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Abitudini

 
  Non pensavo che saremmo riusciti a cambiare le nostre abitudini così in fretta. Lo disse mentre un soffio di vento piegava pericolosamente le lingue di fuoco, portandosi appresso scintille e fumo. 
- Arriva come un ladro, il vento. Se sei bravo lo riesci a sentire prima, però. 
- Come? 
- Il bosco lo anticipa, è come se trattenesse il respiro. 
Provarono a trattenere il respiro anche loro due. Gli unici rumori erano quelli del cricchiare delle fiamme, del cigolare dei tronchi, delle grida lontane di qualche animale. 
- Non è vera la storia del silenzio. 
- Cosa vuoi dire? 
- Voglio dire che la gente che va nel bosco per trovare pace non sa di cosa parla. È rumorosissimo il bosco. 
- Sì, ma non è la stessa cosa degli altri rumori. Qui ci sono… suoni. 
- È strano pensare agli altri rumori, ora che non ci sono più. 

    Era successo tutto in un attimo. Per qualche ragione nel giro di mezza giornata la gente viva sul pianeta si era dimezzata. Le persone si erano semplicemente accasciate al suolo. Sul posto di lavoro, guidando l’autobus, sedute in bagno, facendo la spesa, attraversando la strada. Quindi tutto aveva smesso di funzionare. Il collasso era stato questione di pochi giorni. Il raffinato sistema di coordinamento della vita sociale si era sbriciolato. Nessuno aveva mai pensato che la normalità fosse frutto di un così fragile meccanismo di interazione collettiva. La fornitura di energia, la gestione del sistema fognario, il trasporto merci, le squadre di intervento nel caso di incendi, i tecnici degli ascensori. La reazione era stata a cascata: un guasto aveva portato ad un altro guasto, e l’effetto domino aveva innescato uno sgretolamento inesorabile. La civiltà si era dissolta in pochi mesi. Le città erano diventate in poco tempo invivibili, la vegetazione era spuntata dal nulla, gli animali d’un tratto avevano preso ad infestare le strade impregnate dall'odore dell’umanità che si decomponeva. 
 Tanto valeva spostarsi nel bosco. 

    Loro due si erano trovati per caso e in principio si erano stabiliti non troppo lontani l’uno dall’altra, ma a distanza di sicurezza. L’uomo nuovo aveva imparato presto la diffidenza e il sospetto. Così si erano annusati come bestie per un po', fino a che, tacitamente, avevano iniziato a dividersi alcuni compiti. Se lei andava a raccogliere la legna lui controllava che gli animali non depredassero le poche provviste. Se bisognava riempire i secchi d’acqua lui si offriva di farlo per entrambi. E se si riusciva a cacciare più del dovuto si scuoiavano assieme le prede, e ci si divideva la carne. Così, per abitudine, la compagnia reciproca era finita col diventare qualcosa di più del mutuo soccorso. Era diventata un piacere. Il tempo aveva iniziato ad assumere un andamento sempre meno ostile, e le giornate si erano ritrovate scandite dai ritmi placidi del costruire, del raccogliere, del sedersi e mangiare, del gironzolare nei dintorni, del guardarsi la notte tra gli ultimi bagliori delle braci. 

    Era tempo di mettere il coniglio a cuocere. La carcassa rossastra stava infilzata su un paletto, il ghigno contrito, beffardo, come a voler accentuare il torto subito. 
- A quest’ora di solito si accendeva la televisione. Ci si sedeva a tavola e il cibo era solo questione di tempo. 
- Vero. Certe abitudini sono dure a morire. Poco fa mi sono guardato attorno cercando di capire dove fosse il telecomando. 
Lei squittì in una risatina trattenuta che parve un singhiozzo, lo sguardo fisso sulla carne che rosolava lambita dalle fiamme. 
- La televisione! Quella sì che mi manca. Eppure non ricordo cosa guardavo. Ricordo solo il gesto di scegliere un canale, il ronzio sommesso delle voci, le immagini che catturavano l’attenzione per il semplice fatto di essere colori in movimento. 
 Intanto le fiamme crepitavano in schiocchi secchi, animandosi su quel poco di grasso che colava dal roditore, e le ombre proiettate dai guizzi delle vampe sembravano una rappresentazione astratta di qualche teatro sperimentale. 

    D’un tratto sembrò che il bosco avesse nuovamente deciso di misurarsi in una delle sue prove di apnea. I due si guardarono allarmati, pronti a scongiurare il rischio di un altro attentato alla loro cena. Si strinsero l’uno contro l’altra per fare da barriera contro l’atteso soffio di vento. Non successe niente. Eppure il silenzio si protraeva, appesantendo i secondi man mano che questi si accumulavano a vuoto. Il sorriso di lei si raggelò in una smorfia poco prima che in lontananza cominciasse a risuonare un tonfo costante, che cresceva e cresceva montando con rapidità, come un grugnito sordo che lievitava dalla terra. 
- Scappa! Esclamò alzandosi di scatto e tirandolo per il bavero del giaccone sgualcito. 
- Aspetta, lasciami prendere il coniglio... 
- Lascia stare quel cazzo di coniglio! 

    Fu allora che un grosso cervo passò loro a fianco come una furia, la bava alla bocca e gli occhi sbarrati dal terrore, lasciandosi appresso una coltre di rami spezzati tratteggiata da una condensa di larghi sbuffi di vapore. Raggiunsero la rientranza nel costone roccioso a pochi passi dall'accampamento, adibita a riparo per le giornate di pioggia grazie a una struttura di rami d’abete e sacchi di tela intrecciati con spago e lacci da scarpe. Fu proprio allora che, come un fiotto di sangue sgorgato da un’arteria recisa di netto, il bosco vomitò un’orda di animali imbizzarriti, tutti in fuga da qualcosa di abominevole, di invisibile. Il frastuono squarciò il silenzio e scosse l’aria. Lei si strinse forte al corpo di lui, imponendogli di mettersi giù. Mentre si appiattivano tra la terra e la roccia, riuscì a bucare il clamore con poche parole. 
- È il grande vento, stai giù! 

