StranAosta - delle bizzarrie e stranezze di una città ordinaria

Aosta è una città strana.

Strana nel senso doppio di bizzarra ed estranea.

Bizzarra perché vive di dinamiche peculiari, in qualche modo uniche (per quanto la provincia si assomigli tutta). Estranea perché fuori dalle dinamiche nazionali nelle quali è inserita (per quanto, in fondo, ad Aosta si trovino in nuce i caratteri nazionali nella loro purezza). Bizzarria ed estraneità si compenetrano, finendo con l’avvilupparsi in una sintesi che fa di Aosta un posto tutto sommato ordinario, normale, ma che insiste nel rappresentarsi come altro, come straordinario, risultando effettivamente tale per autopoiesi.

Prendiamo per cominciare la questione politica. Il motto “né a destra né a sinistra”, nella sua banalità da baretto, è reiterato con fierezza e convinzione, rappresentando ormai un credo fondamentale della classe dirigente. Il problema, qui, sta tutto nella povertà della visione: non si tratta di una terza posizione, ma di un bieco posizionamento: si sta dove conviene, volta per volta, per qualche briciola in più. La palla passa ogni volta al rispettivo partito nazionale di destra o sinistra che può offrire di più, riducendo la politica valdostana ad un mercanteggiare tra miglior offerenti. La ripetizione enfatica ne ha fatto però una verità autoevidente. La politica valdostana può riassumersi in questo gioco di opportunismo vassallo, dipinto ovviamente come fiera presa di distanze dal mondo là fuori.

A livello sociale, e qui la cosa si fa più interessante, Aosta è un mondo in miniatura incapace di elevarsi a società civile (per questioni di scala ma anche di inadeguatezza) e per questo cristallizzata in una dimensione corporativa inconsapevole e parcellizzata. I gruppi sociali sono raramente distinti dai loro rappresentanti più in vista, facendo di questa incapacità di astrazione (o universalizzazione) degli interessi di gruppo tanto un elemento di semplificazione delle relazioni, quanto di esacerbazione che vomita sul piano pubblico le idiosincrasie inter-individuali al loro stato grezzo, non digerite e non elaborate. Questo doppio piano non è mai netto, ma si risolve in una conflittualità estremamente conservatrice, perché ogni volta risolta o nell'accordo di buon vicinato, o nel mutuo e ostile coesistere nei propri rispettivi giardini di casa.

L’assenza di una società civile, col suo conseguente vacuum di generalità e astrazione, si riflette, oltre che nella politica, in ogni ambito, compreso quello culturale. Il pubblico valdostano è uno, indistinto, entusiasta. Non esistono pubblici (o target), ma una platea generalista che riceve l’animazione culturale offerta dalle strutture preposte, e lo fa generalmente applaudendo. Non esiste una critica, né in termini giornalistici né in termini di dibattito pubblico, ma solo un lieto (o indifferente) prendere nota del prossimo appuntamento sul palinsesto. Esiste uno spazio da riempire, l’importante è che questo si riempia. Esistono poi micromondi locali che vivono di rendita e di ammirazione eterna, mai messi in discussione e anzi fonte di rassicurazione contro ogni ansia da prestazione: anche noi abbiamo i nostri gioielli, protetti dal mondo esterno.

La bizzarria sta nel fatto che questa autorappresentazione scricchiola in maniera sempre più evidente, facendo dell’autocoscienza dell’aostano una vera falsa coscienza. Da un lato la composizione demografica di una valle dove i giovani spariscono privilegia le strutture familiari tradizionali, legate a settori, attività, rendite e costumi altrettanto tradizionali. Dall’altro la turistificazione sempre più pressante espropria ogni possibilità di immaginare la propria città al di fuori del ruolo di luna park consumistico, sempre capace di far brillare gli occhi ai locali nell’illusione di una centralità fasulla. Pensandoci non sopravvive nemmeno un’identità propriamente alpina, ceduta con un po’ di boria alle località più in alto.

Esistono spazi di ribellione e inventiva? Forse, anche se sembra che ogni possibilità di uscire dalla morsa soffocante della programmazione pubblico-privata degli spazi urbani e di vita sia sempre più difficile per ragioni strutturali, culturali e demografiche. Di certo esiste una larga porzione di abitanti aostani che vive in maniera estraniata, ectoplasmatica, la propria esistenza in questo contesto. In che senso? Nel senso che queste persone vivono, lavorano, amano, fanno attività (ecc.) sottraendosi però dal dovere performativo di scrivere una dichiarazione d’amore per la propria valle ogni volta che fanno una foto di un panorama alpino. Una fetta di popolazione insensibile (se non ostile) alle esigenze di autorappresentazione locale, disinteressata agli eventi che affollano i calendari, estranea alla retorica politica dell'assedio perenne e della incantevole pétite patrie. Una parte assente, si direbbe. Ma forse, proprio grazie al suo essere impermeabile e naturalmente resistente ai tic locali, al suo sottrarsi da un immaginario imposto e posticcio, questa componente potrebbe essere potenzialmente capace di farsi corpo estraneo e scardinare automatismi di lungo corso. Automatismi che però, al momento, paiono ancora incardinati ben a fondo nell'identità di questa città.

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Highgate Cemetery

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Il cimitero gotico di Highgate non ha nulla di lugubre, a meno che non ci si trovi a girare tra le vecchie lapidi di pietra invase dall’edera in un freddo pomeriggio di pioggia. Quel giorno, invece (era un venerdì, o un sabato), c’era il sole e la luce inondava gentilmente il quartiere da cui, in alcuni punti, si può vedere Londra dall’alto.  

