Highgate Cemetery

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Il cimitero gotico di Highgate non ha nulla di lugubre, a meno che non ci si trovi a girare tra le vecchie lapidi di pietra invase dall’edera in un freddo pomeriggio di pioggia. Quel giorno, invece (era un venerdì, o un sabato), c’era il sole e la luce inondava gentilmente il quartiere da cui, in alcuni punti, si può vedere Londra dall’alto.  

 

Highgate è un ridente sobborgo ad oltre 100 metri sul livello del mare abitato da giovani famiglie, da trentenni hipster e da anziani londinesi facoltosi. Il quartiere ha tutto l’aspetto di un villaggio a sé stante, con le sue strade pulite, i viali alberati, le facciate vittoriane e georgiane, i negozietti di fiori, le groceries e le caffetterie dove trovare dolci e prodotti biologici. Il continuo saliscendi che porta al cimitero passando per l’abitato lungo High Street, è l’ideale per passeggiate domenicali. Swain’s Lane, poi, mette alla dura prova le gambe con la sua pendenza insolita: stretta e ripida, la stradina è costeggiata da due file di muri in mattoni che celano ville moderniste immerse nella vegetazione. Una di queste ville è la Eidolon House, progettata dall’architetto Dominic McKenzie. Una facciata dell’edificio, in vetro e acciaio, è interamente a specchio e riflette gli alberi di fronte, scomparendo – o raddoppiandosi – nello spazio. 

 

È in questo contrappunto variabile di sensazioni, di suggestioni, di vedute, di aperture e chiusure dello spazio urbano, che si entra al cimitero di Highgate. Poco vicino c’è un parco pubblico, e le voci dei bambini sono uno dei suoni prevalenti mentre ci si avventura sul selciato che si dirama in svariati sentierini, più o meno battuti, tra olmi, querce e tigli (ancora spogli, si era in marzo). Scelsi di procedere a caso, come mio solito, lasciandomi guidare dall’ispirazione del momento, dagli scorci che allacciavano di volta in volta la mia curiosità, giocando a perdermi tra i vialetti di terra battuta sempre più intricati di radici, ciottoli, edere, e disseminati di lapidi ottocentesche divorate dal tempo, alcune inclinate e in rovina, spinte fuori asse dai moti del terreno, ormai quasi elementi geologici. Non riuscì a non pensare a quel brano degli Smiths, dove il protagonista, in un “terribile giorno di sole”, si aggira tra le tombe e, con il favore del suo nume Wilde, legge le incisioni e si chiede: 

 

All those people, all those lives 
Where are they now?  

With loves, and hates and passions just like mine 
They were born and then they lived and then they died 
It seems so unfair, I want to cry. 

 

Il mio giorno di sole non era per niente terribile, anzi, era una finestra spalancata. Sarà per questo che aggirarmi tra le lapidi non mi faceva impressione. Il ricordo è vivo: la luce che filtrava tra i rami spogli mescolava in un’unica combinazione di tinte tenui e nitide il verde brillante delle felci, l’azzurro vivo del cielo e le pietre scure rigate di muschio. Mentre cercavo di mettere tra parentesi il motivo per cui ero lì, nel frattempo affiancato da mille altri motivi, tutti riuniti all’interno di uno più grande e complessivo, notai la tomba nera, moderna e vagamente pacchiana, di Malcolm McLaren, il manager dei Sex Pistols. Lo stemma con le iniziali mi parve una trovata disneyana di cattivo gusto, soprattutto se confrontata con gli ornamenti semplici e solenni delle lapidi tutte intorno. Più mi inoltravo tra gli alberi, più sentivo imprimersi sul mio passo la curvatura di uno spazio doppio, dove vita e morte interagiscono armonicamente, senza stacchi netti, lasciando che il mutare delle cose coinvolga tanto le tombe, ognuna segnata a suo modo dal passare del tempo, quanto chi le percorre, che non può che vedersi specchiato su un opposto piano simbolico e allegorico. La sorpresa, tra le pieghe di questa strana dimensione distorta eppure limpida, fu vedere come, tra le austere incisioni ottocentesche, iniziassero a comparire caratteri farsi, dedicati a esuli iraniani doppiamente sradicati dalla loro terra (dallo shah prima, dagli ayatollah poi), oppure esotici ed eleganti kanji giapponesi, segno di connessioni antiche e di fascinazioni che permangono intatte tra umani uniti dallo stesso destino. 

 

