Il
cimitero gotico di Highgate non ha nulla di lugubre, a meno che non ci si trovi
a girare tra le vecchie lapidi di pietra invase dall’edera in un freddo
pomeriggio di pioggia. Quel giorno, invece (era un venerdì, o un sabato), c’era
il sole e la luce inondava gentilmente il quartiere da cui, in alcuni punti, si
può vedere Londra dall’alto.
Highgate
è un ridente sobborgo ad oltre 100 metri sul livello del mare abitato da
giovani famiglie, da trentenni hipster e da anziani londinesi facoltosi. Il
quartiere ha tutto l’aspetto di un villaggio a sé stante, con le sue strade
pulite, i viali alberati, le facciate vittoriane e georgiane, i negozietti di
fiori, le groceries e le caffetterie dove trovare dolci e prodotti
biologici. Il continuo saliscendi che porta al cimitero passando per l’abitato
lungo High Street, è l’ideale per passeggiate
domenicali. Swain’s Lane, poi, mette alla dura prova le gambe con la
sua pendenza insolita: stretta e ripida, la stradina è costeggiata da due file
di muri in mattoni che celano ville moderniste immerse nella vegetazione. Una
di queste ville è la Eidolon House, progettata dall’architetto
Dominic McKenzie. Una facciata dell’edificio, in vetro e acciaio, è interamente
a specchio e riflette gli alberi di fronte, scomparendo – o raddoppiandosi –
nello spazio.
È in
questo contrappunto variabile di sensazioni, di suggestioni, di vedute, di
aperture e chiusure dello spazio urbano, che si entra al cimitero di Highgate.
Poco vicino c’è un parco pubblico, e le voci dei bambini sono uno dei suoni
prevalenti mentre ci si avventura sul selciato che si dirama in svariati
sentierini, più o meno battuti, tra olmi, querce e tigli (ancora spogli, si era
in marzo). Scelsi di procedere a caso, come mio solito, lasciandomi guidare
dall’ispirazione del momento, dagli scorci che allacciavano di volta in volta
la mia curiosità, giocando a perdermi tra i vialetti di terra battuta sempre
più intricati di radici, ciottoli, edere, e disseminati di lapidi ottocentesche
divorate dal tempo, alcune inclinate e in rovina, spinte fuori asse dai moti
del terreno, ormai quasi elementi geologici. Non riuscì a non pensare a quel
brano degli Smiths, dove il protagonista, in un “terribile giorno di sole”, si
aggira tra le tombe e, con il favore del suo nume Wilde, legge le incisioni e
si chiede:
“All those people, all those lives
Where are they now?
With loves,
and hates and passions just like mine
They were born and then they lived and then they died
It seems so unfair, I want to cry.”
Il mio
giorno di sole non era per niente terribile, anzi, era una finestra spalancata.
Sarà per questo che aggirarmi tra le lapidi non mi faceva impressione. Il
ricordo è vivo: la luce che filtrava tra i rami spogli mescolava in un’unica combinazione
di tinte tenui e nitide il verde brillante delle felci, l’azzurro vivo del
cielo e le pietre scure rigate di muschio. Mentre cercavo di mettere tra
parentesi il motivo per cui ero lì, nel frattempo affiancato da mille altri
motivi, tutti riuniti all’interno di uno più grande e complessivo, notai
la tomba nera, moderna e vagamente pacchiana, di Malcolm McLaren, il manager
dei Sex Pistols. Lo stemma con le iniziali mi parve una trovata disneyana
di cattivo gusto, soprattutto se confrontata con gli ornamenti semplici e
solenni delle lapidi tutte intorno. Più mi inoltravo tra gli alberi, più
sentivo imprimersi sul mio passo la curvatura di uno spazio doppio, dove vita e
morte interagiscono armonicamente, senza stacchi netti, lasciando che il mutare
delle cose coinvolga tanto le tombe, ognuna segnata a suo modo dal passare del
tempo, quanto chi le percorre, che non può che vedersi specchiato su un opposto
piano simbolico e allegorico. La sorpresa, tra le pieghe di questa strana
dimensione distorta eppure limpida, fu vedere come, tra le austere incisioni
ottocentesche, iniziassero a comparire caratteri farsi, dedicati a esuli
iraniani doppiamente sradicati dalla loro terra (dallo shah prima, dagli
ayatollah poi), oppure esotici ed eleganti kanji giapponesi, segno di
connessioni antiche e di fascinazioni che permangono intatte tra umani uniti
dallo stesso destino.