    Ed ecco che, lanciata all'inseguimento di quella valanga animale impazzita, una massa d’aria compatta e dura si schiantò sulla radura con un grido raggelante, modulato dalle mille ugole dei tronchi, dei rami, delle foglie, dei sassi. Martellante, sferzò con rabbia ritmica l’ambiente tutto intorno vorticando senza una direzione precisa, scalciando impazzita e sollevando arbusti, schegge di legno, pietre, radendo al suolo alberi e schiantando le ultime bestie tardive. Dell’accampamento improvvisato non rimase che qualche pietrone annerito del focolare, mentre le assi del loro riparo, che finora avevano retto alle tempeste più spaventose, furono spazzate via come stuzzicadenti. Solo la dura roccia rimase intonsa, abituata e piegata da forze millenarie. 
 Alla fine rimase solo un’eco sordo, contrappuntato dagli strascichi dell’alluvione d’aria. Alberi che cedevano, gemiti, l’oscillare delle fronde esauste. E il loro respiro. Stettero ancora un po' supini, storditi, prima di provare a mettersi seduti. 
- Cosa è stato? 
- Ogni tanto arriva. E ogni volta sembra peggio. 
- È un disastro, non è rimasto più nulla. 

    L’atmosfera oramai era quella livida delle sere d’autunno, quando l’imbrunire lascia inesorabilmente posto all'oscurità. Decisero di gironzolare nei paraggi per recuperare qualche coperta, qualche utensile, qualsiasi cosa potesse essere utile per la notte. 
- Vieni con me, chiese lui. 
Si strinsero la mano e si inoltrarono tra le piante, incespicando tra detriti e radici, mentre il buio si faceva sempre più fitto. Raccolsero il necessario per scaldarsi, per mettere su un nuovo fuoco, per coprirsi durante il sonno. Scoprirono presto di non avere materiale sufficiente per due giacigli. 
- Stenditi vicino a me. Lui si infilò sotto la coperta di fortuna e percepì il corpo caldo che lo chiamava. Si abbracciarono forte mentre il fuoco cominciava nuovamente a borbottare poco distante. Era bello essere lì, anche se la pancia gorgogliava di fame e la paura stava ancora raggrumata sotto pelle. 
- Quando tornerà il grande vento? 
- Non lo so, non ha ritmi regolari. Era da un po’ che non succedeva. 
- Come si fa… Come si fa vivere nell'incertezza? E se arriva mentre dormiamo? 
- Non pensarci. Ci si abitua. Ci si abitua a tutto. 

La stretta si fece più forte.
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Notte

notte racconto
C’è un punto della notte dove il tempo sembra magicamente fermarsi. In quel lasso temporale, dalla durata indefinita, le ore si sciolgono e si accavallano l’una sull’altra, e il meccanismo della differenza si inceppa. È in uno di questi rifugi temporali che mi trovo ora, inglobato nel silenzio della città e sepolto sotto un cielo nero senza stelle. Lo sfondo ovattato delle poche auto che ancora scorrono in lontananza non fa che rendere tutto ancora più surreale. Come se si trattasse del rantolo di un animale ferito acquattato nel sottobosco di cemento. 

Devo aspettare ancora un po’ e penso che sarebbe fantastico poter rimanere incastrato qui per sempre. Trattengo il respiro, nonostante il cuore batta forte e i pensieri scalpitino come cavalli imbizzarriti. Anche quel rantolo sembra affievolirsi mentre faccio lo sforzo di appiccicarmi la notte addosso. È tardi, e il momento è sempre più vicino. Eppure ora anche il vento che fino a poco fa scuoteva le fronde degli alberi e sollevava le cartacce dal marciapiede ha smesso di soffiare. Sono immobile su questa panchina. Sento l’aria addensarsi tutto intorno come se fossi immerso nell’acqua. Muovo appena un braccio e percepisco la consistenza fluida del gas tutto intorno. E lo vedo, vedo il turbinio impercettibile delle particelle di azoto e ossigeno, i ghirigori invisibili di atomi in moto. Non mi stupisco nello scorgere d’un tratto una balena, un’immensa balena, a pochi metri di distanza. Oscilla lenta, illuminata dalla luce fioca del lampione per poi sfumare nell’oscurità. Stropiccio gli occhi e mi chiedo se per caso non stia sognando. Eppure no, eccola di nuovo riemerge dall’ombra: si impone nello spazio con la sua stazza monolitica, pur librandosi nel vuoto, leggera come uno sbuffo di vapore. Ondeggia piano e mi ricorda il peso schiacciante delle mie scelte. Soldi facilissimi. Una roba pulita. Un sistema di sicurezza che è uno scherzo. Si sentono sicuri perché pensano che in questo posto certe cose non possano capitare. Avrebbe dovuto essere l’elefante nella stanza, mentre è lei, la balena notturna, a schiaffarmi sul muso il peso delle mie responsabilità. La libertà impone dei doveri, e il primo di tutti è quello di riconoscere come la nostra strada ce la costruiamo passo falso dopo passo falso, rinuncia dopo rinuncia. Il dovere può schiacciarti o liberarti. Io sono un tutt’uno con l’atmosfera. 

Su una di queste panchine devo aver anche scopato, secoli fa. Deve essere stata quella laggiù, dove è scomparsa la balena, inghiottita da questa notte che continua ad offrire un riparo insperato. E se non fosse un monito, la balena, ma una possibilità di salvezza? Ci penso mentre mi trovo a ripetere in sequenza le fasi della mia discesa verso gli inferi. Si sale in macchina, ci si infila il passamontagna, si tira dritto verso la villa. Lì saranno tutti addormentati. E se ci sono bambini? Non è un problema nostro, si fanno star zitti anche loro se è il caso. Ecco, la balena mi porta con sé verso profondità nuove, inesorabili, nere come la notte che continua ad essere immobile e densa. Solo che adesso mi schiaccia, mi soffoca. L’importante è che si trovi lui, lo si renda inoffensivo e gli si faccia dire quella cazzo di combinazione. Farà resistenza, lo sai, non è uno smidollato. E noi lo lavoriamo un po', e se non molla c’è la moglie. Però i bambini non si toccano. Vediamo. Tanto parla prima. Il furgone arriverà a momenti, una volta salito non ci sarà più nessuna scusa. La differenza tra un prima e un dopo è come il taglio di una lama: una volta praticata l’incisione è fatta, le parti non si possono riattaccare. Lo spazio tra l’innocenza e la colpa è tutto qui, in uno squarcio nella notte, su una panchina, in compagnia di una balena fluttuante. Noto solo ora che il suo carapace si è fatto meno lucido, e sulla superficie si addensano incrostazioni di crostacei, di parassiti, oltre a solchi rugosi di vecchie ferite che percorrono disordinatamente il corpo magniloquente, intento a danzare nell’aria. 