 

Highgate è un ridente sobborgo ad oltre 100 metri sul livello del mare abitato da giovani famiglie, da trentenni hipster e da anziani londinesi facoltosi. Il quartiere ha tutto l’aspetto di un villaggio a sé stante, con le sue strade pulite, i viali alberati, le facciate vittoriane e georgiane, i negozietti di fiori, le groceries e le caffetterie dove trovare dolci e prodotti biologici. Il continuo saliscendi che porta al cimitero passando per l’abitato lungo High Street, è l’ideale per passeggiate domenicali. Swain’s Lane, poi, mette alla dura prova le gambe con la sua pendenza insolita: stretta e ripida, la stradina è costeggiata da due file di muri in mattoni che celano ville moderniste immerse nella vegetazione. Una di queste ville è la Eidolon House, progettata dall’architetto Dominic McKenzie. Una facciata dell’edificio, in vetro e acciaio, è interamente a specchio e riflette gli alberi di fronte, scomparendo – o raddoppiandosi – nello spazio. 

 

È in questo contrappunto variabile di sensazioni, di suggestioni, di vedute, di aperture e chiusure dello spazio urbano, che si entra al cimitero di Highgate. Poco vicino c’è un parco pubblico, e le voci dei bambini sono uno dei suoni prevalenti mentre ci si avventura sul selciato che si dirama in svariati sentierini, più o meno battuti, tra olmi, querce e tigli (ancora spogli, si era in marzo). 


Scelsi di procedere a caso, come mio solito, lasciandomi guidare dall’ispirazione del momento, dagli scorci che allacciavano di volta in volta la mia curiosità, giocando a perdermi tra i vialetti di terra battuta sempre più intricati di radici, ciottoli, edere, e disseminati di lapidi ottocentesche divorate dal tempo, alcune inclinate e in rovina, spinte fuori asse dai moti del terreno, ormai quasi elementi geologici. Non riuscì a non pensare a quel brano degli Smiths, dove il protagonista, in un “terribile giorno di sole”, si aggira tra le tombe e, con il favore del suo nume Wilde, legge le incisioni e si chiede: 

 

All those people, all those lives 
Where are they now?  

With loves, and hates and passions just like mine 
They were born and then they lived and then they died 
It seems so unfair, I want to cry. 

 

Il mio giorno di sole non era per niente terribile, anzi, era una finestra spalancata. Sarà per questo che aggirarmi tra le lapidi non mi faceva impressione. Il ricordo è vivo: la luce che filtrava tra i rami spogli mescolava in un’unica combinazione di tinte tenui e nitide il verde brillante delle felci, l’azzurro vivo del cielo e le pietre scure rigate di muschio. Mentre cercavo di mettere tra parentesi il motivo per cui ero lì, nel frattempo affiancato da mille altri motivi, tutti riuniti all’interno di uno più grande e complessivo, notai la tomba nera, moderna e vagamente pacchiana, di Malcolm McLaren, il manager dei Sex Pistols. Lo stemma con le iniziali mi parve una trovata disneyana di cattivo gusto, soprattutto se confrontata con gli ornamenti semplici e solenni delle lapidi tutte intorno. Più mi inoltravo tra gli alberi, più sentivo imprimersi sul mio passo la curvatura di uno spazio doppio, dove vita e morte interagiscono armonicamente, senza stacchi netti, lasciando che il mutare delle cose coinvolga tanto le tombe, ognuna segnata a suo modo dal passare del tempo, quanto chi le percorre, che non può che vedersi specchiato su un opposto piano simbolico e allegorico. La sorpresa, tra le pieghe di questa strana dimensione distorta eppure limpida, fu vedere come, tra le austere incisioni ottocentesche, iniziassero a comparire caratteri farsi, dedicati a esuli iraniani doppiamente sradicati dalla loro terra (dallo shah prima, dagli ayatollah poi), oppure esotici ed eleganti kanji giapponesi, segno di connessioni antiche e di fascinazioni che permangono intatte tra umani uniti dallo stesso destino. 

 

