che generano senso e identità per l’individuo.

Cos’è la morte se non assenza di identità? E che cosa vuol dire, in questo senso, “essere di fronte alla morte”?

Pensando alla morte ci viene subito in mente l’ultima tappa della vita, l’esperienza dell’avvicinamento di un’”assenza del sé”. Un’esperienza che nessuno può dirsi preparato ad affrontare. Esattamente come l’esperienza della nascita, di cui non abbiamo un ricordo, nessuno potrà mai raccontarci l’esperienza della scomparsa del sé e quindi della vita. Vi è quindi una totale mancanza di condivisione dell’esperienza e questo ci fa sentire legittimamente angosciati.

La solitudine e l’isolamento forzato ci nega la possibilità di un confronto con la medesima esperienza vissuta da altri. Anche se abbiamo a disposizione supporti tecnologici, come pure molteplici occasioni di confronto su piattaforme online, non riusciamo a placare la nostra esigenza di condivisione in rapporto a ciò che stiamo vivendo in solitudine. Il dialogo interiore accelera ma, all’opposto, la comunicazione con gli altri peggiora. Abbiamo come l’impressione che una parte di noi non possa emergere, possa scomparire o, peggio ancora, possa essere ignorata dagli altri. Sintetizzando, è paura di “assenza di sé”, una morte anticipata.

In questo momento molti di noi sentono rifiorire alcune sensazioni percepite durante il primo lockdown. Sappiamo a cosa stiamo andando di nuovo incontro. Ci arrabbiamo, coviamo forme di ansia ed esplodono tutte le tensioni latenti.

È un momento delicato ed ognuno di noi si trova di fronte ad una prova difficile, soprattutto chi vive da solo e lontano da famiglia e amici stretti. Non serve sottovalutare l’impatto di questa esperienza e occorre non nasconderla. Al contrario, è sano far emergere la necessità di condivisione che ciascuno di noi cova legittimamente in questo specifico momento.

 

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Driver

 



Di Matthew Lovers


Questa storia, dai tratti fiabeschi, inizia ogni mattina in un parcheggio sterrato di moltissime località ai margini di agglomerati urbani. Tra i banchi di nebbia, indicativamente alle 7:00 del mattino, si scorgono delle sagome di esseri mitologici. Qualcuno li ha ribattezzati “Driver”. Sono eroi moderni, coloro che portano i doni e che regalano sorrisi ai bambini di ogni età. Non portano mantelli ma giubbotti catarifrangenti. Non guidano una slitta con le renne ma dei furgoni più volte incidentati. Qualcuno li chiama anche “i nuovi angeli del lockdown”.

Nella periferia del mondo, ogni mattina, si dà inizio ad un rituale tribale. Si timbrano i cartellini, si fanno le foto ai furgoni, si accendono i motori, si alzano i volumi degli stereo, si abbassano i finestrini e ci si dirige verso “la Station” Amazon al grido di «Ce la faremo!».

I Driver hanno volti ruvidi, invecchiati precocemente. A distanza ravvicinata riesci a riconoscerli. Più che a Batman assomigliano a Joker. Portano le ferite degli esclusi del mondo, tipiche del sottoproletariato suburbano. Ci sono Driver giovanissimi che sembrano delle copie incattivite di Young Signorino. Ma ci sono anche trentenni e quarantenni che scontano quotidianamente i drammi del “day after” senza soluzione di discontinuità. Sono valorosi guerrieri che vivono di lavoretti e si tengono a galla come possono. Sono la working class post-moderna, ma senza particolari velleità rivoluzionarie.

Nel paese dei balocchi, alle ore 7:30, si fa il carico di doni. All’interno del magazzino ci sono elfi lavoratori che si muovono dappertutto alla ricerca dei carrelli con i pacchi da consegnare. Un App sul cellulare ti guida nel percorso di ricerca e ti assegna la rotta giornaliera. 85 fermate, 145 pacchi da consegnare. Inizia la giornata lavorativa e sai che dovrai correre come una gazzella, più veloce del leone.

Carica il furgone, scarica il furgone. Consegna il pacco, ritira il pacco. Chiama il cliente, avvisa il cliente che sei passato e hai trovato chiuso. Trova l’indirizzo corretto, consegna al vicino solo se il cliente è d’accordo. La telefonata verrà registrata. Sanno dove sei, sanno se ti sei fermato a far pausa, a bere un caffè, a pisciare. Non devi pensare a niente, fatti guidare dall’algoritmo che ha calcolato tutto per te. Il percorso, la media del tempo di consegna di ciascun pacco, gli imprevisti, le eclissi lunari e le percentuali di rischio di caduta di un asteroide.

Eppure, ogni Driver sa di essere una pedina importante del gioco, persino fondamentale. Al corso di formazione Amazon ti spiegano che sei “il volto dell’azienda”. Ti ricordano di sorridere e di rispondere sempre, in qualsiasi occasione, in maniera educata al cliente. Non buttare i pacchi nel giardino, non lanciarli sul balcone. Ogni tuo comportamento sconsiderato può macchiare la reputazione dell’azienda. Sei e resti l’immagine stessa di un modello di organizzazione aziendale complesso, a tratti misterioso. Il cliente ne apprezza l’efficienza spesso senza porsi troppe domande. L’importante è vedere il proprio pacco in consegna il giorno scelto e nell’ora stabilita. «La vostra ossessione è il cliente»; così ci hanno spiegato al corso mentre ci mostravano immagini di lavoratori sorridenti che consegnano doni a persone della middle-class americana. Negli Stati Uniti i Driver hanno la divisa e un cappellino bellissimo. Noi ci accontentiamo di un badge e di una pettorina fluorescente: quelle che usi nelle partitelle di calcetto con gli amici. Ad ogni modo, siamo “l’ultimo miglio”, la parte che rende possibile la magia; i consegnatari dei doni a tutti i clienti affezionati. In una sola parola: i “Prime”.

