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Gérard

  
racconto castello indipendenza aosta
Il segretario Gérard Blanquin non era un uomo soddisfatto di sé. Avrebbe sempre desiderato varcare le imponenti porte scorrevoli che introducevano all’atrio del Palazzo della Regione in veste di consigliere, o addirittura di assessore. Perché no? Se lo meritava. A testa alta avrebbe oltrepassato il desk dotato del suo pass personale, tradendo un’espressione lievemente annoiata, noncurante, ricevendo i saluti deferenti e cordiali di qualche usciere che si sarebbe poi vantato con gli amici del bar di conoscere personalmente le più alte cariche politiche e di bere tutti i giorni il caffè addirittura in compagnia del Presidente. Avere voce in capitolo sulle questioni importanti, essere ricordato: questo sì sarebbe stato il degno epilogo per uno come lui che da sempre si occupava della cosa pubblica, sebbene in privato. 

    Niente nella sua vita era però mai andato nel verso giusto. Sentiva dentro di sé un’energia che il suo corpo spigoloso pareva prosciugare ad ogni mossa, che la sua voce monocorde, per quanto le parole pronunciate potessero essere dure e sferzanti, sviliva in una favella retorica, da professorino. Non era mai riuscito a levarsela di dosso quell’aria bolsa e avvilente da bibliotecario, nonostante l’esercizio da camminatore esperto (e però aveva sempre l’andazzo del cercatore di funghi o dell’ornitologo, non dell’alpinista), nonostante i tentativi giovanili di darsi un tono con vestiti alla moda (che su di lui risultavano inadeguati e posticci), nonostante la maturata esperienza retorica che lo portava ad affrontare con agevolezza i dibattiti più accesi. 
    Coltivare il proprio lato intellettuale era stato dunque un ripiego forzato: l’uso del cervello gli veniva naturale e, come per tutte le cose in cui si primeggia senza sforzo, anche quella gli era sempre sembrata una condanna, una scomoda conferma della propria incapacità a costruirsi come davvero voleva. Avrebbe dato ogni cosa pur di avere un briciolo di fascino virile in più, avrebbe preferito sbagliare le coniugazioni verbali francesi e non saper distinguere tra le varianti francoprovenzale e occitana. A riprova di quanto fosse svalutata quella sua dote attitudinale, lo studio e la scrittura non gli erano mai valsi il riconoscimento di intellettuale, o di ideologo, quanto piuttosto l’etichetta del secchione, del professorone, del topo da biblioteca. Quando andava bene gli si dava dello storico, che altro non era che il titolo ottenuto decenni prima all’università con il massimo dei voti. 

    E ora, dopo decenni di politica fatta dietro le quinte, frequentando gli infruttuosi palcoscenici offerti a chiunque osasse alzare la manina nell’arena politica locale, si era convinto che quello fosse il momento di tentare la sorte e imporre uno strappo alla sua scialba esistenza. Per una volta proviamo a seguire gli eventi, si disse, a farci trascinare dall’entusiasmo. Dopo attenta riflessione Gérard Blanquin si era riscoperto radicale, aveva respirato a grandi boccate l’adrenalina di un irredentismo passionale, di un separatismo che recuperava l’ardore viscerale delle esperienze basche e irlandesi. La lotta per l’autodeterminazione aveva smesso di solleticare solo le sue sinapsi, diventando aspirazione fisica alla lotta, una lotta che assumeva i tratti estetizzanti di una rivalsa personale, di un disperato tentativo di affermare il proprio misconosciuto valore. 

    Quel maledetto Claudio Giacchin era proprio riuscito a fargli perdere la testa. “Maledetto Giacchin!” si ripeteva tra sé e sé Blanquin mentre vedeva oltrepassare le porte scorrevoli del Palazzo della Regione dal suo manipolo di sgangherati rivoltosi, con le armi nascoste in zainetti o sotto le giacche gonfie. “Buongiorno dottor Blanquin”, lo aveva salutato poco prima l’usciere, restando poi sorpreso dall’assembramento improvviso radunatosi attorno all’uomo, ma del tutto fiducioso della natura pacifica di quella presenza innocua che da sempre frequentava – sebbene non da protagonista – le sedi istituzionali. “Ha un appuntamento? Vi attende qualcuno?”. Il tempo per decidere il da farsi sembrò a Blanquin un’eternità. Era davvero pronto a impugnare la pistola, estraendola da dietro i pantaloni ed esclamare a tutta voce “nessuno si muova, questo Palazzo ora è nostro!”?. 

    Tempo prima Giacchin era stato netto. “Vestiti bene questa sera, Blanquin, andiamo in un posto di un certo livello”. I due si erano così dilungati di fronte a liquori dai nomi stravaganti e dai sapori ottundenti messi a disposizione dal locale svizzero dove era maturato l’accordo per la grande svolta del movimento indipendentista. Blanquin sapeva che Giacchin era un tipo di cui non fidarsi, ma si sentiva onorato dalla considerazione che questo gli rivolgeva. Claudio era il classico spaccone che ai tempi del liceo si sarebbe preso gioco di quel secchione petulante e moscio. Ora invece, finalmente, le parti sembravano, se non proprio invertite, almeno equiparate. 
    Claudio Giacchin si rivolgeva al suo compare di bevuta come ad un vecchio amico, tra pacche sulle spalle e complicità alcolica. Chiedeva pareri, annuiva interessato di fronte alle spiegazioni che il professore snocciolava, prendeva sul serio i dubbi avanzati e si mostrava partecipe dell’entusiasmo con cui Gerard difendeva le proprie ragioni, sottolineate con sempre più enfasi grazie al vino versato nei calici da camerieri accondiscendenti e le strette di mano con distinti sconosciuti che passavano a salutare Claudio e si complimentavano del perfetto francese del commensale. Quando poi un paio di donnine spuntate da chissà dove iniziarono a fare le gatte morte al loro tavolo, Blanquin non seppe più trattenersi. Fu una serata stupenda, di quelle capaci di rovinare una carriera politica, una famiglia, una reputazione consolidata, ma anche di rinvigorire lo spirito più fiacco. 
    Durante quella serata si definì il sodalizio che ora, varcate le porte del Palazzo della Regione, manifestava tutta la propria follia. “Chi me l’ha fatto fare?”, si ripeteva Blanquin mentre gli ostaggi lo guardavano intimoriti e increduli. Claudio Giacchin aveva saputo essere convincente. Avrebbe portato soldi al movimento, avrebbe costruito una nuova immagine grazie alla sua consolidata capacità organizzativa. Avrebbe aperto la strada alla realizzazione di un’aspirazione secolare. Il fatto che l’operazione non fosse del tutto pulita rappresentò, nelle motivazioni addotte dall’uomo, una postilla a margine, un dettaglio da poco. E comunque un qualcosa di cui Gerard e il suo movimento non dovevano preoccuparsi. 
    
    La responsabilità, da questo punto di vista, è tutta mia”, aveva assicurato Claudio. Blanquin, dal canto suo, aveva deciso che quella volta avrebbe abbandonato la sua prudenza da invertebrato. Ancora stordito dalle attenzioni di una rossa profumata e intraprendente, decise che il vecchio Gerard si sarebbe astenuto dalla sua pavida attitudine al lassismo. “Al diavolo, facciamo qualcosa di grande, osiamo!”. 
    Le armi dovevano essere solo una garanzia, un deterrente. “E di questi tempi bisogna essere pronti a tutto, vero Gérard?”, diceva Giacchin. “Noi siamo abbastanza preparati da anticipare i tempi, da saperne cogliere lo spirito e le opportunità prima degli altri. Si mette male, Gérard. La gente è stanca, i moderati non hanno più il sostegno di nessuno. Il popolo è pronto. Bisogna consolidare la nostra forza, anche dal punto di vista militare. È un affare sicuro, me ne assumo la responsabilità, passo dalla vostra parte proprio per questo, per mettere la mia firma, dare la mia garanzia”. Unione Italiana avrebbe portato come dote ai separatisti un bel gruppetto di nuovi iscritti e la promessa di mettere in atto una strategia coordinata finalizzata alla presa del potere. “Le armi sono proprio necessarie?”, aveva avuto il coraggio di chiedere Blanquin, sentendosi rispondere con convinzione che sì, erano fondamentali, rappresentavano un salto di qualità necessario. Non ci si poteva tirare indietro. 

    Il piano insurrezionale era stato quindi definito con dovizia di particolari. Logorata la maggioranza attraverso un’operazione di palazzo volta a frammentare i partiti di governo, Unione Italiana e il Partito per l’Indipendenza avrebbero stretto alleanza e preso il potere. Il percorso per la svolta indipendentista, una volta assicuratasi la maggioranza, sarebbe stato accelerato con l’istituzione di una milizia armata. “Che qualcuno provi a fermarci, noi qui si fa sul serio! Altrimenti a cosa servono tutte le conoscenze accumulate, tutte le parole spese in questi anni? A cosa è servita la tua dedizione? Dimmi, Gérard, la tua vita che senso ha se non cogli l’occasione ora?”. 
   