Ecco d’un tratto il rombo accigliato del motore, il bagliore dei fari, il sibilo del finestrino che si abbassa, il fischio sommesso del mio compare che buca la notte. La mia bolla protettiva potrebbe resistere a questo assalto, potrebbe concedermi un riparo finché il tempo non riparta col giungere del primo mattino. Forse allora la balena svanirà. Io potrei alzarmi, sgranchirmi le giunture, ficcarmi le mani in tasca e andare al primo bar, sedermi ad un tavolino e ordinare un caffè doppio. Magari una brioche. Godermi il sorgere del sole e il privilegio di non avere altro da fare per tutto il giorno se non assaporare l’assenza di colpa. L’essere libero dal peso delle responsabilità. Un altro fischio, e una voce nervosa e soffocata. Che cazzo fai, vieni qui! Mi alzo di colpo e i pensieri rimangono incollati sulla panchina. C’è solo la balena, questa maledetta balena, ferma in lontananza. Mi guarda col suo occhio severo e triste. Mi guarda fisso. Sbrigati cazzo! Passo oltre, vado verso il furgone, spalanco il portellone e mi infilo nel vano di carico. Prima di chiudere torno a guardare nella notte. Lei non c’è più, rimane solo uno spiazzo d’erba illuminata da qualche lampione fioco. Posso andare. Il portellone sbatte forte e il contraccolpo del mezzo in movimento mi fa vacillare. Riesco a mantenere l’equilibrio, mi acquatto contro la lamiera e infilo il passamontagna. Tutto bene là dietro? Sì, bene. Strano, la sensazione è sempre quella di stare dentro l’acqua. Potrei essere in un sottomarino. Il mezzo si inabissa, la pressione aumenta, l’oscurità è sempre più impenetrabile. Sento di avere un sonno millenario. E poi sento un suono, un canto. È lei, la balena, che mi segue mentre scendo in profondità. È bello non essere lasciato solo proprio ora. Mi concedo di chiudere gli occhi, e l’oscurità mi inghiotte di nuovo, come mi volesse nascondere in un abbraccio.
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Occasioni di dialogo

Si consumano le occasioni di dialogo, lo sento. Penso a quel film cecoslovacco dove i volti si inglobano in un’incessante sequenza di sopraffazione. I personaggi di Jan Svankmajer si masticano e si rigettano, disfacendosi e riplasmandosi ad ogni boccone. Così noi ci stiamo parlando addosso da qualche minuto, sperando che le parole possano scalfire l’altro come oggetti contundenti. E invece di fronte a me ho una persona vacua, lontana. Non è più con me. Le mie parole non hanno peso e si sciolgono nell’aria, non arrivano nemmeno alla soglia dell’udibile. Sfumano contro la sua risolutezza fiera e stolta. Che stupida! Contro il suo sguardo perso nel vuoto. Vorrei mangiarla, trattenerla dentro me. Non è possibile. Stupida, stupida! 

Hai finito? 
Ho finito. 

Ci allontaniamo. Mi trascino dietro tutto il fardello di quanto avrei voluto ancora dire. Le parole (quelle dette, quelle non dette) ora assumono il peso di mille bossoli sputati fuori dal caricatore di un mitra rovente, involucri piombati che si accumulano nella testa come scorie. Ho la bocca impastata e mi muovo senza dare al mio passo una precisa direzione. I pensieri vagolano a caso, attorcigliandosi imbizzarriti. Non guardo nemmeno più davanti a me, gli occhi puntati in giù, su quel ritmico portare un passo avanti l’altro. Mi torna in mente la teoria delle fortificazioni di Austerlitz. Più ci si prodiga nell’esercizio della difesa più ci si invischia nel delirio di una paranoica opera di rafforzamento. Le strutture murarie, sempre più soffocanti, attraggono nemici via via più agguerriti. Sono loro, alla fine, a imporre le regole del gioco, lasciando che gli assediati si tramutino in impotenti osservatori. Si finisce per morire di fame, negli assedi, oppure a non accorgersi di quel punto nascosto e ignorato lasciato scoperto nella foga del trinceramento. 

La mia difesa è stata una rovina. Le mie mura sono crollate. Io sono a pezzi, sparso in calcinacci. 

STOP. Clacson, auto, strepiti. 

Questa mattina mi sono svegliato già incazzato. Ho aperto gli occhi e non ho riconosciuto il posto in cui mi trovavo. Del resto, come sentirsi a proprio agio in un luogo così? Un albergaccio da due soldi. Suonata la sveglia non ho trovato il solito interruttore che, allungando appena la mano dietro la testa, illumina ogni giorno le mie abitudini. Quando la luce ha rischiarato la stanza sono stato assalito da un accanito senso di estraneità. Ci ho messo un attimo per capire non solo dove ero, ma anche chi fossi. Questo smarrimento, che a dir la verità non mi avrà tenuto avvinghiato più di qualche secondo, mi è parso invece protrarsi per un’infinità. Poi ho realizzato. Sono qui per incontrarla, anzi, sono qui per perderla e si sa, per queste cose occorre una convalida, una sorta di certificato. Serve mettere un punto. Gli umani vogliono essere proprio sicuri della fine, e l’essere sicuri passa per l’esaurire le parole da dirsi. Parole di inizio, parole di mezzo, parole di fine. Io devo essermi solo perso il punto.

