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I miei 5 saggi. Letture del 2019

Anche nel 2019 non sono mancate le letture. Qui una selezione di quelle che più hanno saputo influire sulla mia prospettiva, aiutandomi a pormi nuove domande e a cercare meglio eventuali risposte.


bourdieu la distinzione sociologia habitus libri
Pierre Bourdieu - La distinzione. Critica sociale del gusto (Il Mulino, 2001)

Difficile riassumere un lavoro complesso e articolato come La distinzione in poche righe. Bourdieu analizza il gusto e i consumi culturali alla luce di una più generale teoria sulla società divisa in classi. La classe è intesa qui come uno spazio multidimensionale che arriva a condizionare le nostre scelte a partire da un livello inconscio, attraverso l'influsso di comportamenti indotti, trasmessi a livello famigliare e utili per orientare le nostre azioni nella società (il concetto di habitus, inteso come una natura sociale, una forma incorporata della condizione di classe e dei suoi condizionamenti), arrivando a strategie più o meno consapevoli di posizionamento nel quadro di una costante e rinnovata lotta di classe. A questo punto il gusto diventa l'espressione del nostro status sociale, che a sua volta si definisce nel rifiuto dei gusti altrui: il gusto è strumento di distinzione, di definizione di sé entro i limiti dello spazio sociale (il fare "di necessità virtù"), di razionalizzazione delle frustrazioni derivanti da un possibile o attuale declassamento. Il gusto pone dei confini netti tra me e chi sta immediatamente sotto di me nella scala sociale, partendo dal gusto per il "pratico" e per il funzionale, al progressivo rifiuto di tutto ciò che rimanda alle condizioni materiali d'esistenza, alle vili "urgenze pratiche" (come nel caso dei gusti disinteressati, esosi e disinvolti dei gruppi dominanti). Tutto ciò viene sviluppato entro i confini amplissimi e articolati di una radiografia dell'essere (e apparire) di classe, tenendo conto dei diversi tipi, pesi e interazioni di capitale che connotano le varie posizioni sociali (capitale economico, sociale, culturale e scolastico), oltre che dell'origine e delle traiettorie nello spazio sociale. Facendo luce sulle logiche profonde delle nostre scelte in una società divisa per gruppi di interesse, Bourdieu sottrae dal più totale arbitrio soggettivistico il mondo delle pratiche culturali, fornendo un tentativo solidissimo di spiegazione del binomio "essere e dover essere" nello spazio sociale. Un lavoro che costringe a mettersi seriamente in discussione, imponendo una decostruzione di comportamenti dati per scontati e autenticamente personali, inquadrandoli invece in un fitto coacervo di influenze famigliari e sociali.

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Sonetto rinforzato del comunicatore web










Che problema? Il problema non c’è più:
te lo faccio sparire
con sintassi secca e retorica sublime
Comunico col web e sul web, lo sai,
nessuno porta pena
(e di ambasciator ce n’è tutta una catena)
E la penna, riposta chissà dove
ha ormai smesso di ferire:
fa certo più male un bit, se pensato
proprio bene, con astuzia di mestiere,
del complesso blablabla
di qualche politico paroliere
Perché sai, è questione non di cosa
stai certo, ma di come
Per far colpo serve solo un’inserzione:
con curata precisione
crea consenso in ogni dove
C’è un problema? Vuoi chiarire? Vuoi più spazio
per parlare? Clicca qui,
ma ti prego, non staccare!
Sei il mio target, andiamo:
clicca like, dammi un mano!

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[BEST OF] : Il listone del Decennio 2010-2019

migliori album 2019 musica best of

Il decennio 2010-2019 è stato molto movimentato, e per certi versi è iniziato durante gli ultimi anni Duemila

Alcune tendenze di rinnovamento, oltre che alcuni artisti destinati a caratterizzare il periodo in questione, hanno iniziato a farsi notare intorno al 2008-2009: penso agli Horrors e al loro intenso rinnovamento rock, ma anche a un pop elettronico ad alta definizione di ispirazione anni Ottanta (M83, Cut Copy), oltre che a ibridi interessantissimi e fecondi (Mew, Late of the Pier, Bloc Party, Deerhunter), per non parlare della scena dubstep e future garage, che ispirerà diverse correnti per tutta la prima metà degli anni Dieci.

È certamente difficile racchiudere una produzione sterminata e spesso disordinata (sia negli intenti che nelle catalogazioni) in poche parole, ma se dovessi tratteggiare alcune delle caratteristiche fondamentali del decennio sottolineerei almeno tre direttrici: femminilità, contaminazione, globalismo.