    Le armi in realtà dovevano solo trovare un acquirente insospettabile e “raffreddarsi” per un po’ di tempo, poi sarebbero state rivendute. Questo però il povero Blanquin non poteva immaginarlo, pieno com’era di quella volontà di eroismo tanto simile a una crisi di mezza età. E mentre il ragazzo che Giacchin gli aveva presentato pochi mesi prima come affidabilissimo faceva partire una raffica micidiale terrorizzando i poveri uscieri e facendo scattare l’allarme antincendio, capì che si era giocato tutto come un cretino. Non ne sarebbe uscito pulito, avrebbe passato decenni in carcere. Sarebbe invecchiato dentro a una cella in compagnia di albanesi e marocchini. “Maledetto Giacchin, doveva proprio farsi arrestare?”. 
    Fu proprio in quel momento, una volta assorbito il sussulto causato dall’esplodere dei proiettili sul soffitto, che si convinse davvero di ciò che andava preparando da mesi. D’un tratto realizzò che, non avendo altra scelta se non quella di coprirsi di ridicolo e scappare a gambe levate, tanto valeva prendere il comando. Una volta sola nella vita. “Finiscila di sparare, conserviamo i colpi per quando ne avremo bisogno!”, proruppe con una vocina nervosa e piccata. “Forza voi, se fate i bravi non vi succederà niente. Siamo qui per la liberazione, non per farvi del male. Intercettate la gente che scende dalle scale e radunate tutti i presenti qui nell’atrio. Voi, sbarrate le porte!”. Il manipolo non aspettava altro che essere guidato da qualcuno, non avendo bene idea di come muoversi in quella situazione surreale. 
    Nuori affiancò Blanquin nelle operazioni, e cominciò a distribuire compiti al gruppo armato, prefigurando un piano che apparve subito colmo di pecche. “Ci sono quattro piani e un sacco di uscite di sicurezza. Come facciamo a controllarle tutte e badare anche agli ostaggi?”, sussurrò uno, diffondendo un’incertezza strisciante che finì col minare l’entusiasmo iniziale. Così fu presa la decisione insindacabile di liberare gran parte degli ostaggi riversatosi increduli nell’atrio pensando a un’esercitazione antincendio. “Blanquin ma che stai facendo? Sei impazzito? Non fare sciocchezze!” , l’apostrofò sinceramente meravigliato l’assessore alle attività culturali sbucando dalla calca, il quale per colpa di quel suo ardire fu trattenuto insieme ai dieci ostaggi scelti – quelli sì - a casaccio. Gli altri furono cacciati fuori con disprezzo e quasi ci rimasero male. 
    
    Nel frattempo fuori dal Palazzo si accumulavano camionette e agenti con le armi spianate, compatti, mentre i rivoltosi erano stati divisi in coppie ed erano del tutto allo sbando, privi di una qualsiasi prospettiva. “Che facciamo adesso, qual è il nostro obiettivo?”, domandò una militante al segretario, visibilmente spiazzato da una considerazione disarmante: l’obiettivo era già stato raggiunto. Nelle sue fantasie il semplice compiersi di quel gesto estremo bastava ad occupare ogni proiezione. Ora però i suoi uomini vacillavano, doveva dar loro una qualche certezza. O almeno una scadenza intermedia per tenerli buoni. “Se entro questa sera alle… 20.30 non accettano le nostre richieste…”, aveva iniziato Gerard cercando complicità nello sguardo interrogativo di Nuori, “… be’, se entro quell’ora fanno orecchie da mercante, noi facciamo finta di ammazzare un ostaggio!”. Rimasero tutti increduli. 
    Come sarebbe a dire facciamo finta? Ma è una cazzata!”, esclamò Nuori spazientito dal ridicolo atteggiamento da comandante in capo del segretario. “Come ti permetti!”, sibilò questo avvicinandosi minacciosamente al compare, come invaso da una smania di potere e furioso di fronte a quella mancanza di rispetto. In tutta risposta David Nuori sferrò un ceffone all’ometto che gli soffiava contro i suoi vani richiami all’ordine, riducendolo in un istante al pavido e timoroso vigliacco che era sempre stato. Tremante, umiliato, Gerard si mise seduto contro un pilastro, abbracciando il fucile che stringeva tra le mani sudate, e lasciò che le cose facessero il loro corso. 

    Non ne voglio sapere più nulla”, pensò, sperando intimamente che quel semplice dissociarsi l’avrebbe dispensato dalle proprie responsabilità. Nuori radunò quindi gli uomini per un briefing. Bisognava contrattare la resa e uscirne il più garantiti possibile. Occorreva resistere ancora un po’, mostrare i muscoli senza rendere evidente la propria debolezza, prendere tempo. “Facciamo un discorso, iniziamo ad avanzare delle richieste di massima. Questo è un atto politico, facciamo sentire le nostre rivendicazioni!”. Blanquin ascoltava raggomitolato per terra e non gli sembrava che il suo piano fosse poi tanto peggiore. Tra deliranti fantasticherie di fuga immaginava di ricominciare tutto da capo, di non accettare il lusinghiero invito a dirigere il movimento, di sbattere il telefono in faccia a quel ruffiano di Giacchin, di rintanarsi nella sua biblioteca a leggere, leggere, leggere. In pace. Eppure c’erano dieci ostaggi chiusi dentro la sala stampa al primo piano, e gli uomini del commando parevano nervosi e incattiviti. 
    Come se non bastasse Nuori era deciso a far durare ancora quella pazzia nella speranza che, nell’attesa, gli sarebbe balenata in testa un’idea per venirne fuori. Quando iniziarono ad arrivare le prima notizie dalle redazioni occupate l’atmosfera tornò a riscaldarsi. Uno dei più entusiasti del gruppo si offrì come volontario per leggere il discorso preparato nel frattempo (“io l’avrei scritto meglio”, pensava Blanquin), portandosi appresso un ostaggio per evitare di finire impallinato da qualche cecchino immaginario. Nessuno, da dentro, riuscì ad ascoltare una sola parola urlata a gran voce dal balcone dell’ufficio di presidenza che dava proprio sulla piazza. Poi la raffica di mitra raggelò il commando. “Mio Dio, l’hanno ammazzato!”. 

    Blanquin si nascose la testa tra le mani. Quando però videro sbucare il pistolero con un sorriso beffardo e l’ostaggio bianco come un cero, un diffuso senso del ridicolo si impadronì degli animi. “Ma perché cazzo hai sparato?”, chiese minaccioso Nuori. “Non so, ho pensato che fosse una buona conclusione per il discorso. Poi hai detto tu che dobbiamo mostrarci forti, no? Sembravano spaventati, la gente scappava!”. Si levò un mormorio confuso. “Abbiamo i fucili e ogni volta che li usiamo ci dite di non farlo, ma che senso ha?”, postillò uno dei militanti. 
    
    Gerard Blanquin si mise a ridacchiare nervosamente. Nuori invece si rifugiò in un silenzio livido. Ognuno, a partire da allora, cominciò a pensare solo a sé, a come scappare, magari sgattaiolando via da una porta sul retro, perché no? La notizia dell’arresto del commando de La Voce fu la definitiva doccia gelata. “Siamo fottuti”, disse una donna cominciando a singhiozzare senza trovare alcun conforto nei visi pallidi e tesi degli altri. “Siamo fottuti”, echeggiò Blanquin ridendo come un pazzo. “Siamo fottuti, nous sommes foutus!”, continuò a ripetere delirante tra gli sguardi attoniti del gruppo. 
    Fatelo calmare, perdio”, sibilò tra i denti Nuori, richiamando poi bruscamente all’ordine tre uomini armati che avevano abbandonato le loro postazioni di guardia e fumavano seduti sui gradini come scolari in gita, i quali bofonchiando parole stizzite tornarono a presidiare scocciati le entrate da cui non sembrava voler fare irruzione nessuno. 

    La notte passò come un lungo Medioevo, oscura e malsana. I volti erano maschere che nascondevano domande vorticose, che si irrigidivano di paura ricacciata giù per la gola secca deglutendo vistosamente. Chi poteva dormire, approfittando dei turni organizzati per garantire la guardia almeno degli accessi principali (gli altri, secondari, erano stati sbarrati con tavoli e sedie, nessuno aveva acconsentito a rimanere un secondo di più di fronte a una porta chiusa), non riuscì a prendere sonno, indugiando in una veglia affannata, come quella di un condannato a morte durante l’ultima notte da vivo, sapendo che non ci sarebbe stato un domani. Il palazzo che gli indipendentisti avrebbero dovuto conquistare pareva inghiottirli nel silenzio delle sue volute alte di pietra lucida, sfumata dai bagliori bluastri delle sirene, riempiendo i corridoi vuoti di ombre aguzze lanciate dai riflettori puntati dalla piazza gremita di forze dell’ordine stanche e spazientite. Una notte così non poteva lasciar scampo. 
    L’occupazione era durata anche troppo e tutti masticavano rabbia e ansia, ricamando un livore che non lasciava alcuna speranza di redenzione. Una scelta che fino a poche ore prima era parsa solida si sgretolava come un castello di sabbia lambito dalla spuma di un’onda. Che stupidi! Come potevano immaginare che quel piano avventato, folle, frutto dei deliri di capi inesperti, avrebbe avuto qualche speranza di successo? Come da bambini basta uno schiaffone per cancellare di colpo le ragioni di qualche marachella insensata, così il commando indipendentista si trovava spogliato di una qualsiasi ragionevole motivazione plausibile da addurre come giustificazione del loro assedio. Era impossibile prendere sonno senza risposte. 

