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Le donne di William Tyler

william tyler photo foto american folk

William Tyler, da Nashville, vanta un curriculum dove spiccano nomi come Lambchop e Silver Jews, ed è uno dei più ispirati chitarristi degli ultimi anni. 

Le sue affascinanti divagazioni bucoliche in stile american primitive hanno ridato lustro a un genere che conta pochi, se non pochissimi, interpreti eccellenti (ne parlavo qui tempo fa). Il suo aggraziato e visionario fingerpicking, oscillante tra l'omaggio all'eredità di John Fahey (Behold the Spirit) e le contaminazioni ambient e kraut (Modern Country), ha sempre avuto come leganti la grandissima sensibilità melodica e la potenza visiva che permeano ogni brano. Le vedute di Tyler hanno l'efficacia di un'istantanea, o la lenta pervasività di un campo lungo di una camera fissa su un paesaggio cangiante.

 Un elemento che ha catturato la mia attenzione fin dalla pubblicazione nel 2013 di Impossible Truth, è la presenza in scaletta di brani legati a una presenza femminile (due, se escludiamo il generico riferimento alla signora di "Our Lady of the Desert"). Forse non a caso è proprio in quelle composizioni che ho trovata condensata la bravura di Tyler, le sue prove poetiche di più ampio respiro e magnetica evocatività, come in un infittirsi dell'ispirazione dovuta proprio ai personaggi al cui nome è dedicato il brano.
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[#01] Dischi di gennaio (con lo ⓪)

L'anno dello zero è un anno speciale: lo zero è il numero del nulla, dell'assenza di connotati positivi o negativi, il confine neutrale tra quello che sta sotto (prima) e quello che sta sopra (dopo), ponendo così un ordine gerarchico al tempo e dando l'illusione di un progresso in avanti.

Solito discorso, quello dell'innovazione: la musica di appena un anno prima è automaticamente intesa come superabile (o superata), e l'esigenza di fare di più e fare meglio è implicita nelle attese suscitate dai nuovi inizi, tutti contrassegnati da questo limbo sabbatico che è lo zero. Periodo di raccolta, di riflessione, di pausa per incanalare il cambiamento nella progressione della decade in partenza. I 5 dischi in classifica (addio anni Sessanta, ora entrano gli anni Dieci) sono quindi contrassegnati da questa attitudine "libera tutti", da questa sospensione dell'urgenza garantita dall'indeterminatezza dello zero. Ci sarà da divertirsi? Vedremo.

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I miei 5 saggi. Letture del 2019

Anche nel 2019 non sono mancate le letture. Qui una selezione di quelle che più hanno saputo influire sulla mia prospettiva, aiutandomi a pormi nuove domande e a cercare meglio eventuali risposte.


bourdieu la distinzione sociologia habitus libri
Pierre Bourdieu - La distinzione. Critica sociale del gusto (Il Mulino, 2001)