(………………………………………………………………………………………………………) 

Mi è tornato alla mente un ricordo mentre l’acqua della doccia scorreva viscida lungo il mio corpo - che avrebbe del resto potuto anche essere uno scafandro, un giubbotto, uno strato di pelle morta. Lei pesca un grissino dal cestino di un bar, è l’ora dell’aperitivo. Non saprei dire dove siamo, forse in vacanza. Oppure si tratta di una delle nostre abituali uscite a due passi da casa per sentirci comunque vivi. Ad ogni modo, lei sfila il grissino dal fascio croccante, lo porta lentamente alla bocca e io mi accorgo, con una consapevolezza estrema, che proprio sulla punta di quel grissino si è posato un moscerino, un piccolo esserino flebile e grigiastro. Potrei avvertirla, eppure resto a guardare. Lei apre la bocca, lo fa lentamente, come per dirmi “davvero non vuoi avvertirmi del fatto che sto per masticare un insetto?”, ma io non fiato e, disinvolto, aspetto di vedere cosa succede. E succede che d’un tratto le sue labbra si serrano sul croccante spuntino e tutto finisce in un attimo, senza particolari drammi (fatta eccezione per il moscerino triturato). 

Forse mi sento come il moscerino? Oppure traggo da questo episodio la raffigurazione di una vendetta postuma, anonima, ma inesorabile? Non sono io quello debole, ti ho osservata mentre ti gustavi un insetto! Ah! Stupida! 

La doccia si sta facendo davvero troppo lunga. 

Chissà se questa mattina è capitata prima o dopo il consumarsi della nostra rottura. Potrebbero anche essere passati anni. Ho come l’impressione, a volte, che il tempo segua percorsi tutti suoi, che si avviti e si torca, che si avviluppi su se stesso per scaraventarti a terra disarcionandoti da quella illusione di linearità che tutti vorremmo conservare intatta. E ora (o prima?, o deve ancora accadere?, o è già successo mille volte?) sto camminando alla cieca in questo asfissiante reticolo di viuzze periferiche, con questo groviglio di pensieri che si annodano, si slegano, salgono in superficie disordinatamente come reclamando la loro cazzuta esistenza autonoma. I negozi si susseguono, tutti uguali, mentre i passanti passano, come deve essere. Sono uno di loro, eppure non si può dire il contrario: nessuno è uno di me. Estraneità è il termine più appropriato. Ognuno sta nel suo spazio, vede gli altri, si potrebbe dire che ne riflette l’oggettività, ma questo implica più separazione, non meno. Siamo cose per chi ci guarda, per chi ci cozza contro. Non esiste connessione se non nel botta e risposta che non fa che certificare il nostro esistere come oggetti per gli altri e come soggetti soltanto per noi. Come dialogare con chi in fondo non è nemmeno composto della nostra stessa materia? 

STOP. Ronzio, silenzio, voci. 

Il cielo è blu, una nuvola è appena passata lieve assorbendo per un istante i raggi acuti di mezzogiorno. Non avevo mai guardato il cielo sdraiato sull’asfalto. Causa di forza maggiore, che volete che vi dica. Intorno a me sento un vociare indistinto. Un’ombra mi tocca. No, signora, non mi copra il cielo, non spenga il sole, me lo sto proprio godendo. Sono tornato in me, o così pare, eppure sento pochissimo del mio corpo. Come se fossi estraneo a me stesso. Sento però i pensieri farsi nitidi, sono tutto sensazioni, e ho questo spazio immenso proprio di fronte a me, lo potrei anche toccare. Se solo riuscissi, se solo riuscissi a sollevare il bracc… Non importa. Mi limito a guardare. E respiro, respiro, sono calmo. Mi spiace per quel moscerino, accidenti. E per le parole che non ho detto mentre i pensieri si liberano dall’intrico. 
Come sta? Non si preoccupi, sta arrivando un’ambulanza. 
Grazie, grazie. Sto… bene. Mi lasci soltanto scoperto il cielo. E poi vi dovete scostare, per favore, perché devo andare da lei, ho un sacco di cose da dire.
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Il cane sogna



Di pelo gonfio e smosso
si coprono i suoi respiri
interrotti solo 
da sincopati sbuffi
e buffi versi 
e pietosi sospiri

Il cane sogna
e così ci è più vicino:
nell'irrealtà
di quel che segretamente agogna
più che nello scodinzolio 
avido di un boccone
o di una carezza
vacua e benigna

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Gérard

  
racconto castello indipendenza aosta
Il segretario Gérard Blanquin non era un uomo soddisfatto di sé. Avrebbe sempre desiderato varcare le imponenti porte scorrevoli che introducevano all’atrio del Palazzo della Regione in veste di consigliere, o addirittura di assessore. Perché no? Se lo meritava. A testa alta avrebbe oltrepassato il desk dotato del suo pass personale, tradendo un’espressione lievemente annoiata, noncurante, ricevendo i saluti deferenti e cordiali di qualche usciere che si sarebbe poi vantato con gli amici del bar di conoscere personalmente le più alte cariche politiche e di bere tutti i giorni il caffè addirittura in compagnia del Presidente. Avere voce in capitolo sulle questioni importanti, essere ricordato: questo sì sarebbe stato il degno epilogo per uno come lui che da sempre si occupava della cosa pubblica, sebbene in privato. 

    Niente nella sua vita era però mai andato nel verso giusto. Sentiva dentro di sé un’energia che il suo corpo spigoloso pareva prosciugare ad ogni mossa, che la sua voce monocorde, per quanto le parole pronunciate potessero essere dure e sferzanti, sviliva in una favella retorica, da professorino. Non era mai riuscito a levarsela di dosso quell’aria bolsa e avvilente da bibliotecario, nonostante l’esercizio da camminatore esperto (e però aveva sempre l’andazzo del cercatore di funghi o dell’ornitologo, non dell’alpinista), nonostante i tentativi giovanili di darsi un tono con vestiti alla moda (che su di lui risultavano inadeguati e posticci), nonostante la maturata esperienza retorica che lo portava ad affrontare con agevolezza i dibattiti più accesi. 
    Coltivare il proprio lato intellettuale era stato dunque un ripiego forzato: l’uso del cervello gli veniva naturale e, come per tutte le cose in cui si primeggia senza sforzo, anche quella gli era sempre sembrata una condanna, una scomoda conferma della propria incapacità a costruirsi come davvero voleva. Avrebbe dato ogni cosa pur di avere un briciolo di fascino virile in più, avrebbe preferito sbagliare le coniugazioni verbali francesi e non saper distinguere tra le varianti francoprovenzale e occitana. A riprova di quanto fosse svalutata quella sua dote attitudinale, lo studio e la scrittura non gli erano mai valsi il riconoscimento di intellettuale, o di ideologo, quanto piuttosto l’etichetta del secchione, del professorone, del topo da biblioteca. Quando andava bene gli si dava dello storico, che altro non era che il titolo ottenuto decenni prima all’università con il massimo dei voti. 