Non volevo raggiungere già la mia meta. Mi sembrava che i sentieri si moltiplicassero all’infinito, e che ne avessi percorsi una minima frazione. Nel frattempo, la luce si screziava piegandosi all’inclinazione della stagione, proiettando ombre oblique che, in un mondo indifferenziato, avrebbero interrotto i miei passi, facendomi inciampare di continuo. Notai che più convergevo verso il centro, più le tombe diventavano un tutt’uno con il suolo, perse in un oblio secolare, inesorabile. Cercai la tomba di Hobsbawn, senza successo. Ne vidi altre, anonime e cariche di significati che coglievo solo in parte. Non potevo rimandare oltre. Mi riportai sul selciato principale, risalendo lungo il lato est. In cima al leggero pendio, sulla destra, c’è una radura affacciata direttamente sul cielo: qui, infatti, le lastre sono posate in orizzontale. Decisi di fare ancora un giro tra quelle pietre prima di trovarmi di fronte a lui. Avevo notato che un gruppetto di visitatori si aggirava e indugiava intorno al monumento (uno dei più imponenti e celebrativi della parte est) e preferivo aspettare di rimanere da solo dinnanzi a Karl Marx. Ormai la mia attenzione era tutta rivolta a quel monolite scuro e a ciò che rappresentava. Quando finalmente i pochi ammiratori si dissiparono, decisi che era il mio momento. Il busto barbuto scrutava severo in direzione del sobborgo gentrificato del nord di Londra. Appena sotto, in caratteri dorati, il motto (o epitaffio?) “workers of all lands unite”. Non potei non considerare che lì, in quel cimitero, la frase virava nel grottesco: i sepolti di ogni terra e di ogni tempo erano uniti sotto quegli olmi, collegati dalle felci e dai rampicanti, contrappuntati dai fiorellini gialli selvatici che bucavano la terra scura. Il silenzio dominava, in quel punto dell’Highgate Cemetery. Il monumento è dedicato non solo a Marx, ma anche alla gravità della nostra epoca, di ogni epoca, nonostante i secoli brevi o quelli lunghi, quelli bui e quelli più luminosi. Ritto di fronte al memoriale di Marx, pensavo che lì stava sepolta anche un’idea impensabile che non apparteneva più al nostro tempo, e che – non fosse per l’imponenza del monumento - sarebbe finita anch’essa avvolta dalle felci nel giro di pochi decenni. Eccolo, il “dreaded sunny day” degli Smiths. Con un poco di vergogna, dopo un attimo di raccoglimento, accennai un pugno chiuso e decisi che era ora di uscire da quel regno dove tutto era mescolato e veniva inghiottito nell’assenza ordinata delle cose, o nella presenza impastata della fine.

 

Fuori dal cancello, di nuovo gli schiamazzi del parco. Mi attendeva la salita di Swain’s Lane, dovevo superare la doppiezza della casa a specchio del famoso architetto, oltrepassare il quartiere dove la gente ormai aveva iniziato a vivere la parte libera dal lavoro della propria giornata, e infine tornare al mio appartamento, con le sue grandi finestre che davano sulla strada e sugli alberi. Si era alzato un venticello piacevole, quasi a volermi spingere più in fretta verso Archway Road, a pochi passi dalla fermata della metropolitana. Lì davanti, nel giro di poche ore, avrei solo dovuto aspettare. La prospettiva di quell’attesa arrivò come uno spirito benigno. Interpretare il mondo, cambiarlo. In quel caso c’era poca differenza.  

 

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Alta risoluzione

Racconto di Matteo Castello. Rappresentante di armi e immagini ad alta risoluzione
Non devono avermi capito. 

“Sii dettagliato”, mi era stato raccomandato. 
Lo sono stato. 

Il tizio prima di me è stato applaudito nonostante il suo rapporto sui sistemi antimissile fosse, nella migliore delle ipotesi, fin troppo didascalico. Dati, tabelle, statistiche, numeri, mappe. Tutto molto rigoroso, ma sono sicuro che nessuno abbia capito di cosa stesse parlando per davvero. L'astrazione è la peggior caduta di stile per chi voglia eccellere in questo mondo così materico. Il nostro settore entra talmente a fondo nella vita delle persone, scortecciando la più profonda essenza del reale, che mi chiedo come si faccia a ridurlo a una manciata di freddi schemi contabili.

L’azienda che rappresento rappresenta la punta di diamante dell’industria bellica. I nostri apparati svolgono un compito cruciale per la riuscita delle operazioni di attacco, facendo un lavoro pulito. Dispositivi missilistici di nuovissima generazione - droni compresi - gioiellini ad alta tecnologia che ci mettono all'avanguardia e ci rendono capaci di soddisfare un ventaglio quasi inesauribile di esigenze. Velocità ipersonica, calcolo stocastico delle traiettorie, sensori intelligenti settati su ogni categoria di bersaglio, mobile o no, piccolo o grande, indoor o outdoor. Questa, però, è roba da toccare, da guardare.

Un lavoro pulito, dicevo. Ho pensato che sarebbe stato riduttivo limitarsi a mostrare qualche capannone disintegrato o qualche mezzo corazzato in mille pezzi. Devo intrattenere la platea e rendere giustiza alle potenzialità dei prodotti che sto promuovendo. Spesso, infatti, tutto si limita ai danni da barotrauma: le prime due fotografie ad alta risoluzione parlavano chiaro, le ho scelte proprio per la loro efficacia rappresentativa. Immagini assolutamente perfette. Gli organi interni cedono ed è fatta. Si può vedere qualche fuoriscita ematica, spesso da orecchie e naso, ma per il resto i corpi rimangono intonsi. Certo, in casi di schegge e crolli, che i nostri missili sono senza dubbio in grado di provocare (e in larga scala), sono comuni, anzi inevitabili, lacerazioni e amputazioni traumatiche. In questo caso la pulizia è minore, mi pare evidente. Stiamo parlando di missili dal grande potenziale distruttivo, precisissimi nel targeting soggettivo, individualizzato. Uno spettacolo ingegneristico che con l'intelligenza artificiale rende desueti gli armamenti che si producevano fino all'altro ieri. Anche in questo caso la documentazione era più che esaustiva e di ottima qualità. 

È stato alla quinta fotografia, selezionata con cura tra centinaia (mi ci sono volute settimane di lavoro, sapete), che i presenti hanno iniziato a rumoreggiare, poi a insorgere, e infine a uscire dalla sala. Uno si è addirittura sentito male ed è svenuto. Un tale ad un certo punto si è alzato dalla prima fila e mi ha portato via trascinandomi per un braccio, chiedendo scusa ai presenti rimasti ai loro posti. È successo tutto talmente in fretta che non ho nemmeno avuto il tempo per protestare.

