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[#05] Dischi di maggio (con lo ⓪)

Passata la tempesta ora bisogna raccogliere i cocci. Meglio farlo, come al solito, con la musica nelle orecchie.

► 1970

bruce haack electronic music 1970
Bruce Haack - The Electric Lucifer (Columbia)

Curioso che musica elettronica e pop convergano, nel corso degli anni Sessanta, nella musica per bambini, quasi si trattasse di un gioco. Come Raymond Scott nei suoi tre Soothing Sounds for Baby, così anche Bruce Haack approdò all'esordio "adulto" solo dopo diversi album di musica per poppanti. Certo, di mezzo ci sono le visioni futuristiche dello Space Age Pop, ma il connotato ludico, senza un proprio posizionamento autonomo, dell'elettronica nei rockeggianti Sixties era duro a morire. Il punto è: che ruolo dare all'elettronica nel pop? Domanda scontata negli anni Ottanta, non un decennio prima. Tra i pionieri  che provarono a contestualizzare in formato agevole le sonorità spesso frutto di vere e proprie capacità ingegneristiche, ci sono i soliti Silver Apples, gli United States of America, i Fifty Foot Hose, cui ora va aggiunto il meno noto Bruce Haack. The Electric Lucifer è un intrico pazzoide di armonie stranianti, suoni allucinati, vocalizzi alterati, tra Moog e strumenti fabbricati in proprio. Fin dalla prima "Electric to me Turn" ci troviamo immersi in un mondo del tutto inconsueto, dove non si sa mai dove inizia e dove finisce la presa per il culo (in un'operazione che sa molto di Mothers of Invention). Eppure la pregnanza delle idee sparse lungo la scaletta è indubbia: "Cherubic Hymn" è pop californiano alla Association intriso d'acido, "Program Me" suona come una versione dei Doors riprogrammati al synth, "Incantation" è un boogie limaccioso e stordente, "Super Nova" è una splendida suite psichedelica di riverberi elettronici e droni di sitar. Un album seminale, per quanto esoterico, capace di fare da bizzarro apripista alla stagione ventura della musica elettronica.


► 1980

peter gabriel melt 1980
Peter Gabriel - Peter Gabriel (Charisma)

Mondi che si incontrano e si scoprono vicini. In fondo il prog, al di là delle semplificazioni e compartimentazioni imposte dalla narrativa punk, non aveva un altro codice genetico rispetto alle nuove posture assunte dal pop di fine anni Settanta. Anzi: la sua natura arty, aperta, ibrida, ne faceva un ottimo candidato per accettare nuove mutazioni, nuove direzioni, nuove sfide. Così molti della vecchia guardia seppero sfruttare la nuova onda per riflettere criticamente e creativamente sulle proprie opportunità di rinnovamento: penso agli Yes, ai King Crimson, ai Rush, agli italiani Stormy Six. Peter Gabriel non è certo da meno, e anzi tra il 1977 e il 1982 da' alle stampe la serie di lavori che aggiornano il suo estro art-rock e ne celebrano la carriera solista. Il terzo Peter Gabriel (noto anche come Melt) è quello che fa la differenza: Gabriel trova qui la sua forma smagliante, lasciandosi alle spalle la pesante eredità Genesis e lanciandosi in un futuro visionario. "Intruder" si annuncia tra scricchiolii e drumming ossessivo, inaugurando un mood costante: torbido, fitto di intrusioni sonore, asciutto (la strumentazione è ridotta quasi all'osso), ma allo stesso tempo armonicamente ricchissima (grazie anche al trio Steve Lillywhite/Hugh Padgham/Larry Fast). Un album intensissimo che infila l'uno dopo l'altro brani magnetici come "No Self Control", colma di campionamenti elettronici e risonanze aleggianti, "I Don't Remember", synthpop assertivo e squadrato, "Games Without Frontiers", pop futuristico e  mutante, "Biko", art-pop etnico e politicamente carico. Un lavoro indimenticabile.



► 1990

heroes del silencio 1990 spain
Héroes del Silencio - Senderos de traición (Odeon)

Non fatevi scappare questa band di Saragozza: lungo la scaletta di Senderos de traición troverete i più bei ricami di chitarra di tutti gli anni Novanta (vi bastino le splendide "Maldito duende" e "Malas intenciones" per apprezzare il talento di Juan Valdivia), per un disco che mescola elegante jangle pop, muscolare post-punk venato di hard rock, il tutto tra melodie irresistibili e un songwriting mai sottotono. Il vocione ieratico e gotico di Enrique Bunbury fa da contrafforte per questo mix di spinte opposte, tra lo svolgersi delicato e cristallino di una "Despertar" e la carica heavy di "Decadencia", tra il piglio scattante di "La carta" e l'enfasi gonfia di "Oración". Quello che lascia sbigottiti è l'inesauribile inventiva con cui la band da' vita a melodie raffinatissime, capaci di spezzare anche i momenti più infuocati (penso a "Entre dos tierras") e far breccia su un pubblico composito (penso a quello del Festivalbar, che nel 1992 ospitò la band). Disco di platino in Spagna e capace di riscuotere grande successo internazionale, Senderos de traición è un classico assolutamente da recuperare.