    La mattina dopo il nervosismo era quindi arrivato alle stelle, lo sgretolamento dell’impresa un fatto annunciato. Solo Gerard si era calmato e appariva serafico, raggiante. “Viva l’indipendenza!”, esclamava di tanto in tanto facendo su e giù per le scale, “viva l’indipendenza e abbasso Giacchin, maledetto Giacchin!”.
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Non so niente


- Cosa fai signore? Pensi?
Il bambino si era seduto e lo fissava intensamente, con impertinenza. L’uomo dovette fare uno sforzo non indifferente per articolare un linguaggio che, non appena rintuzzato tra lingua e denti, gli parve somigliante a un vagito primordiale. Era stato seduto su quella panchina imbambolato di fronte al mare col suo sguardo perso e ebete troppo a lungo. Chissà che figura. 
- Sì, stavo pensando - tossicchiò schiarendosi la voce come se stesse aprendosi a un’imbarazzata confessione. - E a cosa pensi? - chiese subito il bambino. L’uomo indugiò per qualche istante. Guardò il mare fattosi calmo, immobile. Il vento era cessato e rimaneva solo il suono sciabordante delle onde che si spalmavano sfrigolando sull’arena di sassolini lucidi. Un ripetersi frusciante che pareva in grado di sovrastare ogni altro suono, ma che, non appena ci si concentrava su altro, si confondeva nella percezione, tramutandosi in un fondo quasi inudibile, indistinto, una sorda e costante presenza dominata da altri suoni irregolari e vorticosi che andavano e venivano.La folla, le risa, gli strepiti, i clacson, le rumorose sciabordate dei motori. - Penso che non so niente - rispose infine. Il bambino lo guardò corrucciando le sopracciglia in un moto di ridicola sorpresa. - Come non sai niente? - proruppe poi ridendo,  - E allora a cosa serve che sei vecchio?
L’uomo subì quell’affermazione mascherata da domanda come un colpo basso. Non aveva mai pensato di essere vecchio, nessuno gliel’aveva ancora detto. Lo scopriva ora, in quel momento, per colpa di quel ficcanaso. - Le da fastidio il piccolo? - chiese una donna coprendo con una mano il microfono del cellulare, interrompendo una conversazione apparentemente di poca importanza, per poi rivolgersi al figlio senza aspettare la risposta dell’uomo,  - non dar fastidio al signore! - e riprendere come niente fosse a parlare, ascoltare e annuire distratta. 
- Io… non sono poi così vecchio - rispose al bambino. - Sì che lo sei, hai i capelli bianchi. Pausa, poi tutto d’un fiato. - Sei almeno vecchio come mio nonno e lui sa tantissime cose soprattutto tante storie che a volte sono noiose ma a volte sono interessanti e mi fanno ridere. Occhi sgranati e bocca semiaperta di chi la sa lunga. - E come sai che le storie del nonno sono vere? - domandò l’uomo al bambino, rendendosi subito conto di quanto fosse assurdo pretendere una risposta sensata a una domanda tanto ambigua rivolta a un ragazzino. Si sentì anche un po’ in colpa. Al contempo però iniziava a trovare simpatico quello strano interlocutore, guance rosse, moccio secco e strafottenza pronunciata. - Sono vere perché le dice per davvero - fece convinto il bimbo dopo averci pensato su per qualche secondo con gli occhi rivolti all’angolo sinistro della fronte. L’uomo rimase stupito dalla chiarezza della spiegazione. - E cosa ti racconta il nonno? - Mi racconta che quando era come me, cioè quando era un bambino, la sua casa l’hanno bruciata dei cattivi. Ed è vero perché ha una cicatrice qui, sul braccio. E poi mi racconta delle storie di fantasia che non sono vere però lo sappiamo tutti e due ma facciamo finta di sì. 
- Le storie di fantasia a volte sono più vere di tutte le altre, sai? Il bambino annuii convinto, come se quella fosse la certezza più incrollabile di tutto il bagaglio di conoscenze di tutta l’umanità fin dal primo dei giorni. L’uomo rimuginò su quanto aveva appena detto e pensò a sua moglie, che poco prima era lì con lui e gli parlava. Stavano giusto ricordando una vacanza al mare, tanti anni prima, in un campeggio selvaggio nella macchia corsa, pieno di tedeschi che camminavano a piedi nudi anche nei cessi. Come eravamo giovani. Dove l’abbiamo poi messa quella tenda canadese? Gli aveva chiesto lei. Sapeva bene che dopo il primo figlio le loro vacanze erano diventate molto meno avventurose e la canadese aveva smesso di farne parte. Sarà ancora da qualche parte in cantina, coperta di polvere. Quest’anno la potremmo anche disseppellire. Oppure no: compriamocene una nuova, di quelle che si aprono da sole, basta lanciarle in aria. Lei aveva riso portando la testa all’insù, mostrando una fila di denti bianchi e una gola tesa, appena screziata dai solchi delle rughe. Per forza caro! Sai ancora piantare i picchetti, tendere bene il telo, e tutte quelle cose lì?, aveva scherzato. Lui si era impettito e ridendo si era battuto il petto. Cosa credi, sono ancora un uomo vigoroso sai? Come allora, ti ricordi? Allusioni. Le aveva accarezzato una ciocca di capelli che ciondolava nel vento e le aveva impresso un bacio leggero sul collo. Lei se lo era goduto, quel bacio, tenendo il collo teso e dritto verso il cielo. 
- Però non ho tanto capito cosa vuol dire che le storie finte sono più vere di quelle finte. Se sono f i n - t e sono f i n - t e ! Mio nonno dice sempre che dei cattivi f i n - t i non devo avere paura perché non esistono davvero. Il bambino non se l’era bevuta, aveva solo reagito d’impulso alla fermezza con cui l’uomo gli aveva spacciato il suo dogma tutto fumo e niente arrosto. A cosa serve essere vecchi se poi quello che è importante non lo si sa?, si trovò a pensare richiamando la più solida verità presentatagli dal bambino poco prima. Arrivare fin qui ed accorgersi che nulla di nulla resta, niente e incrollabile, niente è sicuro. Ogni certezza è come la sabbia, finisce per essere masticata e inghiottita dal mare. 
- Però la sabbia continua ad esserci, solo che sopra c’è l’acqua e non la vedi - disse il bambino. L’uomo, che ormai si sentiva vecchio, guardo il moccioso interdetto. Cosa? Che mi sia lasciato sfuggire qualcosa? No, ne era sicuro, non aveva parlato, aveva solo pensato quel ragionamento. Non faceva che pensare, pensare, pensare. Forse i suoi pensieri si erano fatti così spessi da farsi udibili, visibili, toccabili.  - Ora andiamo Michele. Scusi ancora. Spero non l’abbia tormentata troppo. - Ciao signore! Manina agitata che fa ciao, l’altra stretta in quella della mamma, tutto un nuovo mondo davanti, entusiasmo, fine della storia. 
Che lui in fondo sappia molte più cose di me? Si chiese l’uomo. È del tutto plausibile, in fondo, visto che io non so proprio niente. Guardò ancora un attimo davanti a sé, si passò le mani sul volto in una sorta di figurativa abluzione. Sbuffò forte. Si alzò dalla panchina e le gambe erano lì a reggerlo molto meglio di quanto avesse pensato. Si ricordava una versione di se stesso più stanca e svuotata. Dove sei, cara mia? Dove sei finita? Questo proprio non lo so. Forse, forse in fondo al mare. E mentre l’uomo si allontanava tra i passanti il mare sciabordava, schiumando e sfrigolando tra i sassolini, rimescolando la sabbia e coprendo tutto con il suo incessante rumore.
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Valle d'Aosta: dieci anni costituenti


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INTRODUZIONE 

Il lungo decennio 2007-2020 ha inaugurato una nuova fase di carattere economico e politico per la Valle d'Aosta, durante la quale sono crollate le fondamenta del quarantennale consenso politico unionista ed è mutato irreversibilmente il tessuto socio-economico valdostano. La crisi finanziaria prima e quella dei debiti sovrani poi hanno determinato l’ulteriore marginalizzazione del territorio valdostano, già duramente compromesso dalla ristrutturazione degli anni Settanta e Ottanta. Una fase, quella, attutita dalla legge sul riparto fiscale e dal conseguente afflusso “illimitato” di risorse finanziarie, capaci di ammortizzare gli effetti altrimenti devastanti della crisi dell’industria: nonostante la continua deindustrializzazione e desertificazione produttiva del territorio, la Valle d’Aosta ha conosciuto decenni di stabilità grazie al patto sociale clientelare-assistenzialista della classe dirigente unionista (oltre che dei suoi satelliti). 

Un patto che non ha coinvolto tutte le categorie economiche, ma che ha saputo consolidare un blocco di interessi solido e fidelizzato, fondato anche, come hanno dimostrato le recenti inchieste giudiziarie, sui rapporti di lungo periodo con esponenti della criminalità organizzata. La fase attuale si apre invece con la riforma del federalismo fiscale e la legge di stabilità del 2011, che hanno comportato il ridimensionamento della disponibilità finanziaria della regione, con la soppressione della compartecipazione all’imposta sul valore aggiunto. Nonostante un bilancio relativamente alto e un livello di spesa pro-capite tra i maggiori d’Italia (sebbene in calo), la nuova configurazione normativa (nazionale e comunitaria) impone una più oculata razionalizzazione delle risorse e una minore discrezionalità in merito al loro impiego. Si sono così incrinate irrimediabilmente le condizioni di stabilità dell’assetto politico, a sua volta condizionato da problemi interni (l’incapacità di esprimere un ricambio della classe dirigente e una credibile proposta di sviluppo) e infine delegittimato dalle indagini sull’utilizzo dei fondi dei gruppi consiliari e, soprattutto, dal terremoto delle inchieste sul radicamento della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta. 