Effettivamente sei felice quando vedi gli occhi che luccicano del cliente, entusiasti di ricevere il dono che attendevano. Quando suoni al citofono solitamente senti un «sì…» leggermente scazzato. Appena sentono: «corriere Amazon!» cambia subito l’intonazione della voce del cliente che immediatamente rispondono come i bambini a Natale: «Arrivo subito!». Non sempre, va detto. Ci sono anche clienti che ti rispondono: «Senta, devo proprio scendere? Me lo può lasciare al piano davanti alla porta?». In quel momento ti ricordi della regola fondamentale: «la tua ossessione è il cliente.». Rispondi affermativamente. Quinto piano senza ascensore e passa subito la magia.

A fine giornata lavorativa potresti aver camminato anche 15 Km a piedi. Col furgone magico pieno di doni potresti invece aver percorso una sessantina di chilometri qualora l’algoritmo abbia scelto per te un percorso in prossimità della “Station”. A fine giornata torni dove tutto è iniziato e consegni i pacchi che, malauguratamente, non sei riuscito a consegnare perché il cliente non c’era o non era disponibile. Talvolta nel tuo carico ti ritrovi anche pacchi misteriosi, privi di codice di identificazione. Gli elfi del magazzino ritirano questi pacchi a fine giornata senza dirti nulla. Aleggia un mistero su questi pacchi. Tra i Driver gira una leggenda. L’algoritmo non riesce a identificare il cliente e il sistema reintroduce tali pacchi nella rotta di un nuovo Driver ogni maledetta mattina senza che questi possano trovare mai il proprio destinatario legittimo.

Quello che penso dei pacchi senza un destinatario è che questi rappresentano un simbolo di libertà, una falla del sistema destinato ad essere imperfetto nonostante la dittatura dell’onnisciente algoritmo. Questi doni che non trovano il proprio posto nel mondo sono anche espressione di qualcosa di più profondo, qualcosa che riguarda il funzionamento del nostro sistema economico. L’economia della logistica mette in luce la profonda isteria del contemporaneo che trova il suo massimo sfogo nell’attività di movimentazione delle merci. Merci che viaggiano ininterrottamente in ogni parte del mondo. Si produce valore spostando oggetti.

Spostare cose è l’immagine del nuovo corso del capitalismo post-moderno. Una nuova religione che rassicura i fedeli: ogni cosa troverà il suo posto nello spazio. L’algoritmo ci dirà come farlo, abbiate fede.

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[#10] Dischi di ottobre (con lo ⓪)

Prepararsi al lockdown e al coprifuoco, prepararsi mentalmente, è una pratica inedita che mai ci saremmo immaginati di dover mettere in conto. Eppure eccoci qua. Per fortuna che la compagnia, musicalmente parlando, non manca. Buon ascolto.

► 1970

kevin ayers canterbury 1970
Kevin Ayers - Shooting at the Moon (Harvest)

La scuola di Canterbury aveva la particolarità, più unica che rara, di far esprimere musicisti validissimi in un contesto irriverente, leggero, capace di non prendersi troppo sul serio pur esprimendo una ricerca sonora ai limiti del pop (tra jazz, sperimentazione d'avanguardia, costruzioni progressive e rimandi alla musica colta). Kevin Ayers, proveniente dall'esperienza dei Soft Machine, inaugura la carriera solista nel 1969 con l'irriverente Joy of a Toy, proseguendo con questo Shooting at the Moon, pastiche straniante di pop progressivo e psichedelico, incostante e free form (il collage astrattista di "Rheinhardt and Geraldine" o il concretismo di "Pisser dans un violon"). Dalla cantilena/chanson di "May I", così finemente arrangiata, al chitarrismo hard e contorto di "Lunatics Lament", passando per il divertissement "The Oyster and the Flying Fish" e il progressive-jazz-pop di "Red Green and You Blue", l'album è un continuo alternarsi di sperimentazioni, scherzi, giochi melodici e arditezze compositive. Pur se discontinuo, questo rimane un album curiosissimo e denso di spunti. Un gioiellino di irriverenza compositiva che non suona (quasi) mai meramente formalistica, esprimendo invece una carica vitale e sardonica unica nel suo genere.

► 1980

omd enola gay organization 1980
OMD - Organization (DinDisc)