Tra i protagonisti della scena pop degli ultimi dieci anni ci sono sicuramente le donne, che hanno dominato creativamente e politicamente il discorso musicale e culturale. Se il femminismo e la questione di genere sono tornati prepotentemente sulla scena del discorso pubblico, la musica ha fornito un adeguato riflesso di questo protagonismo, forgiando prototipi di musicista decisamente peculiari: indipendente e poliedrica, padrona di tutte le fasi del processo creativo, emancipata e provocatoria, l'artista del 2010 si libera da vincoli stilistici troppo stretti, dialoga con una modernità contraddittoria e si dimostra attiva nel rimodellare anche un'estetica di genere dove la libera rivendicazione del proprio corpo - oltre che delle proprie intenzioni - è centrale (l'aggressività di Kali Uchis, l'autoaffermazione di Rihanna, l'eccentricità di FKA Twigs, la trasandatezza di Billie Eilish).

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[BEST OF] : Il mio 2019 in 20 album

classifica album musica 2019 matteo castello
L'anno dell'Italia, per quel che mi riguarda. Liberato, Mahmood Livio Cori sono i tre nomi che hanno portato alla ribalta una scena nazionale stanca e logora (due di loro partecipando addirittura al Festival di Sanremo, uno degli eventi più stanchi e logori della musica italiana), ma ora più in forma che mai. Verrebbe da dire, riflettendo sul pessimo clima politico e culturale, che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare: possibile risposta psicologica a tempi sempre più sfidanti, dove non basta più rievocare un passato rassicurante per stare sicuri, ma si è costretti a una messa sotto sforzo costante.

Per il resto le classifiche internazionali concordano (nel senso che facilmente troverete questi nomi nelle varie Top10) su Billie Eilish, Lana Del Rey, Nick Cave, FKA twigs, Tyler, the Creator, Fontaines DC, Weyes Blood, Angel Olsen, Big Thief, Purple Mountains. Nomi che combaciano solo in parte con le mie preferenze, che sono il frutto di un consolidato micro-cosmo di fonti selezionate negli anni, di amicizie virtuali derivanti perlopiù dalla scuderia di Storiadellamusica, oltre che da una curiosità che non sembra - fortunatamente - volersi affievolire.


Ecco la classifica dei miei 10 dischi dell'anno:

liberato migliori album musica 2019
1) Liberato / Liberato (autoproduzione)
Il calderone stilistico messo in campo da Liberato è impressionante, come lo è la capacità di ibridazione e manipolazione, tutta tesa a evitare la giustapposizione meccanica di suoni di tendenza e recuperi furbetti. La creatura è genuina, innovativa, nuova. Si legano deep house, trap, alternative r&b, neomelodico, art pop future bass in un universo policromo unito da un formato canzone dolciastro e ammiccante, leggero (indie?) ma coinvolgente. A fare da compendio al carioca sonoro, l'aspetto linguistico: le parole scorrono in una babele dove sì, domina il dialetto, ma imbastardito con catch-all terms in inglese, inserti in italiano e improvvisate furbamente ispaniche, come a voler ribadire che il mondo entra anche nei contesti più locali, in un'abiura del campanilismo manifesta anche nel rifiuto di completare la dichiarazione identitaria in "Niente" ("So' fatto accussì so' parteno..."). Un notevole esemplare meta-sonoro e meta-testuale che vortica attorno a un perno melodico curatissimo, di rara eleganza e intelligenza. Il miglior progetto italiano degli ultimi decenni.

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[#12] Dischi di dicembre (con il ➒)

Ci siamo, anche il secondo anno di classifiche è andato. La fine di un decennio è sempre vissuta come un momento carico di promesse e attese. Convenzionalmente, il mondo della pop music affida ai diversi decenni il compito di fare da classificatori temporali di tendenze e identità musicali definite: gli anni Sessanta sono gli anni della controcultura e della psichedelia, gli anni Settanta del rock e del punk, gli Ottanta della new wave, i Novanta del grunge e dell'elettronica. Ovviamente nessuna di queste etichette corrisponde alla realtà. Tutto dipende dalla narrazione prevalente, via via rinnovata. E per quanto riguarda i Duemila e gli anni Dieci? In questo caso quello che sembra mancare è proprio una narrazione condivisa, oltre alla ridotta centralità del pop nell'identità delle persone e dei giovani (e del discorso pubblico). Il pop è onnipresente ma squalificato, e la sua frammentazione estrema, se da un lato impedisce una grezza gerarchizzazione del gusto, dall'altra inibisce una riflessione sul suo ruolo sociale, rischiando di privilegiare un'individualizzazione del gusto basata su esigenze di mercato (ignorando che il gusto non è mai un fatto personale).