Difficile riassumere un lavoro complesso e articolato come La distinzione in poche righe. Bourdieu analizza il gusto e i consumi culturali alla luce di una più generale teoria sulla società divisa in classi. La classe è intesa qui come uno spazio multidimensionale che arriva a condizionare le nostre scelte a partire da un livello inconscio, attraverso l'influsso di comportamenti indotti, trasmessi a livello famigliare e utili per orientare le nostre azioni nella società (il concetto di habitus, inteso come una natura sociale, una forma incorporata della condizione di classe e dei suoi condizionamenti), arrivando a strategie più o meno consapevoli di posizionamento nel quadro di una costante e rinnovata lotta di classe. A questo punto il gusto diventa l'espressione del nostro status sociale, che a sua volta si definisce nel rifiuto dei gusti altrui: il gusto è strumento di distinzione, di definizione di sé entro i limiti dello spazio sociale (il fare "di necessità virtù"), di razionalizzazione delle frustrazioni derivanti da un possibile o attuale declassamento. Il gusto pone dei confini netti tra me e chi sta immediatamente sotto di me nella scala sociale, partendo dal gusto per il "pratico" e per il funzionale, al progressivo rifiuto di tutto ciò che rimanda alle condizioni materiali d'esistenza, alle vili "urgenze pratiche" (come nel caso dei gusti disinteressati, esosi e disinvolti dei gruppi dominanti). Tutto ciò viene sviluppato entro i confini amplissimi e articolati di una radiografia dell'essere (e apparire) di classe, tenendo conto dei diversi tipi, pesi e interazioni di capitale che connotano le varie posizioni sociali (capitale economico, sociale, culturale e scolastico), oltre che dell'origine e delle traiettorie nello spazio sociale. Facendo luce sulle logiche profonde delle nostre scelte in una società divisa per gruppi di interesse, Bourdieu sottrae dal più totale arbitrio soggettivistico il mondo delle pratiche culturali, fornendo un tentativo solidissimo di spiegazione del binomio "essere e dover essere" nello spazio sociale. Un lavoro che costringe a mettersi seriamente in discussione, imponendo una decostruzione di comportamenti dati per scontati e autenticamente personali, inquadrandoli invece in un fitto coacervo di influenze famigliari e sociali.

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Sonetto rinforzato del comunicatore web










Che problema? Il problema non c’è più:
te lo faccio sparire
con sintassi secca e retorica sublime
Comunico col web e sul web, lo sai,
nessuno porta pena
(e di ambasciator ce n’è tutta una catena)
E la penna, riposta chissà dove
ha ormai smesso di ferire:
fa certo più male un bit, se pensato
proprio bene, con astuzia di mestiere,
del complesso blablabla
di qualche politico paroliere
Perché sai, è questione non di cosa
stai certo, ma di come
Per far colpo serve solo un’inserzione:
con curata precisione
crea consenso in ogni dove
C’è un problema? Vuoi chiarire? Vuoi più spazio
per parlare? Clicca qui,
ma ti prego, non staccare!
Sei il mio target, andiamo:
clicca like, dammi un mano!

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[BEST OF] : Il listone del Decennio 2010-2019

migliori album 2019 musica best of

Il decennio 2010-2019 è stato molto movimentato, e per certi versi è iniziato durante gli ultimi anni Duemila

Alcune tendenze di rinnovamento, oltre che alcuni artisti destinati a caratterizzare il periodo in questione, hanno iniziato a farsi notare intorno al 2008-2009: penso agli Horrors e al loro intenso rinnovamento rock, ma anche a un pop elettronico ad alta definizione di ispirazione anni Ottanta (M83, Cut Copy), oltre che a ibridi interessantissimi e fecondi (Mew, Late of the Pier, Bloc Party, Deerhunter), per non parlare della scena dubstep e future garage, che ispirerà diverse correnti per tutta la prima metà degli anni Dieci.

È certamente difficile racchiudere una produzione sterminata e spesso disordinata (sia negli intenti che nelle catalogazioni) in poche parole, ma se dovessi tratteggiare alcune delle caratteristiche fondamentali del decennio sottolineerei almeno tre direttrici: femminilità, contaminazione, globalismo.

Tra i protagonisti della scena pop degli ultimi dieci anni ci sono sicuramente le donne, che hanno dominato creativamente e politicamente il discorso musicale e culturale. Se il femminismo e la questione di genere sono tornati prepotentemente sulla scena del discorso pubblico, la musica ha fornito un adeguato riflesso di questo protagonismo, forgiando prototipi di musicista decisamente peculiari: indipendente e poliedrica, padrona di tutte le fasi del processo creativo, emancipata e provocatoria, l'artista del 2010 si libera da vincoli stilistici troppo stretti, dialoga con una modernità contraddittoria e si dimostra attiva nel rimodellare anche un'estetica di genere dove la libera rivendicazione del proprio corpo - oltre che delle proprie intenzioni - è centrale (l'aggressività di Kali Uchis, l'autoaffermazione di Rihanna, l'eccentricità di FKA Twigs, la trasandatezza di Billie Eilish).