La frammentazione estrema della politica valdostana poggia le sue basi nel più ampio processo di scomposizione politico-economica e di ininterrotti scandali giudiziari. La crisi legata alla pandemia, nonostante un precario effetto politico di ricompattamento attorno alle forze moderate, non ha fatto che inasprire le tendenze di lungo corso, pesando su un’economia sempre più precaria e su lavoratori e lavoratrici sempre più confinati in settori a basso reddito e a scarse tutele. Nel frattempo, però, corpi “estranei” al contesto valdostano si sono sviluppati e rafforzati nutrendosi sia di parte dell’elettorato autonomista che di quello moderato-progressista, sia di fasce finora ininfluenti o marginali da un punto di vista politico (si consideri, in questo senso, la fugace scalata del M5S e il più consistente consolidamento della Lega). 

Ci troviamo a vivere in una crisi costituente, che intercetta e declina la più ampia e secolare crisi del capitalismo neoliberale, la quale determina fratture profonde negli equilibri delle democrazie liberali occidentali, funestate da rigurgiti reazionari, tendenze oscurantiste e spinte disgregative. Si apre, però, un campo di possibilità. È in questo campo che occorre trovare le condizioni per una svolta progressista ed emancipativa. 

I. CONTESTO ECONOMICO 

La Valle d’Aosta è da tempo una realtà post-industriale, per quanto esistano poli di specializzazione e importanti realtà storicamente consolidate. In un contesto caratterizzato, tra il 2007 e il 2019, da una riduzione del numero delle imprese pari al -14,5%, il settore industriale ha perso numerosi posti di lavoro (20,4% tra il 2008 e il 2019), dinamica confermata da una contrazione delle attività manifatturiere pari al -1,1% nel 2019 e esacerbata dalla crisi del comparto delle costruzioni (che ha conosciuto una perdita occupazionale del 34%). Non è tuttavia immaginabile l’abbandono di una strategia di rilancio del settore secondario, che deve essere ristrutturato e ammodernato, e che deve essere incluso in una più ampia strategia di sviluppo economico sostenibile, tecnologicamente avanzato, energeticamente efficiente e socialmente inclusivo, nonché capace di dare origine a processi di agglomerazione e di sviluppare forme di connessione reticolare tra unità produttive e tra comparti (ispirandosi, inoltre, a modelli di economia circolare), oltre a fornire un contributo in termini di innovazione tecnologica e attrazione sul territorio di settori ad alta intensità di capitale.

La mancanza di un settore capace di trainare l’economia locale è aggravata dagli ampi divari territoriali riscontrati sul territorio valdostano. Il turismo è infatti un settore che si concentra nell’Alta Montagna, mentre la Media Montagna e la Campagna urbanizzata (dove ha sede un settore agricolo potenzialmente innovativo e dove si hanno i tassi di vecchiaia più bassi d’Italia) si collocano su livelli del valore aggiunto simili ad alcune regioni del Mezzogiorno. Per quanto riguarda il Capoluogo (dove è più alto il livello di senilizzazione della popolazione) è l’amministrazione pubblica il vero traino in termini di valore aggiunto pro-capite. Questa grossolana tripartizione (cui si potrebbe aggiungere la concentrazione industriale della bassa valle) suggerisce una profonda fragilità strutturale, legata alle fratture e alle discontinuità territoriali di una regione dove i salari privati rimangono bassi rispetto alla media nazionale, dove la disoccupazione ha conosciuto una forte accelerata a partire dal 2010-2011 e pare recuperare solo di fronte a un aumento degli inattivi, e dove proprio i settori in crescita durante gli anni passati (il turismo e il settore alberghiero) si trovano ora ad affrontare enormi difficoltà legate all'emergenza sanitaria, unendosi così alle imprese del commercio, dell’agricoltura, delle attività immobiliari e del settore industriale. 

Le difficoltà, tuttavia, sono frutto di un’eredità storica: un’economia dominata dalla piccola e micro impresa, tipicamente sotto-capitalizzata (e quindi incapace a reggere shock improvvisi o prolungati periodi di crisi), dove i salari sono tendenzialmente più bassi, dove i settori ad alto valore aggiunto scarseggiano, dove la produttività ristagna, così come gli investimenti, e dove manca una coerente e lungimirante politica industriale e di sviluppo. In tale contesto di precarietà e frammentazione produttiva non si può immaginare un rafforzamento strutturale del mondo del lavoro: senza un piano di uscita dalle condizioni di valorizzazione capitalistica, le condizioni dei salari e dell’occupazione dipendono dalla capacità del sistema economico di produrre ricchezza e crescita. Il mercato, tuttavia, non è in grado di coordinare un processo virtuoso e generalizzato di sviluppo rispettoso delle persone e dell’ambiente: serve per questo un forte ruolo di strumenti di programmazione e pianificazione pubblica, uniti a sforzi altrettanto consistenti per demercificare e democratizzare il più possibile i processi che coinvolgono l’occupazione e l’organizzazione del lavoro. 

Lo sviluppo di un welfare pubblico inclusivo e non assistenzialista, oltre alla promozione di forme cooperative di impresa (assieme a strumenti di recupero d’impresa e maggiore partecipazione dei lavoratori all’interno delle imprese) e al sostegno e al rafforzamento del terzo settore, vanno coniugati con un piano di investimenti nei settori innovativi e a maggiore prospettiva di sviluppo, di formazione e qualificazione dei lavoratori, di incentivazione di rapporti di lavoro stabili, a tempo indeterminato. La presenza di settori in permanente affanno va a pesare sulla vita di chi in quei settori lavora. Occorre dunque investire sul rafforzamento dei processi di potenziamento effettivo del ruolo dei lavoratori e delle lavoratrici (che siano autonomi o dipendenti) all’interno di un duplice paradigma: quello della programmazione pubblica degli investimenti e delle principali direttive di sviluppo regionale e quello della maggiore interconnessione e autonomizzazione degli operatori economici (le interconnessioni tra imprese risultano contenute rispetto al dato medio italiano), all’interno di un quadro complessivo dove il sostegno pubblico si coniughi con un potenziamento reale degli attori dello sviluppo locale. 

II. CONTESTO POLITICO 

L’autonomismo rappresenta oggi più che mai una risposta conservatrice e inadeguata, incapace di delineare una via d'uscita coerente e realistica ai problemi e alle fratture sociali emersi durante il lungo decennio di crisi. Per quanto la tendenza conservatrice sia sempre stata un elemento costitutivo della narrazione autonomista, la sua funzione regressiva e difensiva (invece che affermativa) è esacerbata dalla crisi di egemonia che investe il gruppo dirigente dell’Union e i suoi svariati satelliti e contendenti. L’arretramento politico (la compagine autonomista valeva quasi l’80% nel 2013, scendendo al 42% nel 2020) e la perdita di presa ideologica in tempi di ristrettezze finanziarie ne indeboliscono la capacità di controllo del territorio, mentre gli scandali giudiziario-morali ne hanno eroso la credibilità e l’autorevolezza, oltre che l’agibilità politica (in questo senso vanno letti sia i tentativi esterni di minare il ruolo del Presidente-Prefetto, sia quelli di promuovere una legge elettorale presidenzialista). 

Tutti questi “colpi” hanno determinato una involuzione identitaria e una più venale lotta per il potere: da una parte la ricerca di una nuova purezza - in chiave neanche troppo sottilmente etnica - ha portato all’espulsione delle componenti “estranee” (in particolare quelle calabresi, oltre a qualche capro-espiatorio interno) dai propri ranghi, determinando un rischioso divaricamento tra componenti sociali, dall’altra lo scontro tra fazioni ha infittito la frammentazione politica. L’insistenza identitaria, comunque la si voglia declinare, rappresenta un arretramento verso posizioni microsovraniste di chiusura e di rivendicazione di esclusività particolaristica ed escludente. La risposta agli stimoli esterni, sempre visti come potenzialmente minacciosi in quanto disgregatori della “comunità” locale, è sempre illustrata nei termini di un “Noi” coeso e unitario contro un “Loro” definito arbitrariamente. 

La prevalenza del soggetto comunitario sul variegato tessuto sociale rende dunque particolarmente inefficace la risposta politica di fronte alla frammentazione socio-economica determinata dal lungo decennio di crisi. In questo contesto il ruolo della destra è particolarmente preoccupante e trova un inedito terreno fertile. Per decenni gli spazi di agibilità e di rappresentanza della destra (tanto quella moderata quanto quella più radicale) sono stati occupati dalla “balena rossonera” e dalla sua retorica dell’equidistanza opportunistica (ni droite ni gauche) in nome degli interessi locali. Oggi la crisi della classe dirigente autonomista e della sua rispettabilità percepita aprono spazi consistenti per un ricambio del ceto politico e per un ruolo inedito di forze che mai avevano attecchito nell’agone elettorale e nella rappresentanza delle istanze sociali. Sotto questa luce va’ vista la consistente forza acquisita dalla Lega: un processo certamente guidato dalla ribalta nazionale e dall’operazione di trasformazione nazionalista e populista operata da Salvini, ma capace di attecchire in Valle d’Aosta proprio grazie agli spazi lasciati aperti dalla crisi della storica nomenclatura locale. Spazi entro cui un ceto sociale prima sufficientemente tutelato dalla classe dirigente localista, oppure marginalizzato e schiacciato sotto la sua mole (penso alle frazioni superiori delle libere professioni e del commercio), può ora trovare occasioni di rappresentanza e rilevanza, nella lotta per l’accaparramento di risorse scarse e per la rivendicazione di un maggiore peso politico. 