► 2000

black box recorder brit rock 2000
Black Box Recorder - The Facts of Life (Nude)

Se fossi un musicista vorrei saper creare un pezzo come "The English Motorway System", che tra le altre cose (il pulsare dei sintetizzatori, la dolce nenia del ritornello) è uno dei più fulgidi esempi di quanto la scrittura pop sappia essere espressiva e nascondere, dietro parvenze leggere, un linguaggio metaforico di alta caratura. Metafore di guida, di abbandono allo scorrere inesorabile delle cose ("Driving with no aim or intention", dopo che in "The Art of Driving", dove Sarah Nixey canta: "We've got to plan the journey, Eliminate all mistakes, Take the safe route, It's called the art of driving"), il tutto tra paesaggi sonori levigati, sognanti, da dormiveglia, tra echi britpop e elettronica sommessa. Il secondo lavoro dei Black Box Recoder procede sulla falsariga dell'esordio, aumentando però la cura nelle scenografie, rifinendo i suoi bozzetti indie pop con arrangiamenti leggeri, sopiti, eleganti (si pensi allo svolazzo vaporoso delle chitarre di Luke Haines in "Weekend"). Brani dolciastri come "French Rock 'n' Roll" sembrano usciti da dei Pulp in dormiveglia, "The Facts of Life" è piacevolmente ammiccante, tra basi trip-hop e melodie levigate, "Straight Life" ostenta la sua stasi meccanica fino allo sblocco offerto dal lick di chitarra che apre uno squarcio di inattesi cromatismi. Conturbante e controverso, The Facts of Life rimane un piccolo capolavoro di inquietudine post-adolescenziale. Immancabile.



► 2010

gepe audiovision chile pop indie
Gepe - Audiovisión (Quemasucabeza)

Graditissima e recente scoperta: il cileno Daniel Riveros, in arte Gepe, è impegnato dal 2005 in una riuscita operazione che mischia indie pop e folktronica, electro pop e canzone tradizionale, e dopo il primo Gepinto, questo Audiovisión va assolutamente aggiunto tra gli ascolti obbligati. Il terzo album di Riveros è un lavoro che ha l'effetto di una ventata di aria fresca: spazioso, fragrante, leggero, eppure così curato nei sui dettagli, nelle rifiniture che impreziosiscono una serie di brani uno più bello dell'altro. "Por la ventana", tra beat hip-hop, strati di elettronica tenue, fraseggi di piano e tastiera, "12 minerales", tra folktronica e pop da camera (la stessa eleganza si ritroverà in "Un dia ayer"), "Alfabeto" e le sue rivisitazioni andine, "Lienza", fascinoso e aleggiante dream pop (frutto della collaborazione di un'altra grande stella del pop cileno, Javena Mena), "Salón Nacional de Tecnología", pop vigoroso dai profumi variegatissimi, fitto di sfumature in sede di arrangiamento, "La bajada" e il suo sgorgante estro tropicalista. Un lavoro completo, incredibilmente coeso e innovativo. Farselo scappare sarebbe davvero un peccato.




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La Futura VDA: alcune proposte

aosta politica panorama sinistra
TURISMO ED ECONOMIA DI RETE

La molteplicità di imprese attive nel settore turistico rappresenta certamente un valore aggiunto del turismo valdostano, sia in termini di varietà dell’offerta che di personalizzazione della stessa, ma allo stesso tempo rappresenta anche un indice di fragilità del comparto, vulnerabile alle fluttuazioni di mercato e non provvisto degli strumenti (finanziari e organizzativi) per la condivisione di una visione strategica e per il raggiungimento di obiettivi condivisi. Il turismo valdostano va valorizzato e rafforzato per permettere alle imprese di crescere e stabilizzarsi, e soprattutto per garantire ai lavoratori una migliore e più stabile occupazione.

Serve uno sforzo per la promozione di forme di azione collettiva e di cooperazione:

- tra i rappresentanti di categoria e tra le istituzioni, al fine di favorire lo sviluppo di una strategia condivisa basata sul coordinamento tra gli uffici del turismo (e in generale il settore pubblico)
- tra gli operatori del settore, per un più efficiente impiego delle risorse (da destinare ad esempio a iniziative congiunte di marketing, a pacchetti promozionali, a iniziative condivise come fiere, notti bianche, ecc.).

Occorre quindi sviluppare e promuovere forme di cooperazione tra le imprese del settore (per dividere i costi, per operare congiuntamente e strategicamente sul mercato, per aumentare la capacità di investimento e di stabilizzazione dei lavoratori, per sviluppare nuove funzioni e competenze condivise) e di collaborazione tra livelli istituzionali (per una normativa più coerente e per la promozione e il rafforzamento di forme di associazionismo e rappresentanza che sappiano dare risposte unitarie a problemi simili). 