Non volevo raggiungere già la mia meta. Mi sembrava che i sentieri si moltiplicassero all’infinito, e che ne avessi percorsi una minima frazione. Nel frattempo, la luce si screziava piegandosi all’inclinazione della stagione, proiettando ombre oblique che, in un mondo indifferenziato, avrebbero interrotto i miei passi, facendomi inciampare di continuo. Notai che più convergevo verso il centro, più le tombe diventavano un tutt’uno con il suolo, perse in un oblio secolare, inesorabile. Cercai la tomba di Hobsbawn, senza successo. Ne vidi altre, anonime e cariche di significati che coglievo solo in parte. Non potevo rimandare oltre. Mi riportai sul selciato principale, risalendo lungo il lato est. In cima al leggero pendio, sulla destra, c’è una radura affacciata direttamente sul cielo: qui, infatti, le lastre sono posate in orizzontale. Decisi di fare ancora un giro tra quelle pietre prima di trovarmi di fronte a lui. Avevo notato che un gruppetto di visitatori si aggirava e indugiava intorno al monumento (uno dei più imponenti e celebrativi della parte est) e preferivo aspettare di rimanere da solo dinnanzi a Karl Marx. Ormai la mia attenzione era tutta rivolta a quel monolite scuro e a ciò che rappresentava. Quando finalmente i pochi ammiratori si dissiparono, decisi che era il mio momento. Il busto barbuto scrutava severo in direzione del sobborgo gentrificato del nord di Londra. Appena sotto, in caratteri dorati, il motto (o epitaffio?) “workers of all lands unite”. Non potei non considerare che lì, in quel cimitero, la frase virava nel grottesco: i sepolti di ogni terra e di ogni tempo erano uniti sotto quegli olmi, collegati dalle felci e dai rampicanti, contrappuntati dai fiorellini gialli selvatici che bucavano la terra scura. Il silenzio dominava, in quel punto dell’Highgate Cemetery. Il monumento è dedicato non solo a Marx, ma anche alla gravità della nostra epoca, di ogni epoca, nonostante i secoli brevi o quelli lunghi, quelli bui e quelli più luminosi. Ritto di fronte al memoriale di Marx, pensavo che lì stava sepolta anche un’idea impensabile che non apparteneva più al nostro tempo, e che – non fosse per l’imponenza del monumento - sarebbe finita anch’essa avvolta dalle felci nel giro di pochi decenni. Eccolo, il “dreaded sunny day” degli Smiths. Con un poco di vergogna, dopo un attimo di raccoglimento, accennai un pugno chiuso e decisi che era ora di uscire da quel regno dove tutto era mescolato e veniva inghiottito nell’assenza ordinata delle cose, o nella presenza impastata della fine.

 

Fuori dal cancello, di nuovo gli schiamazzi del parco. Mi attendeva la salita di Swain’s Lane, dovevo superare la doppiezza della casa a specchio del famoso architetto, oltrepassare il quartiere dove la gente ormai aveva iniziato a vivere la parte libera dal lavoro della propria giornata, e infine tornare al mio appartamento, con le sue grandi finestre che davano sulla strada e sugli alberi. Si era alzato un venticello piacevole, quasi a volermi spingere più in fretta verso Archway Road, a pochi passi dalla fermata della metropolitana. Lì davanti, nel giro di poche ore, avrei solo dovuto aspettare. La prospettiva di quell’attesa arrivò come uno spirito benigno. Interpretare il mondo, cambiarlo. In quel caso c’era poca differenza.  

 

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There is nothing lugubrious about Highgate's Gothic cemetery, unless you happen to wander among the old, ivy-clad stone headstones on a cold, rainy afternoon. On that particular day, however, the sun was out and the light flooded the neighbourhood, from which certain vantage points offer views of London from above.  

Perched over a hundred metres above sea level, Highgate is a pleasant suburb inhabited by young families, thirty-something hipsters, and wealthy elderly Londoners. The neighbourhood feels like a village in its own right, with clean streets, tree-lined avenues, Victorian and Georgian façades, flower shops, grocery stores, and cafés serving pastries and organic food. The continuous rise and fall of the road leading to the cemetery, which passes through the village along High Street, is ideal for Sunday strolls. Swain’s Lane, however, is a different matter entirely, putting the legs to the test with its unusual steepness. Narrow and sharp, the lane is flanked by two rows of brick walls concealing modernist villas immersed in greenery. One of these villas is Eidolon House, which was designed by the architect Dominic McKenzie. One of the building's facades, made of glass and steel, is entirely mirrored and reflects the opposite trees, disappearing — or doubling — within the space.  

It is through this variable counterpoint of sensations, suggestions and vistas, of openings and closings of urban space, that one enters Highgate Cemetery. There is a public park nearby, and the voices of children are one of the prevailing sounds as you venture onto the pavement that branches off into various paths, some well-trodden and some less so, among elms, oaks and lime trees (which were still bare as it was March). As is my habit, I proceeded randomly, letting myself be guided by inspiration and glimpses that caught my curiosity. I played at getting lost among dirt paths increasingly tangled with roots, pebbles and ivy, scattered with nineteenth-century gravestones devoured by time. Some were tilted and in ruins, pushed off-axis by the shifting earth, now almost geological elements. I couldn’t help but think of that Smiths song where the protagonist wanders among the graves on a 'dreaded sunny day' and, favoured by his patron saint Wilde, reads the inscriptions and asks:  

All those people, all those lives / Where are they now? With loves and hates and passions just like mine, they were born, they lived, they died; it seems so unfair, I want o cry.” 

My sunny day was not dreadful at all; quite the contrary, it was a wide-open window. Perhaps that is why wandering among the headstones did not unsettle me. I remember it vividly: the light filtering through the bare branches blending into a combination of soft and sharp hues, the bright green of the ferns, the vivid blue of the sky and the dark stones streaked with moss. As I tried to put the reason I was there to one side, surrounded meanwhile by a thousand other reasons, all gathered within a larger, more encompassing one, I noticed the black, modern and somewhat ostentatious tomb of Malcolm McLaren, the Sex Pistols' manager. The crest with the initials struck me as a poor taste Disneyesque touch, especially compared to the simple, solemn ornaments on the surrounding graves. The deeper I went among the trees, the more I felt the impression of a double space on my steps, a place where life and death interact harmoniously without any sharp boundaries, where the cycle of change encompasses both the graves, each bearing the marks of time, and the person walking through them. This person cannot help but see their own reflection on a symbolic and allegorical plane. Within the folds of this strange, distorted yet clear dimension, I was surprised to see Farsi characters appear among the austere nineteenth-century engravings, dedicated to Iranian exiles uprooted twice (first by the Shah, then by the Ayatollahs), as well as elegant Japanese kanji. These signs are evidence of ancient connections and fascinations that remain intact among humans united by the same destiny.  

