LOST AND FOUND - Quattro dischi in cui perdersi e ritrovarsi

Questo potrebbe essere un post sulla psichedelia. In parte è così, ma solo nel senso in cui ognuno ha la propria musica psichedelica, quella che porta altrove, che fa viaggiare e perdere in flussi di puro abbandono. Può succedere con i Pink Floyd ma anche con gli Smiths, con i 13th Floor Elevators ma anche con i Deftones o Luca Carboni. Insomma, la psichedelia non è un genere, ma una predisposizione. Questi sono alcuni dei dischi che mi permettono ogni volta di mollare i freni e dedicarmi ad ascolti trasognati ed immersivi, lasciando il mondo fuori per qualche decina di minuti.

radio dept music dream pop review
The Radio Dept. - Lesser Matters (Labrador, 2003)

A volte un'intro è capace di definire il mood di un intero album. Dal primo brano passa tutta la differenza tra l'essere accolti in casa con diffidenza o con calore. "Too Soon": levigature magnetiche di chitarra e rintocchi di tastiera alla M83, un minuto di suadente invito ad usare il disco come un porto sicuro, dove tornare ogni volta che si vuole, quando si vuole.

"You will have us figured out soon, too soon / You will have to leave for a new love, a new love / Somewhere else but stick around for as long as you like / We will be here, spend some time in the sun"

Benvenuti in Lesser Matters. L'attacco di chitarre immerse nel fuzz acerbo e sovraccarico di "Where Damage Isn't Already Done" è quello che serve per finire irrimediabilmente incastrati nella tela di questo lavoro. Melancolica e trasognata, procede in un saliscendi dove si alternano le risacche ovattate delle strofe e quella colata di chitarre che sovverte ogni esigenza di un refrain: non servono parole, basta l'accumulo di pochi accordi sospinti dal basso gommoso. Ed è tutto lì, siamo entrati nel mondo dei Radio Dept., duo svedese che con un solo album ha saputo dare una precisa consistenza alla malinconia nostalgica dei primi anni Duemila, mettendo insieme il twee alla Belle and Sebastian e un dream pop sfocato e caustico, tra My Bloody Valentine e Jesus and Mary Chain. Ricordo ancora il viaggio nella mia pandina sulla statale 26 in una notte d'inverno,  dove mi si offrì tutto il potenziale dell'album, tanto da metterlo in loop ossessivamente fino a casa. In particolare quella seconda metà dove irrompe la splendida "1995", che anche senza capire l'inglese comunica in una lingua universale (tutti abbiamo un 1995 a cui tornare), lasciandoti lì in bilico, rotto e innamorato, e poi, dopo i torpori di brani che si sciolgono tra le dita come spuma, arriva l'imponente "Ewan", introdotta da pochi accordi in reverb e poi inesorabile nel portarti alla fine tra sintetizzatori sibilanti, chitarre aspre e un basso portante, tragico. Perdersi non è mai stato tanto bello.

spacemen 3 psychedelic rock
Spacemen 3 - The Perfect Prescription (Glass, 1987)

Mi rendo conto solo ora di quanta continuità ci sia tra questo disco e l'esordio dei Radio Dept. Anche in questo caso l'epifania è avvenuta in macchina: da tempo cercavo di entrare nel mood dell'album, senza riuscirci. Poi, un tardo pomeriggio d'estate, col sole che iniziava a scendere all'orizzonte e spargere la sua luce plastica sul paesaggio, ho capito - meglio: ho sentito - quale fosse il punto. E il punto sono le atmosfere dilatate, quel sound denso e colloso, quel morboso ripetersi annoiato di strofe lente, rimasticate e ipnotiche, di chitarre languide, di droni di tastiere elettroniche, di suoni che ti prendono e ti rivoltano come un calzino, rendendoti materia duttile, buona per essere plasmata dai suoni. Gli stessi suoni dell'ultimo brano di Lesser Matters, "Lost and Found", e qui chiudiamo il cerchio. 