Per questo pare necessario incentivare e promuovere gli strumenti di messa in rete delle realtà economiche, a seconda del grado di necessità effettiva degli operatori: consorzi, cooperative, contratti di rete e forme di aggregazione di impresa sono strumenti che garantirebbero un aumento delle esternalità positive sul territorio, derivanti da una maggiore capacità di spesa e dalla possibilità di allargare il campo della visione strategica del comparto. 

Andrebbero poi rafforzate le rappresentanze dei lavoratori del settore, creando così gli strumenti per un coinvolgimento effettivo dei lavoratori impegnati nel turismo. A questo proposito occorre integrare gli strumenti di sostegno al reddito dei lavoratori prevedendo forme di continuità reddituale per i lavoratori stagionali specifiche per la realtà valdostana, da associare a specifici programmi di formazione e riqualificazione per un potenziamento delle competenze dei lavoratori. 

LE IMPRESE IN CRISI? AI LAVORATORI!

È necessario implementare specifici strumenti per mantenere sul territorio l’occupazione e le competenze in caso di crisi aziendali che comportino la chiusura o la delocalizzazione dell’impresa, aumentando il potere dei lavoratori nella gestione e nel controllo delle dinamiche economiche. Per questo occorre mettere a punto una legge regionale sul recupero di impresa da parte dei lavoratori (workers buyout), a partire da quanto previsto dalla legge Marcora 49/85, per la gestione sul territorio valdostano dei fondi statali a supporto delle operazioni per la riconversione cooperativa delle aziende in fallimento e la loro eventuale integrazione tramite programmi specifici. 

La possibilità di esercitare il diritto di prelazione e valutare il recupero dell’impresa da parte dei lavoratori deve essere valutata in ogni procedura fallimentare con il supporto di uno specifico comitato tecnico, e l’opportunità dell’accesso ai fondi per la riconversione deve entrare a far parte delle procedure standard di gestione di ogni crisi aziendale, con lo sviluppo di strumenti di supporto, strutturati su più livelli e in coordinamento tra le varie istituzioni, per il processo di riconversione cooperativa (supporto nelle fasi iniziali di valutazione, supporto per la stesura di un business plan, sostegno nelle fasi di acquisto, supporto per la formazione e riqualificazione dei lavoratori). 

PER UN'ECONOMIA CIRCOLARE E SOSTENIBILE

Occorre promuovere una legge regionale per la promozione dei parchi eco-industriali (per un’economia circolare e sostenibile). Parte dei problemi ambientali dipende dal consumo e stoccaggio dei materiali di risulta dei processi produttivi: molti output delle imprese finiscono col diventare rifiuti, eliminati dal ciclo produttivo. I parchi eco-industriali si basano su tre principi: la minimizzazione dell'utilizzo di energia, l'uso di sottoprodotti dei processi industriali come materia prima e lo sviluppo di un sistema economico resiliente

Il tessuto economico valdostano è composto prevalentemente da piccole e piccolissime imprese, spesso non integrate tra loro: la promozione di reti di scambio sostenibile tra imprese garantirebbe una strategia volta al potenziamento del settore industriale tramite lo sviluppo di veri e propri cluster specializzati nell’economia circolare e, contemporaneamente, alla riconversione ecologica dello stesso. 

Inoltre la Valle d'Aosta non conosce un settore manifatturiero in grado di trainare lo sviluppo di un indotto locale. L'approccio del parco eco-industriale potrebbe rappresentare una forma di valorizzazione e potenziamento del settore industriale valdostano. Tra i vantaggi potenziali vi sarebbero la riduzione del volume complessivo di rifiuti prodotti, la maggiore efficienza derivante dalla razionalizzazione nello sfruttamento delle risorse, i maggiori vantaggi competitivi legati all'utilizzo dei sottoprodotti in un circuito a km zero, con conseguente risparmio sui costi di trasporto e di smaltimento dei rifiuti, le potenzialità innovative in termini di processo e di prodotto, la crescita di capacità produttiva e di investimento e la creazione di nuova occupazione, oltre che le opportunità di connessione dell'area eco-industriale con il mondo urbano dei servizi, della ricerca e dell'università e il marketing territoriale dei prodotti del parco eco-industriali.