I did not want to reach my destination just yet. It seemed as if the paths multiplied to infinity and that I had walked only a fraction of them. Meanwhile, the light became dappled, yielding to the tilt of the season and projecting oblique shadows that, in an undifferentiated world, would have interrupted my steps and caused me to stumble constantly. The closer I got to the centre, the more I noticed that the graves were becoming one with the ground, lost in a secular, inexorable oblivion. I searched for Hobsbawm’s grave, but I could not find it. I saw others, anonymous and laden with meanings I only partially grasped. I could delay no longer. I returned to the main path and walked back up the eastern slope. At the top of the gentle incline, on the right, there is a clearing facing directly onto the sky. Here, the slabs are indeed laid horizontally. I decided to take one more turn among the stones before coming face to face with him. I had noticed a small group of visitors lingering around one of the most imposing and celebratory monuments in the East Wing, and I decided to wait until I was alone with Karl Marx. By then, my attention was entirely fixed on the dark monument and what it represented. When the last of the admirers finally left, I decided that the time was right. The bearded bust looked sternly towards the gentrified suburb of North London. Just below, in golden letters, was the motto (or epitaph?): 'Workers of all lands unite.' In that cemetery, I couldn't help but feel that the phrase had taken on a grotesque quality: the dead from every land and era were united under those elms, connected by ferns and creepers, and contrasted with the small wild yellow flowers piercing the dark earth. Silence dominated that spot in Highgate Cemetery. The monument is dedicated not only to Marx, but also to the gravity of our era and every other era, regardless of whether they were short or long, dark or luminous. Standing before Marx’s memorial, I thought that buried there was also an unthinkable idea that no longer belonged to our time. Were it not for the imposing nature of the monument, it would also have been swallowed by ferns within a few decades. There it was: the 'dreaded sunny day' of the Smiths. After a moment of reflection, I made a brief clenched-fist salute with a touch of shame and decided it was time to leave that realm where everything was mixed and swallowed into the ordered absence of things or the thickened presence of the end. 

Outside the gate, the shouts from the park could be heard again. I had to ascend Swain’s Lane; first, I had to pass the famous architect’s mirrored house, then move beyond the neighbourhood where people had now begun to enjoy their day off work, before finally returning to my apartment, with its large windows overlooking the street and the trees. A pleasant breeze had picked up, as if urging me onwards towards Archway Road, just a few steps from the Tube station. There, within a few hours, I would only have to wait. The prospect of that wait came to me like a benevolent spirit. To interpret the world, to change it. In that case, there was little difference.  

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Alta risoluzione

Racconto di Matteo Castello. Rappresentante di armi e immagini ad alta risoluzione
Non devono avermi capito. 

“Sii dettagliato”, mi era stato raccomandato. 
Lo sono stato. 

Il tizio prima di me è stato applaudito nonostante il suo rapporto sui sistemi antimissile fosse, nella migliore delle ipotesi, fin troppo didascalico. Dati, tabelle, statistiche, numeri, mappe. Tutto molto rigoroso, ma sono sicuro che nessuno abbia capito di cosa stesse parlando per davvero. L'astrazione è la peggior caduta di stile per chi voglia eccellere in questo mondo così materico. Il nostro settore entra talmente a fondo nella vita delle persone, scortecciando la più profonda essenza del reale, che mi chiedo come si faccia a ridurlo a una manciata di freddi schemi contabili.

L’azienda che rappresento rappresenta la punta di diamante dell’industria bellica. I nostri apparati svolgono un compito cruciale per la riuscita delle operazioni di attacco, facendo un lavoro pulito. Dispositivi missilistici di nuovissima generazione - droni compresi - gioiellini ad alta tecnologia che ci mettono all'avanguardia e ci rendono capaci di soddisfare un ventaglio quasi inesauribile di esigenze. Velocità ipersonica, calcolo stocastico delle traiettorie, sensori intelligenti settati su ogni categoria di bersaglio, mobile o no, piccolo o grande, indoor o outdoor. Questa, però, è roba da toccare, da guardare.

Un lavoro pulito, dicevo. Ho pensato che sarebbe stato riduttivo limitarsi a mostrare qualche capannone disintegrato o qualche mezzo corazzato in mille pezzi. Devo intrattenere la platea e rendere giustiza alle potenzialità dei prodotti che sto promuovendo. Spesso, infatti, tutto si limita ai danni da barotrauma: le prime due fotografie ad alta risoluzione parlavano chiaro, le ho scelte proprio per la loro efficacia rappresentativa. Immagini assolutamente perfette. Gli organi interni cedono ed è fatta. Si può vedere qualche fuoriscita ematica, spesso da orecchie e naso, ma per il resto i corpi rimangono intonsi. Certo, in casi di schegge e crolli, che i nostri missili sono senza dubbio in grado di provocare (e in larga scala), sono comuni, anzi inevitabili, lacerazioni e amputazioni traumatiche. In questo caso la pulizia è minore, mi pare evidente. Stiamo parlando di missili dal grande potenziale distruttivo, precisissimi nel targeting soggettivo, individualizzato. Uno spettacolo ingegneristico che con l'intelligenza artificiale rende desueti gli armamenti che si producevano fino all'altro ieri. Anche in questo caso la documentazione era più che esaustiva e di ottima qualità. 