Non vanno certo sottovalutati gli appigli reazionari ed escludenti propri della narrazione etno-redistributiva della Lega salviniana (narrazione che ha trovato peraltro terreno fertile nella retorica comunitaria e identitaria autonomista), ma la rivalsa leghista ha una sua specifica configurazione legata al ricambio della classe dirigente, oltre che alla “questione morale” che investe l’autonomismo valdostano. La frammentazione sociale, l’aumento delle disuguaglianze e i processi di impoverimento relativo di lavoratori e lavoratrici non fanno che creare terreno fertile per un ulteriore radicamento delle istanze populiste di destra. Il centrosinistra valdostano non ha saputo inserirsi adeguatamente in questo processo di scomposizione, mantenendo un profilo subalterno e condizionato ai posizionamenti del mondo autonomista, senza mostrare un profilo autonomo e in grado di imporre al dibattito pubblico e agli alleati di governo temi specifici e distintivi. 

Il Partito democratico è stato travolto dalle inchieste legate alle spese dei gruppi consiliari, dimezzando i propri voti e non riuscendo ad eleggere alcun consigliere nel 2018: un vuoto coperto, a riprova dell’esistenza di un consistente spazio per una proposta progressista, dalla coalizione di Impegno Civico. Una coalizione, tuttavia, particolarmente legata a nomi provenienti dalla diaspora autonomista (con il 30% delle preferenze attribuibili a un solo candidato) e legata ai flussi elettorali in uscita dal centrosinistra locale. Il Partito democratico è oggi riuscito a rientrare in Consiglio regionale solo grazie a un’opportuna politica di alleanze, ma riveste un ruolo minoritario all’interno di un sistema (conflittuale) di rapporti di forza. 

Entro questa dinamica pare esserci spazio potenziale per colmare il vuoto rimasto aperto a sinistra, coltivando una linea alternativa e indipendente che sappia inserirsi negli spazi lasciati aperti dall’assenza sostanziale di una formazione per il Lavoro e per l’Ambiente, di ispirazione antiliberista e di sinistra in Valle d’Aosta. 

III. DALLA PARTE DEL LAVORO 

La composizione sociale della Valle d’Aosta ha conosciuto profondi mutamenti nel tempo, alcuni di questi ancora in via di sviluppo. Nel 2017 il reddito pro-capite e la spesa per consumi delle famiglie non avevano ancora recuperato i livelli del 2007, per un’erosione sostanziale della ricchezza pro-capite. In questo processo di erosione progressiva dei livelli di benessere che avevano storicamente caratterizzato il territorio valdostano, si sono approfonditi i divari interni al mondo del lavoro: le condizioni lavorative sono peggiorate, in linea con la dinamiche di dequalificazione e frammentazione del mondo del lavoro su scala nazionale ed europea. 

Da un lato, sul piano demografico, è diminuita la componente lavorativa delle fasce più giovani, parallelamente all’aumento della quota di lavoratori ultracinquantacinquenni: segno non solo della scelta giovanile di abbandonare, a favore di altre regioni o dell’estero, un mercato locale poco orientato al ricambio generazionale, poco innovativo e caratterizzato da un basso livello di qualificazione, ma anche dell’esistenza di forti barriere all’ingresso, come dimostrato dall’elevato tasso di disoccupazione giovanile (21,7% nel 2019). Dall’altro le condizioni contrattuali e retributive del lavoro sono peggiorate fortemente: aumentano i part-time (+36,5% tra il 2007 e il 2019) e gli avviamenti a tempo determinato (43mila nel 2019, pari all’89% degli avviamenti, 15mila in più rispetto al 2009; nel complesso il lavoro a tempo determinato è cresciuto del 50,7% tra il 2007 e il 2019), con un'incidenza del 18,6% dei lavoratori assunti con contratti a termine e un aumento dei lavoratori irregolari. 

A livello retributivo, inoltre, la Valle d’Aosta è caratterizzata da livelli salariali più bassi della media italiana nel settore privato, segno dell’inadeguatezza della struttura produttiva locale. Tra chi subisce maggiormente questa situazione troviamo i giovani, le donne, gli stranieri, i dipendenti delle micro-imprese. Come se non bastasse, la crisi legata all’emergenza sanitaria ha interrotto i segnali di ripresa dell’occupazione e ha comportato un forte calo degli avviamenti rispetto al 2019. Per quanto riguarda il personale pubblico ha pesato, a partire dal 2012, il blocco del turnover, che ha limitato le assunzioni e ha portato a un calo consistente dei dipendenti pubblici, colpendo in particolar modo gli assunti con contratti flessibili (la cui quota è scesa dal 18 al 6% tra il 2008 e il 2018). La crisi legata all’emergenza sanitaria peserà particolarmente, e in parte ha già pesato, sui lavoratori stagionali, sui lavoratori autonomi (gli indipendenti sono diminuiti del 14,7% tra il 2008 e il 2019, con un particolarmente calo delle lavoratrici indipendenti), sugli addetti del commercio, sui contratti precari e a tempo determinato, sulle donne, sugli stranieri e sui giovani. Molti di questi lavoratori sono concentrati nel settore del turismo, del tempo libero e della ristorazione, tra quelli più colpiti dalle restrizioni legate all’epidemia. 

Il malcontento, la perdita di reddito, l’erosione della sicurezza economica e occupazionale sono dinamiche che si sommano a una crisi di lungo periodo che investe svariati settori dell’economia valdostana. Una disgregazione del tessuto sociale che avviene parallelamente all’erosione dei servizi pubblici territoriali, sempre più carenti, inefficienti e esclusivi. Una tale pressione non può che comportare consistenti cambiamenti, sia a livello della tenuta sociale che a livello di turbolenze del quadro politico (ne è un esempio l’elevato tasso, ormai strutturale, di astensionismo). 

Serve dunque ridare centralità al mondo del lavoro, dando voce e rappresentanza a una soggettività ampia e trasversale che comprenda le componenti tradizionali dell’occupazione dipendente e le nuove identità occupazionali marginalizzate e precarie. Occorre costruire un’alleanza di classe tra il blocco dei lavoratori e lavoratrici della conoscenza, dell’istruzione, del campo socio-sanitario-assistenziale, e le frazioni di classe emergenti, in declino o a rischio di arretramento (oppure quelle che si vedono tarpare le ali dalle attuali - disfunzionali - relazioni di produzione e di potere). Occorre proporre una visione emancipatrice e unificante capace di uscire dalla narrazione dell’assedio e del contrasto tra lavoratori tutelati e non tutelati tipica della destra, costruendo invece legami solidaristici e unitari tra precariato giovanile, dipendenti del ceto medio e della classe popolare, autonomi appartenenti alle fasce relativamente più precarie e subordinate del mondo del lavoro indipendente (lavoratori a progetto, freelance, lavoratori esternalizzati e a monocommittenza, formatori ed educatori), all’interno di un quadro che sappia unire una prospettiva di rilancio economico e una strategia di uscita dalla precarietà e dalla marginalità, e che al contempo privilegi una strada cooperativa e solidaristica intersezionale. 

Servono proposte innovative e realistiche per porre le basi di una tale alleanza sociale: misure per il recupero di impresa, per la riconversione cooperativa delle imprese in fallimento o in difficoltà (in particolare nei settori emergenti), oltre a strumenti per incentivare le alleanze reticolari e consortili tra micro/piccole imprese, misure di incentivazione dei contratti a tempo indeterminato, potenziamento del campo di azione degli operatori di settori emergenti o ad alto potenziale di sviluppo, unitamente a una rivalutazione del ruolo di un welfare universalistico e di un settore pubblico a sostegno dei processi virtuosi ed emancipatori in campo economico e sociale. È necessario coprire il vuoto lasciato da decenni di politiche ciecamente localiste e prive di qualsiasi prospettiva di lungo periodo. 

NOTA A MARGINE - Piccole imprese

La Valle d’Aosta è dominata dalla piccola e micro-impresa (le imprese con 0-9 addetti rappresentano il 95% del totale). Di questo fatto va tenuto conto per la ricerca di analisi e di soluzioni realistiche alle problematiche socio-economiche del territorio. Tuttavia va notato come il valore prodotto dallo 0,1% delle imprese valdostane (4 unità con almeno 250 addetti) sia pari al 25,6% del totale, a cui si potrebbe aggiungere il 13,5% delle imprese con 50-249 addetti (che sono lo 0,5%, cioè 68 unità). Quasi il 40% del valore aggiunto valdostano è prodotto da una settantina di imprese, il restante da oltre 11mila (dati Unioncamere-Sisprint). 

Nota politica: Occorre individuare linee di azione comune che coinvolgano i settori più precari e disgregati del mondo del lavoro, tanto di quello dipendente che di quello autonomo, in un processo di costruzione di rivendicazioni e strategie capaci di ridefinire un blocco progressista politico-sociale fondato sul lavoro. Non vanno trascurati gli elementi della piccola e micro-impresa e del lavoro autonomo disposti ad abbandonare la retorica proprietaria e competitiva in nome di strategie reticolari, mutualistiche e cooperative. 

Nota economica: Le piccole e micro-imprese valdostane si concentrano in particolare nei seguenti settori: imprese artigiane (manifatturiero e costruzioni), del commercio, dell’alloggio e della ristorazione, senza contare le attività professionali e scientifiche. 

Problemi tipici della piccola impresa. In Italia le retribuzioni medie nelle piccole imprese sono poco più della metà di quelle nelle imprese maggiori. Il fenomeno è legato alle caratteristiche proprie della piccola impresa, tenendo anche conto della loro incidenza in settori specifici. Una prevalenza di piccole imprese operanti nel settore dei servizi, dove il valore aggiunto e soprattutto la produttività sono particolarmente bassi, comporta di conseguenza basse retribuzioni (oltre a un maggior numero di ore lavorate, una minore creazione di occupazione, una minore spesa in investimenti) e una sensibilità alla competizione tutta spostata sull’elemento di costo (principalmente del lavoro). 