Sono due, in Valle d'Aosta, le aree su cui si potrebbe concentrare l’attenzione: i parchi industriali di Aosta e Pont-Saint-Martin. Le Pépinières d'entreprises avrebbero il compito di coordinare la regia dei processi aggregativi e di rete, promuovendo lo sviluppo di un centro dedicato alle start-up innovative specializzate proprio nel settore dei sistemi di efficientamento energetico, design industriale, recupero e riutilizzo dei materiali

SETTORI INNOVATIVI, INVESTIMENTI, UNIVERSITA'

Un settore economico dinamico e moderno dovrebbe dedicarsi alla promozione dell’insediamento di settori ad alta intensità energetica e a basso impatto ambientale in grado di occupare forza lavoro altamente qualificata (informatica, hi-tech, web, clouding, data center), lavorando all'integrazione sistemica tra queste realtà produttive e il settore dell’alta formazione regionale, favorendo inoltre il ruolo pubblico di Cva in quanto gestore di una risorsa fondamentale per lo sviluppo di scelte industriali con importanti risvolti qualitativi e quantitativi sull'occupazione valdostana.

Per questo occorre riattivare gli investimenti pubblici, che devono essere mirati e condizionati al raggiungimento di obiettivi precisi, guidati da un piano industriale di medio-lungo periodo. 

Complementare allo sviluppo di un'economia moderna e inclusiva è la promozione di un'università generalista legata al rilancio Aosta e allo sviluppo di reti di ricerca e sviluppo con le realtà innovative regionali e extra-regionali. L’università è un nodo cruciale, se pensata come modello per il rilancio della composizione sociale e delle competenze diffuse sul territorio. Un’università in grado di attrarre grandi numeri di studenti (discipline generaliste, ma anche settori ad alto ritorno di investimento), e non piccole nicchie, potrebbe avere un impatto sulla città di Aosta significativo e vivacizzare il tessuto sociale, comportando un flusso e una circolazione di conoscenze potenzialmente attivabili per la crescita locale. È importante, quindi, pensare anche alla connessione dell’università con il mondo delle imprese e conle  strutture di ricerca regionali e extra-regionali.
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[#04] Dischi di aprile (con lo ⓪)

Aprile è il mese più crudele, eccetera eccetera. Qui la fase 2 pare una riproposizione della fase 1, solo con più gente in giro. Quello che non cambia però, è il consueto appuntamento (caschi il mondo) con i ripescaggi musicali del passato. Buon ascolto!

► 1970

ten years after acid rock 1970
Ten Years After - Cricklewood Green (Deram)

L'album più entusiasmante del gruppo londinese arriva dopo tre anni dall'ottimo esordio e dopo un paio di tentativi non troppo a fuoco di rinvigorirne i fasti. In Cricklewood Green troviamo però uno spirito nuovo, un'ispirazione ardente che finalmente raggiunge il perfetto equilibrio tra le ardite evoluzioni della chitarra di Alvin Lee, gli eleganti fraseggi della tastiera di Chick Churchill e l'evocazione di uno spirito dei tempi che si fa strada tra superamento della psichedelia, ispessimento del sound e ibridazioni fantasiste tra passato e futuro. Lo si percepisce tanto nelle calcature heavy blues di "Sugar the Road" e  "Working on the Road", bombastiche e sbuffanti (merito anche di una sezione ritmica trainante), quanto negli sviluppi suadenti della mozzafiato "50,000 Miles Beneath My Brain" (fascinosa e coinvolgente suite psichedelica, frutto immaginario di una jam tra i Rolling Stones e i Quicksilver Messenger Service) e nella catarsi di "Love Like a Man", dove tra rimbombare di basso e saettare di corde elettriche si da vita a una delle più appassionanti e vigorose impennate hard rock  di sempre. Alvin Lee e i suoi Ten Years After sono un vaccino straordinario contro il tedio e il grigiore, e in cinquant'anni nulla del vigore originario è andato sfumando.

► 1980

the cure seventeen seconds goth rock 1980
The Cure - Seventeen Seconds (Fiction)

Il secondo disco dei Cure fu uno dei più radicali e fascinosi cambi di passo della storia del pop. Un lavoro che ho sempre trovato tanto bello quanto precario, ambiguo, con quella sua attitudine allo sfumato, all'alternanza di pieni e vuoti, con il suo spirito ansiogeno, incerto, sfuggente. Non siamo ancora al livello delle bonacce dark del successivo Faith, né al nichilismo di Pornography: qui si respira un'aria infestata ma ancora non del tutto inerte. Tra pezzi d'atmosfera (dove l'andamento è asciutto, incentrato su ritmiche ripetitive e su armonie sciolte, soffuse) come l'introduttiva "A Reflection", la mesta "Secrets", l'onirica e infestata "Three", troviamo meraviglie come "Play for Today", con le sue aperture melodiche gravi e incalzanti, l'iconica "A Forest", con la sua propulsione ritmica impantanata in una claustrofobica gabbia ritmica intarsiata dalla chitarra di Smith (protagonista, assieme a un basso arcigno, della bellissima coda strumentale), passando per le ballate ombrose e gotiche di "Your House", "At Night" e "Seventeen Seconds". Il primo traguardo in una discografia incapace di passi falsi. La storia dei Cure inizia da qui.