Detto ciò, ecco che come al solito passo in rassegna, forse per l'ultima volta, i dischi più interessanti del 1969, 1979, 1989, 1999 e 2009. Buon ascolto!

Qui l'elenco delle puntate precedenti:

► Gennaio  ► Febbraio  ► Marzo   
► Aprile  ► Maggio  ► Giugno   
► Luglio  ► Agosto  ► Settembre  
► Ottobre  ► Novembre


► 1969

gal costa gal brasile 1969 dischi dicembre
Gal Costa - Gal (Philips)

Cosa ci si può aspettare da un disco con una copertina così? Ecco, il terzo album della gal brasiliana è un concentrato incendiario di tropicalismo psichedelico e heavy, pasticciato e anarchico: merito degli arrangiamenti di Rogerio Duprat, dei brani a firma di Caetano Veloso, Tom Zé, Erasmo Carlos, Gilberto Gil, Jorge Ben, e ovviamente dell'estro incontenibile della Costa.

Ogni brano pesca da una tavolozza variopinta e cangiante: l'attacco di "Cinema Olympia", con quella chitarra distorta e aggressiva, è subito addolcito da un basso corposo che avvolge un andamento fumoso e riflessivo, che però è costantemente stuzzicato dai lamenti della chitarra e dai sussulti di una batteria nervosa (che finiscono per prendere il sopravvento sul finale), "Tuareg" è profumata di suadenti sapori mediorientali, "Cultura E Civilização" è contorta e frenetica nelle sue dizioni libere, nelle sue chitarre fuzzose e impudiche (così come la sfrenata carica funky-tropicalista di "Como Medo, Com Pedro"), "Paìs tropical" è coloratissima bossa nova tinta di beat music, per non parlare delle sperimentazioni astratte di "Empy Boat", "Objeto sim, objeto não" e "Pulsars e Quasars", intrichi di samba rivisitata, freak music zappiana, divagazioni psichedeliche, decostruzioni dadaiste.

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Natura umana in Marx e alienazione ambientalista

karl marx ambiente corrente politica natura

I. Natura e alienazione in Marx

Strappando all’uomo l’oggetto della sua produzione, il lavoro estraniato gli strappa perciò la sua vita specifica, la sua oggettività specifica reale e trasforma il suo primato sull’animale nello svantaggio del fatto che il suo corpo inorganico, la natura, gli viene sottratto.

Il concetto di alienazione (qui ancora legato al Feuerbach di “Essenza del cristianesimo”) è, in Marx, di fondamentale importanza per capire non solo la sua critica sociale ed economica, ma anche la sua impostazione etico-filosofica. L’idea di alienazione si fonda infatti sull’idea di una separazione, di una frattura che si realizza tra uomo e natura e di conseguenza tra uomo particolare e uomo generale, tra l’uomo inteso come lavoratore e l’uomo inteso come specie. Il lavoro estraniato separa l’uomo dall’oggetto della sua produzione, e quindi lo separa dalla sua vita di genere: l’uomo è produttore, produrre rappresenta la sua genericità (e al contempo la sua specificità). La separazione tra l’uomo e la sua oggettività specifica reale, coincide con la separazione dell’uomo dal suo corpo inorganico, la natura.
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[#11] Dischi di novembre (con il ➒)

A novembre occorre scaldarsi, e questi dischi sono tutti straordinariamente caldi, avvolgenti e capaci, a seconda delle esigenze, di dare la carica o offrire un comodo ristoro. E allora via, all'ascolto!