Fondati da Peter Kember e Jason Pierce, studenti di un istituto d'arte in una cittadina nel centro dell'Inghilterra, gli Spacemen 3 sfornano uno dei dischi psichedelici più belli, immersivi e pericolosi di sempre, un concept sulle "migliori e peggiori esperienze con la droga". L'omaggio alla band di culto Red Crayola, con la splendida cover "Transparent Radiation", parla da sola: fluttuare di Farfisa e chitarre liquefatte, un incedere sciolto tra lo svolazzo sinistro del violino, in un flow disinvolto eppure ieratico, solenne. Poi, certo, c'è l'anima garage, quella degli MC5 e degli Stooges, che irrompe in "Take Me to the Other Side" e "Things'll Never Be the Same", pur sfumando tutto in wah wah  massicci e divagazioni sonore space rock. Ma quello che preferisco del secondo lavoro della band sono la sonnolenta e ipnotica "Feel so Good", il talking alla Lou Reed di "Ode to Street Hassle", il blues alla morfina di "Come Down Easy" e la psichedelia torbida di "Call the Doctor".

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Blueboy - If Wishes Were Horses (Sarah, 1992)

E ora qualcosa di completamente diverso. Siamo in casa Sarah Records, un'etichetta con un'identità intransigentemente cutie, dedita a lavori che hanno fatto del twee una consacrazione di fede  (tra i nomi tutelari i Field Mice e i Brighter), intrisi di un senso romantico di infanzia perduta e di rifiuto dell'età adulta. Cosa c'è di più psichedelico di un cronorifugio (per dirla alla Gospodinov) di questo genere? L'album d'esordio della band di Reading fa propria un'estetica che rappresenta quanto di più distante dalla musica in voga in quegli anni. Guitar pop delicato, fragile, sommesso (mentre il mondo era infuocato dal grunge, dall'elettronica e dai primi vagiti britpop), infuso di fragranze bossanova ("Too Good To Be True" che riscrive l'idea di gioventù, sospesa in un ottimismo ingenuo, perso tra sogno e realtà), dalla consistenza effimera delle collanine di caramelle che sapevano di zucchero sbiadito ("Candy Bracelet", appunto, che introduce l'album con le sue chitarre in reverb). Eppure la maestria nel songwriting e la capacità di creare composizioni armonicamente ricche lasciano continuamente a bocca aperta. Prendete "Fondette", un talking soave che riveste la forte critica sociale ed ambientale delle liriche ("The fields are covered in concrete now / The countryside is dead / The trees are being felled and the rivers run red"), con la glassa zuccherina dell'elegantissimo interplay tra chitarre acustiche. Roba da rimanerci secchi. Ma anche la stupenda "Cloud Babies", tra arpeggi di acustica e violoncello, o l'indiepop saltellante di "Sea Horses", con quelle chitarre che sembrano riflessi di luce sul mare e un basso che sospinge con grande inventiva versi carichi di romanticismo dolciastro. Una mezzoretta scarsa di puro abbandono, capace di rimettere in pace col mondo, ogni volta.

panda bear animal collective psych pop
Panda Bear - Person Pitch (Paw Tracks, 2007)

Noah Lennox, fondatore degli Animal Collective, riversa nel progetto Panda Bear tutta la sua verve sperimentale e il suo approccio visionario. Person Pitch, al tempo dell'uscita, fu una folgorazione. Come ascoltare i Beach Boys passati al frullatore, riflessi in un filtro caleidoscopico di campionamenti giocosi e vorticosi. Qui si riscopre una coralità radicale e infantile (hand clapping, filastrocche, rumorini vari, produzione da cameretta), per un mélange variegato di soluzioni cromatiche e compositive, un denso amalgama (la festosa ammucchiata della copertina - da notare che anche qui, come nei Blueboy, i protagonisti sono dei bambini) dove le parti si confondono e comprenetrano, legate dalla forza centripeta della melodia. L'operazione  ipnagogica è in qualche modo meta-psichedelica: l'effetto stordente, oltre che legato alla vertigine sonica dove imperano sfumati, eco, riverberi, risulta dallo straniamento causato dai continui rimandi a un passato - gli anni Sessanta - tanto sfigurato da risultare immaginario. Guardo indietro, penso di riconoscere un appiglio, lo perdo subito, vado avanti, e così all'infinito. Tra i brani iconici "Take Pills", acquatica e sonnolenta, fino a quando qualcosa innesca il mutamento del mood e del ritmo, portando il brano a esplodere in un technicolor ammiccante e sgargiante, preludio della deliziosa "Bros, tutta un infittirsi di ricami luminosi, di eco, di melodie in crescendo, in continuo accumulo armonico, tra inserti ambientali e piccoli ghirigori che si innestano sul loop principale (tratto da un brano di Cat Stevens). 

Un ascolto a suo modo grandioso, capace di saturare l'attenzione e la pazienza, ma anche di regalare grandi momenti di perdizione.