► 1990

inspiral carpets life 1990 madchester
Inspiral Carpets - Life (Cow)

Il coloratissimo sophomore di pop psichedelico dei mancuniani Inspiral Carpets diede definitivo slancio, con una fragrante nota anni Sessanta, al variegato movimento Madchester che da qualche anno colorava l'underground inglese. Assieme a Happy Mondays, Charlatans e Stone Roses, la band di Graham Lambert e Tom Hingley riscoprì il lato sfrenato e spensierato del pop britannico, consacrandosi a un suono sì retromaniaco (il Farfisa, le chitarre jangly, il piglio garage), ma sganciato nelle pose e nel mood, pienamente in linea alla contemporaneità (danzereccio, sfrontato, baggy). Un barbugliare di sintetizzatore introduce la prima "Real Thing", subito annientato dal tripudio di organetto che, per tutto l'album, costituirà la sostanza principale di un garage rock rivisitato e imbastardito per la generazione post-second summer of love. Se brani come "Song for a Family", barocca e sinuosa (e memore dei migliori Stranglers) e "Directing Traffik", energica allegoria sociale dagli arrangiamenti densi e collosi, rappresentano i vertici della scrittura della band, pezzi come "This Is How It Feels", "Many Happy Returns", "She Comes In the Fall" e "Sackville", non fanno che ribadire un grande agio nel mischiare psichedelia vorticosa, accelerate garage e una corposa spazialità new wave. Se con il successivo The Beast Inside gli Inspiral Carpets sforneranno uno dei definitivi capolavori del pop inglese anni Novanta, questo Life è ancora oggi un vero gioiellino, viatico per l'esplosione Britpop che da lì a poco avrebbe dominato le scene.

► 2000

the hives garage rock 2000 The Hives - Veni Vidi Vicious (Burning Heart)

Chi di voi non ha mai sentito "Hate to Say I Told You So"? Ecco, è significativo che un brano così noto a una generazione di adolescenti e pre-adolescenti degli anni Duemila fosse nient'altro che un garage rock sessantiano al fulmicotone, passatista fino al midollo ma sospinto da un senso del rock'n'roll perfettamente al passo con i tempi, con il suo miscuglio di britpop (penso ai Blur), indie rock, noise e punk. Interessante poi notare come This Is It, degli americani Strokes, finisse l'anno successivo a rinverdire una scena rock data per spacciata (sebbene con fare più bohémien, ma ugualmente legato a comuni punti di riferimento), aprendo di fatto la strada per la tardiva scoperta statunitense degli stessi Hives, sfavoriti dalla provenienza periferica (la Svezia, che nei Duemila avrebbe conosciuto una discreta rinascita pop). Ora, il disco è semplice e proprio per questo coinvolgente: sferragliate soniche come la prima "The Hives-Declare Guerre Nucleaire", "Die, All Right!", "Main Offender", "Supply and Demand", tutte dominate dalle sguaiate chitarre della coppia Almqvist-Karlsson, pestate come strumenti puramente ritmici, e dall'ancora più sguaiata prestanza vocale di Howlin' Pelle Almqvist, filastrocche punk'n'roll incendiarie ma dal grande appeal melodico. Un lavoro fondamentale per ridare fiducia nelle chitarre in un periodo in cui il loro ruolo era dato per spacciato.

► 2010

dirtmusic bko tishoumaren 2010 Dirtmusic - BKO (Glitterhouse)

Il blues del deserto è stata una delle "scoperte" cruciali degli anni '10, nonostante le band in questione fossero attive da tempo. In un gioco di "colonizzazioni sonore alternate", succede che i Dirtmusic, gruppo sloveno dedito a un sound Americana (appunto), durante un viaggio in Mali per partecipare al Festival in the Desert, entrano in contatto con i Tamikrest, formazione locale di cui le stampe musicali danno informazioni a partire dal 2008, un paio d'anni dopo la formazione. Con i Tamikrest, tra i rappresentanti del blues desertico dei Tuareg, gli sloveni danno vita a una collaborazione di suadenti ibridazioni tra rock ("Ready for the Sign" e "Unknowable", che mantengono la barra dritta su sonorità Usa, sebbene ornate da tappeti di percussioni africane - e per quanto il banjo sia strumento importato dall'Africa) e jam in stile Tishoumaren (la prima "Black Gravity", "Desert Wind", "Niger Sundown", oltre che la splendida rivisitazione di "All Tomorrows Parties", dove convivono i melismi Tuareg e le chitarre magnetiche di Ousmane Ag Mossa e Mossa Ag Borayba). Un lavoro interessante, un melting pot sonoro energico e ispirato, ennesimo ponte comunicativo e creativo tra continenti.

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[#03] Dischi di marzo (con lo ⓪)

Per quanto quest'anno (e questo marzo) sarà ricordato nei libri di storia come l'anno del Covid-19, voglio sforzarmi - esercizio personale - di far finta che tutto sia normale, e che sia ancora il tempo di fare le solite cose di sempre, come elencare i dischi usciti nel mese di marzo delle passate decadi. Buon ascolto!