    E ora, dopo decenni di politica fatta dietro le quinte, frequentando gli infruttuosi palcoscenici offerti a chiunque osasse alzare la manina nell’arena politica locale, si era convinto che quello fosse il momento di tentare la sorte e imporre uno strappo alla sua scialba esistenza. Per una volta proviamo a seguire gli eventi, si disse, a farci trascinare dall’entusiasmo. Dopo attenta riflessione Gérard Blanquin si era riscoperto radicale, aveva respirato a grandi boccate l’adrenalina di un irredentismo passionale, di un separatismo che recuperava l’ardore viscerale delle esperienze basche e irlandesi. La lotta per l’autodeterminazione aveva smesso di solleticare solo le sue sinapsi, diventando aspirazione fisica alla lotta, una lotta che assumeva i tratti estetizzanti di una rivalsa personale, di un disperato tentativo di affermare il proprio misconosciuto valore. 

    Quel maledetto Claudio Giacchin era proprio riuscito a fargli perdere la testa. “Maledetto Giacchin!” si ripeteva tra sé e sé Blanquin mentre vedeva oltrepassare le porte scorrevoli del Palazzo della Regione dal suo manipolo di sgangherati rivoltosi, con le armi nascoste in zainetti o sotto le giacche gonfie. “Buongiorno dottor Blanquin”, lo aveva salutato poco prima l’usciere, restando poi sorpreso dall’assembramento improvviso radunatosi attorno all’uomo, ma del tutto fiducioso della natura pacifica di quella presenza innocua che da sempre frequentava – sebbene non da protagonista – le sedi istituzionali. “Ha un appuntamento? Vi attende qualcuno?”. Il tempo per decidere il da farsi sembrò a Blanquin un’eternità. Era davvero pronto a impugnare la pistola, estraendola da dietro i pantaloni ed esclamare a tutta voce “nessuno si muova, questo Palazzo ora è nostro!”?. 

    Tempo prima Giacchin era stato netto. “Vestiti bene questa sera, Blanquin, andiamo in un posto di un certo livello”. I due si erano così dilungati di fronte a liquori dai nomi stravaganti e dai sapori ottundenti messi a disposizione dal locale svizzero dove era maturato l’accordo per la grande svolta del movimento indipendentista. Blanquin sapeva che Giacchin era un tipo di cui non fidarsi, ma si sentiva onorato dalla considerazione che questo gli rivolgeva. Claudio era il classico spaccone che ai tempi del liceo si sarebbe preso gioco di quel secchione petulante e moscio. Ora invece, finalmente, le parti sembravano, se non proprio invertite, almeno equiparate. 
    Claudio Giacchin si rivolgeva al suo compare di bevuta come ad un vecchio amico, tra pacche sulle spalle e complicità alcolica. Chiedeva pareri, annuiva interessato di fronte alle spiegazioni che il professore snocciolava, prendeva sul serio i dubbi avanzati e si mostrava partecipe dell’entusiasmo con cui Gerard difendeva le proprie ragioni, sottolineate con sempre più enfasi grazie al vino versato nei calici da camerieri accondiscendenti e le strette di mano con distinti sconosciuti che passavano a salutare Claudio e si complimentavano del perfetto francese del commensale. Quando poi un paio di donnine spuntate da chissà dove iniziarono a fare le gatte morte al loro tavolo, Blanquin non seppe più trattenersi. Fu una serata stupenda, di quelle capaci di rovinare una carriera politica, una famiglia, una reputazione consolidata, ma anche di rinvigorire lo spirito più fiacco. 
    Durante quella serata si definì il sodalizio che ora, varcate le porte del Palazzo della Regione, manifestava tutta la propria follia. “Chi me l’ha fatto fare?”, si ripeteva Blanquin mentre gli ostaggi lo guardavano intimoriti e increduli. Claudio Giacchin aveva saputo essere convincente. Avrebbe portato soldi al movimento, avrebbe costruito una nuova immagine grazie alla sua consolidata capacità organizzativa. Avrebbe aperto la strada alla realizzazione di un’aspirazione secolare. Il fatto che l’operazione non fosse del tutto pulita rappresentò, nelle motivazioni addotte dall’uomo, una postilla a margine, un dettaglio da poco. E comunque un qualcosa di cui Gerard e il suo movimento non dovevano preoccuparsi. 
    
    La responsabilità, da questo punto di vista, è tutta mia”, aveva assicurato Claudio. Blanquin, dal canto suo, aveva deciso che quella volta avrebbe abbandonato la sua prudenza da invertebrato. Ancora stordito dalle attenzioni di una rossa profumata e intraprendente, decise che il vecchio Gerard si sarebbe astenuto dalla sua pavida attitudine al lassismo. “Al diavolo, facciamo qualcosa di grande, osiamo!”. 
    Le armi dovevano essere solo una garanzia, un deterrente. “E di questi tempi bisogna essere pronti a tutto, vero Gérard?”, diceva Giacchin. “Noi siamo abbastanza preparati da anticipare i tempi, da saperne cogliere lo spirito e le opportunità prima degli altri. Si mette male, Gérard. La gente è stanca, i moderati non hanno più il sostegno di nessuno. Il popolo è pronto. Bisogna consolidare la nostra forza, anche dal punto di vista militare. È un affare sicuro, me ne assumo la responsabilità, passo dalla vostra parte proprio per questo, per mettere la mia firma, dare la mia garanzia”. Unione Italiana avrebbe portato come dote ai separatisti un bel gruppetto di nuovi iscritti e la promessa di mettere in atto una strategia coordinata finalizzata alla presa del potere. “Le armi sono proprio necessarie?”, aveva avuto il coraggio di chiedere Blanquin, sentendosi rispondere con convinzione che sì, erano fondamentali, rappresentavano un salto di qualità necessario. Non ci si poteva tirare indietro. 