È stato alla quinta fotografia, selezionata con cura tra centinaia (mi ci sono volute settimane di lavoro, sapete), che i presenti hanno iniziato a rumoreggiare, poi a insorgere, e infine a uscire dalla sala. Uno si è addirittura sentito male ed è svenuto. Un tale ad un certo punto si è alzato dalla prima fila e mi ha portato via trascinandomi per un braccio, chiedendo scusa ai presenti rimasti ai loro posti. È successo tutto talmente in fretta che non ho nemmeno avuto il tempo per protestare.

Cosa mai sarà andato storto? Continuo a chiedermelo. Ho fatto quello che dovevo fare, nel modo più preciso, dettagliato, meticoloso e curato possibile.
Ho aggiunto anche un tocco di riguardo, direi artistico. Le foto erano perfette. In alcune si distingueva addirittura il colore degli occhi. 
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Sanremo 2026, aka "La canzonetta al tempo dell'AI"

Sanremo è uno spettacolo indecoroso, come sempre. Forse questa volta anche più del solito. Grigiore tardo-meloniano, buffonate da animazione turistica di terz’ordine (l’uso dell’AI mentre il pubblico canta Papaveri rimarrà negli annali come momento più imbarazzante di sempre), brani spenti, melodie sciape, liriche incentrate su tristezza, ricordi, malinconia. Come al solito, però, rimane viva la fiammella della speranza. La speranza che dalle tenebre sorga una piccola luce, una Joan Thiele o un Lucio Corsi che, facendo ciao con la manina, ci facciano sentire che non tutto è perduto. Ma in fondo, anche solo sparare a zero su questo baraccone è divertente. 

Quindi, iniziamo (l’ordine è quello della prima serata).
 

Ditonellapiaga - Che fastidio (6/10) 

Inizio uptempo che sorprende per la sua netta incursione nella club culture alternativa. Nu-disco pulsante, electropop sostenuto da un bel beat house, modulazioni sintetiche che richiamano il Roland TB-303 (quei gorgoglii acid), attitudine electro clash e svolgimento melodico/canoro che fa il verso a MissKeta, con ritornello indie ad alleggerire il carico. Much ado for nothing? Probabilmente sì, vista la china di questa edizione. Poco male, salviamo il salvabile. 

Michele Bravi - Prima o poi (4,5/10) 

Volevo essere Perfume Genius, ma… Glassa sanremese per un cantautorato pop dallo sviluppo blando e scontato, per quanto non tutto sia da buttare (la melodia è impegnata in un sali e scendi che regala alcuni guizzi di vitalità). Voce interessante che avrei preferito sentire più sporca. Ma Sanremo è Sanremo e Michele Bravi è Michele Bravi. 

Sayf - Tu mi piaci tanto (4,5/10) 

Un’ibridazione tra Max Gazzé e Daniele Silvestri, ma con le treccione da Ghali. Sayf strizza l’occhio al pubblico andando sul sicuro, con quell'arrangiamento latino che piace sempre, giocoso e saltellante, rassicurante e convenzionale, ahimè scontato. Lui piatto, monocorde, incapace di un’interpretazione convincente, nonostante un testo meno banale del previsto. 

Mara Sattei - Le cose che non sai di me (5/10) 

Ballad zuccherosa disneyana. Bello però il richiamo beatlesiano del mellotron, capace di fare da trigger per l’ispessimento del sound nella seconda parte del brano, ben più riuscita e convincente rispetto alle premesse. Per il resto siamo di fronte al solito crescendo funzionale al climax vocale da scuola di canto. Poca sostanza. 

Dargen D'Amico - Ai Ai (4/10) 

Ci sono brani di Sanremo che sono invalutabili. Qui abbiamo un patchwork di tutto ciò che ci si aspetta dall’artista in questione: il funky, il rap, la chitarra elettrica per non farci mancare nulla, il testo impegnato “pigliatutto”. Un’esibizione di stile che pare un cabaret, rientrando difficilmente nella categoria “musica”. D’Amico è così: fa il suo, mette in scena il teatrino, il ritmo, i colori, l’irriverenza posticcia. E però, boh. Tanto la gente applaude sempre. 

Arisa - Magica favola (5,5/10) 

Ballata per certi verso ancora più disneyana di quella della Sattei. Malinconia lacrimosa da decadentismo tardo-meloniano, tra nostalgia delle cose di casa, del papà e della mammà. Con un po' di pazienza, però, l'effetto stucchevole lascia il posto ad altro, ad una complessità inaspettata. La melodia è particolarmente raffinata, gli arrangiamenti sono sottili e ricamano con intelligenza, e il fatto che i Matia Bazar facciano capolino nei refrain conferisce al tutto un discreto spessore. 

Luchè - Labirinto (3/10) 

Il festival della tristezza. Lui non prende una nota. Arrangiamenti messi lì a casaccio perché fa brutto lasciarlo a stonare da solo. 

Tommaso Paradiso - I romantici (5/10) 

Indie italiano puro. Siamo ai tempi di Calcutta e Brunori, momento amarcord vero. Anche lui nella fase in cui scrive le canzoni alla figlia. Compitino. 