► 1970

os mutantes a divina comedia brazil pop
Mutantes - A divina comédia ou ando meio desligado

Gotica, tenebrosa, inquietante: la copertina del terzo album dei Mutantes è quanto di più distante dall'immaginario Tropicália del gruppo di musicisti che, qualche anno prima, aveva irrimediabilmente rivoluzionato la musica giovanile brasiliana. Approdo a un rock più direttamente legato alle correnti internazionali, ma anche evoluzione coerente di un percorso che continuava a seguire i presupposti del pensiero tropicalista, ovvero quello di una continua e iconoclasta mescolanza di tratti culturali molteplici. Tra il '69 e il '70 l'era hippie era bella che finita, lasciando il posto a un sound più duro, da un lato, e a un pop più consapevole della propria autonomia artistica dall'altro. A divina comédia fa propria questa nuova consapevolezza sposando un formato psichedelico heavy e contaminatissimo, perfettamente delineato dalla prima "Ando meio desligado", un boogie sommerso da fitte trame di organetto attorno cui tremolano e sbuffano accordi di chitarra elettrica, rintocchi gutturali di basso, parti gravi di piano, il tutto episodicamente riallacciato dal groove ipnotico del tema principale, fino al disfacimento nel freak out finale. Si prosegue con le vorticose e spiritate "Quem tem medo de brincar de amor" e "Ave, Lúcifer", con le ballate sinuose di "Desculpe, babe", "Hey Boy" (doo-wop alla brasiliana) e "Chão de estrelas" (vero e proprio mash-up di generi e suoni concreti da civiltà televisiva), con i frenetici giri rhythm and blues  di "Preciso urgentemente encontrar um amigo" e  con l'hard rock infuocato di "Jogo de calçada". Un lavoro complesso e magnetico, tra i massimi capolavori del pop brasiliano.


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Italo(Sex)Pop

baustelle sesso italia musica

Cantare di sesso e farlo con classe è cosa tutt'altro che scontata. 

Ho quindi provato a riunire - in una lista per nulla esaustiva e compilata in rigoroso ordine sparso - alcuni dei musicisti che meglio sono riusciti nello scopo: i testi seguenti sono perle di erotismo pop, di sensualità in musica, di raffigurazioni più o meno esplicite di uno dei sottotesti più frequenti della canzone d'amore, qui al servizio dell'esaltazione del desiderio e della carnalità, senza per questo rinunciare alla poesia.


Enzo Carella - Barbara (1980)

"Fantasiosa e barbara", Barbara. Enzo Carella è sempre stato un grande autore di pop erotico. Le sue allusioni e le sue metafore, fin dai tempi di Vocazione, sono un continuo vorticare tra rimandi erotici e ammiccamenti giocosi e conturbanti, sempre sul filo di un doppio senso veicolato dalla poetica colta, giocosa e surreale di Pasquale Panella. Il brano - che frutterà un secondo posto a Sanremo - è un caldo funky appena velato da un synth traslucido, sospinto con decisione da un ricco lavoro in sede di arrangiamento (i fiati lussuriosi, le chitarre scintillanti), da uno svolgimento ritmico trascinante e dall'interpretazione funambolica dello stesso Carella. Un pezzo da non farsi scappare, assieme a tutta la prima discografia di un artista da riscoprire.

"Ho freddo in bocca
la bocca tua è albicocca
Ho freddo al naso
la bocca tua è di raso
Ho freddo al collo
in bocca a te è più bello
Ho freddo ancora
il freddo m'innamora"


Venditti - Mariù (1973)

L'amore immaginario di Antonello Venditti è un amore spiato dalla finestra da - si presume - un giovane ragazzo infatuato e accaldato. Il resto è la descrizione di una fantasia esplicita, di uno spogliarello rubato che lascia poco spazio all'immaginazione. Il tutto su rintocchi aleggianti di piano e il ticchettio di un orologio che cadenza un talking sospirato, affannato, per un brano atmosferico che, nonostante il ruolo per nulla centrale in Le cose della vita (1973), riesce a lasciare decisamente il segno.

"Le calze a rete nere, nere
Che mi fanno impazzire
Le avvolge intorno all'antenna tivù
Il reggiseno questa sera
Non se lo toglie
È un po' pudica la mia cara Mariù"


Baustelle - Love Affair (2003)

Grandi maestri della sensualità pruriginosa e adolescenziale, i Baustelle consacrano il loro primo lavoro alla celebrazione di un apprendistato sessuale acerbo e peccaminoso, per poi maturare di colpo con il secondo La moda del lento, il quale non manca certo di regalare momenti di intensa e feroce passionalità giovanile. "Love Affair" è il grande manifesto dell'album, e rappresenta un ricco e toccante affresco di immagini e sensazioni, di critica al bigottismo, di ardente sfrenatezza, per un romanzo di formazione e liberazione sessuale fatto di languide chitarre elettriche e sintetizzatori sibilanti sullo sfondo.