    Il piano insurrezionale era stato quindi definito con dovizia di particolari. Logorata la maggioranza attraverso un’operazione di palazzo volta a frammentare i partiti di governo, Unione Italiana e il Partito per l’Indipendenza avrebbero stretto alleanza e preso il potere. Il percorso per la svolta indipendentista, una volta assicuratasi la maggioranza, sarebbe stato accelerato con l’istituzione di una milizia armata. “Che qualcuno provi a fermarci, noi qui si fa sul serio! Altrimenti a cosa servono tutte le conoscenze accumulate, tutte le parole spese in questi anni? A cosa è servita la tua dedizione? Dimmi, Gérard, la tua vita che senso ha se non cogli l’occasione ora?”. 
   
    Le armi in realtà dovevano solo trovare un acquirente insospettabile e “raffreddarsi” per un po’ di tempo, poi sarebbero state rivendute. Questo però il povero Blanquin non poteva immaginarlo, pieno com’era di quella volontà di eroismo tanto simile a una crisi di mezza età. E mentre il ragazzo che Giacchin gli aveva presentato pochi mesi prima come affidabilissimo faceva partire una raffica micidiale terrorizzando i poveri uscieri e facendo scattare l’allarme antincendio, capì che si era giocato tutto come un cretino. Non ne sarebbe uscito pulito, avrebbe passato decenni in carcere. Sarebbe invecchiato dentro a una cella in compagnia di albanesi e marocchini. “Maledetto Giacchin, doveva proprio farsi arrestare?”. 
    Fu proprio in quel momento, una volta assorbito il sussulto causato dall’esplodere dei proiettili sul soffitto, che si convinse davvero di ciò che andava preparando da mesi. D’un tratto realizzò che, non avendo altra scelta se non quella di coprirsi di ridicolo e scappare a gambe levate, tanto valeva prendere il comando. Una volta sola nella vita. “Finiscila di sparare, conserviamo i colpi per quando ne avremo bisogno!”, proruppe con una vocina nervosa e piccata. “Forza voi, se fate i bravi non vi succederà niente. Siamo qui per la liberazione, non per farvi del male. Intercettate la gente che scende dalle scale e radunate tutti i presenti qui nell’atrio. Voi, sbarrate le porte!”. Il manipolo non aspettava altro che essere guidato da qualcuno, non avendo bene idea di come muoversi in quella situazione surreale. 
    Nuori affiancò Blanquin nelle operazioni, e cominciò a distribuire compiti al gruppo armato, prefigurando un piano che apparve subito colmo di pecche. “Ci sono quattro piani e un sacco di uscite di sicurezza. Come facciamo a controllarle tutte e badare anche agli ostaggi?”, sussurrò uno, diffondendo un’incertezza strisciante che finì col minare l’entusiasmo iniziale. Così fu presa la decisione insindacabile di liberare gran parte degli ostaggi riversatosi increduli nell’atrio pensando a un’esercitazione antincendio. “Blanquin ma che stai facendo? Sei impazzito? Non fare sciocchezze!” , l’apostrofò sinceramente meravigliato l’assessore alle attività culturali sbucando dalla calca, il quale per colpa di quel suo ardire fu trattenuto insieme ai dieci ostaggi scelti – quelli sì - a casaccio. Gli altri furono cacciati fuori con disprezzo e quasi ci rimasero male. 
    
    Nel frattempo fuori dal Palazzo si accumulavano camionette e agenti con le armi spianate, compatti, mentre i rivoltosi erano stati divisi in coppie ed erano del tutto allo sbando, privi di una qualsiasi prospettiva. “Che facciamo adesso, qual è il nostro obiettivo?”, domandò una militante al segretario, visibilmente spiazzato da una considerazione disarmante: l’obiettivo era già stato raggiunto. Nelle sue fantasie il semplice compiersi di quel gesto estremo bastava ad occupare ogni proiezione. Ora però i suoi uomini vacillavano, doveva dar loro una qualche certezza. O almeno una scadenza intermedia per tenerli buoni. “Se entro questa sera alle… 20.30 non accettano le nostre richieste…”, aveva iniziato Gerard cercando complicità nello sguardo interrogativo di Nuori, “… be’, se entro quell’ora fanno orecchie da mercante, noi facciamo finta di ammazzare un ostaggio!”. Rimasero tutti increduli. 
    Come sarebbe a dire facciamo finta? Ma è una cazzata!”, esclamò Nuori spazientito dal ridicolo atteggiamento da comandante in capo del segretario. “Come ti permetti!”, sibilò questo avvicinandosi minacciosamente al compare, come invaso da una smania di potere e furioso di fronte a quella mancanza di rispetto. In tutta risposta David Nuori sferrò un ceffone all’ometto che gli soffiava contro i suoi vani richiami all’ordine, riducendolo in un istante al pavido e timoroso vigliacco che era sempre stato. Tremante, umiliato, Gerard si mise seduto contro un pilastro, abbracciando il fucile che stringeva tra le mani sudate, e lasciò che le cose facessero il loro corso. 