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Stupidi americani - Racconto breve

 
racconto breve matteo castello americani prigioniero
«Il prigioniero piange di nuovo, Fromm».
«E tu dagli due pugni in bocca, Nilsson».
«Dice che vuole tornare a casa».
«Poteva starsene a casa, allora».

Fromm e Nilsson hanno sorpreso la pattuglia di guastatori poche miglia più a sud dalla loro postazione giù a valle, in direzione della diga che fornisce elettricità a tutta la regione.
«Voi americani siete così rumorosi quando camminate nei boschi, riuscite a far casino anche sulla neve fresca», dice Nilsson fissando il caporale con un sorrisetto.
«Si sentono i padroni di casa», bofonchia Fromm impegnato ai fornelli.
«Sarà che l’impianto che questo bastardo voleva far saltare è stato progettato proprio dai suoi amici», sbuffa l’altro.

La squadra di guastatori americani è stata falciata da qualche raffica, il caporale se l’è cavata con un buco nella spalla.

Il caporale Linklater se ne sta rannicchiato in un angolo della sua cuccetta. Il fuoco crepita nell’atmosfera gelida del primo mattino, diffondendo profumo di legna bruciata e resina. Le pigne accumulate in un cesto a due passi dalla stufa in ghisa nera sono ottime come innesco. Il bosco intorno al capanno ne regala in abbondanza e fornisce una scusa per tenere occupati i prigionieri nemici. Prigionieri che, al momento, si limitano al solo caporale Linklater.

«Goditi la cura del benessere, caporale. Hai pure il coraggio di lagnarti» sussurra Fromm dirigendosi verso il prigioniero con una scodella di porridge fumante.
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Linklater ha due figli e una moglie. Ha pure un’amante. La sua vita, sulla carta, è perfetta. Ma ha sempre sentito un grande vuoto crescere dentro. Mentre sta rannicchiato in quella capanna di legno, gli torna in mente il viaggio di luna di miele a Parigi. Ricorda di essersi sentito avvampare in mezzo a quella gente disinibita e spocchiosa, capace di passare tutto il pomeriggio seduta a qualche tavolino, o stravaccata ai bordi della Senna con lo sguardo perso nel vuoto. Quando camminano, i parigini, non sembrano essere diretti da nessuna parte in particolare. Bighellonano e basta, come a volerti dire “questa è casa mia e ci faccio quello che mi pare”. Lui, invece, a casa sua ci vive come un ladro, come se non ne avesse mai pienamente diritto. Infatti ha un fucile e un bello steccato che ridipinge ogni anno. L’orgoglio di essersi conquistato il suo spazio galleggia precario in un rancore primordiale che lo fa sentire come uno straniero.

Non si aspettava che le cose avrebbero preso quella piega surreale. L’occasione di fare i conti con l’Europa aveva colmato Linklater d’un irresistibile senso di rivalsa. Si era sentito rinascere, e il vuoto era sparito. Dare una lezione al sapientone che abita in centro città, che guida utilitarie fuori moda con la disinvoltura di chi non deve dimostrare nulla mentre mangia cibi senza sapore e ha un posto sindacalizzato all’Università o in qualche ufficio climatizzato. Ecco di cosa si trattava. Lui si era dovuto sudare tutto, aveva dovuto fare i conti con l’azienda di famiglia scomparsa come uno sbuffo di fumo, mentre la sua contea si riempiva di insegne spente e capannoni abbandonati. Se i suoi coetanei si erano trasferiti altrove, scappando come topi, lui si era rimboccato le maniche ed era rimasto. Aveva iniziato come svuota cantine e ormai la sua ditta di pulizie e traslochi contava dieci impiegati. La guerra poteva però essere la vera rivincita, poteva ridare dignità a chi come lui non aveva disertato le campagne disabitate, poteva essere il rimedio a quel senso di essere finiti nel cestino della storia pur essendone stati il motore per centinaia di anni. Fargliela vedere a quei mollaccioni che, pur di non fare i conti con la propria vigliaccheria, sbraitavano in piazza contro le spese militari. Caroline era stata così fiera di lui, e per un attimo Linklater si era scordato dell’amante. Appena partito, gli era presa una nostalgia di casa che l’aveva morso allo stomaco.
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 Il sole basso filtra dalla finestrella rigata dalla condensa. Tra poco sarà di nuovo buio.
«Domani vengono a prenderti, caporale», fa Nilsson senza curarsi di essere delicato mentre cambia la benda a Linklater, che geme e trema di freddo, nonostante il clima nella baita sia caldo e confortevole. Gli avamposti militari, qui, sembrano tutti il casolare di qualche cacciatore. Su una parete una bandiera blu a stelle gialle aggiunge cromatismo all’omogeneo color legno di larice.