Il miglioramento delle condizioni del lavoro dipende da dinamiche oggettive, economiche. In un sistema capitalistico i salari dipendono dal processo di accumulazione capitalista. Con ciò occorre, entro i limiti del possibile, tentare di inserirsi nei processi in atto per innescare processi di scala capaci di rispondere ai problemi oggettivi e alle fragilità della piccola impresa. Uno degli esempi storici di come tale salto di scala sia stato realizzato in un contesto di piccole unità produttive è quello dei distretti industriali. Un modello di cui tenere conto ma, allo stesso tempo, da adattare non solo ai tempi nuovi (quelli della digitalizzazione e dell’economia della conoscenza), ma anche a forme nuove e innovative di “socializzazione” della produzione e della ricchezza. Oggi si possono immaginare modelli a rete, forme di cooperazione tra unità imprenditoriali, sistemi mutualistici di sostegno e di welfare per il lavoro autonomo, consorzi di operatori, strumenti di sviluppo pubblico di piattaforme digitali, ecc. 

L’obiettivo comune a tutte queste ipotesi è quello di attivare e rafforzare gli elementi virtuosi presenti nelle piccole imprese (in termini di flessibilità, di creatività, di motivazione, di professionalità) sfruttando al tempo stesso i vantaggi di scala derivanti dai processi di agglomerazione. I vantaggi aggregativi derivanti dalla messa in connessione delle singole unità possono essere di diverso tipo: diffusione delle conoscenze, compartecipazione del rischio, riduzione dei costi, maggiore capitalizzazione e internalizzazione delle imprese, aumento delle risorse disponibili per investimenti, del rafforzamento della forza contrattuale, maggiore capacità di resistenza ai processi di assorbimento da parte delle grandi unità, ma anche inserimento nei circuiti di welfare aziendale, senza contare la possibilità di ridefinire, attraverso una maggiore capacità di pesare nel contesto locale da parte di “culture professionali diffuse”, il ruolo delle politiche pubbliche di sviluppo economico.


Fonti:

- Da una crisi all'altra: economia e società di fronte alla pandemia. Nota sulla situazione economica e sociale della Valle d'Aosta - Anno 2020

- Una ripresa dal passo incerto: segnali positivi, criticità e disomogeneità dei trend. Nota sulla situazione economica e sociale della Valle d'Aosta - Anno 2019 

- Banca d’Italia, Economie regionali, L’economia della Valle d’Aosta, giugno 2011-2020 Ires-Cgil, Analisi economica della Valle d’Aosta, Tendenze di breve periodo, 2019

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La fine si passa assieme. Epica Etica Etnica Pathos: dai CCCP ai CSI.

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26 dicembre 1991. SSSR, ultimo atto. Il muro di Berlino è caduto da un pezzo, l'Unione Sovietica crolla. Ma il gruppo di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni si scioglie un anno prima della disintegrazione dell'Urss. Ferretti ha anticipato i tempi. 

Ottobre 1990. Unificazione delle due Germanie. Non poteva esserci data più ovvia per mettere la parola fine alla teatrale messinscena etichettata come “punk filo-sovietico”, inaugurata proprio nella Berlino di qualche anno prima, quella ancora divisa da un (provvido) muro. Maciste contro tutti è ora più solo che mai, non rimangono che tentativi antologici di tirare le fila di ciò che è stato. Ecco i miei gioielli raccoglie così un'esperienza che nel corso degli anni Ottanta non ha mai smesso di mutare, sebbene conservando un immutato spirito punk-mistico, dissacrante e contorto, provocatorio e canzonatorio. Ciò che si sottoponeva a motteggio (trasposto in parodistica e distorta celebrazione) era la grandeur di un regime sovietico morente, a sua volta deformato dalla lente di un ethos provinciale di provincia emiliana, dove il comunismo era buona amministrazione, circoli Arci, feste dell’Unità, fedi politiche sempre più autoreferenziali, miscugli di tradizione che non muore e abbagli di modernità. Contro-autobiografia della nazione, quella dei CCCP, verrebbe da dire. 

Nel settembre 1992, dalle ceneri dei CCCP, nascono i CSI. La Comunità degli Stati Indipendenti si trasfigura musicalmente in Consorzio Suonatori Indipendenti. Un'indipendenza che si manifesta sia nella veste di un approccio inedito alla "cosa" musicale (che in Italia, in quegli anni, faceva fatica a trovare proprie strade), sia nel ruolo centrale del personaggio Lindo Ferretti all’interno del gruppo: i CSI sono un’esperienza di cantautorato rock, dove Ferretti parla molto di sé, fa gravitare attorno alla sua persona le parole, la sua penna si fa meno anthemica-generazionale e più biografica e narrativa. Accanto a questo assestamento dell'asse narrativo/rappresentativo si nota anche un più posata conquista di maturità, grazie alla quale si smussano certi spigoli (quelli più dissacranti e spontaneisti, oltre che quelli dell’avanspettacolo anarcoide), ma se ne creano altri forse ancora più taglienti (le chitarre di Giorgio Canali e il loro scalpitare noise), rafforzati da una consapevolezza di sé inedita, che sa come e dove colpire (al contrario della gragnola di colpi assestati da molti brani di carattere più espressionista dei CCCP). 

Il passaggio tra un tempo (quello degli Ottanta) e l’altro (gli anni Novanta), espresso simbolicamente attraverso il cambio di formazione, non rappresenta però una cesura radicale. La continuità c’è ed è manifesta: a volte si sostanzia in lasciti sclerotizzati, altre volte sfuma in tentativi di lasciarsi alle spalle il passato e percorrere strade inedite, prevedendo quello che sarà e accettando il clima nuovo che si impone piegando la volontà. A legare i due piani, i due percorsi, c’è Maciste, il gigante buono e forte ma destinato a crollare. Maciste contro tutti, 1993. Maciste contro tutti, 1990. Un legame, un filo rosso che si tende tra il live album collettivo registrato durante il Festival delle Colline da Ustmamo, Disciplinatha e i neo-costituiti CSI, e il brano che chiude l’ultimo lavoro a firma CCCP, quell’Epica Etica Etnica Pathos che deve essere indagato per il suo rappresentare la porta lasciata aperta tra un prima e un dopo. 

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Epica Etica Etnica Pathos, uscito nel settembre del 1990, è un album che ho sempre trovato faticosamente incostante, imparando ad apprezzarlo solo a poco a poco, mentre approfondivo la contornante produzione CCCP e CSI. Contornante perché Epica è come un monolite scomodo che divide a metà un percorso relativamente scorrevole. Un ostacolo che bisogna considerare, con cui occorre fare i conti. L’ascolto non è facile, o almeno non lo è mai stato per il sottoscritto, per quanto qui siano incastonati, come diamanti grezzi nella granitica tracklist, alcuni dei brani migliori del gruppo. I pezzi della scaletta dell’album si susseguono tra stacchi netti, salti umorali, dilungamenti oziosi (lo psichedelico intermezzo di “Baby Blue”), home recordings in bassa fedeltà, variazioni armoniche che si infiltrano nelle trame di un disco logorante, ambizioso, ma ogni volta come intestardito nel non voler dare organicità a quello che sembra voler a tutti i costi suonare come un disco rudimentale, oppositivo, inquieto, fieramente domestico (anticipando in qualche modo le nuove tendenze indie lo-fi del rock anni Novanta), genuinamente sperimentale. Se pensiamo poi che solo con il live album dal titolo programmatico In quiete (1994) i CSI si presenteranno compiutamente al pubblico, ecco che qui traspare con forza l’esigenza – immediata, urgente, di pancia - di una sorta di disordinato, caotico e creativo rituale collettivo per esorcizzare le molte esperienze che si apprestavano a giungere a termine in quell’inizio anni Novanta che sapeva anche di fine di secolo. 

La fine si passa assieme. Il gruppo si ritira così in una villa reggiana per registrare i pezzi “in tempo reale, suonando tutt’insieme nello stesso tempo. E spessissimo nello stesso spazio fisico”, come i Jefferson Airplane nel 1967, o la Band nel 1968. O come gli stessi CSI che, nell’estate del 1993, registreranno Ko de Mondo ritirandosi a Finistère. Finis terrae, la fine della terra. Diventa difficile non leggere quest’esperienza senza ricorrere alla simbologia della fine che richiama un nuovo inizio, simbologia irresistibile, che impregna i solchi e impone una lettura coerente di quella che, solo a posteriori, appare come una tappa perfettamente integrata in un percorso complessivo. Si ricompone così, postumo, quel mancato filo logico interno alla scaletta, quella mancata organicità che invece era lì fin dall’inizio, nell’insieme, negli intenti. Bastava solo allargare lo sguardo. 