► 1969

the rolling stones 1969 musica rock
The Rolling Stones - Let It Bleed (Decca)

Ho sempre nutrito un particolare devozione per i Rolling Stones di fine anni Sessanta: dopo la splendida finestra psichedelica, Jagger e soci tornano a un recupero più o meno oltranzista delle sonorità rhythm and blues degli esordi, sebbene sporcate a dovere di una bella patina polverosa e dark (l'intento è quello di suonare più blues e americani degli americani stessi) e impreziosite da un'autorialità frutto di un percorso consolidato e maturo. Let It Bleed, assieme al precedente Beggars Banquet, rappresenta un gioiellino di rock maledetto, insalubre, capace di inscenare un mood conturbante e sessualmente carico.
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La sinistra in VDA: crisi e proposte

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Premessa
È da tempo che la sinistra valdostana non riesce a inserirsi adeguatamente nella complessiva disgregazione del patto sociale la cui origine può essere situata ad inizio anni Ottanta, dopo che, grazie alla legge sul riparto fiscale, la Regione – per tramite dell’Union Valdôtaine, ma anche del PCI – ha potuto disporre di un ammontare crescente e apparentemente illimitato di risorse finanziarie.
Il venir meno del collante della spesa regionale ha minato l’alleanza sociale tra ceto politico, dirigenti, dipendenti pubblici in esodo dall’industria in crisi, professionisti, imprese delle costruzioni e notabilato cittadino (avvocati, notai, ecc.), il che ha comportato una lotta intestina al ceto autonomista da cui sono emerse fratture non più componibili per mezzo della spesa a pioggia a disponibilità illimitata. I conflitti si sono fatti insanabili, non permettendo più di soddisfare le richieste delle varie componenti sociali e gestire i conseguenti rapporti clientelari tra i portavoce delle diverse istanze e gli assessorati, comportando così conflitti distributivi che hanno avuto il loro riflesso nella lotta politica.
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[#10] Dischi di ottobre (con il ➒)

Ci siamo quasi, la fine dell'anno è alle porte e l'ansia di dover lasciare il segno si fa sentire. Infatti i dischi presentati nella consueta classifica sono tutti, a loro modo, epocali e saturi di idee: aprono nuove strade o ne chiudono, supremamente, altre; oppure si abbandonano semplicemente allo scorrere del tempo.
Noi fortunatamente non dobbiamo far altro che sederci e ascoltare.

► 1969

the kinks arthur 1969 recensione
The Kinks - Arthur or the Decline and Fall of the British Empire (Pye)

Quella che doveva essere la colonna sonora per uno sceneggiato televisivo diventò la colonna sonora del senso dell'inglesità secondo i Kinks di Ray Davies: corrosivo, ironico e sardonico, impregna una rock opera incentrata sul cittadino britannico medio ("like myself", dirà Davies, per quanto il soggetto ispiratore sia il cognato), che osserva le contraddizioni e l'inconsistenza tronfia e decadente del suo Impero, diviso tra il dramma della Seconda Guerra Mondiale e le promesse esotiche di un'Australia utopica ("the chance of a lifetime... no class distinction, no drug addiction"). La rievocazione di un passato mitico, unitario, è parodistica e disincantata, metaforicamente associata alla farsa del presente, affidata alla prima energica "Victoria", regina-madre che abbraccia retoricamente i ricchi e i poveri in un mondo fatto di confini netti ("life was clean, sex was bad and obscene, and the rich were so mean"), e all'enfasi bandistica sposata al rock'n'roll conturbante e affilato di "Yes Sir, No Sir" ("Doesn't matter who you are, you're there and there you are, everything is in its place, authority must be maintained, and then we know exactly who you are").

La compattezza narrativa fa tutt'uno con una dedizione pirotecnica a livello di composizione, per pezzi cangianti, stratificati e ricchi, per una tracklist capace di mantenere un livello medio altissimo lungo le sue dodici tracce. I grandi brani abbondano: "Some Mother's Son", ballata barocca e antimilitarista, "Drivin'", irresistibile nella sua stazza melodica fatta di armonie vocali spensierate e deliziosi fraseggi tra chitarre e piano; "Brainwashed", scattante e propulsiva, dotata di un groove blue-eyed soul corposo;  "Australia", crescendo di groove ed espressività rock e rhythm and blues; "Shangri-La", delicato bozzetto folk pastorale che muta inesorabilmente dal sogno alla cruda realtà, trasfigurando in un sound sempre più vorticoso e saturo. 

Completano il quadro il rock'n'roll magnetico e trascinante di "Mr. Churchill Says" (tra i brani che preferisco), il vaudeville dalle forti tinte rétro e parodistiche di "She Bought a Hat Like Princess Marina", di cui la successiva "Young and Innocent Days" rappresenta il corrispettivo malinconico e serioso, mentre le ultime "Nothing to Say" e "Arthur" tornano a giocare con textures corpose e graffianti armonie rock, chiudendo un disco saturo di sostanza musicale, vero apice della carriera di una band destinata a infiltrarsi nella sensibilità pop-rock di generazioni e generazioni di musicisti, con forse meno evidenza di altri più volentieri citati tra le influenze, ma sicuramente con molta pervasività in più.