Cosa mai sarà andato storto? Continuo a chiedermelo. Ho fatto quello che dovevo fare, nel modo più preciso, dettagliato, meticoloso e curato possibile.
Ho aggiunto anche un tocco di riguardo, direi artistico. Le foto erano perfette. In alcune si distingueva addirittura il colore degli occhi. 
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Sanremo 2026, aka "La canzonetta al tempo dell'AI"

Sanremo è uno spettacolo indecoroso, come sempre. Forse questa volta anche più del solito. Grigiore tardo-meloniano, buffonate da animazione turistica di terz’ordine (l’uso dell’AI mentre il pubblico canta Papaveri rimarrà negli annali come momento più imbarazzante di sempre), brani spenti, melodie sciape, liriche incentrate su tristezza, ricordi, malinconia. Come al solito, però, rimane viva la fiammella della speranza. La speranza che dalle tenebre sorga una piccola luce, una Joan Thiele o un Lucio Corsi che, facendo ciao con la manina, ci facciano sentire che non tutto è perduto. Ma in fondo, anche solo sparare a zero su questo baraccone è divertente. 

Quindi, iniziamo (l’ordine è quello della prima serata).
 

Ditonellapiaga - Che fastidio (6/10) 

Inizio uptempo che sorprende per la sua netta incursione nella club culture alternativa. Nu-disco pulsante, electropop sostenuto da un bel beat house, modulazioni sintetiche che richiamano il Roland TB-303 (quei gorgoglii acid), attitudine electro clash e svolgimento melodico/canoro che fa il verso a MissKeta, con ritornello indie ad alleggerire il carico. Much ado for nothing? Probabilmente sì, vista la china di questa edizione. Poco male, salviamo il salvabile. 

Michele Bravi - Prima o poi (4,5/10) 

Volevo essere Perfume Genius, ma… Glassa sanremese per un cantautorato pop dallo sviluppo blando e scontato, per quanto non tutto sia da buttare (la melodia è impegnata in un sali e scendi che regala alcuni guizzi di vitalità). Voce interessante che avrei preferito sentire più sporca. Ma Sanremo è Sanremo e Michele Bravi è Michele Bravi. 

Sayf - Tu mi piaci tanto (4,5/10) 

Un’ibridazione tra Max Gazzé e Daniele Silvestri, ma con le treccione da Ghali. Sayf strizza l’occhio al pubblico andando sul sicuro, con quell'arrangiamento latino che piace sempre, giocoso e saltellante, rassicurante e convenzionale, ahimè scontato. Lui piatto, monocorde, incapace di un’interpretazione convincente, nonostante un testo meno banale del previsto. 

Mara Sattei - Le cose che non sai di me (5/10) 

Ballad zuccherosa disneyana. Bello però il richiamo beatlesiano del mellotron, capace di fare da trigger per l’ispessimento del sound nella seconda parte del brano, ben più riuscita e convincente rispetto alle premesse. Per il resto siamo di fronte al solito crescendo funzionale al climax vocale da scuola di canto. Poca sostanza. 

Dargen D'Amico - Ai Ai (4/10) 

Ci sono brani di Sanremo che sono invalutabili. Qui abbiamo un patchwork di tutto ciò che ci si aspetta dall’artista in questione: il funky, il rap, la chitarra elettrica per non farci mancare nulla, il testo impegnato “pigliatutto”. Un’esibizione di stile che pare un cabaret, rientrando difficilmente nella categoria “musica”. D’Amico è così: fa il suo, mette in scena il teatrino, il ritmo, i colori, l’irriverenza posticcia. E però, boh. Tanto la gente applaude sempre. 

Arisa - Magica favola (5,5/10) 

Ballata per certi verso ancora più disneyana di quella della Sattei. Malinconia lacrimosa da decadentismo tardo-meloniano, tra nostalgia delle cose di casa, del papà e della mammà. Con un po' di pazienza, però, l'effetto stucchevole lascia il posto ad altro, ad una complessità inaspettata. La melodia è particolarmente raffinata, gli arrangiamenti sono sottili e ricamano con intelligenza, e il fatto che i Matia Bazar facciano capolino nei refrain conferisce al tutto un discreto spessore. 

Luchè - Labirinto (3/10) 

Il festival della tristezza. Lui non prende una nota. Arrangiamenti messi lì a casaccio perché fa brutto lasciarlo a stonare da solo. 

Tommaso Paradiso - I romantici (5/10) 

Indie italiano puro. Siamo ai tempi di Calcutta e Brunori, momento amarcord vero. Anche lui nella fase in cui scrive le canzoni alla figlia. Compitino. 

Elettra Lamborghini - Voilà (3/10) 

Filastrocchina alla Carrà ai tempi della lobotomia da IA massiccia (che infatti interviene nel siparietto orripilante successivo - lo sai che i papaveri). Lei fatica a fare qualcosa di più che sussurrare al microfono, facendosi sovrastare dall’arrangiamento, danzereccio tripudio di torpori dance banalotti. Potrebbe anche vincere. 

Patti Pravo - Opera (?/10) 

Decadentismo fumé che prende il largo, poi sfuma, si perde, recupera ancora, rimesta nella grandeur divistica di un tempo, non porta da nessuna parte sapendo che il gioco è proprio quello. Personalmente la trovo un’inutile e stanca celebrazione dall’eleganza sfumata e avvizzita. Testo di livello. L’avrei vista meglio come ospite. 

Samurai Jay – Ossessione (2/10) 

Chico latino. Ennesima cafonata. Cosa dicevano gli Elio sui bonghi? Ah, sì: “Caro signore, sa che le dico? Questa è la libertà. Sono drogato, suono sbagliato anche se a lei non va. Non vado a tempo, lo so da tempo, non è una novità. Io me ne fotto; cucco di brutto grazie al mio pim, pum, pam”. Olé. “Da dove si esce?” chiede Samuel alla fine. Lo vorremmo sapere anche noi. 