 «Ce la farà a camminare fino alla base?» chiede Fromm.
«Se non ce la fa lo lasciamo a congelarsi il culo nero tra i pini», risponde Nilsson.

 Linklater ha una scossa improvvisa che lo distoglie dal torpore della lunga giornata passata a far niente. Alza lo sguardo verso i due soldati e li fissa con una furia che per un attimo li lascia di stucco. La sua pelle scura si tende in una smorfia di disgusto.
«Maledetti bianchi, siete uguali dappertutto!» sputa dalle labbra contratte dal dolore e dalla frustrazione.

 I due si guardano, attoniti, e scoppiano in una risata.
«Sono fissati con ‘sta storia del colore della pelle», dice Nilsson.
«Stupidi americani», ridacchia Fromm.
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Perché De Gregori ha ragione (e perché ha torto)


Apriti cielo, l'artista ha cantato fuori dal coro!

E che artista. Francesco De Gregori è uno che negli anni Settanta fu accusato di essere un profittatore, subendo un violento attacco da parte di alcuni militanti di Autonomia Operaia, che nella piena contestazione della opprimente società borghese ritenevano corretto minacciare persone disarmate impugnando una pistola e conducendo processi sommari. Si sa, la rivoluzione non è un pranzo di gala...

La colpa di De Gregori negli anni Settanta? Non essere abbastanza rivoluzionario (come può esserlo uno che scrive un album come Rimmel, dove non c'è nemmeno un appello alla rivolta proletaria?) e arricchirsi col suo mestiere invece di metterlo al servizio della contestazione. Insomma, l'esigenza, allora come oggi, è tracciare i confini. I rappresentanti della cultura si devono posizionare in maniera chiara, netta, non ambigua, per permetterci di sceglierli più facilmente, evitando la fatica di provarli, di abituarci al loro stile, di capire che non fanno per noi (magari dopo ore di tempo che avremmo potuto dedicare a qualcosa che sicuramente ci piace). Che mettano la giusta spilletta sulla giacca o pronuncino le giuste parole d'ordine, allora. Che siano organici a questa o quella formazione politica, senza dubbi o tentennamenti. Ci rendano facile il ruolo di consumatori! 

Ma è questo che è giusto pretendere dalla cultura e dall'arte?

Chiaramente no, ed è per questo che De Gregori, finito al centro di nuove polemiche con la sua ultima conferenza stampa, ha (in parte) ragione. "Se scrivessi Rimmel oggi, ti darebbero spazio?", si chiede. "La risposta è no", ribatte, adducendo come motivazione una complessità del songwriting oggi andata perduta. Ma questa è solo la premessa. Quella contro cui si scaglia De Gregori è la subordinazione dei prodotti creativi alle esigenze preconfezionate (dall'algoritmo) del pubblico, al suo bisogno di riconoscersi in prodotti che rappresentino una confortevole conferma delle proprie aspettative, a loro volta il risultato circolare di una semplice ipostatizzazione dei trend attuali. La questione scottante, però, arriva solo dopo questo preambolo. "Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali, di guerra... perché tutto ciò va analizzato con estrema cura, e il proclama buttato giù da un palco, o anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente", aggiungendo di non capire gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico. "Perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C'è bisogno di Springsteen che ci dica che è contro l'amministrazione Trump?". 

"Ma che sbaglio c'è nel sensibilizzare le persone?" gli chiede un giornalista. "Lo faccio con le canzoni che scrivo, non attraverso le cose che dico", risponde De Gregori. "Non mi sento superiore a nessuno da poter insegnare come si vive, come si legge un giornale o quale posizione prendere su Gaza, su Israele o sull'Iran. Non mi sento in grado di dare lezioni, ho le idee confuse anche io e mi sembra onesto avere le idee confuse... Il mio pensiero non è totalitario. Se devo prendere lezioni da qualcuno le prendo da un filosofo, non da un cantante". 