Ho sempre subito il fascino romantico e decadente degli OMD, band illustre e visionaria, oltre che ambiziosa (l'autosabotaggio di Dazzle Ships proprio all'apice della fama la dice lunga). Eppure, nonostante il seguito di massa, ho sempre trovato bizzarro che i dischi della band di Andy McCluskey vendessero: cupi, ombrosi, pieni di addensamenti atmosferici e brani letargici (se confrontati con gli splendidi e brillanti anthem pop). E quindi "Enola Gay", ovviamente, spigliatissima e radiofonica eppure così stridente nel suo riferimento a uno dei più grandi massacri del ventesimo secolo. Ed ecco, però, che "2nd Thought" giunge cinerea e precaria a smorzare i toni, con i suoi synth eterei su basi ritmiche fruscianti, mentre McCluskey trascina il suo canto desolato. Un piccolo gioiellino di pop oscuro cui fa seguito la successiva "VCL XI", ripetitiva, sperimentale (fitta di intromissioni sonore), un incedere meccanico addobbato da tocchi melodici di synth e rintuzzato dal bel basso corposo che però non concede grandi aperture pop (nessun ritornello). A pensarci, di hit vere e proprie, in questo Organization, abbiamo solo la prima "Enola Gay", "The More I See You" (di chiara derivazione Human League) e "Promise" (che anticipa, col suo gusto romantico e mitteleuropeo grandi successi come "Souvenir"): gli altri sono bozzetti atmosferici di grande eleganza (la cupa "Statues", la severa "The Misunderstanding", ma soprattutto la superba "Stanlow", che richiede però un poco di pazienza prima del climax, rifuggendo nuovamente la fruibilità in favore delle esigenze espressive della band). L'accoglienza del pubblico fu ottima, e il gruppo ne approfittò per lanciare, a un anno di distanza, il fortunatissimo Architecture & Morality, altrettanto conturbante e raffinato. Un successo basato su un elemento tanto netto quanto impalpabile: il fascino. Un fascino ancora intonso dopo quarant'anni dalla pubblicazione.

► 1990

ride shoegaze nowhere sex 1990
Ride - Nowhere (Creation)

Trovo nello shoegaze tutto quello di cui un adolescente introverso potesse avere bisogno negli anni Novanta (ma anche oggi): malinconia dolciastra indie e scariche di rumore psichedelico e ottundente, anche se con una vena di gentilezza borghese infilata tra le righe. I Ride, da Oxford, sono dunque la perfetta sintesi di melodia e rumore, di svagatezza jangle pop e slancio sonicyouthiano. "Seagull" è la perfetta intro, con quei suoi coacervi di suono che si addensano colmando lo spettro sonoro, tra distorsioni roboanti, wah-wah estremi, effettistica di nastri in tape reverse sullo sfondo, eppure senza rinunciare al ruolo guida della melodia vocale di Mark Gardener (senza contare il contributo del basso plastico e giocoso di Steve Queralt), in qualche modo limpida e stagliata sulla massa rumoristica strumentale. Bellezza assoluta, quella che traspare tra i feedback e il massicio wall of sound ("Kaleidoscope" ne è la rapida conferma, col drumming impazzito di Laurence Colbert, "Polar " la somma consacrazione, con le chitarre di Gardener e Andy Bell trattate in maniera radicale, incredibilmente innovativa), che però raggiunge il suo apice in momenti di distesa contemplazione: "In a Different Place" sgocciola malinconia british (marca Creation) da tutti i pori, pur nelle sue esplosioni di chitarre elettriche, per non parlare dell'incredibile "Dreams Burn Down", capolavoro di equilibrio e raffinatezza (e chitarre che punteggiano una trama melodica delicatissima mentre tutto intorno l'atmosfera si infuoca e si gonfia), o dell'ultima "Vapour Trail", colma di classicismo rinascimentale eppure così inedita e avveniristica. Uno dei più grandi fenomeni culturali degli anni Novanta (che in merito a fenomeni culturali non scherzavano) consacrato da uno degli esemplari di maggior pregio di una scena che, nonostante sia durata, allora, poco più di un soffio, ha marchiato a fuoco il rock alternativo contemporaneo.

► 2000

radiohead kid a 2000 daily mail
Radiohead - Kid A (Parlophone)

Dei Radiohead si parla troppo e spesso a sproposito. Quindi: ascoltate questo disco e basta.








► 2010

robert owens chicago house 2010

Robert Owens - Art (Compost)

Dal 2008 in poi (grazie a un capolavoro come quello di DJ Sprinkles) la riscoperta della deep house ha contribuito ad aprire la strada alla più generale ribalta della black music degli anni Dieci. Da un lato si ponevano le basi per una riscoperta "bianca" del genere (Fort Romeau, Blondes, Disclosure, Caribou), dall'altra una rilettura in chiave espansa, allargata all'ibridazione con soul, jazz, lounger'n'b e pop. In questo caso il maestro Robert Owens (accompagnato, nello stesso anno, da John Roberts), non si è fatto scappare l'occasione di dire la sua, anzi, ci ha consegnato un'opera massiccia (doppio album) e esaustiva. Musica d'atmosfera ("Black Diamond"), torpori r'n'b e neo soul ("Hearts and Soul", "Wonderful", "Same Old Thing"), rievocazioni garage ("Art", "Rise"), spinte acid-techno ("Be Your Own Hero"), delizie elettroniche assortite ("Moments"). Insomma, uno zibaldone notevole.
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[#09] Dischi di settembre (con lo ⓪)

A settembre si respira aria di cambiamento, e i dischi in questione hanno tutti la caratteristica di cambiare, a loro modo, le carte in tavola, prefigurando tendenze capaci di durare ben oltre i loro rispettivi decenni. Buon ascolto!

► 1970

the stooges iggy pop fun house 1970

The Stooges - Fun House (Elektra)

Iggy Pop, folgorato dal cantante dei Doors, è l'anti-Morrison. Come lui istrionico, teatrale, perso nel proprio personaggio. Ma, al contrario del re lucertola, materiale e nichilista, libidinoso d'una libidine non persa nelle elucubrazioni di fuga, ma nella materialità spinta del qui ed ora, per un realismo sfacciato, brutale. Fun House è espressione grandiosa di un approccio preciso al palco e alla musica, se non alla vita stessa, e l'incipit "Down on the Street" ne è il perfetto stendardo. Sferragliare scomposto di chitarre che, nella loro furia liberatoria, perdono i legami con le infinite manipolazioni di genere, per vivere di luce propria, di proto-punk che altro non era, nel 1970, che espressività bastarda e irrispettosa. Tutto l'album vive di questa prestanza anfetaminica che muove come un motore impazzito le chitarre violente di Ron Asheton (incredibile l'energia dispiegata in "T.V. Eye"), il basso corposo e martellante di Dave Alexander, la batteria schiacciasassi di Scott Asheton e la voce sguaiata di Pop che latra ("1970") su strati e strati di rumore capace di essere brutale ("L.A. Blues"), ma anche conturbante ("Dirt"). Un capolavoro assoluto.