Raf - Ora e per sempre (5/10) 

Parte bene ma sfocia presto nel banale. Raf tiene bene la scena e fa il suo, ci mancherebbe. Ballad gonfia e mesta, condotta con diligente, impostato gusto iper-classico. Altro compitino. 

J-Ax - Italia starter pack (5/10) 

A questo punto alla prossima edizione ci portiamo Philippe Milleret (no, scherzo, per carità). Interessante (nel senso di inaspettata) la svolta folk-country di J-Ax, un po' versione macchiettistica e nazional popolare dei MCR, un po’ vecchia fattoria, un po' baracconata da catena Old Wild West. Una piccola scintilla nel vuoto assoluto (purché non si prenda il personaggio sul serio). La scintilla infatti non innesca nulla. Testo impegnato a metà, tra critica sociale e buttiamola in caciara. Non del tutto da buttare. 

Fulminacci - Stupida sfortuna (6,5/10) 

Lui sembra uscito dai primissimi anni Ottanta. Ce lo vedrei bene a cantare un pezzo di Garbo. Forse solo io ci sento Flavio Giurato nell’attacco, ma il punto è un altro. Il pezzo è un’elegante ballad screziata dalla disinvoltura in stile indie italiano, con una melodia abbastanza solida da solcare le partiture sanremesi, in questo caso capaci di nobilitare degnamente l’incedere del brano. Senza infamia, con qualche lode. 

Levante - Sei tu (5,5/10) 

Elegante, Levante. Belle armonie, bella costruzione compositiva guidata dagli accordi leggeri di piano e acustica. Un brano più complesso della media, un’interpretazione convincente e passionale. Tuttavia, il pezzo non decolla: una ballad impastoiata in una pesante drammaturgia all’italiana che sconta il rischio di stancare presto. 

Fedez & Masini – Male necessario (4/10) 

Una lagna che non finisce più. Fedez sembra sempre un bambino sperduto che vuole fare bella figura davanti alla maestra. Masini tiene note incredibili, ma l’alchimia tra i due non sembra funzionare a dovere. Pezzo inconsistente. Male innecessario.

Ermal Meta – Stellina (7/10) 

Arrangiamento originale, r’n’b fitto di profumi mediterranei, balcanici, mediorientali, tra oud e sintetizzatori, testo di rilievo (ritornerà, la - rossa - primavera?). Lui riesce a regalare una prestazione vocale di livello, addirittura inaspettata con quel suo soprano impeccabile nel finale. Un brano vivo, colorato, contemporaneo nella migliore accezione del termine. Vincitore morale (e non solo) del Festival.

Serena Brancale – Qui con me (4,5/10) 

Altra gran voce, ma la preferivo alle prese con il suo estro da multistrumentista tropical-house dell’edizione passata. Qui si mette in scena un brano stucchevole nel suo insistere sull’emotività lacrimosa, sul climax continuo (un pezzo che potrebbe appartenere al repertorio di Giorgia), col rischio concreto di sovraccaricare sia l’andamento del brano che la sopportazione dell’ascoltatore. 

Nayt – Prima che (4/10) 

Nayt fa il rapper e lo fa per bene, senza tracimare in territori non suoi (per quanto sia ancora dubbio quanto Sanremo possa essere territorio adatto a questo genere). Ciononostante, il pezzo rimane banale e piatto, nessun elemento innovativo, nessun guizzo. 

Malika Ayane – Animali notturni (6,5/10) 

Funky-pop profumato e spigliato, una roba molto anni Settanta riletti dalle nuove correnti nu-disco che vanno tanto di moda ultimamente (ma quel motivetto nel refrain mi ricorda un sacco la sigla di Lunedìfilm). Finalmente un po’ di eleganza compositiva, per quanto si tenda verso lo standard. 

Eddie Brock – Avvoltoi (3,5/10) 

Tra pop urlato e stereotipi rrrruock, Eddie Brock porta a casa un brano scontatissimo, lineare e rosicone (se le tue relazioni vanno male è colpa tua perché ti cerchi i ragazzacci, eccetera). Non si aggiunge nulla al tono lamentoso del Festival se non un tasso di paternalismo patriarcale che la metà bastava. Insomma, l'avvoltoio mi pare lui.

Sal Da Vinci – Per sempre sì (4/10) 

La minaccia dell’amore eterno incastonato in un anello brillante, la gabbia dorata proposta con charme cafoncello ed esuberante. Il pezzo è a suo modo trascinante, scorre liscio come l’olio. Ma lo fa entro i confini di un manierismo neomelodico ermetico, implacabile, eccessivamente di genere. E poi l’immaginario... Va beh, pura cultura deteriore italiana. 

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare (4/10) 

Il piano, gli svolazzi, la lettura autobiografica nel segno della solita, melensa, messa a nudo della propria fragilità di ometto al passo con i tempi. Un brano vuoto, già invecchiato male, da Jovanotti al tempo di Amici. No, non ci siamo. 

Tredici Pietro – Uomo che cade (6,5/10) 

Il problema non è la caduta ma l’atterraggio. E in questo caso si atterra in piedi, perché il flow è buono, la base intrigante nel suo groove vintage, lounge (piano elettrico che riverbera liquido e si sposa benissimo con l’apertura melodica del refrain alla Frah Quintale, partiture d’archi che fanno molto Motown anni Settanta). Piccola sorpresa. 