Questo, in sintesi, è il pensiero che ha sollevato un'ondata di indignazione, un processo sommario virtuale (senza armi, questa volta) unendo in un unico coro di protesta i molti feriti da questo presunto tradimento, da questo attentato contro il bisogno di sentirsi parte di una comunità coesa e granitica. Ed è qui che vorrei partire per appuntare le ragioni di De Gregori, sottolineando il bisogno di posizionamento che il pubblico pretende nei suoi atti di consumo culturale, cercando di epurare tutto ciò che rende il prodotto consumato non conforme alle attese, o scomodo, o contradditorio. Il consumo dei prodotti culturali assolve a un'unica funzione: quella del riconoscimento, mediante la fruizione di contenuti che evidenzino fin da subito l'elemento identitario di riferimento. Nell'arte come nel linguaggio, il bisogno neo-tribale delle nostre comunità spezzettate è quello di un codice immediato di riconoscimento, perché si possa bypassare lo spiacevole processo di scandaglio, di dubbio, di attrito, di ripensamento, di critica che dovrebbe accompagnare ogni processo di formazione dell'opinione, fino all'eventuale scelta. Processo attraverso cui, inevitabilmente, la vita ci costringe a passare, anche se non vogliamo e facciamo finta di niente. 

Riassumendo, cosa sembra rivendicare De Gregori rispetto al ruolo dell'arte e della canzone popolare? Da un lato la sua autonomia. L'artista non deve subordinarsi a metaforici mecenati, come non deve essere al servizio del suo pubblico (come vorrebbe invece un sistema basato sull'invadenza di algoritmi che appiattiscono la proposta su una media delle aspettative, che finisce col rendere innocua ogni proposta). La canzone deve esprimere i suoi contenuti con un linguaggio che è quello che le è proprio, rifuggendo toni da agitprop o da pamphlet. L'oggetto d'arte è un mondo a sé stante che si connette con il pubblico in modo indiretto e sottile (se non ambiguo): è tutta qui la bellezza dell'arte, nel lasciare aperti spazi per l'interpretazione, per l'incertezza, per il caos e anche per la contraddizione. Sembra invece che il politically correct di chi vorrebbe dipingersi come controcorrente sia il metro per valutare la produzione culturale: se trapela anche un piccolo sospetto di incompatibilità al credo prevalente, allora si è subito pronti per la crociata sdegnata e censoria. L'arte deve creare scompiglio, deve rivendicare anche un po' altezzosamente un ruolo più elevato, deve costringerci a mettere in discussione le nostre certezze e i nostri dogmi.

Dall'altro lato De Gregori rivendica l'inadeguatezza dell'arte a farsi megafono ideologico, ridimensionando il ruolo del cantante pop in un'epoca dove avere visibilità pubblica è sempre meno garanzia di autorevolezza. Trovo questo esercizio di modestia un fatto importante, soprattutto in un ecosistema dove la coltivazione dell'ego è dominante e dove la complessità è ridotta a slogan pronti all'uso. Rivendicare di avere dubbi, anche su questioni dirimenti, è forse uno dei gesti più spiazzanti quando tutti intorno a noi sembrano vivere di certezze incrollabili (salvo affollare gli studi degli psicologi). Non si tratta di uno svilimento di un ruolo ancora prezioso, ma della consapevolezza che questo sia mutato rispetto ai tempi in cui il megafono della cultura pop poteva avere un impatto decisivo sulla società (perché connesso con istanze sociali diffuse, radicate). Oggi quel potere è svanito, e rischia di tradursi in ridicolo per il semplice fatto che un re nudo che si crede vestito fa effettivamente ridere. Nell'ecosistema multimediale di oggi convive tutto e il contrario di tutto, e il risultato è un infinito rincorrersi di stimoli, nessuno dei quali può vantare un impatto rilevante al di fuori delle rispettive micro bolle. Per questo, forse, l'artista farebbe meglio a sfruttare il suo ruolo in modo più coraggioso di così, aprendo voragini invece di confermare attese, facendo del suo essere un sassolino un distruttore di ingranaggi invece che un'illusoria rolling stone.