► 1980

dead kennedys hardcore 1980

Dead Kennedys - Fresh Fruit for Rotten Vegetables (Alternative Tentacles)

Si parlava di rumore, chitarre frastornanti e pose sguaiate? Continuiamo pure sulla stessa scia. L'esordio dei Dead Kennedys, rappresentanti illustri della scena hardcore californiana, è una delle più interessanti interpretazioni del punk in salsa americana. Una sequenza di filastrocche infilate una dopo l'altra in un contesto sonoro sciabordante, tiratissimo: la melodia e il sound pesante si fondono a vicenda passando in rassegna brandelli di rock anni Cinquanta e Sessanta (un surf-rock accelerato e brutalizzato), aprendo una via da allora particolarmente frequentata. Pezzi iconici come "Let's Lynch the Landlord", "California Uber Alles", "Holiday in Cambodia" rappresentano non solo la grande capacità di costruire composizioni indimenticabili, ma anche lo stile sardonico e urticante della scrittura di Biafra. Un pezzo di storia, impossibile non conoscerlo.

► 1990

cocteau twins shoegaze 1990

Cocteau Twins - Heaven or Las Vegas (4AD)

NME definiva la musica dei Cocteau Twins come "problematica". Effettivamente inquadrare la band in etichette e definizioni non è mai stata, per fortuna, cosa facile: dal sound gotico e new wave degli esordi, il trio ha lavorato intensamente su un sound spazioso, rifinitissimo, luminescente e spesso impalpabile, tra i giochi di sfumature e riverberi del chitarrista Robin Guthrie e i vocalizzi vertiginosi e profumati di Elizabeth Frazer. Se già con il buon Blue Bell Knoll si presagiva un ulteriore affinamento di questa ricerca esclusiva per le texture (grazie anche alla costruzione del nuovo studio di registrazione che permise al gruppo di sperimentare a piacimento), Heaven or Las Vegas riesce a dar forma compiuta al miracolo, superando ogni aspettativa. Capolavoro di scrittura e di resa sonora (ed è proprio la consistenza del suono a lasciare basiti, con quella straordinaria combinazione di missaggio limpido e distorsione soffusa), il sesto album della band è da assorbire ascolto dopo ascolto, ed è capace di lasciare ancora stupiti a trent'anni dalla pubblicazione. Le canzoni sono soffici, fumiganti, eppure modernissime e luminescenti ("Cherry-coloured Funk" e il basso di Raymonde fluttuante a mo' di medusa sulle chitarre vaporizzate di Guthrie, "Pitch the Baby" e le sue permeanti ondulazioni elettroniche su tremolo insistente), il gusto per la non linearità delle composizioni vira verso una prestanza pop a tutto tondo ("Iceblink Luck", "Fifty-fifty Clown", "Wolf in the Breast"), gli scenari sonori si aprono a esplorazioni ardite, incatalogabili ("Heaven or Las Vegas" e "Fotzepolitic" si muovono su dilatazioni shoegaze, "I Wear Your Ring" è un continuo mutare verso lo splendido refrain, "Frou-frou Foxes in Midsummer Fires" regala un'esperienza unica). Insomma: amore incondizionato per un album stupendo.

► 2000

at the drive-in 2000 rock

At the Drive-In - Relationship of Command (Grand Royal)

In fin dei conti ci troveremo a celebrare gli anni Zero come fantastici, e gruppi come gli At the Drive-In come mitici alfieri dell'epica stagione rock di inizio decennio (assieme a gente come My Chemical Romance, Deftones, My Vitriol e tanti altri). Dischi come Relationship of Command, pensandoci oggi (dopo averli malcagati ieri), dimostrano quanta vitalità esprimesse la scena in quegli anni: erede dei Fugazi e cugina prossima dei Rage Against the Machine, la band di Cedric Bixler-Zavala, Omar Rodriguez Lopez, Jim Ward, Paul Hinojos e Tony Hajjar sfodera brani poderosi, roventi, complessi nelle strutture articolate e massicce, nei continui saliscendi compositivi, nelle aperture melodiche emo e nelle squadrature math, inanellando lungo la scaletta capolavori hardcore come "Pattern Against User", "One Armed Scissor", "Invalid Litter Dept.", "Cosmonaut" e "Catacombs". Le componenti maggiormente legate alle evoluzioni progressive si trasmetteranno nei Mars Volta, composti dai fuoriusciti Bixler-Zavala e Rodriguez (capaci anche in questo caso di sfornare un lavoro con i fiocchi). Questo e De-Loused in the Comatorium fanno un bel botto. Da provare. 