Bambole di Pezza – Resta con me (3,5/10) 

Un gruppo di rock al femminile dove le chitarre potrebbero anche non esserci. Loro si agitano, si scuotono, si esaltano, ma fanno poppettino da quattro soldi. Bei tatuaggi, yeah. 

Chiello – Ti penso sempre (6,5/10) 

Ma che carino questo Chiello. C’è l’indie rock, ci sono le pose trap, c’è la melodia emo-pop, il mood a metà tra i Baustelle e Lil Peep. Pezzo che scorre bene e che, forse, rappresenta il vero pesce fuor d'acqua dell'edizione 2026.

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta (5/10)

I presunti alternativi, alla fine, rischiano di essere i più tradizionalisti e convenzionali del lotto. Riferimenti totemici (da Nada a Battiato, da Battisti ai TARM – la maglietta disegnata da Toffolo), i nostri sono studiati fino all’ultimo dettaglio, ma nel tentativo di apparire disinvolti e spontanei. Niente di male, si intenda, purché non si cada nel tranello. Il risultato, in fondo, è un’esibizione di alta moda post-adolescenziale e canzonette bubblegum. Simpatici, melodici, sostituiscono degnamente i Coma Cose parlando di temi che una certa fetta di ascoltatori ascolta solo se debitamente camuffati. 

Leo Gassman – Naturale (4/10) 

Siamo un paese di santi, navigatori e figli d’arte. Poco altro da dire. 

Francesco Renga – Il meglio di me (4/10) 

L’ennesima canzone di cui non avevamo tutto questo bisogno. Struttura trita e ritrita, lui che urla, l’orchestra che suona la stessa partitura again and again. Che fatica. 

LDA e AKA7even – Poesie clandestine (3/10) 

Latin pop di un altro figlio d’arte. Compitino. Buonanotte.
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Aosta City Blues su minima&moralia

Strade, di Edoardo Meda
Riveduto, asciugato, aggiornato. Il mio romanzo Aosta City Blues meritava una seconda chance. Così, a partire da oggi, ogni lunedì e venerdì ACB uscirà a puntate sulle pagine virtuali di minima&moralia.

La storia è quella di Luca, neo-laureato disilluso e smarrito che torna nella sua regione d'origine dopo gli studi universitari. Qui si trova a fare i conti con la precarietà e con le frustrazioni della piatta vita di provincia (oltre che con un gruppo di fascio-indipendentisti particolarmente avventati).

Non solo parole, perché il romanzo sarà illustrato dalle splendide illustrazioni espressioniste e punk di Edoardo Meda.

Curiosi? Buona lettura!

Capitolo 1 - Preludio

Capitolo 2 - Le cose

Capitolo 3 - DVX

Capitolo 4 - Proprio con Umberto?

Capitolo 5 - Kazakistan

Capitolo 6 - Orgasmi

Capitolo 7 - Fanculo a Chiabloz

Capitolo 8 - Febbre

Capitolo 9 - Oh, madre

Capitolo 10 - Post-Scriptum

Capitolo 11 - Skills

Capitolo 12 - Primavera

Capitolo 13 - Separatismi

Capitolo 14 - All'armi!

Capitolo 15 - In trappola

Capitolo 16 - Agenti 

Capitolo 17 - Gerard

Capitolo 18 - Alte vie

Capitolo 19 - Lavorare fa schifo

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Il sigillo

Non passo quasi mai per questa strada, eppure vivo qui da sempre. 
Per terra le cartacce frusciano sull’asfalto dissestato. 
Un tratto di carreggiata sta sprofondando attorno a una buca. 
Nell’aria sento l’odore dell’acqua piovana che ristagna nei tombini. Il tutto si mischia a un generale sentore di muffa e terra fradicia. 

Abbiamo un lavoro da fare. 
“Sbrighiamoci, si fa buio”, dico all’apprendista che arranca dietro di me come un cagnolino. Ci sono un paio di lampioni funzionanti, uno l’abbiamo superato da poco e ci regala la compagnia delle nostre ombre tremole. L’altro puntella l’orizzonte di una fioca luce arancione che vibra nella foschia. Sento un cane abbaiare da qualche parte, lontano, nella più totale assenza di suono. Le persone che abitano in questo quartiere, le poche rimaste, stanno ai piani alti ed evitano di farsi notare, soprattutto quando scende la sera. Le finestre sono coperte da assi di legno recuperate da qualche cantiere abbandonato. Non ci sono molte ragioni per uscire in balcone, di questi tempi. E ancora meno per farsi vedere da occhi indiscreti. 

Noto una targa metallica, una delle poche rimaste affisse ai portoni d’ingresso. Leggo “Studio psicologi associati”. Una volta la gente andava a risolvere i problemi dallo psicologo, anche se chiamarli problemi mi sembra assurdo. Qualsiasi cosa potesse stridere con l’aspettativa di una vita senza attriti era considerato un problema. Ti moriva il cane? Andavi dallo psicologo. Ti accorgevi che la vita non aveva senso? Sempre dallo psicologo. A conti fatti non sembra che nessuno abbia imparato granché: la città è in preda a una psicosi collettiva. Ogni giorno gli addetti funerari raccolgono gente per terra, nelle case, gente morta ammazzata, chi si è buttato di sotto, chi è stato massacrato di botte, chi semplicemente si è lasciato spegnere. 

“Dì, tu sei mai andato dallo psicologo?”, chiedo al ragazzo accennando un sorriso. 
“Da chi?”, fa lui distratto. 
“Non ti è mai morto un cane, o un nonno a te?” 
“Sì, ma sono arrivati quelli lì a portare via il corpo. Non lo... psicocoso” 
Se stia parlando di una bestia o di una persona non lo so. Tanto il risultato è uguale. 