E allora, cosa stona nelle affermazioni di De Gregori? Il fatto è che, pur ridimensionato, un personaggio pubblico rimane in grado di raggiungere una platea ampia, e questo impone l'assunzione di responsabilità. Responsabilità che non si esauriscono soltanto nella presa di coscienza della propria parzialità e inadeguatezza, o nella volontà di prendere le distanze dalle forze appiattenti della contemporaneità. Responsabilità significa anche riconoscere quando qualcosa è troppo grave per essere taciuta. Il parlare, a quel punto, non dovrebbe essere dettato dall'esigenza di arruolarsi nelle fila di questa o quella tribù culturale, ma dal rispettare il proprio ruolo di interprete simbolico dei fatti del mondo. Gaza non è una questioncina da rotocalco, ma una delle più grandi tragedie del nostro tempo. Se non si vogliono lanciare proclami (cosa buona e giusta), non ci si dovrebbe nemmeno sottrarre dalla responsabilità di dire qualcosa che possa anche fare arrabbiare qualcuno. La parola, la voce dell'artista, se di vera arte si sta parlando, porta sempre con sé qualcosa di imponente, di sacro, perché costringe ad una riflessione, anche critica, anche problematica. Sottrarsi a questo tipo di responsabilità con quel cinismo sprezzante tipico del nostro tempo risulta un passaggio amaro, non così nobile. 

Dunque, Francesco De Gregori non ha né torto né ragione. Ha sia torto che ragione. Si può criticare, ma allo stesso tempo celebrare. Immagino anche che sia una persona capace di essere tanto educata quanto maleducata, ogni tanto. Un artista profondo ma che si lascia andare a pigrizia e volgarità, di tanto in tanto. Ed è strano, orribile, ma spesso le cose vanno così, a questo mondo. 

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ROCKET USA - Quattro dischi che hanno rivoluzionato il rock americano

La tradizione può essere rinnegata, riletta, riesumata in revival più o meno posticci, adorata come una reliquia intoccabile. 

Quello che non si può fare con la tradizione è ignorare che esista. Le band elencate di seguito sono tra gli esempi più fulgidi di come si possa onorare quanto fatto nel passato manipolandone creativamente la formula di partenza. Si può rendere il passato irriconoscibile rivoltandolo come un guanto, oppure lo si può rinvigorire costringendolo a volgere la testa al futuro, facendone un mezzo espressivo e culturale per aggredire il presente. 

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Ramones - Ramones (Sire, 1976)

A fine anni Settanta il club CBGB di New York era uno dei templi sacri della new wave americana. Curioso, dal momento che l'acronimo stava per Country, Bluegrass, Blues. Proprio qui Patti Smith, Television, Blondie e Talking Heads iniziarono a sovvertire i canoni della musica popolare, svecchiando la proposta e rendendo tutto più dritto, spoglio e minimale. Tra i grandi protagonisti della scena non si possono non citare i celeberrimi Ramones, forse tra i più efficaci nel creare un suono distintivo, riconoscibile, giocosamente provocatorio e caustico. La formula è semplice: power pop, garage, surf rock e doo wop trasfigurati in un sound sfrontato, grezzo e minimale, addirittura parossistico nella sua ripetitività da filastrocca. Punk-rock, per capirci. Un'innovazione totale che lavora su un recupero oltranzista degli elementi base - basso, chitarra, batteria - consacrati a riff velocissimi e ridondanti, a un mood scanzonato, sardonico, capace di dare un nuovo slancio tanto alle power ballad (I Wanna Be Your Boyfriend), quanto ai pezzi più veloci (Judy Is a Punk, Now I Wanna Sniff Some Glue). Un disco iconico che rappresenta una cesura netta tra un modo di concepire la musica e un altro, lasciando segni indelebili negli sviluppi del pop-rock.

album suicide alan vega synth alternative

Suicide - Suicide (Red Star, 1977)

Il disco d'esordio dei Suicide è un tipico esempio di evoluzione per mutazione genetica. Si parte da basi note per lasciare che qualcosa vada storto nel profondo del procedimento di trascrizione, finendo con una creatura radicalmente aliena rispetto alla matrice originaria. Qui si mantiene intatto lo spirito rock'n'roll e rockabilly, i vocalizzi e gli ululati, le posture istrioniche e l'enfasi sessualizzata, ma ogni elemento è passato per un filtro distopico alla Mad Max, per un negativo synthpop caustico e dissacrante. Alan Vega e Martin Rev, due nomi che da soli fanno pensare a creature aliene, pronte per invadere l'underground newyorkese di fine anni Settanta (già piuttosto infestato, come abbiamo visto). E allora non rimane che farsi trascinare dalle pulsazioni ritmiche ossessive di Ghost Rider e Rocket USA, tra fitti sibili di sampledelia primordiale, con la  voce di Vega nebulizzata e vaporizzata nell'eco e gli improvvisi guizzi armonici di sintetizzatore alla Silver Apples, oppure farsi ammaliare dalla melassa inquinata di Cheree (su cui prenderanno appunti gli Spacemen 3 e i Jesus and Mary Chain), o ancora lasciarsi travolgere dalla furia psicotica di Frankie Teardrop, sorta di versione maniacale della State Trooper dello Springsteen di Nebraska. Un ascolto che traccia un solco netto tra un prima e un dopo, tra cosa si può e cosa non si può fare in musica, per una preziosa lezione di istrionismo e di coraggio. Ascolti i Suicide e capisci che lo stesso magma dissacrante può spezzare le gambe a qualsiasi vecchia, polverosa e opprimente tradizione. Di Alan Vega e Martin Rev, però, non ne fanno molti.