► 2010

javiera mena chile electronic pop 2010

Javiera Mena - Mena (Unión del Sur)

Stella del firmamento indipendente cileno, Javiera Mena (assieme a Gepe e Alex Anwandter) dimostra per l'ennesima volta la capacità di anticipazione di quel lato del mondo ignorato al di qua dell'Oceano se non per sporadiche e caricaturali manifestazioni rappresentative. Dopo quattro anni dall'ottimo Esquemas juveniles, Mena rappresenta un vero e proprio salto di qualità: si passa in rassegna un pop elettronico variegato e contaminatissimo, fittissimo di manipolazioni che pescano tanto da una disco rimaneggiata a dovere che da un synthpop anni Ottanta luccicante e cromato. "Hasta la verdad" in questo senso è programmatica: synth futuristici, tastiere disco, piglio dance lussurioso, per un mix compositivo di gran classe, che ricorda i migliori Cut Copy. Le fascinazioni retro si fanno particolarmente sentire in "Primera estrella", "El amanecer", "Acà entera", sempre però aggiornate a una resa contemporanea rinvigorita da una fulgida scrittura pop ("No te cuesta nada", "Un audifono tu, un audifono yo") e da un senso degli arrangiamenti sempre votato a un'equilibratissima abbondanza (dal tropicalismo balearico di "Luz de piedra de luna" alla sampledelia impattante di "Sufrir"). Un viaggetto in America Latina ci sta, no?
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Il secondo tragico Matthew Lovers e l’indice di profiling ANPAL

 


 

 



 

Di Matthew Lovers

 

È un disastro. Continuo a fare figure barbine durante le mie partite a scacchi on-line serali. Serali… meglio forse definirle notturne. Alle due del mattino gioco solo contro utenti americani e canadesi. Gente orribile. Mi perculano con le loro faccine ironiche inviate in chat. D’altronde me lo merito: come ti è venuto in mente di spostare quel cavallo che teneva in piedi la tua già debolissima struttura pedonale centrale? Continuo a fare errori da principiante; sto perdendo inesorabilmente punteggio. Cristo! Forse dovrei semplicemente smetterla di giocare a quest’ora. Ma non so proprio come impegnare il mio tempo. Non voglio pensare. Se mi metto a letto so già che non dormirò ed inizierò a riflettere sul vuoto e sull’inutilità che contraddistingue l’esistenza umana. A dire il vero, mi fa molta paura la ripetitività dei pensieri che scorrono nella mia testa in queste ultime settimane. Appena chiudo gli occhi vengo catapultato in pensieri strazianti sulla morte e sul tempo che scorre. Alterno ricordi del mio passato con immagini di me su di un ipotetico letto di morte. Continuo a girarmi e a rigirarmi nel letto provando a scappare da queste immagini angoscianti. Non voglio nemmeno stordirmi con l’alcool. Stamattina ero un cadavere; quest’idea di bagnare appena la lingua con un po’ di grappa per combattere l’insonnia ha effetti pessimi sul mio fisico da trentenne in pietosa forma.

 

L’ultima notte è stata davvero un calvario.

 

Ho spento la luce all’una ma alle due del mattino avevo ancora gli occhi aperti. Mi sono alzato e ho fumato l’ennesima sigaretta; dopodiché ho riempito un altro bicchiere per la disperazione. Alla fine, mi devo essere addormentato intorno alle due e mezza. Ricordo perfettamente il sogno che ho fatto. Ho sognato di essere in guerra. Unico soldato vivo rimasto in trincea in mezzo al nulla. Ero ferito, vedevo scorrere il mio sangue ma non capivo da dove partisse l’emorragia. Ero spaventato e in affanno. Sentivo freddo ed ero completamente solo. Avevo una ricetrasmittente da cui sentivo le voci di alcuni miei cari amici. Dicevano cose totalmente assurde.

 

«Ale! Dié! Siete vivi? Dove siete?»

«Ehi Matthew! Giornata di merda, sono ancora a lavoro. Stasera ci facciamo una bevuta al Rossini?».

«Compagni! Io sono rimasto solo, ho perso il mio battaglione. Sono ferito!».

«Eh Matthew... io purtroppo non riesco a liberarmi prima delle 21:30».

«Compagni ma io perdo sangue! Sto per morire!»

«Avrai preso un po’ di freddo Matthew. Mettiti sotto le coperte, pare che giri una brutta influenza».

 

Sentivo che mi si stava gelando il corpo. Ed ero ancora più angosciato dal fatto che non riuscivo a chiedere aiuto ai miei amici.

Mi sono svegliato alle ore 04:37. Sono andato in cucina e mi sono versato un altro bicchiere. Poi ho camminato nevroticamente per casa circa un quarto d’ora. Alla fine, mi sono sdraiato sul divano e poco dopo mi sono riaddormentato. Mi sono svegliato alle 10:30 con un mal di testa devastante e un gusto in bocca orribile. Ho acceso la radio e mi sono fatto un caffè. Subito dopo me ne sono fatto un altro. Era iniziata una nuova giornata di merda. Quale senso potevo dare a questo martedì di inizio settembre? A chi avrei mandato il mio curriculum vitae oggi?


Guardo la mail e vedo subito che mi è arrivato un messaggio del centro dell’impiego e uno da parte di ANPAL (l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro). Pochi giorni prima avevo mandato la “DID” ovvero la “Dichiarazione di Immediata Disponibilità al lavoro”. Sono anni che mi ritrovo a fare questi passaggi burocratico inutili. Ci penso su un attimo: sono otto anni di esperienza continuativa nel settore del precariato, mica male. Purtroppo, sembrerebbe una contraddizione, sopravvivere a lavori intermittenti non è considerata una competenza per il mercato del lavoro. Quasi dieci anni di solida esperienza in “sopravvivenza in assenza di reddito” eppure, secondo i recruiter, pare non valga la pena di segnarlo sul CV. Un vero peccato. Continueremo quindi a scrivere le solite quattro cazzate: “laurea”, “master” e, tra le “soft skills”, inseriremo la magica frase “capacità di lavoro in team” (detto tra noi, io lavoro molto meglio da solo).