La strada si addentra in quello che doveva essere un quartiere commerciale di second’ordine. Le insegne di un bar ciondolano sull’infisso sfondato. 
“Diamo un’occhiata”, dico dirigendomi verso l’ingresso. 
Il ragazzetto mi segue controvoglia. Non si sa mai quello che si può trovare nei locali abbandonati, questo l’ha già imparato, e infatti mette la maschera protettiva senza che gli dica nulla. Bravo ragazzo. 
La prima cosa che noto, puntando la torcia nel vorticare della polvere che si solleva ad ogni passo, è il frigo dei gelati. È aperto. Si vedono ancora le decorazioni sbiadite dei vari prodotti. Per il resto sedie rovesciate, il bancone con la spillatrice che qualcuno ha provato a scardinare. E poi un grande specchio incrinato, che nonostante uno strato spesso di sporco riflette le nostre figure deformate, mettendomi i brividi. 

D’un tratto un tonfo. Una sedia appoggiata su un tavolino cade facendoci sussultare e una macchia nera scatta soffiando verso il ragazzo che per lo spavento perde l’equilibrio e si trova con il culo per terra. È un attimo: quella cosa con uno scatto passa oltre e scompare all’esterno. 
“Cazzo, tutto bene?” gli dico con voce troppo alta. 
“Sì, ma che animale era?”, risponde col fiato rotto. 
“Non lo so. Una volpe forse, o un tasso. Guarda se per caso ci sono dei cuccioli sotto quel tavolo. Sarebbe stato meglio catturarla quella bestiaccia.” 
Fa cenno col capo, rialzandosi. 
“Qui non c’è niente”, dice dopo un po’. 
“Andiamocene allora, non abbiamo ancora finito.” 

Fuori il buio è sempre più fitto. Dobbiamo sbrigarci, continuo a ripeterlo tra me e me. È come se sentissi mille occhi puntati dai palazzi intorno. È probabile che sia così, anche se l’uniforme del comando comunale garantisce ancora un minimo di garanzie. Percorriamo l’ultimo tratto di via, il secondo lampione sempre più vicino. Si è alzata una nebbia fitta. Superiamo un distributore di sigarette scassato, un locale di cibo da asporto con la saracinesca giù da chissà quanto tempo, un lavasecco da cui arriva un odoraccio di fogna. Ed eccoci al nostro obiettivo. 
“Ci siamo. Rimetti la maschera. Metti anche i guanti”, sussurro. 

Dall’interno del negozietto proviene una luce flebile, tremola. Nessuna insegna, solo una freccia e un cuore dipinti di rosso. Oltrepassiamo la tendina di perline di plastica che separano il dentro dal fuori. E la vediamo. È stesa su un materasso messo a lato di un tavolo su cui sono sparsi dei fogli. Una pistola è poggiata a un passo dal suo corpo. Con un calcio allontano l’arma, per evitare sorprese. Mi chino su di lei. Respira appena, emette un leggero rantolo, gli occhi semichiusi. Recupero la coperta che si è afflosciata su un lato. Gliela adagio sopra cercando di non lasciare zone scoperte. 

“Prendi il sigillo”, ordino al ragazzo. 
Lui tira fuori dalla borsa un rotolo di nastro giallo fluorescente. Con un gesso bianco traccio una grossa X vicino al corpo. Poi mi alzo ed esco. Il ragazzo è già fuori. Lo capisco. 
Faccio passare il nastro da un’estremità all’altra dello stipite. 
“Domani ci penseranno quelli dell’anticontaminazione”, bisbiglio tra me e me. 
Lui non dice niente, la testa bassa. 
Passiamo oltre il lampione e superiamo le nostre ombre. 
Il nostro dovere, per oggi, l’abbiamo fatto. Ora torniamo a casa. In fretta.
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La musica salvata. Alcuni dischi della vita

Tempo di bilanci? No, però ogni tanto è bello fare un recap, ricordarsi le cose belle, metterle nero su bianco. E dunque ecco la domanda: quali sono i dischi che hanno sempre fatto parte dei miei ascolti meravigliati e che, con tutta probabilità, continueranno a farne parte? Quelli in cui mi ritrovo, in cui mi perdo, che sento vicini? Dischi, non canzoni, perché la fruizione di un album è cosa ben diversa dall'apprezzamento di un brano in una playlist disorganica. Un album è una storia che si snoda, un discorso a tutto tondo, un percorso complicato, tortuoso, non privo di inciampi. Ma si arriva sempre da qualche parte, ogni volta. E allora ecco alcuni dei miei amori musicali, in ordine sparso.

smashing pumpkins billie Corgan mellon collie
The Smashing Pumpkins - Mellon Collie & the Infinite Sadness (Virgin, 1995)

Un monolite, un gigante generazionale che dipinge definitivamente un'epoca. Doppio album, durata totale 121 minuti. L'avevo masterizzato e avevo creato un case artigianale a cui sono ancora affezionatisimo. Qui dentro c'è tutto: il rock duro, le ballate sdolcinate, bozzetti vampireschi a base di harpsichord, svolazzate psichedeliche, pop sontuoso, sfuriate noise. Il vero valore aggiunto di tutto questo, però, è la carica narrativa totalizzante dell'operazione Mellon Collie, un'immersione nelle ansie, nei voli pindarici, nelle rabbie e nelle delusioni infinite dell'adolescenza. Una roba che ti ricorderà per sempre chi sei stato e perché lo sei stato, e ancora perché non ci puoi fare proprio niente se ora sei quel che sei: arrivi da quel magma lì, ed è bello che sia così. 