"Ti ricordi noi
La sera in cui 
le rondini
Sopra la scuola
Volavano per proteggere
I nostri blue jeans
Dalle suore
Dai parroci
Sarà peccato?
Sarà reato
La prima volta
Strapparsi gli slip?"


Luca Carboni - Vieni a vivere con me (1987)

Per quanto Luca Carboni sia il prototipo del romanticone, non mancano nella sua produzione alcune vividissime immagini di esplicita sensualità. Un esempio può essere il malentendu di "L'amore che cos'è", tratta dal terzo Luca Carboni, quella suspence legata all'equivoco tutto giocato sul doppio senso del verbo "entrare" e dei suoi sinonimi ("Ho già fretta di infilarmi nel tuo cuore / No, no non hai capito non ho detto di spogliarti / Io ci voglio entrare adesso anche se sei vestita.../ Voglio entrare nella tua vita"). Il brano che più vivacemente racconta di desiderio e gioco passionale è "Vieni a vivere con me", che nonostante la consueta poetica intimista e domestica, si lancia presto in un rutilante e carico pezzo d'amore di grande spensieratezza, eleganza e leggerezza.

"Sai quante cose potremmo fare
Tu potresti suonare il piano
Mentre io spalmo la maionese
Potrei spalmartene un po' sul collo
E leccandoti far tremare Bach"


De André - Jamìn-a (1984)

Uno degli album migliori di Faber (Crêuza de mä) regala anche uno dei suoi brani più caldi e sensuali. L'amore di Jamin-a è un amore feroce, dissoluto, sfrontato e senza limiti. Un amore liberatorio e vitale, che si accosta - grazie al ricco impiego di strumentazione mediterranea - a profumi e sapori esotici (la protagonista della canzone sarebbe un'amica tunisina di Fabrizio De André), ma anche al movimento ondoso, o al dondolare e sciabordare delle barche. Tutto, insomma, contribuisce a conferire enfasi a un inno al godimento, a un testo appassionato e provocatorio (quanti avranno pensato a Jamin-a come ad una prostituta...). 

"Dagghe cianìn Jamin-a
nu navegâ de spunda
primma ch'à cuæ ch'à munta e a chin-a
nu me se desfe 'nte l'unda
E l'ûrtimu respiu Jamin-a
regin-a muaé de e sambe
me u tegnu pe sciurtï vivu
da u gruppu de e teu gambe"



Lucio Battisti - Dove arriva quel cespuglio (1976)

Il suono fine anni Settanta di Battisti è una sorta di city pop all'italiana: musica funk, soul, spinte progressive, cenni new wave, per un tentativo di modernizzare la proposta battistiana che già si era distinta per arditi voli pindarici (uno su tutti quello di Anima Latina). Con La batteria, il contrabbasso eccetera, Lucio Battisti sfodera un suono internazionale carico e compatto, sganciato e moderno. "Dove arriva quel cespuglio" è la narrazione di una deliziosa catarsi erotica: immaginando di costruire la loro casa ideale, la coppia del testo si abbandona alla sicurezza di quelle mura immaginarie, di quei confini fittizi tra loro e il mondo, finendo col fare l'amore sul prato, portando a termine, con questo climax, lo scambio tra il dentro e il fuori, giocando a mescolare le costruzioni mentali (una sorta di inganno) con una realtà malinconica, dove si insinua - come inevitabile legge del contrappasso - una vena di inquietudine.

"Voglio farti tenerezza, la tristezza
Si dissolve con il fumo
Resta solo il tuo profumo, il profumo della pelle
Lo sfondo delle stelle
E un vago senso di dolore
Che scompare col respiro
Col respiro del tuo amore"



Matia Bazar - Io ti voglio adesso (1982)

Il disco dei Matia Bazar in questione (Berlino, Parigi, Londra) fu una grande sorpresa, perché apriva inedite strade a una band che, se prima rappresentava uno dei massimi esempi di musica leggera, si potrebbe dire innocua, ora si arrischiava su territori di pop moderno, elettronico e new wave. "Io ti voglio adesso" si sviluppa al suono di sintetizzatori scintillanti e su tessiture dense, atmosferiche, splendidamente squarciate dall'apertura armonica dell'inusuale "ritornello" strumentale, impreziosito infine da quel modernissimo mash up urban-synth. Il brano parla di un rapporto a distanza, di un pensiero che si fa irresistibile, portando all'inevitabile e gioioso climax. Un tema ricorrente, qui impreziosito da una veste sonora d'eccellenza.