La mail dell’ANPAL mi coglie impreparato. C’è una novità inaspettata rispetto alla solita routine del disoccupato in carriera. Il breve testo della mail dice:

 

OGGETTO: DID Online - conferma aggiornamento a sistema indice di profiling

 

Gentile sig.ra/sig. MATTHEW LOVERS,


si conferma che in data 07/09/2020 è stato aggiornato il suo indice di profiling, che attualmente corrisponde a: 0.719.

Cordiali saluti


Non rispondere a questo messaggio. È stato inviato da un indirizzo di posta elettronica automatico. Non è possibile quindi rispondere ad alcun messaggio inviato da questo indirizzo.

 

Mi chiedo: che diamine è “l’indice di profiling”? All’ANPAL assumono criminologi? Calcolano le possibilità di un disoccupato di intraprendere carriere criminali? effettivamente avrebbe senso. Penso: «Ehi! Se l’indice si calcola su di una scala da 0 a 1 il mio è piuttosto alto». Dovrei darmi al crimine, finalmente una buona idea! Apro subito la Partita IVA!

Ovviamente mi metto a fare una breve ricerca e scopro che questo “indice di profiling” dovrebbe misurare il “grado di difficoltà” nel ricollocare una persona all’interno del mondo del lavoro dopo un periodo di disoccupazione. Per farla breve, se il tuo indice è più vicino allo zero sei considerato “facilmente collocabile” e “poco distante dal mercato del lavoro”. Viceversa, qualora il tuo punteggio si avvicinasse all’uno, sei un povero stronzo “difficilmente ricollocabile” e in evidente conflitto con “il mercato del lavoro”.

 

Devo dire che queste sono notizie che ti svoltano l’intera giornata. Nello specifico, il mio punteggio è inaspettatamente basso. Per l’ANPAL io sarei un soggetto che rischia una disoccupazione di lunga durata. Ma come hanno fatto i calcoli? Dalle pagine che consulto sul web non trovo nulla di dettagliato. L’unica cosa certa è che c’è un operatore dell’ANPAL che raccoglie informazioni generiche dal CV inviato al centro per l’impiego e le inserisce in una banca dati. Sinteticamente sul portale web dell’agenzia si legge che l’indice è calcolato «sulla base delle informazioni fornite in sede di registrazione. (…) gli utenti dei servizi per l'impiego vengono assegnati ad una classe di profilazione, allo scopo di valutarne il livello di occupabilità, secondo una procedura automatizzata di elaborazione dei dati in linea con i migliori standard internazionali». In sintesi: ti comunico che sei un povero stronzo. Lo faccio nella maniera più fredda e informale possibile attraverso un messaggio di posta elettronica automatizzata. Non ti dico quali sono le possibilità di “politiche attive” che hai a disposizione per migliorare la tua “occupabilità” e per ridurre quindi “la distanza con il mercato del lavoro”. E non ti dico nemmeno come abbiamo fatto i calcoli. In compenso ti assicuriamo che gli strumenti utilizzati per calcolare quanto sei un cretino fanno riferimento ai “migliori standard internazionali”. Beh, che dire… Grazie mille di tutto!

 

Decido di non fare un cazzo per tutta la giornata. Mi sembra la migliore risposta morale alle novità sopravvenute a seguito dei calcoli ANPAL. Dopo pranzo dormitina di un’ora e mezza. Mi sento più rilassato. Perché ostinarsi a cercare un lavoro? Perché sforzarsi a trovare un senso a questa esistenza? Meglio riscoprire l’ozio e recuperare le ore di sonno perse durate queste settimane. Mi metto a giocare a scacchi e perdo come un allocco contro “Alibaba815”. Penso: la vita fa schifo a qualsiasi ora. Devo cambiare gioco. Ad un certo punto mi arriva una mail di risposta ad una candidatura inviata qualche giorno prima a Lidl Italia per svolgere la mansione di “Operatore di Filiale”.  Tra le decine di candidature inviate quella me la ricordo bene perché, in quella occasione, per completare la candidatura sul sito web dell’azienda era necessario svolgere un test di cinque minuti per valutare “le competenze multitasking”. Un test molto avvincente: bisognava rispondere contemporaneamente a più domande che continuavano a scorrere sullo schermo. Un “Vero o Falso” con domande che continuavano ad apparire e scomparire. Pochi secondi in cui svolgere in breve tempo operazioni di calcolo prima che apparisse un nuovo quesito. Agghiacciante. Ma DIVERTENTISSIMO. Ho svolto un test perfetto, meglio delle mie ultime partite a scacchi. Ed è tutto detto. Ad ogni modo fremevo. Stavolta svolto, mi dico. Questo il testo della mail:

 

OGGETTO: La Sua candidatura in Lidl

 

Egregio Sig. Lovers,

 

Con la presente La ringraziamo per averci spedito la Sua candidatura e per l’interesse dimostrato per la nostra azienda.

 

Purtroppo, dobbiamo comunicarLe che la nostra scelta si è indirizzata su altri candidati meglio rispondenti alle nostre richieste e che pertanto la Sua candidatura non verrà ulteriormente presa in considerazione per la posizione in oggetto.

 

La preghiamo di non ritenere la presente come un mancato apprezzamento delle Sue capacità e competenze.

 

Le facciamo comunque i nostri migliori auguri per la Sua carriera professionale.