► 1979

the human league reproduction 1979 recensione
The Human League - Reproduction (Virgin)

L'utilizzo del sintetizzatore da parte degli Human League è tutt'altro che pop: fin da subito l'approccio alle macchine sintetiche è espressionista e all'avanguardia, una fascinazione kraftwerkiana che ambisce (o si arrende) alla trasmutazione tecnologica eliminando ogni calore umano da composizioni fredde e robotiche, sci-fi e austere (si pensi all'EP The Dignity of Labour, vero e proprio lavoro di estetica post-industriale).

Per quanto la forma canzone faccia capolino in Reproduction, questa è sottomessa all'irreggimentazione imposta da una strumentazione  che tende a prendere il sopravvento, a dominare una band di meri "esecutori" di pattern programmati e squadrati (compiti da manovalanza, gesti ripetitivi e alienanti), manipolatori di nastri e sinusoidi opprimenti e sibilanti. La fascinazione contiene, ovviamente, una sua dimensione distopica che origina dal campo socio-economico di Sheffield (dove sorgerà, oltre alla band di Phil Oakey, che all'epoca lavorava come portiere in un ospedale, uno dei nomi più avanguardisti della scena post-punk, i Cabaret Voltaire): il fatto che la città ospitasse la un tempo fiorente e ora in declino industria dell'acciaio, la dice lunga - assieme alla presenza di un nutrito contesto universitario - sugli elementi di critica sociale insiti nella scelta dei suoni industriali e alienanti delle due realtà in questione.

Da "Almost Medieval" a "Zero as a Limit" si illustra la via integralmente sintetica al punk della band ("No future they say / But must it be that way?", canta Oakey in "Blind Youth"): composizioni minimali, ritmi battenti e compatti, riff di tastiera che aleggiano come fumi velenosi, con il baritono di Oakey a modellare la linea melodica. Brani affascinanti come "Circus of Death" e "The World Before Last" rappresentano il lato più scenografico e ambient del gruppo, con i loro giochi di risonanze e fraseggi tra linee di synth (una vera e propria ode dark-fantascientifica, "Circus of Death", che non sarebbe sfigurata in Alien, uscito proprio quell'anno), mentre "Empire State Human" costituisce il picco dell'album, uno dei momenti più pop del lotto (assieme alla parodia distopico-elettronica di "Morale... You've Lost That Lovin' Feelin'"), grazie a un ritornello insolitamente melodioso e un andamento propulsivo capace di prefigurare una musica da dancefloor alternativa e magnetica (i New Order prenderanno nota).

In sostanza Reproduction è un lavoro avveniristico e seminale, capace di dettare le coordinate per un movimento che dominerà, nelle sue varie ramificazioni, gli anni Ottanta.


► 1989

the blue nile hats 1989 recensione
The Blue Nile - Hats (Linn)

Dischi che raffigurano le atmosfere meglio di un dipinto: nella categoria rientra a pieno titolo Hats degli scozzesi Blue Nile, elegantissimi interpreti di un pop sofisticato e posato, di composizioni romantiche e notturne, eredi di lavori come Avalon ma spogliate di ogni tronfia glassa glam o new romantic, per una formula di classico e essenziale (si fa per dire) pop di fine decennio. Sintetizzatori, basso, chitarra e drum machine: questi gli elementi. Eppure il risultato è quanto di più vicino agli standards anni Cinquanta e Sessanta si possa immaginare da una band fondamentalmente synthpop.

Ambient pop soffuso, aereo e sapientemente "asciugato" in un processo di massima resa di pochi elementi espressivi essenziali, quello di "Over the Hillside", brano romantico ma di un romanticismo post-adolescenziale, posato e razionale, per quanto estremamente sensuale. Le chitarre tessono uno strato timbrico che si libra tra rintocchi di tastiere traslucide, mentre il lirismo maturo di Paul Buchanan regge la composizione col suo timbro vellutato. La propulsione morbida di "The Downtown Lights" movimento giusto un poco un mood sempre ripiegato in uno scenario riflessivo e intimo, per quanto increspato dagli archi in levare e dalle rifrazioni sintetiche/chitarristiche che prendono il sopravvento nella splendida coda, per lasciare il posto alla ballata ambient di "Let's Go Out Tonight", vibrante e struggente, un soffio musicale dalle consistenze eteree e spumose.