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The Black Heart Procession - 2 (Touch and Go, 1999)

Mi ha sempre colpito il mood infestato di questo lavoro, che nel tempo è diventato uno dei miei definitivi comfort album. Scricchiolii, cigolii, rumorini, risonanze, il wurlitzer che aggiunge una consistenza madida al tutto, la singing saw che sibila metallica aggiungendo una peculiarità armonica sinistra e fascinosa. Sono canzoni da boschi durante giornate nuvolose o da solai polverosi quando viene sera, un country gotico che mescola l'approccio indie dei Neutral Milk Hotel mischiandolo a Nick Cave e Nico, senza rinunciare a un songwriting folk di pregiatissima fattura. Pezzi come Blue Tears, A Light So Dim e It's a Crime I've Never Told You About the Diamonds in Your Eyes rimarranno tra le cose più belle mai ascoltate.

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The Cramps - Songs the Lord Taught Us (Illegal / I.R.S., 1980)

Il primo lavoro dei Cramps fa venire voglia di essere cattivi, di tirare fuori le proprie perversioni, di abbandonarsi ad atti insensati e torbidi. Ed è un bene che esistano album così: perché incanalano le peggiori pulsioni dell'animo umano facendole fluire entro un alveo non distruttivo, innocuo perché mediato dalla musica. Un esorcismo, quindi, un rito di sublimazione che crea una valvola di sfogo paradossalmente anche più carica, intensa e gonfia di conseguenze (per quanto non credo proprio che le intenzioni di Lux Interior fossero queste). I Cramps sono sguaiati, sporchi, volgari, allusivi, estremi. Il loro rockabilly psicotico è saturo di spettri, presenze, sfoghi nervosi. Il sound è noise, impreciso, rozzo, morbosamente devoto e sconciamente contaminato. E, inutile dirlo, è tutto così appassionante, liberatorio e sedizioso che è impossibile non sentirsi intimamente coinvolti da questo capolavoro che non perderà mai la sua carica malata, sensuale e pazzoide.

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Deftones - White Pony (Maverick, 2000) 

La prima volta che ascoltai i Deftones fu come una conquista, una rivendicazione di identità. Il loro sound era di tendenza, ma era anche strano, estremamente caratterizzato e contaminato (cosa che ha sempre catturato la mia curiosità). Un ottimo viatico, insomma, per tracciare un solco, una distinzione, tra gli ascoltatori banalotti dei Limp Bizkit e i grezzoni che amavano gli Slipknot. Insomma, nu metal sì, ma con classe. Al tempo non sapevo che quella classe avesse tre progenitori: lo shoegaze, i Cure e i Depeche Mode, e che Chino Moreno fosse un raffinato amante della musica, non un semplice ragazzotto con la passione per l'erba e lo skateboard. Poco importa: White Pony era ed è un gioiellino caustico e aggressivo, ma anche dotato di un'attitudine trasognata e onirica, malinconica e cupa, oltre che di una rigorosa disciplina, merito di uno dei migliori batteristi di sempre (mi ha sempre stupito l'inventiva austera dei pattern in Digital Bath). Ho sempre trovato sorprendente, quasi come se stessi assistendo a un fatto innaturale, come a Street Carp (il riff di elettrica più minaccioso di sempre) potesse seguire una perla electro-acustica del calibro di Teenager, o come una band heavy potesse dar vita a un capolavoro di atmosfere soffuse e dolciastre come Change (In the House of Flies). I Deftones mi hanno insegnato ad accettare le variazioni e i contrasti, anche quelli più netti. Hanno accompagnato il mio percorso di vita durante il liceo, rimanendo incastonati nel mio sentirmi me stesso fin da allora. Un punto fermo.

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Interpol - Turn On the Bright Lights (Matador, 2002)

Un disco che non smette di crescere anno dopo anno. Il post-punk riletto e aggiornato per tornare ad essere un'immensa fonte di ispirazione generazionale, nonostante già allora fossero passati eoni da Ian Curtis e tutto il resto. Qui, però, c'è tutto uno spirito del tempo che è il nostro tempo (nostro di noi ragazzini in quell'inizio di anni zero), privo dell'aura sacrale che gli Ottanta ereditavano dai Settanta, per un'attitudine urbana disillusa e smarrita (dopo l'11 settembre), profanamente rock, ma al contempo colma di enfasi e traboccante di emozionalità post-adolescenziale. Il sound degli Interpol è così d'impatto perché unisce la cupa ruvidezza del post-punk a un'attitudine teatrale e romantica, dedita a rincorse e rallentamenti, espansioni meditative e immediatezza indie-rock. Il basso imperioso di Carlos D, le chitarre che pescano da territori post-rock di Kessler e Banks, le ritmiche squadrate di Fogarino, tutto si incastra alla perfezione e contribuisce ad uno dei sound più caratteristici degli ultimi trent'anni.

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Piano Magic - Disaffected (Darla, 2005)

Vi basti il testo di Theory of Ghosts per capire perché un album così entra sottopelle e lì rimane ("And i've a theory of girls / They always seem to leave in the spring / As if they know that it hurts more / To carry a heartbreak through the summer"). Glen Johnson ci ha messo un sacco di tempo (e una nuova line-up; della serie: ripartiamo da capo) per raggiungere questa perfezione, anticipata parzialmente dal precedente The Trouble Sleep of Piano Magic, ma qui portata all'apice espressivo e stilistico. Disaffected è un disco di spettri, di presenze, di rumori dietro alle pareti (You Can Hear the Room), un gioiello dream pop che parla linguaggi variegati, tra spigolosità new wave e scintillii synth (la stupenda Deleted Scenes), tutto legato da un'inquetudine esistenziale profondissima che non può lasciare indifferenti. E deliziati, mutati, vacillanti.