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[BEST OF] : Il mio 2019 in 20 album

classifica album musica 2019 matteo castello
L'anno dell'Italia, per quel che mi riguarda. Liberato, Mahmood Livio Cori sono i tre nomi che hanno portato alla ribalta una scena nazionale stanca e logora (due di loro partecipando addirittura al Festival di Sanremo, uno degli eventi più stanchi e logori della musica italiana), ma ora più in forma che mai. Verrebbe da dire, riflettendo sul pessimo clima politico e culturale, che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare: possibile risposta psicologica a tempi sempre più sfidanti, dove non basta più rievocare un passato rassicurante per stare sicuri, ma si è costretti a una messa sotto sforzo costante.

Per il resto le classifiche internazionali concordano (nel senso che facilmente troverete questi nomi nelle varie Top10) su Billie Eilish, Lana Del Rey, Nick Cave, FKA twigs, Tyler, the Creator, Fontaines DC, Weyes Blood, Angel Olsen, Big Thief, Purple Mountains. Nomi che combaciano solo in parte con le mie preferenze, che sono il frutto di un consolidato micro-cosmo di fonti selezionate negli anni, di amicizie virtuali derivanti perlopiù dalla scuderia di Storiadellamusica, oltre che da una curiosità che non sembra - fortunatamente - volersi affievolire.


Ecco la classifica dei miei 10 dischi dell'anno:

liberato migliori album musica 2019
1) Liberato / Liberato (autoproduzione)
Il calderone stilistico messo in campo da Liberato è impressionante, come lo è la capacità di ibridazione e manipolazione, tutta tesa a evitare la giustapposizione meccanica di suoni di tendenza e recuperi furbetti. La creatura è genuina, innovativa, nuova. Si legano deep house, trap, alternative r&b, neomelodico, art pop future bass in un universo policromo unito da un formato canzone dolciastro e ammiccante, leggero (indie?) ma coinvolgente. A fare da compendio al carioca sonoro, l'aspetto linguistico: le parole scorrono in una babele dove sì, domina il dialetto, ma imbastardito con catch-all terms in inglese, inserti in italiano e improvvisate furbamente ispaniche, come a voler ribadire che il mondo entra anche nei contesti più locali, in un'abiura del campanilismo manifesta anche nel rifiuto di completare la dichiarazione identitaria in "Niente" ("So' fatto accussì so' parteno..."). Un notevole esemplare meta-sonoro e meta-testuale che vortica attorno a un perno melodico curatissimo, di rara eleganza e intelligenza. Il miglior progetto italiano degli ultimi decenni.

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[#12] Dischi di dicembre (con il ➒)

Ci siamo, anche il secondo anno di classifiche è andato. La fine di un decennio è sempre vissuta come un momento carico di promesse e attese. Convenzionalmente, il mondo della pop music affida ai diversi decenni il compito di fare da classificatori temporali di tendenze e identità musicali definite: gli anni Sessanta sono gli anni della controcultura e della psichedelia, gli anni Settanta del rock e del punk, gli Ottanta della new wave, i Novanta del grunge e dell'elettronica. Ovviamente nessuna di queste etichette corrisponde alla realtà. Tutto dipende dalla narrazione prevalente, via via rinnovata. E per quanto riguarda i Duemila e gli anni Dieci? In questo caso quello che sembra mancare è proprio una narrazione condivisa, oltre alla ridotta centralità del pop nell'identità delle persone e dei giovani (e del discorso pubblico). Il pop è onnipresente ma squalificato, e la sua frammentazione estrema, se da un lato impedisce una grezza gerarchizzazione del gusto, dall'altra inibisce una riflessione sul suo ruolo sociale, rischiando di privilegiare un'individualizzazione del gusto basata su esigenze di mercato (ignorando che il gusto non è mai un fatto personale).

Detto ciò, ecco che come al solito passo in rassegna, forse per l'ultima volta, i dischi più interessanti del 1969, 1979, 1989, 1999 e 2009. Buon ascolto!