 

 

Distinti saluti,

 

Il Suo team Recruiting Lidl

 

Rileggo una decina di volte questa frase: «La preghiamo di non ritenere la presente come un mancato apprezzamento delle Sue capacità e competenze». Mi sale la paranoia. Penso: l’Anpal ha passato sicuramente i dati alla Lidl. Hanno visto che il mio indice di profiling è 0,719. MALEDETTI.

Non la prendo bene, la notizia è scioccante. Oramai nessuno prenderà in considerazioni le mie candidature. Le aziende sanno che le mie competenze, verificate minuziosamente da ANPAL, sono colpevolmente distanti da quelle richieste dal mercato del lavoro. Non reggo la tensione, mi gira la testa e mi si annebbia la vista. Svengo. Fu in quel preciso momento che mi è apparso in sogno il MEGA-DIRETTORE-GALATTICO di Lidl.

 

«Egregio Dottor Lovers…».

«La prego Eminenza, Dottore mi pare troppo».

«Signor Lovers perché si diverte a farci perdere tempo? Lo sa che gestiamo centinaia di candidature ogni anno e che riceviamo migliaia di curriculum di persone più competenti di lei?»

«Immagino Eminenza, è stato un gesto impulsivo il mio».

«Mi invia un curriculum dove segna una laurea e come ultima esperienza professionale “insegnante di sostegno”. Che cosa si aspettava che le rispondessimo?».

«Eminenza. Mi deve credere, io mi pento e mi dolgo con tutto il cuore per ciò che ho fatto in passato. Ero mosso da ideali giovanili e mi sono laureato. È stato un errore di gioventù ma mi creda… io vorrei cambiare. Sogno una vita modesta. Sogno un lavoro semplice, ripetitivo e senza responsabilità. Uno stipendio normale per pagarmi le bollette e che mi permetta di andare un paio di settimane all’anno al mare a Borgio Verezzi. Vorrei dimenticarmi di questi anni passati a rincorrere ambizioni senza senso, assolutamente improbabili. Ho sognato cose assurde che ora disprezzo. Ho sognato di avere un posto di lavoro stabile ma allo stesso tempo gradevole. Sognavo soprattutto di avere un lavoro che rispecchiasse un’identità consimile a quella delle professioni del ceto medio-riflessivo. Ero giovane ed ero mosso da idee sbagliate. Ma sono pronto a redimermi, mi creda».

«Ne è sicuro? Lei si pente di aver studiato? Ora pretende un posto come “operatore di filiale” (Ergo scaffalista) e mi propone un CV dove segna un master in “sviluppo locale”. Guardi signor Lovers lei offende la sua intelligenza prima ancora che la nostra reputazione».

«Non so cosa scrivere sul curriculum Eminenza. Vorrei dirle che ho lavorato cinque anni come cassiere in una GDO ma non posso dimostrarlo. La prego, Eminenza, mi dia una possibilità. Posso imparare».

«Se lo scordi signor Lovers; non sono disposto a spendere 1200 euro al mese per assumere un laureato ancora da formare. Perché non fa un percorso professionale finanziato dalla Regione per imparare a fare il magazziniere? Posso valutare di concedergli uno stage formativo gratuito».

«Non so se sono all’altezza di questo compito Sire, ma la ringrazio per la generosa proposta. In verità pensavo di iscrivermi all’università popolare quest’anno per seguire un corso di Egittologia».

«Lei è una merdaccia Dottor Lovers».

«Ha proprio ragione Eminenza. Una merdaccia certificata ANPAL».

«Si diverte a farmi perdere tempo. Il suo è il classico CV da sfigato medio-progressista».

«Beh, proprio medio-progressista no Eminenza… diciamo comunista. Ma so accontentarmi Eminenza. La prego, mi conceda un posto nel suo acquario».

«Se lo scordi. Quello è un privilegio riservato ai soli dipendenti Lidl. La saluto Dottor Lovers, le auguro un lavoro come giornalista freelance».

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[#08] Dischi di agosto (con lo ⓪)

Solo dischi caldi ad agosto, come è giusto che sia. Buon ascolto!

► 1970
 
T2 hard rock review castello matteo
T2 - It'll All Work Out in Boomland (Decca)

Disco possente e bombastico, l'esordio dei londinesi T2 rimane uno dei più fragorosi manifesti heavy di sempre. Dopo essersi fatti le ossa (e un discreto nome) sui palchi inglesi, l'esordio del power trio confermò ogni attesa, sebbene di pochi, pochissimi attenti fan. Psichedelia fragorosa, hard rock sguaiato, blues magmatico, in perfetto equilibrio tra sinuose distese di groove e melodia e infuocate jam imbizzarrite. Impossibile resistere ai saliscendi della prima "Circles", inarrestabile boogie impastato e fumoso, pesantissimo e cangiante, capace di far interagire in intrecci mirabolanti - tra dilatazioni psych, scale prog e virtuosismo jazz - la chitarra di Keith Cross, il basso di Bernard Jinks e la batteria di Peter Dunton. Momenti di grande fascino come "J.L.T.", ballatona al profumo di Mellotron, e come la magnetica "No More White Horses", con la chitarra mozzafiato di Cross a fare da apripista a una ballata gonfia e solenne (che sa di Procol Harum, di Cream e di King Crimson), non sono che il preludio per la traccia monstre che domina la seconda facciata dell'album. "Morning", ventun minuti di durata, è un ammassarsi lento di umori, un avvicendarsi di incastri melodici e stacchi ritmici, un'epica suite rock degna dei più grandi interpreti dell'epoca. Un lavoro da disseppellire dal dimenticatoio.