    Non ne voglio sapere più nulla”, pensò, sperando intimamente che quel semplice dissociarsi l’avrebbe dispensato dalle proprie responsabilità. Nuori radunò quindi gli uomini per un briefing. Bisognava contrattare la resa e uscirne il più garantiti possibile. Occorreva resistere ancora un po’, mostrare i muscoli senza rendere evidente la propria debolezza, prendere tempo. “Facciamo un discorso, iniziamo ad avanzare delle richieste di massima. Questo è un atto politico, facciamo sentire le nostre rivendicazioni!”. Blanquin ascoltava raggomitolato per terra e non gli sembrava che il suo piano fosse poi tanto peggiore. Tra deliranti fantasticherie di fuga immaginava di ricominciare tutto da capo, di non accettare il lusinghiero invito a dirigere il movimento, di sbattere il telefono in faccia a quel ruffiano di Giacchin, di rintanarsi nella sua biblioteca a leggere, leggere, leggere. In pace. Eppure c’erano dieci ostaggi chiusi dentro la sala stampa al primo piano, e gli uomini del commando parevano nervosi e incattiviti. 
    Come se non bastasse Nuori era deciso a far durare ancora quella pazzia nella speranza che, nell’attesa, gli sarebbe balenata in testa un’idea per venirne fuori. Quando iniziarono ad arrivare le prima notizie dalle redazioni occupate l’atmosfera tornò a riscaldarsi. Uno dei più entusiasti del gruppo si offrì come volontario per leggere il discorso preparato nel frattempo (“io l’avrei scritto meglio”, pensava Blanquin), portandosi appresso un ostaggio per evitare di finire impallinato da qualche cecchino immaginario. Nessuno, da dentro, riuscì ad ascoltare una sola parola urlata a gran voce dal balcone dell’ufficio di presidenza che dava proprio sulla piazza. Poi la raffica di mitra raggelò il commando. “Mio Dio, l’hanno ammazzato!”. 

    Blanquin si nascose la testa tra le mani. Quando però videro sbucare il pistolero con un sorriso beffardo e l’ostaggio bianco come un cero, un diffuso senso del ridicolo si impadronì degli animi. “Ma perché cazzo hai sparato?”, chiese minaccioso Nuori. “Non so, ho pensato che fosse una buona conclusione per il discorso. Poi hai detto tu che dobbiamo mostrarci forti, no? Sembravano spaventati, la gente scappava!”. Si levò un mormorio confuso. “Abbiamo i fucili e ogni volta che li usiamo ci dite di non farlo, ma che senso ha?”, postillò uno dei militanti. 
    
    Gerard Blanquin si mise a ridacchiare nervosamente. Nuori invece si rifugiò in un silenzio livido. Ognuno, a partire da allora, cominciò a pensare solo a sé, a come scappare, magari sgattaiolando via da una porta sul retro, perché no? La notizia dell’arresto del commando de La Voce fu la definitiva doccia gelata. “Siamo fottuti”, disse una donna cominciando a singhiozzare senza trovare alcun conforto nei visi pallidi e tesi degli altri. “Siamo fottuti”, echeggiò Blanquin ridendo come un pazzo. “Siamo fottuti, nous sommes foutus!”, continuò a ripetere delirante tra gli sguardi attoniti del gruppo. 
    Fatelo calmare, perdio”, sibilò tra i denti Nuori, richiamando poi bruscamente all’ordine tre uomini armati che avevano abbandonato le loro postazioni di guardia e fumavano seduti sui gradini come scolari in gita, i quali bofonchiando parole stizzite tornarono a presidiare scocciati le entrate da cui non sembrava voler fare irruzione nessuno. 

    La notte passò come un lungo Medioevo, oscura e malsana. I volti erano maschere che nascondevano domande vorticose, che si irrigidivano di paura ricacciata giù per la gola secca deglutendo vistosamente. Chi poteva dormire, approfittando dei turni organizzati per garantire la guardia almeno degli accessi principali (gli altri, secondari, erano stati sbarrati con tavoli e sedie, nessuno aveva acconsentito a rimanere un secondo di più di fronte a una porta chiusa), non riuscì a prendere sonno, indugiando in una veglia affannata, come quella di un condannato a morte durante l’ultima notte da vivo, sapendo che non ci sarebbe stato un domani. Il palazzo che gli indipendentisti avrebbero dovuto conquistare pareva inghiottirli nel silenzio delle sue volute alte di pietra lucida, sfumata dai bagliori bluastri delle sirene, riempiendo i corridoi vuoti di ombre aguzze lanciate dai riflettori puntati dalla piazza gremita di forze dell’ordine stanche e spazientite. Una notte così non poteva lasciar scampo. 
    L’occupazione era durata anche troppo e tutti masticavano rabbia e ansia, ricamando un livore che non lasciava alcuna speranza di redenzione. Una scelta che fino a poche ore prima era parsa solida si sgretolava come un castello di sabbia lambito dalla spuma di un’onda. Che stupidi! Come potevano immaginare che quel piano avventato, folle, frutto dei deliri di capi inesperti, avrebbe avuto qualche speranza di successo? Come da bambini basta uno schiaffone per cancellare di colpo le ragioni di qualche marachella insensata, così il commando indipendentista si trovava spogliato di una qualsiasi ragionevole motivazione plausibile da addurre come giustificazione del loro assedio. Era impossibile prendere sonno senza risposte. 

    La mattina dopo il nervosismo era quindi arrivato alle stelle, lo sgretolamento dell’impresa un fatto annunciato. Solo Gerard si era calmato e appariva serafico, raggiante. “Viva l’indipendenza!”, esclamava di tanto in tanto facendo su e giù per le scale, “viva l’indipendenza e abbasso Giacchin, maledetto Giacchin!”.
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Non so niente