Elettra Lamborghini - Voilà (3/10) 

Filastrocchina alla Carrà ai tempi della lobotomia da IA massiccia (che infatti interviene nel siparietto orripilante successivo - lo sai che i papaveri). Lei fatica a fare qualcosa di più che sussurrare al microfono, facendosi sovrastare dall’arrangiamento, danzereccio tripudio di torpori dance banalotti. Potrebbe anche vincere. 

Patti Pravo - Opera (?/10) 

Decadentismo fumé che prende il largo, poi sfuma, si perde, recupera ancora, rimesta nella grandeur divistica di un tempo, non porta da nessuna parte sapendo che il gioco è proprio quello. Personalmente la trovo un’inutile e stanca celebrazione dall’eleganza sfumata e avvizzita. Testo di livello. L’avrei vista meglio come ospite. 

Samurai Jay – Ossessione (2/10) 

Chico latino. Ennesima cafonata. Cosa dicevano gli Elio sui bonghi? Ah, sì: “Caro signore, sa che le dico? Questa è la libertà. Sono drogato, suono sbagliato anche se a lei non va. Non vado a tempo, lo so da tempo, non è una novità. Io me ne fotto; cucco di brutto grazie al mio pim, pum, pam”. Olé. “Da dove si esce?” chiede Samuel alla fine. Lo vorremmo sapere anche noi. 

Raf - Ora e per sempre (5/10) 

Parte bene ma sfocia presto nel banale. Raf tiene bene la scena e fa il suo, ci mancherebbe. Ballad gonfia e mesta, condotta con diligente, impostato gusto iper-classico. Altro compitino. 

J-Ax - Italia starter pack (5/10) 

A questo punto alla prossima edizione ci portiamo Philippe Milleret (no, scherzo, per carità). Interessante (nel senso di inaspettata) la svolta folk-country di J-Ax, un po' versione macchiettistica e nazional popolare dei MCR, un po’ vecchia fattoria, un po' baracconata da catena Old Wild West. Una piccola scintilla nel vuoto assoluto (purché non si prenda il personaggio sul serio). La scintilla infatti non innesca nulla. Testo impegnato a metà, tra critica sociale e buttiamola in caciara. Non del tutto da buttare. 

Fulminacci - Stupida sfortuna (6,5/10) 

Lui sembra uscito dai primissimi anni Ottanta. Ce lo vedrei bene a cantare un pezzo di Garbo. Forse solo io ci sento Flavio Giurato nell’attacco, ma il punto è un altro. Il pezzo è un’elegante ballad screziata dalla disinvoltura in stile indie italiano, con una melodia abbastanza solida da solcare le partiture sanremesi, in questo caso capaci di nobilitare degnamente l’incedere del brano. Senza infamia, con qualche lode. 

Levante - Sei tu (5,5/10) 

Elegante, Levante. Belle armonie, bella costruzione compositiva guidata dagli accordi leggeri di piano e acustica. Un brano più complesso della media, un’interpretazione convincente e passionale. Tuttavia, il pezzo non decolla: una ballad impastoiata in una pesante drammaturgia all’italiana che sconta il rischio di stancare presto. 

Fedez & Masini – Male necessario (4/10) 

Una lagna che non finisce più. Fedez sembra sempre un bambino sperduto che vuole fare bella figura davanti alla maestra. Masini tiene note incredibili, ma l’alchimia tra i due non sembra funzionare a dovere. Pezzo inconsistente. Male innecessario.

Ermal Meta – Stellina (7/10) 

Arrangiamento originale, r’n’b fitto di profumi mediterranei, balcanici, mediorientali, tra oud e sintetizzatori, testo di rilievo (ritornerà, la - rossa - primavera?). Lui riesce a regalare una prestazione vocale di livello, addirittura inaspettata con quel suo soprano impeccabile nel finale. Un brano vivo, colorato, contemporaneo nella migliore accezione del termine. Vincitore morale (e non solo) del Festival.

Serena Brancale – Qui con me (4,5/10) 

Altra gran voce, ma la preferivo alle prese con il suo estro da multistrumentista tropical-house dell’edizione passata. Qui si mette in scena un brano stucchevole nel suo insistere sull’emotività lacrimosa, sul climax continuo (un pezzo che potrebbe appartenere al repertorio di Giorgia), col rischio concreto di sovraccaricare sia l’andamento del brano che la sopportazione dell’ascoltatore. 

Nayt – Prima che (4/10) 

Nayt fa il rapper e lo fa per bene, senza tracimare in territori non suoi (per quanto sia ancora dubbio quanto Sanremo possa essere territorio adatto a questo genere). Ciononostante, il pezzo rimane banale e piatto, nessun elemento innovativo, nessun guizzo. 

Malika Ayane – Animali notturni (6,5/10) 

Funky-pop profumato e spigliato, una roba molto anni Settanta riletti dalle nuove correnti nu-disco che vanno tanto di moda ultimamente (ma quel motivetto nel refrain mi ricorda un sacco la sigla di Lunedìfilm). Finalmente un po’ di eleganza compositiva, per quanto si tenda verso lo standard. 

Eddie Brock – Avvoltoi (3,5/10) 

Tra pop urlato e stereotipi rrrruock, Eddie Brock porta a casa un brano scontatissimo, lineare e rosicone (se le tue relazioni vanno male è colpa tua perché ti cerchi i ragazzacci, eccetera). Non si aggiunge nulla al tono lamentoso del Festival se non un tasso di paternalismo patriarcale che la metà bastava. Insomma, l'avvoltoio mi pare lui.