gun club punk blues music rock
The Gun Club - Fire of Love (Ruby, 1981)

L'operazione, qui, è più sottile (se così si può dire), ma altrettanto radicale. Il punk applicato all'americanità profonda, tra blues, rockabilly, prewar music in generale, tra omaggi veri e propri (Preachin' the Blues di Son House, Cool Drink of Water di Tommy Johnson) e le personali scorribande di Jeffrey Lee Pierce, impegnato nel suo immaginario punk-voodoo delirante. Una versione ideale di quello che sarebbero potuti essere i Rolling Stones se fossero nati a fine anni Settanta. La prima volta che ho sentito She's Like Heroin to Me e For the Love of Ivy ho capito quello che, in modo pacchiano, viene illustrato nella sequenza del film Sinners: cioè che esiste una continuità spiritica tra le forme espressive della musica popolare - nera e non -, e che questa continuità può agire come una vera e propria possessione. Si parla proprio di quel Fire Spirit che infesta il brano e sembra guidare Lee Pierce nella sua litania suadente e sempre più infuocata. Qui sta la forza di certa musica americana, nel dare universalità a una tradizione locale e regionale, dandoci frutti che possiamo tranquillamente adattare ad ogni contesto. 

The Dream Syndicate - Medicine Show (A&M, 1984)

dream syndicate rock paisley underground indierock

La scena neo-psichedelica di Los Angeles nei primi Ottanta aveva un nome: Paisley Underground. Spiegata brevemente: un gruppo di amici e conoscenti che condivide l'amore per vinili e musica vintage e condivide i palchi nel bel mezzo dell'America reaganiana. Il risultato è una manciata di dischi che fa fluire l'energia punk e post-punk in rievocazioni garage e jangle, tra Velvet Underground, Byrds e 13th Floor Elevators. Una versione desertica e psichedelica delle pulsioni urbane di altre scene regionali, per una sorta di Tom Petty consacrato all'underground e alla scena alternative. Il suono dei Dream Syndicate di Steve Wynn è forse tra i più influenzati dal post-punk, come testimonia un fenomenale disco desordio. Il secondo lavoro è però quello che preferisco: dietro la sua apparente compostezza cantautoriale si cela un più intensivo lavoro di destrutturazione degli ingredienti della tradizione. Basti la magnifica John Coltrane Stereo Blues, con il suo pulsare bombastico che si trasforma in una jam destrutturata e noise, per non parlare di brani intensi e perfetti come Daddy's Girl, Burn o Bullet With My Name on It, tra country alternativo post-Neil Young e un indie rock goticheggiante e stentoreo, tutti impreziositi dalla splendida chitarra di Karl Precoda. Un lavoro dall'impatto immediato (il primo ascolto è ancora impresso nella mia mente, con la pandina verde che solcava le stradine aostane proiettandosi in qualche scenario da deserto del Mojave), invecchiato benissimo e pronto per affascinare generazioni su generazioni.


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StranAosta - delle bizzarrie e stranezze di una città ordinaria

Aosta è una città strana.

Strana nel senso doppio di bizzarra ed estranea.

Bizzarra perché vive di dinamiche peculiari, in qualche modo uniche (per quanto la provincia si assomigli tutta). Estranea perché fuori dalle dinamiche nazionali nelle quali è inserita (per quanto, in fondo, ad Aosta si trovino in nuce i caratteri nazionali nella loro purezza). Bizzarria ed estraneità si compenetrano, finendo con l’avvilupparsi in una sintesi che fa di Aosta un posto tutto sommato ordinario, normale, ma che insiste nel rappresentarsi come altro, come straordinario, risultando effettivamente tale per autopoiesi.