Si continua con il synthpop di "Headlights on the Parade", la stazza da classico di "From a Late Night Train" e l'ottima conclusione di "Saturday Night", leggera e profumata di aperture melodiche che incrinano il mood verso una più chiara gamma cromatica, per quanto non manchi quella inclinazione malinconica insopprimibile tipica delle composizioni dei Blue Nile. Un disco bellissimo, da non farsi scappare.


  ► 1999

myslovitz Miłość w czasach popkultury 1999 review
Myslovitz - Miłość w czasach popkultury (Columbia)

La Polonia ha da sempre garantito una serie di certezze in ambito rock e pop, e i Myslovitz, creatura alternative e brit, non sono certo un'eccezione: tra le band più note del paese durante i Novanta, con il quarto album dal titolo programmatico "Love in the times of pop culture", la band consacra la sua prima parte di percorso con un lavoro imponente, monolitico, granitico e passionale, un successo commerciale meritatissimo (sarà doppio disco di platino): uno dei capolavori di tardo britpop non anglofilo che chiunque dovrebbe conoscere.

La prima "Chłopcy" è una meraviglia di chitarre riverberate e fumiganti, un pezzo derivato direttamente dallo shoegaze di inizio decennio ma filtrato attraverso una sensibilità melodica pienamente brit, carica e fitta tanto nella costruzione compositiva che nelle armonie sature e gonfie. L'interpretazione della band (e del cantante Artur Rojek) raggiunge momenti di roboante enfasi ("Nienawiść") ma anche di raffinata introspezione, come nella ballad "Długość dźwięku samotności", con i suoi ricami di chitarra deliziosi, baluginanti su una base vaporosa (vero e proprio valore aggiunto il trio chitarristico Rojek-Powaga-Myszor, capace di modellare scenografie rifinite e mozzafiato). Impossibile resistere, poi, alla anthemica "Peggy Sue nie wyszła za mąż", possente ballatona radioheadiana, alla tirata e fragorosa scheggia shoegaze "Miłość w czasach popkultury", alla psichedelica "Noc" e alla monolitica perla alternative rock di "Alexander". 

Uno dei lavori più compiuti e coinvolgenti del tardo britpop arriva dalla Polonia: il consiglio è quello di superare la barriera linguistica e goderselo fino in fondo.



► 2009

atlas sound logos 2009 recensione
Atlas Sound - Logos (Kranky)

Bradford Cox è stato uno dei personaggi più importanti, sebbene forse uno dei meno fragorosi e appariscenti, della musica alternativa degli ultimi vent'anni. Con i suoi Deerhunter ha riscritto la neo-psichedelia, mentre il suo progetto parallelo (Atlas Sound) si concentra su una personale formula dream-pop legata, sì, a quanto fatto con la band, ma più focalizzata su una versione maggiormente libera, intimista e astratta di quel sound. Basti la prima "The Light That Failed", onirica e liquefatta, un bozzetto folktronico e psichedelico di rarefazioni ambient e manipolazioni sonore stordenti, per rendersi conto di questa operazione di sintesi e sublimazione. In Logos si attua una ricerca sperimentale ma anche una connessione con una gentilezza armonica che vede un Cox in stato di grazia: "An Orchid" è un abbandono all'abbraccio di un pop soffice e sfumato, mentre "Walkabout" è uno straordinario bozzetto hypnagogic/sunshine che gode dei contributi vocali ed elettronici di Noah Lennox (in veste Panda Bear). 

Le perle sono molte: l'adagio onirico di "Criminals", che vanta un'apertura melodica e un addensarsi delle armonie davvero splendida, capace di squarciare in un attimo l'andamento annoiato e indolente del pezzo; "Sheila", pop psichedelico e malinconico, dove emerge tutta la sensibilità compositiva di Cox, che pare divertirsi, pare trovarsi del tutto a suo agio nel ruolo di crooner dinoccolato e scapigliato, nonché ottimo padrone di casa (la collaborazione con Laetitia Sadier in "Quick Canal" è un altro centro); "Kid Klimax", sperimentale e come ripiegata in una sorta di nocciolo psichico da cui la voce di Cox fitra distorta; "Whashington School", stordente nugolo puntinista di risonanze, bagliori, luccichii.

Sperimentale ma conturbante: è un piacere perdersi nella logica squagliata di Bradford Cox.


 

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