Sal Da Vinci – Per sempre sì (4/10) 

La minaccia dell’amore eterno incastonato in un anello brillante, la gabbia dorata proposta con charme cafoncello ed esuberante. Il pezzo è a suo modo trascinante, scorre liscio come l’olio. Ma lo fa entro i confini di un manierismo neomelodico ermetico, implacabile, eccessivamente di genere. E poi l’immaginario... Va beh, pura cultura deteriore italiana. 

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare (4/10) 

Il piano, gli svolazzi, la lettura autobiografica nel segno della solita, melensa, messa a nudo della propria fragilità di ometto al passo con i tempi. Un brano vuoto, già invecchiato male, da Jovanotti al tempo di Amici. No, non ci siamo. 

Tredici Pietro – Uomo che cade (6,5/10) 

Il problema non è la caduta ma l’atterraggio. E in questo caso si atterra in piedi, perché il flow è buono, la base intrigante nel suo groove vintage, lounge (piano elettrico che riverbera liquido e si sposa benissimo con l’apertura melodica del refrain alla Frah Quintale, partiture d’archi che fanno molto Motown anni Settanta). Piccola sorpresa. 

Bambole di Pezza – Resta con me (3,5/10) 

Un gruppo di rock al femminile dove le chitarre potrebbero anche non esserci. Loro si agitano, si scuotono, si esaltano, ma fanno poppettino da quattro soldi. Bei tatuaggi, yeah. 

Chiello – Ti penso sempre (6,5/10) 

Ma che carino questo Chiello. C’è l’indie rock, ci sono le pose trap, c’è la melodia emo-pop, il mood a metà tra i Baustelle e Lil Peep. Pezzo che scorre bene e che, forse, rappresenta il vero pesce fuor d'acqua dell'edizione 2026.

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta (5/10)

I presunti alternativi, alla fine, rischiano di essere i più tradizionalisti e convenzionali del lotto. Riferimenti totemici (da Nada a Battiato, da Battisti ai TARM – la maglietta disegnata da Toffolo), i nostri sono studiati fino all’ultimo dettaglio, ma nel tentativo di apparire disinvolti e spontanei. Niente di male, si intenda, purché non si cada nel tranello. Il risultato, in fondo, è un’esibizione di alta moda post-adolescenziale e canzonette bubblegum. Simpatici, melodici, sostituiscono degnamente i Coma Cose parlando di temi che una certa fetta di ascoltatori ascolta solo se debitamente camuffati. 

Leo Gassman – Naturale (4/10) 

Siamo un paese di santi, navigatori e figli d’arte. Poco altro da dire. 

Francesco Renga – Il meglio di me (4/10) 

L’ennesima canzone di cui non avevamo tutto questo bisogno. Struttura trita e ritrita, lui che urla, l’orchestra che suona la stessa partitura again and again. Che fatica. 

LDA e AKA7even – Poesie clandestine (3/10) 

Latin pop di un altro figlio d’arte. Compitino. Buonanotte.
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Aosta City Blues su minima&moralia

Strade, di Edoardo Meda
Riveduto, asciugato, aggiornato. Il mio romanzo Aosta City Blues si rinnova per una seconda vita. Traendo ispirazione dalla tradizione del feuilleton ottocentesco, ACB si può leggere a puntate sulle pagine virtuali di minima&moralia.

La storia è quella di Luca, neo-laureato disilluso e smarrito che torna nella sua regione d'origine dopo gli studi universitari. Qui si trova a fare i conti con la precarietà e con le frustrazioni della piatta vita di provincia (oltre che con un gruppo di fascio-indipendentisti particolarmente avventati).

Non solo parole, perché il romanzo sarà impreziosito dalle splendide illustrazioni espressioniste e punk di Edoardo Meda.

Curiosi? Buona lettura!

Capitolo 1 - Preludio

Capitolo 2 - Le cose

Capitolo 3 - DVX

Capitolo 4 - Proprio con Umberto?

Capitolo 5 - Kazakistan

Capitolo 6 - Orgasmi

Capitolo 7 - Fanculo a Chiabloz

Capitolo 8 - Febbre

Capitolo 9 - Oh, madre

Capitolo 10 - Post-Scriptum

Capitolo 11 - Skills

Capitolo 12 - Primavera

Capitolo 13 - Separatismi

Capitolo 14 - All'armi!

Capitolo 15 - In trappola

Capitolo 16 - Agenti 

Capitolo 17 - Gerard

Capitolo 18 - Alte vie

Capitolo 19 - Lavorare fa schifo

Capitolo 20 - Bella, l'Italia

Capitolo 21 - Pasticcini

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Il sigillo

Non passo quasi mai per questa strada, eppure vivo qui da sempre. 
Per terra le cartacce frusciano sull’asfalto dissestato. 
Un tratto di carreggiata sta sprofondando attorno a una buca. 
Nell’aria sento l’odore dell’acqua piovana che ristagna nei tombini. Il tutto si mischia a un generale sentore di muffa e terra fradicia. 