 ► 1980
 
associates post punk review matteo castello
The Associates - The Affectionate Punch (Fiction)

Che lavoro inquieto, denso e madido di sensualità questo esordio. Espressione dei tempi, incredibile grumo di espressività e sintesi pop. Ci sono i Roxy Music e Bowie, ma anche quella soluzione sonora tagliente e asciutta, e al contempo impastata e schizofrenica, tipica della nuova generazione post-punk, dai Talking Heads ai Gang of Four, il tutto fuso in un abbraccio decadente e sensuale. Basso accigliato e ossessivo su vocalizzi ricolmi di pathos (Billy MacKenzie), squarciato da fitti riverberi ariosi e da un solo acidissimo e straniante di chitarra ("Amused as Always"), sospensioni di annientante e notturno romanticismo ("Logan Time"), reticolati nervosi di elettricità ansiogena (merito di un ispiratissimo Alan Rankine) su basi plasticamente synthpop ("Paper House"), trame serrate di grezza aggressività ("A Matter of Gender"), frenetici sussulti di new wave sudaticcia e glam, immersi nelle distorsioni del flanger ("Would I... Bounce Back"). Tutto questo fa parte di un insieme solidissimo e attraente, tra i migliori auguri di inizio anni Ottanta.

 ► 1990 
 
soda stereo 1990 review matteo castello
Soda Stereo - Canción animal (Columbia)

Il britpop è nato in Argentina nel 1990. Ovviamente l'affermazione non ha senso, ma ho sempre sentito in Canción animal l'anticipazione del rinnovamento pop-rock degli anni Novanta. Qui abbiamo un sound contaminato e muscolare, una scrittura pop svincolata dal manierismo new wave e orientata a una rilettura ibrida, modernista e allo stesso tempo ancorata alla ricerca di un'espressione più diretta e spontanea. Tra i pezzi forti che meriterebbero di entrare nel canzoniere obbligatorio di ogni appassionato, sicuramente si possono elencare "Un millón de años luz", con quello splendido ghirigoro di chitarra elettrica che fa da contraltare ai ricami leggeri e alle pennate energiche delle strofe, "Sueles dejarme solos", ruvida e solenne, così affine al mood grunge che stava per esplodere; "De musica ligera", l'ideale inno rock anni Novanta; "Cae el sol", gonfia e profumata, capace di anticipare i tardi Verve. Insomma, al di là dei riferimenti postumi, questo è un disco di altissima caratura e di ampio respiro, capace di reinventare i Soda Stereo aprendo loro la strada per gli anni Novanta, che li vedrà primeggiare su tutti i fronti, dal pop da camera all'elettronica, dal rock alternativo allo shoegaze. Insomma, roba da non perdere.

 ► 2000 
 
spring heel jack disappeared review matteo castello
Spring Heel Jack - Disappeared (Rough Trade)

Senso della composizione e avvenirismo sonoro: questi i due ingredienti che rendono tanto interessante Disappeared, vero e proprio centro di collisione di nu jazz, drum and bass e elettronica sperimentale. Ritmo martellante e suadenti striature di tromba la fanno da padrona nella prima "Rachel Point", sonnecchiosa e polverosa, assorta ma subito ridesta in un continuo saliscendi umorale. "Mit Wut" procede tra rintocchi di piano e un andamento bombastico, per lanciarsi infine in una rincorsa jungle tra i riff roventi di basso sintetico, contrastando nettamente con la successiva "Disappeared 1", dalle movenze ambient disturbate da inserti avant-jazz, in una certosina costruzione degli spazi. Il lavoro procede senza un attimo di tregua, regalando pezzi notevoli come "Galina", turbinio techno di sibili industriali, campionamenti trattati, patterns geometrici e incalzanti, "Trouble and Luck", vicini alle ibridazioni radioheadiane, "To Die a Little" e le sue rarefatte atmosfere ambient dub, "Wolfing" e le sue spire adrenaliniche. Un disco che consiglierei tanto agli appassionati quanto ai neofiti della musica elettronica.

  ► 2010  

everythin everything man alive review matteo castello
Everything Everything - Man Alive (Geffen)

Uno dei lavori più stimolanti degli ultimi dieci anni, l'esordio degli Everything Everything è un vero e proprio tour de force di plasticità arty, di articolazioni tropical-pop, di strutture progressive in bilico tra elettronica e composizioni matematiche, complesse ma mai complicate. La vera sfida (vinta) è proprio questa: dar vita a un lavoro godibilissimo, fresco, sganciato, per quanto intricato e curatissimo in ogni aspetto. Sarebbe pedante elencare le tante arditezze (di arrangiamento, di composizione, di resa sonora, di armonizzazioni vocali) che impreziosiscono brani come "MY KZ UR BF", "Schoolin' ", "Leave the Engine Room", "Tin (The Manhole)", "Weights". Basti indicare i riferimenti, capaci di spaziare tra R&B avveniristico e nuovo math rock (Friendly Fires e Foals), indietronica danzereccia (penso ai Cut Copy), post-rock di caratura (Long Fin Killie), indie pop corale di incredibile leggerezza ("Photoshop Handsome" è un upgrade dei Vampire Weekend che ci meriteremmo), il tutto tra le eccezionali doti canore di Jonathan Higgs e l'inventiva chitarristica del perfezionista Alex Robertshaw, vero valore aggiunto dell'album (basti ascoltare le continue variazioni di "Suffragette Suffragette"). Se non lo conoscete non fatevelo scappare, se lo conoscete amatelo se possibile ancora più di prima.
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