Non
volevo raggiungere già la mia meta. Mi sembrava che i sentieri si
moltiplicassero all’infinito, e che ne avessi percorsi una minima
frazione. Nel frattempo, la luce si screziava piegandosi
all’inclinazione della stagione, proiettando ombre oblique che, in un mondo
indifferenziato, avrebbero interrotto i miei passi, facendomi inciampare di
continuo. Notai che più convergevo verso il centro, più le tombe diventavano un
tutt’uno con il suolo, perse in un oblio secolare, inesorabile. Cercai la tomba
di Hobsbawn, senza successo. Ne vidi altre, anonime e cariche di
significati che coglievo solo in parte. Non potevo rimandare oltre. Mi riportai
sul selciato principale, risalendo lungo il lato est. In cima al leggero
pendio, sulla destra, c’è una radura affacciata direttamente sul cielo: qui,
infatti, le lastre sono posate in orizzontale. Decisi di fare ancora un giro
tra quelle pietre prima di trovarmi di fronte a lui. Avevo notato che un
gruppetto di visitatori si aggirava e indugiava intorno al monumento (uno dei
più imponenti e celebrativi della parte est) e preferivo aspettare di rimanere
da solo dinnanzi a Karl Marx. Ormai la mia attenzione era tutta rivolta a quel
monolite scuro e a ciò che rappresentava. Quando finalmente i pochi ammiratori
si dissiparono, decisi che era il mio momento. Il busto barbuto scrutava severo
in direzione del sobborgo gentrificato del nord di Londra. Appena sotto, in
caratteri dorati, il motto (o epitaffio?) “workers of all lands unite”. Non
potei non considerare che lì, in quel cimitero, la frase virava nel grottesco:
i sepolti di ogni terra e di ogni tempo erano uniti sotto quegli olmi,
collegati dalle felci e dai rampicanti, contrappuntati dai fiorellini gialli
selvatici che bucavano la terra scura. Il silenzio dominava, in quel punto
dell’Highgate Cemetery. Il monumento è dedicato non solo a Marx, ma anche alla
gravità della nostra epoca, di ogni epoca, nonostante i secoli brevi o quelli
lunghi, quelli bui e quelli più luminosi. Ritto di fronte al memoriale di Marx,
pensavo che lì stava sepolta anche un’idea impensabile che non apparteneva più
al nostro tempo, e che – non fosse per l’imponenza del monumento - sarebbe
finita anch’essa avvolta dalle felci nel giro di pochi decenni. Eccolo, il
“dreaded sunny day” degli Smiths. Con un poco di vergogna, dopo un attimo di
raccoglimento, accennai un pugno chiuso e decisi che era ora di uscire da quel
regno dove tutto era mescolato e veniva inghiottito nell’assenza ordinata delle
cose, o nella presenza impastata della fine.
Fuori
dal cancello, di nuovo gli schiamazzi del parco. Mi attendeva la salita di
Swain’s Lane, dovevo superare la doppiezza della casa a specchio del famoso
architetto, oltrepassare il quartiere dove la gente ormai aveva iniziato a
vivere la parte libera dal lavoro della propria giornata, e infine tornare al
mio appartamento, con le sue grandi finestre che davano sulla strada e sugli
alberi. Si era alzato un venticello piacevole, quasi a volermi spingere più in
fretta verso Archway Road, a pochi passi dalla fermata della metropolitana. Lì
davanti, nel giro di poche ore, avrei solo dovuto aspettare. La prospettiva di
quell’attesa arrivò come uno spirito benigno. Interpretare il mondo, cambiarlo.
In quel caso c’era poca differenza.