Abbiamo un lavoro da fare. 
“Sbrighiamoci, si fa buio”, dico all’apprendista che arranca dietro di me come un cagnolino. Ci sono un paio di lampioni funzionanti, uno l’abbiamo superato da poco e ci regala la compagnia delle nostre ombre tremole. L’altro puntella l’orizzonte di una fioca luce arancione che vibra nella foschia. Sento un cane abbaiare da qualche parte, lontano, nella più totale assenza di suono. Le persone che abitano in questo quartiere, le poche rimaste, stanno ai piani alti ed evitano di farsi notare, soprattutto quando scende la sera. Le finestre sono coperte da assi di legno recuperate da qualche cantiere abbandonato. Non ci sono molte ragioni per uscire in balcone, di questi tempi. E ancora meno per farsi vedere da occhi indiscreti. 

Noto una targa metallica, una delle poche rimaste affisse ai portoni d’ingresso. Leggo “Studio psicologi associati”. Una volta la gente andava a risolvere i problemi dallo psicologo, anche se chiamarli problemi mi sembra assurdo. Qualsiasi cosa potesse stridere con l’aspettativa di una vita senza attriti era considerato un problema. Ti moriva il cane? Andavi dallo psicologo. Ti accorgevi che la vita non aveva senso? Sempre dallo psicologo. A conti fatti non sembra che nessuno abbia imparato granché: la città è in preda a una psicosi collettiva. Ogni giorno gli addetti funerari raccolgono gente per terra, nelle case, gente morta ammazzata, chi si è buttato di sotto, chi è stato massacrato di botte, chi semplicemente si è lasciato spegnere. 

“Dì, tu sei mai andato dallo psicologo?”, chiedo al ragazzo accennando un sorriso. 
“Da chi?”, fa lui distratto. 
“Non ti è mai morto un cane, o un nonno a te?” 
“Sì, ma sono arrivati quelli lì a portare via il corpo. Non lo... psicocoso” 
Se stia parlando di una bestia o di una persona non lo so. Tanto il risultato è uguale. 

La strada si addentra in quello che doveva essere un quartiere commerciale di second’ordine. Le insegne di un bar ciondolano sull’infisso sfondato. 
“Diamo un’occhiata”, dico dirigendomi verso l’ingresso. 
Il ragazzetto mi segue controvoglia. Non si sa mai quello che si può trovare nei locali abbandonati, questo l’ha già imparato, e infatti mette la maschera protettiva senza che gli dica nulla. Bravo ragazzo. 
La prima cosa che noto, puntando la torcia nel vorticare della polvere che si solleva ad ogni passo, è il frigo dei gelati. È aperto. Si vedono ancora le decorazioni sbiadite dei vari prodotti. Per il resto sedie rovesciate, il bancone con la spillatrice che qualcuno ha provato a scardinare. E poi un grande specchio incrinato, che nonostante uno strato spesso di sporco riflette le nostre figure deformate, mettendomi i brividi. 

D’un tratto un tonfo. Una sedia appoggiata su un tavolino cade facendoci sussultare e una macchia nera scatta soffiando verso il ragazzo che per lo spavento perde l’equilibrio e si trova con il culo per terra. È un attimo: quella cosa con uno scatto passa oltre e scompare all’esterno. 
“Cazzo, tutto bene?” gli dico con voce troppo alta. 
“Sì, ma che animale era?”, risponde col fiato rotto. 
“Non lo so. Una volpe forse, o un tasso. Guarda se per caso ci sono dei cuccioli sotto quel tavolo. Sarebbe stato meglio catturarla quella bestiaccia.” 
Fa cenno col capo, rialzandosi. 
“Qui non c’è niente”, dice dopo un po’. 
“Andiamocene allora, non abbiamo ancora finito.” 

Fuori il buio è sempre più fitto. Dobbiamo sbrigarci, continuo a ripeterlo tra me e me. È come se sentissi mille occhi puntati dai palazzi intorno. È probabile che sia così, anche se l’uniforme del comando comunale garantisce ancora un minimo di garanzie. Percorriamo l’ultimo tratto di via, il secondo lampione sempre più vicino. Si è alzata una nebbia fitta. Superiamo un distributore di sigarette scassato, un locale di cibo da asporto con la saracinesca giù da chissà quanto tempo, un lavasecco da cui arriva un odoraccio di fogna. Ed eccoci al nostro obiettivo. 
“Ci siamo. Rimetti la maschera. Metti anche i guanti”, sussurro. 

Dall’interno del negozietto proviene una luce flebile, tremola. Nessuna insegna, solo una freccia e un cuore dipinti di rosso. Oltrepassiamo la tendina di perline di plastica che separano il dentro dal fuori. E la vediamo. È stesa su un materasso messo a lato di un tavolo su cui sono sparsi dei fogli. Una pistola è poggiata a un passo dal suo corpo. Con un calcio allontano l’arma, per evitare sorprese. Mi chino su di lei. Respira appena, emette un leggero rantolo, gli occhi semichiusi. Recupero la coperta che si è afflosciata su un lato. Gliela adagio sopra cercando di non lasciare zone scoperte. 

“Prendi il sigillo”, ordino al ragazzo. 
Lui tira fuori dalla borsa un rotolo di nastro giallo fluorescente. Con un gesso bianco traccio una grossa X vicino al corpo. Poi mi alzo ed esco. Il ragazzo è già fuori. Lo capisco. 
Faccio passare il nastro da un’estremità all’altra dello stipite. 
“Domani ci penseranno quelli dell’anticontaminazione”, bisbiglio tra me e me. 
Lui non dice niente, la testa bassa. 
Passiamo oltre il lampione e superiamo le nostre ombre. 
Il nostro dovere, per oggi, l’abbiamo fatto. Ora torniamo a casa. In fretta.
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