Ora però è necessario stringer la visuale, tornare al singolo episodio. L’atmosfera del disco, passate le prime due tracce (un misto di tronfia magniloquenza incredibilmente connessa all’attualità – “Aghia Sophia” – che vira nel profondo misticismo di “Paxo de Jerusalem”), si aggroviglia in un misto di registrazioni casalinghe (“Tutto lo sporco degli anni ‘90 con la tecnologia degli anni ‘70”) che misurano il polso a un’esperienza corale, dove tuttavia Ferretti è già in qualche modo solo, inscenando la parte dell’autore (o del personaggio) accompagnato da un banda di musici riverenti, in visita. Lindo Ferretti & CCCP. Eppure sono tre i mesi passati a vivere e suonare a Rio Saliceto, poco sopra Reggio, a due passi da Carpi (“da Reggio a Parma, da Parma a Reggio, da Modena a Carpi, da Carpi al Tuwat”) nella calura della primavera che diventa estate e che nella piana è cocente, appiattente, sfiancante. Immagino le ore lunghe di noia e le esplosioni di comunanza, di suoni. Così la fisarmonica procede al battere delle mani a tempo, un cane abbaia (“Sofia”), e poi ecco l’abrasività della chitarra elettrica di “Narko’$”, presto sfumata nella soffice siesta di “Baby Blue”, e ancora la quiete sonnacchiosa di “Campestre”, che ingigantisce la capacità espressiva e poetica degli ex-punk CCCP. Proprio qui, tra le chitarre che intarsiano suggestioni mollemente pastorali, si consolida la prima seria impressione che ci sia qualcosa di grosso tra i solchi di quest’album disordinato. “Svanisce la città, sfuma il traffico, sfuma. S’impone la poesia, s’alza la luna e sale, decolla”. Un’ode al ritiro, Berlino è lontana più che mai, e pensandoci qui troviamo il Ferretti che si sarebbe autodefinito reduce, quello del futuro ritorno a casa. Qui comincia la narrazione di un recupero del sentiero perduto, della famiglia che tira dalle radici, del recupero di una religiosità contadina e testarda, vissuta come lezione tramandata e mandata giù a forza, ma come si manda giù il pane, serbata come fibra intima ineliminabile per quanto sputata, esorcizzata, fuggita. Una reazione, l’ennesima tutta individuale, di fronte al crollo. 

Il crollo. La tematica del ritorno solleva mille dubbi, è contrastata da constatazioni di sgretolamento e caduta. “Depressione caspica” è il manifesto del nuovo Millennio giunto prima del tempo, “ecco che muove sgretola dilaga”, quel crollo che impone di ripensare a tutto, alle proprie certezze, alle proprie religioni laiche e di mettersi in un’attesa indefinita, incerta (“io in attesa a piedi scalzi e ricoperto il capo, canterò il vespro la sera”). L’ostacolo al lasciar correre però sta nella speranza intima di non dover bere l’amaro calice (“no non ora non qui questa pingue immane frana”, che rimanda a Sant’Agostino e al suo “ma non ora”), nella consapevolezza che i mutamenti in atto sono destinati a essere frastornanti, massicci, e a nulla valgono i richiami alla fermezza morale (“se l’obbedienza è dignità fortezza, la libertà una forma di disciplina, assomiglia all’ingenuità la saggezza”). Unico rimedio il riunirsi, ancora, il cantare, il perdersi nelle voci sparse (“In occasione della festa”: anni più avanti Ferretti produrrà il suo canto più leggero e spensierato, “Alla pietra”, anno 2004). La politica si squaglia, perde solidità (oltre che serietà, e gli “Appunti di un viaggiatore nelle terre del socialismo reale” saranno eloquentemente striminziti). La politica aleggia però tutt’intorno, questa volta contrassegnata dallo stigma dell’emergente berlusconismo (i cui tratti culturali erano già presenti prima della fondazione di Forza Italia). “Causa nostra, cosa nostra”, recita il coro sfumato di “L’andazzo generale”, tra chitarre sciolte e singhiozzanti, incedere free-folk che se fosse stato composto da un barbuto ventenne americano a metà Duemila sarebbe passato come capolavoro indie (per non parlare dell’Etnica “Al Ayam”, che recita eloquentemente “sono giovane, eppure gli eventi hanno imbiancato i miei capelli”). Eppure no, qui abbiamo un gruppo di emiliani che suona e canta, le chitarre incredibili dell’assorto Zamboni e il solito invocare – accettare – il crollo imminente (“bramo le rovine auguste e gli ariosi crolli, amo le mie colpe i guasti e le pappemolli”). 

Ma si può ascendere in virtù di una forza che è discendente. “Maciste contro tutti”, brano enigmatico: “Emilia paranoica” aggiornata al 1990. Tour de force sonoro, continuo sali e scendi di toni, di riferimenti, di immagini. “Maledirai la Fininvest”, il presente-futuro che si mescola con un arcano inno di battaglia, con il richiamo alla preghiera – che torna come una costante, l’attrazione mistica del ritiro, della figura del monaco, vera linea rossa dell’esperienza Ferrettiana – con la rinnovata ricerca di disegnare i tempi nuovi che arrivano come predoni: “Sembra sole nascente, Il sole d'Occidente, Sembra sole che nasce, Questo sole calante, Accende l'orizzonte, Infiamma il firmamento, Il buio lo sorprende, Fosco nero avvolgente”. Il buio lo sorprende ma, ricorda, “non temerai i terrori della notte non temerai il terrore”. Coraggio, eppur bisogna andar. 

E in tutto questo c’è il Ferretti autore, cantante. Cantautore. “Amandoti”, “Annarella”, raccolte non a caso nell’ultimo singolo, sono testamenti di un quasi quarantenne già parecchio adulto, di una maturità rassegnata, solenne e austera, che nella sua assertività sembra voler forzare un mutamento di pelle, traghettando il personaggio pubblico oltre un’esperienza che sembra non vestirlo più come si deve (come è appropriato vestirsi a una certa età), riassettando su un equilibrio più conforme al nuovo sé il rapporto tra personaggio privato e personalità pubblica. 

Il legame di quest’album con l’esperienza dei CSI è dichiarato, e fa spiccare tutta la riflessività, il dubitare, il vacillare del gruppo – e di Ferretti – di fronte all’ennesimo squarcio della e nella modernità. Vera e propria costante il continuo domandarsi e cercare risposte, il tratteggiare certezze nette, subito dopo date in pasto al dubbio. Una ricerca di senso mai definitiva, per quanto ogni volta proclamata con la forza di chi non sente il peso di dover dare per forza una risposta univoca. Di fronte alla complessità del presente "che preme, compatta, schiaccia", l'affermatività di Ferretti conferma e insieme rompe l'evidenza, mettendo in mostra la contraddizione. Dopodiché, prodotta la frattura, si scava. Un metodo netto che continuerà per tutta la stagione CSI, periodo di scoperte, di viaggi, di pellegrinaggi. “Per me, per la mia vita che è tutto quello che ho. È tutto quello che io ho e non è ancora finita”.



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[BEST OF] : Il mio 2020 in 15 album

poppy disagree 2020 nu metal pop
Considerazioni sparse e provvisorie. 
Il modello delle piattaforme musicali non sembra aver portato con sé (come era prevedibile) una democratizzazione o pluralizzazione del gusto. Se la musica latina prende quota su Spotify (Bad Bunny è stato infatti tra i più ascoltati, seguito dal colombiano J Balvin), nel complesso il mainstream la fa da padrone (Justin Bieber, Ed SheeranThe Weeknd, Billie Eilish, Dua Lipa, Taylor Swift, Roddy RicchAriana Grande). 

Quello che salta all'occhio è però la conferma ormai ovvia che esiste un sempre più grande divario tra le webzine specializzate e i flussi di ascolto direzionati dalle piattaforme (per non parlare della capacità di leggere criticamente i nuovi fenomeni musicali da parte di una stampa sempre più celebrativa, didascalica o smaccatamente promozionale). Pitchfork, ad esempio, inserisce Bad Bunny solo al decimo posto, dopo una sfilza di lavori più o meno indie/alternativi che insieme non riescono a raggiungere gli oltre 50milioni di ascoltatori mensili dell'artista portoricano. Così, tra Phoebe Bridgers, Fiona Apple, Waxahatchee Perfume Genius, le webzine calcano più o meno all'unisono percorsi differenti, sganciati, relativamente autonomi da quello che pare essere il gusto prevalente. Sarebbero poi da indagare i mille sottoboschi e le centinaia di sottoculture regionali o locali: in questo caso la plasticità delle piattaforme potrebbe rivelarsi uno strumento di condivisione invisibile, o quasi, alle grandi statistiche ufficiali.

charli xcx 2020 album
Il mio approccio alla musica è invece sempre più casuale e legato a una ristrettissima cerchia di fidati "influencer" (o aggregati di dati del mio database di riferimento, il che è molto meno poetico): la seguente classifica rispecchia soprattutto la mia preferenza per suoni contaminati ma equilibrati, capaci di unire coraggio compositivo, provocazioni soniche e spiccato senso pop. In questo senso Poppy e Charli XCX sono ottimi esempi di imbastardimento fecondo e significativo: il nucleo ultra-pop della proposta (e dunque la sua referenzialità) è sporcato da tentativi opposti di sviare l'ascoltatore grazie a stranianti strati di decostruzionismo, di inserti noise, indutrial, oppure metal (come per quanto riguarda Poppy), per un risultato solidissimo, divertente e compiuto (oltre che coraggioso) di ibridazione radicale. The Weeknd, dal canto suo, sforna un'autorevole capolavoro di r&b moderno (e quindi retromaniaco), devoto a una riuscita estetica synthwave che pervade ogni fibra dei quattordici brani in scaletta, molti dei quali già assurti allo status di classici. Tra le novità inaspettate Yung Lean, sorta di cLOUDDEAD in chiave cloud rap, Cocanha, interessantissimo trio di armonie vocali occitane, e Daite Tank (!), pregevole indie-rock dalla Russia. 