Qui l'elenco delle puntate precedenti:

► Gennaio  ► Febbraio  ► Marzo   
► Aprile  ► Maggio  ► Giugno   
► Luglio  ► Agosto  ► Settembre  
► Ottobre  ► Novembre


► 1969

gal costa gal brasile 1969 dischi dicembre
Gal Costa - Gal (Philips)

Cosa ci si può aspettare da un disco con una copertina così? Ecco, il terzo album della gal brasiliana è un concentrato incendiario di tropicalismo psichedelico e heavy, pasticciato e anarchico: merito degli arrangiamenti di Rogerio Duprat, dei brani a firma di Caetano Veloso, Tom Zé, Erasmo Carlos, Gilberto Gil, Jorge Ben, e ovviamente dell'estro incontenibile della Costa.

Ogni brano pesca da una tavolozza variopinta e cangiante: l'attacco di "Cinema Olympia", con quella chitarra distorta e aggressiva, è subito addolcito da un basso corposo che avvolge un andamento fumoso e riflessivo, che però è costantemente stuzzicato dai lamenti della chitarra e dai sussulti di una batteria nervosa (che finiscono per prendere il sopravvento sul finale), "Tuareg" è profumata di suadenti sapori mediorientali, "Cultura E Civilização" è contorta e frenetica nelle sue dizioni libere, nelle sue chitarre fuzzose e impudiche (così come la sfrenata carica funky-tropicalista di "Como Medo, Com Pedro"), "Paìs tropical" è coloratissima bossa nova tinta di beat music, per non parlare delle sperimentazioni astratte di "Empy Boat", "Objeto sim, objeto não" e "Pulsars e Quasars", intrichi di samba rivisitata, freak music zappiana, divagazioni psichedeliche, decostruzioni dadaiste.

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Natura umana in Marx e alienazione ambientalista

karl marx ambiente corrente politica natura

I. Natura e alienazione in Marx

Strappando all’uomo l’oggetto della sua produzione, il lavoro estraniato gli strappa perciò la sua vita specifica, la sua oggettività specifica reale e trasforma il suo primato sull’animale nello svantaggio del fatto che il suo corpo inorganico, la natura, gli viene sottratto.

Il concetto di alienazione (qui ancora legato al Feuerbach di “Essenza del cristianesimo”) è, in Marx, di fondamentale importanza per capire non solo la sua critica sociale ed economica, ma anche la sua impostazione etico-filosofica. L’idea di alienazione si fonda infatti sull’idea di una separazione, di una frattura che si realizza tra uomo e natura e di conseguenza tra uomo particolare e uomo generale, tra l’uomo inteso come lavoratore e l’uomo inteso come specie. Il lavoro estraniato separa l’uomo dall’oggetto della sua produzione, e quindi lo separa dalla sua vita di genere: l’uomo è produttore, produrre rappresenta la sua genericità (e al contempo la sua specificità). La separazione tra l’uomo e la sua oggettività specifica reale, coincide con la separazione dell’uomo dal suo corpo inorganico, la natura.
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[#11] Dischi di novembre (con il ➒)

A novembre occorre scaldarsi, e questi dischi sono tutti straordinariamente caldi, avvolgenti e capaci, a seconda delle esigenze, di dare la carica o offrire un comodo ristoro. E allora via, all'ascolto!

► 1969

the rolling stones 1969 musica rock
The Rolling Stones - Let It Bleed (Decca)

Ho sempre nutrito un particolare devozione per i Rolling Stones di fine anni Sessanta: dopo la splendida finestra psichedelica, Jagger e soci tornano a un recupero più o meno oltranzista delle sonorità rhythm and blues degli esordi, sebbene sporcate a dovere di una bella patina polverosa e dark (l'intento è quello di suonare più blues e americani degli americani stessi) e impreziosite da un'autorialità frutto di un percorso consolidato e maturo. Let It Bleed, assieme al precedente Beggars Banquet, rappresenta un gioiellino di rock maledetto, insalubre, capace di inscenare un mood conturbante e sessualmente carico.
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