- Cosa fai signore? Pensi?
Il bambino si era seduto e lo fissava intensamente, con impertinenza. L’uomo dovette fare uno sforzo non indifferente per articolare un linguaggio che, non appena rintuzzato tra lingua e denti, gli parve somigliante a un vagito primordiale. Era stato seduto su quella panchina imbambolato di fronte al mare col suo sguardo perso e ebete troppo a lungo. Chissà che figura. 
- Sì, stavo pensando - tossicchiò schiarendosi la voce come se stesse aprendosi a un’imbarazzata confessione. - E a cosa pensi? - chiese subito il bambino. L’uomo indugiò per qualche istante. Guardò il mare fattosi calmo, immobile. Il vento era cessato e rimaneva solo il suono sciabordante delle onde che si spalmavano sfrigolando sull’arena di sassolini lucidi. Un ripetersi frusciante che pareva in grado di sovrastare ogni altro suono, ma che, non appena ci si concentrava su altro, si confondeva nella percezione, tramutandosi in un fondo quasi inudibile, indistinto, una sorda e costante presenza dominata da altri suoni irregolari e vorticosi che andavano e venivano.La folla, le risa, gli strepiti, i clacson, le rumorose sciabordate dei motori. - Penso che non so niente - rispose infine. Il bambino lo guardò corrucciando le sopracciglia in un moto di ridicola sorpresa. - Come non sai niente? - proruppe poi ridendo,  - E allora a cosa serve che sei vecchio?
L’uomo subì quell’affermazione mascherata da domanda come un colpo basso. Non aveva mai pensato di essere vecchio, nessuno gliel’aveva ancora detto. Lo scopriva ora, in quel momento, per colpa di quel ficcanaso. - Le da fastidio il piccolo? - chiese una donna coprendo con una mano il microfono del cellulare, interrompendo una conversazione apparentemente di poca importanza, per poi rivolgersi al figlio senza aspettare la risposta dell’uomo,  - non dar fastidio al signore! - e riprendere come niente fosse a parlare, ascoltare e annuire distratta. 
- Io… non sono poi così vecchio - rispose al bambino. - Sì che lo sei, hai i capelli bianchi. Pausa, poi tutto d’un fiato. - Sei almeno vecchio come mio nonno e lui sa tantissime cose soprattutto tante storie che a volte sono noiose ma a volte sono interessanti e mi fanno ridere. Occhi sgranati e bocca semiaperta di chi la sa lunga. - E come sai che le storie del nonno sono vere? - domandò l’uomo al bambino, rendendosi subito conto di quanto fosse assurdo pretendere una risposta sensata a una domanda tanto ambigua rivolta a un ragazzino. Si sentì anche un po’ in colpa. Al contempo però iniziava a trovare simpatico quello strano interlocutore, guance rosse, moccio secco e strafottenza pronunciata. - Sono vere perché le dice per davvero - fece convinto il bimbo dopo averci pensato su per qualche secondo con gli occhi rivolti all’angolo sinistro della fronte. L’uomo rimase stupito dalla chiarezza della spiegazione. - E cosa ti racconta il nonno? - Mi racconta che quando era come me, cioè quando era un bambino, la sua casa l’hanno bruciata dei cattivi. Ed è vero perché ha una cicatrice qui, sul braccio. E poi mi racconta delle storie di fantasia che non sono vere però lo sappiamo tutti e due ma facciamo finta di sì. 
- Le storie di fantasia a volte sono più vere di tutte le altre, sai? Il bambino annuii convinto, come se quella fosse la certezza più incrollabile di tutto il bagaglio di conoscenze di tutta l’umanità fin dal primo dei giorni. L’uomo rimuginò su quanto aveva appena detto e pensò a sua moglie, che poco prima era lì con lui e gli parlava. Stavano giusto ricordando una vacanza al mare, tanti anni prima, in un campeggio selvaggio nella macchia corsa, pieno di tedeschi che camminavano a piedi nudi anche nei cessi. Come eravamo giovani. Dove l’abbiamo poi messa quella tenda canadese? Gli aveva chiesto lei. Sapeva bene che dopo il primo figlio le loro vacanze erano diventate molto meno avventurose e la canadese aveva smesso di farne parte. Sarà ancora da qualche parte in cantina, coperta di polvere. Quest’anno la potremmo anche disseppellire. Oppure no: compriamocene una nuova, di quelle che si aprono da sole, basta lanciarle in aria. Lei aveva riso portando la testa all’insù, mostrando una fila di denti bianchi e una gola tesa, appena screziata dai solchi delle rughe. Per forza caro! Sai ancora piantare i picchetti, tendere bene il telo, e tutte quelle cose lì?, aveva scherzato. Lui si era impettito e ridendo si era battuto il petto. Cosa credi, sono ancora un uomo vigoroso sai? Come allora, ti ricordi? Allusioni. Le aveva accarezzato una ciocca di capelli che ciondolava nel vento e le aveva impresso un bacio leggero sul collo. Lei se lo era goduto, quel bacio, tenendo il collo teso e dritto verso il cielo. 
- Però non ho tanto capito cosa vuol dire che le storie finte sono più vere di quelle finte. Se sono f i n - t e sono f i n - t e ! Mio nonno dice sempre che dei cattivi f i n - t i non devo avere paura perché non esistono davvero. Il bambino non se l’era bevuta, aveva solo reagito d’impulso alla fermezza con cui l’uomo gli aveva spacciato il suo dogma tutto fumo e niente arrosto. A cosa serve essere vecchi se poi quello che è importante non lo si sa?, si trovò a pensare richiamando la più solida verità presentatagli dal bambino poco prima. Arrivare fin qui ed accorgersi che nulla di nulla resta, niente e incrollabile, niente è sicuro. Ogni certezza è come la sabbia, finisce per essere masticata e inghiottita dal mare. 
- Però la sabbia continua ad esserci, solo che sopra c’è l’acqua e non la vedi - disse il bambino. L’uomo, che ormai si sentiva vecchio, guardo il moccioso interdetto. Cosa? Che mi sia lasciato sfuggire qualcosa? No, ne era sicuro, non aveva parlato, aveva solo pensato quel ragionamento. Non faceva che pensare, pensare, pensare. Forse i suoi pensieri si erano fatti così spessi da farsi udibili, visibili, toccabili.  - Ora andiamo Michele. Scusi ancora. Spero non l’abbia tormentata troppo. - Ciao signore! Manina agitata che fa ciao, l’altra stretta in quella della mamma, tutto un nuovo mondo davanti, entusiasmo, fine della storia. 
Che lui in fondo sappia molte più cose di me? Si chiese l’uomo. È del tutto plausibile, in fondo, visto che io non so proprio niente. Guardò ancora un attimo davanti a sé, si passò le mani sul volto in una sorta di figurativa abluzione. Sbuffò forte. Si alzò dalla panchina e le gambe erano lì a reggerlo molto meglio di quanto avesse pensato. Si ricordava una versione di se stesso più stanca e svuotata. Dove sei, cara mia? Dove sei finita? Questo proprio non lo so. Forse, forse in fondo al mare. E mentre l’uomo si allontanava tra i passanti il mare sciabordava, schiumando e sfrigolando tra i sassolini, rimescolando la sabbia e coprendo tutto con il suo incessante rumore.
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