TOP 10

1) Poppy / I Disagree (Sumerian)


2) Charli XCX / How I'm Feeling Now (Asylum)


3) The Weeknd / After Hours (X♥O)


4) Yung Lean / Starz (YEAR0001)


5) Gloe / Dead Wait (autoproduzione)


6) Clams Casino / Instrumental Relics (autoproduzione)


7) Dua Lipa / Future Nostalgia (Warner)


8) Kenshi Yonezu / Stray Sheep (Reissue)


9) Mata / 100 dni do matury (SBM)



10) Cocanha / Puput (Pagans)


... Altri 5:

11) Mac Miller / Circles (Warner)

12) Daite Tank (!) / Человеко-часы (autoproduzione)

13) Emel / The Tunis Diaries (Partisan)

14) Kali Uchis / Sin miedo (del amor y otros demonios) (Interscope)

15) Luca Bocci / No pierdas la simpleza (Autoprodotto)

Bonus: 
Various Artists / Uzelli Elektro Saz 1976-1984 (Uzelli Muzik)
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[#12] Dischi di dicembre (con lo ⓪)

Dicembre è stato un mese misero, quest'anno. I motivi sono noti e plurimi, ma attenendomi al tema in questione il punto è che è stata dura trovare lavori di cui parlare. Con un po' di impegno posso però augurare anche questa volta: buon ascolto!

► 1970

nico desertshore 1970 cale
Nico - Desertshore (Reprise)

Questo è l'album più bello di Nico, già nota per i suoi splendidi lavori solisti (Chelsea Girl e Marble Index), oltre che per la collaborazione con i Velvet Underground di Warhol (dalla cui esperienza questo Desertshore si porta in dote John Cale come magnifico produttore, coadiuvato dall'altrettanto mitico Joe Boyd). Impossibile - per ottime ragioni - approcciarsi a questo classico con la mente scevra da preconcetti (tutti rafforzativi del valore dell'opera): si tratta di un monolite che, per la sua natura colta e sperimentale, oltre che avveniristica negli arrangiamenti e nel mood (i Dead Can Dance saranno tra i più noti debitori del sound di Christa Päffgen), non può che distanziarsi da qualsiasi altra cosa prodotta in quel 1970, assurgendo a intramontabile capolavoro. La voce imperiosa di Nico si erge sopra le fluttuazioni gotiche dell'harmonium (la prima "Janitor of Lunacy", ode al compianto Brian Jones), oppure tratteggia ballate gotiche fitte di inflitrazioni sonore (rintocchi di piano e bordoni di harmonium in "The Falconer", la cui apertura melodica finale è tanto inaspettata quanto sublime, ripiombando poi nella pece del tema iniziale; pizzichi di clavicembalo nella sinistra "Le petit chevalier"), oppure costruite su semplici armonie vocali e flebili interventi di tromba ("My Only Child"), fino ad arrivare a brani stupefacenti come la solenne "Abschied", dove ritroviamo il senso avanguardistico e drammatico della viola di Cale, la delicatissima e barocca "Afraid", l'onirica e medievaleggiante "All That is My Own". Un dei lavori minimalisti più massimali di sempre.

► 1980

angel witch nwobhm
Angel Witch - Angel Witch (Bronze)

La leva punk dell'heavy metal: la new wave of british heavy metal può essere così rappresentata, vista l'evoluzione contemporanea (e antagonista, almeno su un piano sociologico e di costume) alla stagione punk, il cui effetto liberatorio sembra fornire il propellente per liberare le energie di un vigoroso recupero in salsa DIY della recente tradizione hard rock (Blue Oyster Cult, Deep Purple, Led ZeppelinBlack Sabbath e compagnia bella). Eppure, ascoltando le tracce di questo esordio del gruppo londinese, si percepisce anche anche un'indiretta affinità stilistica: il suono è più selvaggio e di pancia, diretto e grezzo, seppur amante del virtuosismo e di un certo esibizionismo machista, oltre che di un immaginario esoterico sconosciuto alla materialista generazione no future. La prima "Angel Witch" è infatti un primo, efficacissimo esempio: chitarre al fulmicotone lanciate in riff scalpitanti e solo imbizzarriti, per una stilettata rapidissima e violenta. Si procede, tra accelerate punk e crescendo prog, con la prorompente "Atlantis",  la solenne "White Witch", la settantiana "Sorcerers", la conturbante "Free Man" e la granitica "Angel of Death". Tutta la bellezza di una scena in definizione (per quanto già straordinariamente definita nell'esordio degli Iron Maiden) in un album che ci regala un appetitoso ibrido di sonorità heavy rock liberamente mescolate in una grande prova di creatività.

► 1990

kino chorny album russia urss
Kino - Kino (Metadigital)

Il black album (Chorny albom) dei Kino è uno dei più intensi dischi postumi mai pubblicati. Non solo perché la storia della band sovietica è di per sé ricca, se non epica (viste le restrizioni governative cui la musica rock doveva creativamente adattarsi), ma anche perché l'ultimo lavoro di Viktor Tsoi, morto in un incidente stradale nell'agosto del 1990, rappresenta l'apice artistico di una carriera indimenticabile, iniziata nei primi Ottanta con registrazioni domestiche in bassa fedeltà ed evolutasi, tra folk, jangle e post-punk, con lavori di grande spessore tra cui i capisaldi della maturità Gruppa krovi (1988) e Zvezda po imeni Solntse (1989). Tutta l'enfasi new wave di cui erano capaci i Kino (grazie all'istrionico e drammatico Tsoi, il Bruce Lee del rock sovietico) si mescola egregiamente con una rinnovata e aggiornata veste armonica, questa volta senza una sbavatura: "Кончится лето (Konchitsya leto)" è serrata e muscolare, con la marcata sezione ritmica a sostenere il fraseggio chitarristico su cui spicca il motivo elettrico di Yuri Kasparyan, che adorna con i suoi giochi di armonici l'altrettanto intensa "Красно-желтые дни (Krasno-zheltyye dni)", mentre "Нам с тобой (Nam s toboy)" e l'iconica "Муравейник (Muraveynik)" sfoderano un aggiornamento synthpop che sembra arrivare direttamente dai New Order. "Звезда (Zvezda)", dal canto suo, non fa che fornire l'ennesimo inno anthemico (senza dimenticare la malinconica "Кукушка (Kukushka)") a consacrazione di uno dei più grandi miti del rock sovietico di sempre. Imperdonabile ignorare una storia così bella.

► 2000

juana molina segundo argentina pop
Juana Molina - Segundo (Domino)

Il secondo album di Juana Molina, allora quasi quarantenne di Buenos Aires con un passato da attrice di programmi tv, rappresenta la definitiva dipartita dal mondo della televisione e il corrispondente approdo, convinto, a quello della musica, dopo l'accoglienza non troppo favorevole del primo lavoro. L'aria di Los Angeles dovette risultare rinvigorente per la Molina, che una volta rientrata a Buenos Aires pubblicò il suo Segundo del tutto padrona dei propri mezzi espressivi. Folktronica soffice e graziosamente profumata di toni latini ("¿Quién?", "¡Que llueva!"), bozzetti da film di Michel Gondry, (la prima "Martin Fierro", "El perro"), sempre in bilico tra un approccio ludico e la sperimentazione colta ("Mantra del bicho feo"), in immersioni di folk psichedelico ("La visita", "El desconfiado") ed elettronica a bassa intensità ("Sonamos"). L'album della Molina rappresenta un interessante e rifinito oggetto musicartigianale, un tentativo di dialogare con la modernità mantenendo però un mood domestico, posato, assorto. 

 ► 2010

big blood dark country 2010
Big Blood - Dark Country Magic (Dontrusttheruin)

I nostri figli (o nipoti) non ci crederanno, ma c'è stato un tempo in cui roba come questa era, se non di moda, piuttosto frequente nei circuiti alternativi e indie. Nonostante risultati altalenanti, questo lavoro di una delle band più prolifiche degli anni dieci regala alcune prove di spessore. Partendo da ingredienti che comprendono Nico, Amon Duul e Black Heart Procession, il duo di Portland (luogo cruciale per certo indie sperimentale contemporaneo, con Grouper a far da capofila) sforna piccoli gioielli come "Creepin' Crazy Time" e "Ringers in the Fold", che giocano con un freak-gothic country dai contorni sinistri ed evocativi, stregoneschi e psichedelici (accordi ripetuti di banjo, bordoni di violino, strascichi di elettrica, percussioni rituali, per non parlare della voce stridula e spiritata di Colleen Kinsella), con ballate folk che non avrebbero sfigurato in Carnival of Souls ("She-Wander(er)") momenti corali da Arcade Fire dell'orrore ("...Is All We Have", "Song for RO-HE-GE"), delicate ballate folk-psichedeliche ("Coming Home pt.III"). I problemi ci sono, inutile negarlo, tra cui qualche lungaggine di troppo (tape recordings sconslusionati, freak-out inconcludenti, esperimenti sonori fini a se stessi) e qualche giro a vuoto, ma fa tutto parte del gioco: un gioco che si sviluppava liberamente su bandcamp e che non era mosso da nessuna finalità commerciale, piuttosto dalla volontà di condividere le velleità espressive della coppia. Un gioco che, essendo divertente per i Big Blood, riesce ad esserlo anche per l'ascoltatore, e questo è l'importante (conoscerne di gente che gioca così).



Detto ciò, ecco che come al solito passo in rassegna i dischi più interessanti del 1970198019902000 e 2010. Buon ascolto!

Qui l'elenco delle puntate precedenti:

► Gennaio  ► Febbraio  ► Marzo   
► Aprile  ► Maggio  ► Giugno   
► Luglio  ► Agosto  ► Settembre  
► Ottobre  ► Novembre


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