"Io ti voglio adesso
Adesso
Per te le mie carezze più profonde da vibrare fino all'osso
Io che posso, io che posso
Ma nel sonno vedo te
Che sei solo a casa, solo a casa, solo a casa
Come me"




Flavio Giurato - Marco e Monica (1984)

La canzone più "canzone" di un disco aleatorio e visionario è, non a caso, quella dell'abbandono dei sensi, un abbandono che si compone di panismo, di continui movimenti ascensionali, tra la terra e il cielo, tra Marco e Monica, di voli pindarici e stacchi metaforici, in un continuo accostamento di similitudini ardite, congiunte dai baci dei due amanti, fino a farsi inno solenne, con quell'organo che irrompe massiccio sul finale. Figurativo ed espressionista, un capolavoro nel capolavoro.

"E con la stessa erezione
Cambiano posizione
I due giovani amanti
E le stelle oltre il muro
Sono un fatto sicuro
Ad occhi chiusi
E poi ancora
E giù Marco
E giù Monica
E giù Marco
E giù Monica
Fino a domani
Fino a domani"



Franco Battiato - Sentimiento Nuevo (1981)

Non poteva mancare lui in questo decalogo della canzone erotica. "Sentimiento nuevo" è il sesso visto dallo sguardo colto e ricco di un maestro del simbolismo e della citazione, in questo caso iper-inflazionata di didascalie e note, di rimandi a pratiche storiche/esotiche agglomerate però dal più prosastico e liberatorio abbandono borghese ("Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo"). Torpori tropicali, new wave solare e scattante (la chitarra graffiante che si sposa così bene a quei ghirigori di tastiera sullo fondo), arrangiamenti barocchi stimolati da quel basso singhiozzante in spinta continua: un pezzo seducente e ammiccante, profumato e pieno. Un'esperienza appagante.

"Tutti i muscoli del corpo
Pronti per l'accoppiamento
Nel Giappone delle geishe
Si abbandonano all'amore
Le tue strane inibizioni
Che scatenano il piacere
Lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco
La lotta pornografica dei greci e dei latini
La tua pelle come un'oasi nel deserto ancora mi cattura"



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[#02] Dischi di febbraio (con lo ⓪)

Pochissimi preamboli ché febbraio è breve e la vita ancora di più. Buon ascolto!

► 1970

the doors jim morrison hotel 1970 psychedelic
The Doors - Morrison Hotel (Elektra)

Tutti passano per i Doors, tanto da rendere questa band un cliché. Io li ho conosciuti piuttosto tardi, durante i primissimi anni del liceo, dove, oltre alla celeberrima "The End" (scoperta della psichedelia), spiccava "Roadhouse Blues", con quella sua spinta blues energica e aggressiva. Morrison Hotel è forse l'album più noto e accessibile della discografia della band di LA (per quanto non esista un album dei Doors che non sia accessibile), quello dove la direzione blues e hard rock è più spiccata e prevale rispetto ai voli pindarici teatral-psichedelici degli esordi. Tra i brani manifesto "Waiting for the Sun", con le sue chitarre scivolose che nel refrain si lanciano in sinuose scale ascendenti, "Peace Frog", con la sua chitarra in palm mute e l'irresistibile giro di basso di Ray Neopolitan (dalla band USA), la ballatona lunare "Blue Sunday" e la psichedelia vorticosa di "Ship of Fools", per non parlare della bellissima "Indian Summer", sogno acido sinuoso e avvolgente, ennesimo marchio di fabbrica della band. Da allora, da quella prima compilation, ogni volta che riuscivo a racimolare qualche soldo compravo uno dei cinque dischi della discografia. Inutile dire che questo è stato uno dei più ascoltati del lotto.


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Le donne di William Tyler

william tyler photo foto american folk

William Tyler, da Nashville, vanta un curriculum dove spiccano nomi come Lambchop e Silver Jews, ed è uno dei più ispirati chitarristi degli ultimi anni. 

Le sue affascinanti divagazioni bucoliche in stile american primitive hanno ridato lustro a un genere che conta pochi, se non pochissimi, interpreti eccellenti (ne parlavo qui tempo fa). Il suo aggraziato e visionario fingerpicking, oscillante tra l'omaggio all'eredità di John Fahey (Behold the Spirit) e le contaminazioni ambient e kraut (Modern Country), ha sempre avuto come leganti la grandissima sensibilità melodica e la potenza visiva che permeano ogni brano. Le vedute di Tyler hanno l'efficacia di un'istantanea, o la lenta pervasività di un campo lungo di una camera fissa su un paesaggio cangiante.

 Un elemento che ha catturato la mia attenzione fin dalla pubblicazione nel 2013 di Impossible Truth, è la presenza in scaletta di brani legati a una figura femminile (due, se escludiamo il generico riferimento alla signora di "Our Lady of the Desert"). Forse non a caso è proprio in quelle composizioni che ho trovata condensata la bravura di Tyler, le sue prove poetiche di più ampio respiro e magnetica evocatività, come in un infittirsi dell'ispirazione dovuta proprio ai personaggi al cui nome è dedicato il brano.
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