Prendiamo per cominciare la questione politica. Il motto “né a destra né a sinistra”, nella sua banalità da baretto, è reiterato con fierezza e convinzione, rappresentando ormai un credo fondamentale della classe dirigente. Il problema, qui, sta tutto nella povertà della visione: non si tratta di una terza posizione, ma di un bieco posizionamento: si sta dove conviene, volta per volta, per qualche briciola in più. La palla passa ogni volta al rispettivo partito nazionale di destra o sinistra che può offrire di più, riducendo la politica valdostana ad un mercanteggiare tra miglior offerenti. La ripetizione enfatica ne ha fatto però una verità autoevidente. La politica valdostana può riassumersi in questo gioco di opportunismo vassallo, dipinto ovviamente come fiera presa di distanze dal mondo là fuori.

A livello sociale, e qui la cosa si fa più interessante, Aosta è un mondo in miniatura incapace di elevarsi a società civile (per questioni di scala ma anche di inadeguatezza) e per questo cristallizzata in una dimensione corporativa inconsapevole e parcellizzata. I gruppi sociali sono raramente distinti dai loro rappresentanti più in vista, facendo di questa incapacità di astrazione (o universalizzazione) degli interessi di gruppo tanto un elemento di semplificazione delle relazioni, quanto di esacerbazione che vomita sul piano pubblico le idiosincrasie inter-individuali al loro stato grezzo, non digerite e non elaborate. Questo doppio piano non è mai netto, ma si risolve in una conflittualità estremamente conservatrice, perché ogni volta risolta o nell'accordo di buon vicinato, o nel mutuo e ostile coesistere nei propri rispettivi giardini di casa.

L’assenza di una società civile, col suo conseguente vacuum di generalità e astrazione, si riflette, oltre che nella politica, in ogni ambito, compreso quello culturale. Il pubblico valdostano è uno, indistinto, entusiasta. Non esistono pubblici (o target), ma una platea generalista che riceve l’animazione culturale offerta dalle strutture preposte, e lo fa generalmente applaudendo. Non esiste una critica, né in termini giornalistici né in termini di dibattito pubblico, ma solo un lieto (o indifferente) prendere nota del prossimo appuntamento sul palinsesto. Esiste uno spazio da riempire, l’importante è che questo si riempia. Esistono poi micromondi locali che vivono di rendita e di ammirazione eterna, mai messi in discussione e anzi fonte di rassicurazione contro ogni ansia da prestazione: anche noi abbiamo i nostri gioielli, protetti dal mondo esterno.

La bizzarria sta nel fatto che questa autorappresentazione scricchiola in maniera sempre più evidente, facendo dell’autocoscienza dell’aostano una vera falsa coscienza. Da un lato la composizione demografica di una valle dove i giovani spariscono privilegia le strutture familiari tradizionali, legate a settori, attività, rendite e costumi altrettanto tradizionali. Dall’altro la turistificazione sempre più pressante espropria ogni possibilità di immaginare la propria città al di fuori del ruolo di luna park consumistico, sempre capace di far brillare gli occhi ai locali nell’illusione di una centralità fasulla. Pensandoci non sopravvive nemmeno un’identità propriamente alpina, ceduta con un po’ di boria alle località più in alto.

Esistono spazi di ribellione e inventiva? Forse, anche se sembra che ogni possibilità di uscire dalla morsa soffocante della programmazione pubblico-privata degli spazi urbani e di vita sia sempre più difficile per ragioni strutturali, culturali e demografiche. Di certo esiste una larga porzione di abitanti aostani che vive in maniera estraniata, ectoplasmatica, la propria esistenza in questo contesto. In che senso? Nel senso che queste persone vivono, lavorano, amano, fanno attività (ecc.) sottraendosi però dal dovere performativo di scrivere una dichiarazione d’amore per la propria valle ogni volta che fanno una foto di un panorama alpino. Una fetta di popolazione insensibile (se non ostile) alle esigenze di autorappresentazione locale, disinteressata agli eventi che affollano i calendari, estranea alla retorica politica dell'assedio perenne e della incantevole pétite patrie. Una parte assente, si direbbe. Ma forse, proprio grazie al suo essere impermeabile e naturalmente resistente ai tic locali, al suo sottrarsi da un immaginario imposto e posticcio, questa componente potrebbe essere potenzialmente capace di farsi corpo estraneo e scardinare automatismi di lungo corso. Automatismi che però, al momento, paiono ancora incardinati ben a fondo nell'identità di questa città.

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