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Placebo - Without You I'm Nothing (Virgin, 1998)

Ho sempre nutrito una forte ammirazione per le parti di chitarra di Brian Molko, soprattutto in questo secondo lavoro. Nervose, irrequiete, sferraglianti, eppure precise, chirurgiche nel loro sfregiare l'andamento dei brani con accordi dissonanti e inquieti. E però c'è molto altro: accanto ai pezzi più agitati ci sono alcune tra le più belle ballad scritte negli anni Novanta. Ask for Answers, con quel giro di accordi che volteggiano sul bellissimo drumming delicato e minimalista (nonostante i giochi di rullante), Without You I'm Nothing, dove le sequenze armoniche della sei corde raggiungono una grazia ed un'espressività capace di mettere ogni volta i brividi, fino ad arrivare alla stupenda interazione basso-chitarra di Burger Queen, col suo finale dilatato fatto di progressioni di accordi sospesi regala un affresco atmosferico senza pari. Da ascoltare e riascolare, ogni volta una scoperta.

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Sonic Youth - Daydream Nation (, 1988)

Può un disco evocare perlopiù immagini, o sensazioni non uditive? Certo che può, e Daydream Nation fa proprio questo. Non sono mai stato a New York, però me la immagino esattamente così. Le sue luci notturne soffuse, i vapori che si sollevano dai tombini, il vorticare delle auto, la grana spessa di asfalto e ferraglia, la vita che si addensa fino a tramutarsi in combinazioni estatiche, strato su strato. Ecco. I Sonic Youth e il loro capolavoro, summa di noise rifinitissimo e insieme intellettuale e punk, proteso in avanti, beffardo e dissacrante, eppure così legato a un passato che di sicuro passa dai Velvet Underground. Ascoltare questo disco è un'esperienza che va dall'entusiasmante allo sfiancante: il minutaggio, la struttura fluttuante e caotica dei brani, le continue digressoni no-wave, la costante assenza di certezze e di appigli ne fanno un simbolo, più che un lavoro pop. Certo non mancano i momenti di pura propulsione urbana (le accelerazioni di Silver Rocket, il motorik ipnotico di The Sprawl, la psichedelia turbata di Eric's Trip, il meraviglioso coacervo chitarristico di Hey Joni, l'altrettanto esaltante saliscendi di Candle e Rain King), ma lo sguardo d'insieme è quello di una sistematica destrutturazione anarchica e sprezzante. Allora avevo appena un anno e non sapevo che mondo si stava preparando ad accogliermi. The world is dull, but not today.

Verdena - Il suicidio dei samurai (Blackout, 2004)

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Ovvero: Seppuku (o harakiri). E invece no, si sceglie di essere prosastici. Caratteristica tipica dei Verdena, a pensarci.  Il loro terzo lavoro è il perfetto connubio tra l'esordio, acerbo ma piacevolmente caustico, e il sophomore, gonfio, sperimentale, roboante ma forse un po' dispersivo. Qui l'equilibrio nella scrittura, tra strutture heavy, digressioni psichedeliche e forma canzone, si affianca alla quasi totale autonomia produttiva: le registrazioni avvengono in quell'Henhouse che di lì a poco diventerà il laboratorio esclusivo della band, mentre il missaggio viene affidato al Metropolis di Londra. Il risultato è un sound complesso, granitico, dove, puntellati da un basso maestoso, regnano strati di chitarre spesse e incazzate che volentieri si espandono in saliscendi fragorosi di marca stoner (si prenda la title-track), e che finiscono spesso col perdersi e indugiare in scenari onirici (Far Fisa), ma anche un Mellotron che caratterizza e definisce le armonie psych, per non parlare di un'enfasi lirica che raggiunge picchi emozionali impensabili: Balanite, Phantastica (il nostro personale inno post-grunge), Glamodrama (una delle code strumentali più fighe di sempre), 40 secondi di niente, solo per citarne alcune. Un album che si colloca dignitosamente accanto ai grandi del rock di quegli anni, e che avrà per sempre un posto di riguardo nei miei ascolti più appassionati. 

Baustelle - Sussidiario illustrato della giovinezza (Baracca & Burattini, 2000)

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Dice tutto il titolo. Ascoltare l'esordio dei Baustelle è come essere immersi in un servizio di cronaca nera di provincia prendendo il sole sotto l'ombrellone a quindici anni (si pensi alla splendida La canzone del riformatorio), con addosso quel torpore malaticcio e irrequieto delle adolescenze di praticamente chiunque, fatte di pulsioni masticate tra le labbra e lasciate esplodere a casaccio. Ogni riferimento, ogni verso, ogni sonorità è un omaggio a quel periodo, reso con dedizione cinematografica, con vocazione autoriale, facendo nostra - a livello di sonorità - la maniera di Pulp e Auteurs ma anche una fascinazione chanson incastonata in un gusto ibrido anni Sessanta/Ottanta. Il sound è ricco di contrasti (l'elettronica easy, le chitarre twang, gli arrangiamenti vagamente baroque) che ben si sposano all'ambiguità delle liriche, sempre sospese tra un romanticismo pruriginoso e un aperto erotismo, tra la citazione colta e il riferimento profano. Pornografia esistenziale a buon mercato (Sadik - "Antiomologata adolescenza torbida, meglio di dovere lavorare in fabbrica"), innamoramenti languidi alla Gainsbourg (Noi bambine non abbiamo scelta), scintillanti rievocazioni di gioventù di provincia (Gomma), romanticismo radicale condotto in una lenta e letale progressione di sillabe (La canzone del parco). Da dischi così non se ne esce facilmente. Per fortuna, direi.

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