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Lo scaccia fantasmi

  
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 I nomi degli africani sono il vero problema. In fondo per gli altri siamo prima di tutto una faccia e un nome. E questi come arrivano? Arrivano con la faccia nera e dei nomi impronunciabili. Pregiudizi, barriere culturali, ostacoli ideologici, linguistici, per non parlare della pulsione xenofoba che alberga nemmeno troppo sopita in ognuno di noi: tutto questo è molto meno rilevante di quanto si pensi. Prima di ogni altra cosa c’è una faccia nera e un nome strano. Ad esempio Sissouko. Oppure Djallo, o Oghenero, Babukar, Danjuma, Ghiamfy. Niente di insormontabile, dirà qualcuno. Quel qualcuno forse non si è mai chiesto perché, nonostante sembri tutto così facile, si continui a sbattere la faccia contro i soliti ostacoli. Sicché la pretesa di poter arrivare a gestire con naturalezza quell’insieme esotico di vocali e consonanti suona come una sfida al buonsenso. 

 Diamo un nome alle cose per renderle familiari. Il nominativo è la vera chiave per entrare in quella rete consorziale che ci garantisce un volto, un ruolo. E non è carino vedere ingarbugliata la nostra mappa di riferimenti con suoni che vi si impigliano dentro, evocando qualcos’altro, costringendo la mente e la lingua ad allacciare nuove sospette articolazioni. Davvero pensiamo che potrà essere mai considerato un fatto normale chiamarsi Hauhouot ? La gente non tollera le novità, e così nel migliore dei casi affibbia soprannomi semplificati per restituire una sembianza di riconoscibilità a universi alieni. Per riconquistare il controllo dell’ignoto. Abu, Ibra, Ime, Oghe, Lami, Ghia. Sigle, dittonghi, brandelli ciancicati capaci di restare in testa come rassicuranti e innocue onomatopee. La persona portatrice del nome così storpiato, dal canto suo, paga più che volentieri lo scotto, nella speranza di eliminare le distanze che lo separano dal tanto agognato universo di riferimenti altrui, illudendosi di essere così incluso magicamente in una comunità che, però, gli rimane ostile. Perché in verità un nome è un nome: un groviglio di parole. O forse no? Sbagliano tutti: chi si illude che un nome faccia tanta differenza e chi è convinto del suo non essere altro che un inutile ammasso di suoni. In entrambi i casi è il feticcio ad essere preso in considerazione, mai tutto il mondo retrostante. 

 Questo rimestarsi di pensieri accade ora mentre imbocco la stradina che sale verso casa. “Tu sei troppo serio, rimugini troppo sulle cose e finisce che te le perdi proprio mentre succedono davanti a te”, dice la vocina del mio fantasma. Come darle torto? Eppure in testa tutto funziona come dovrebbe, molto meglio che nella realtà, e lo svolgimento dei vari passaggi sembra srotolarsi come in una messa in scena: limpido, compiuto, stilizzato a dovere. Con un inizio e una fine. Niente rimane in sospeso, magari incastrato da qualche parte e lasciato lì a marcire e a infestare tutto il resto. Ogni volta che mi perdo nelle mie elucubrazioni mi stupisco di quanto io sia capace di illudermi, ogni volta, della loro ingannevole solidità: si snodano agili e articolate, per poi perdere consistenza al primo tentativo di esprimerle a parole. Cosa accade di tanto disastroso e disfunzionale durante i processi di traduzione pensiero --> voce? Non me lo so spiegare. Molti della mia età, quando si accorgono di non essere capaci di spiegarsi qualcosa, smettono semplicemente di farsi domande. 

 Le case intanto si allineano l’una dopo l’altra frastagliando i contorni della linea retta che mi porta in alto, alternando profili di facciate cangianti, in una piacevole sequenza ritmica di mura sfondate dal tempo e altre intonse nella loro ruvidità contadina, mentre altre ancora sembrano essere state calate dall’alto tutte intere, dalla mattina alla sera, frutto di qualche visione al passo con le mode del momento eppure così fuori luogo. Le case brutte - ne rimangono alcune preservate dalle visioni degli architetti - reclamano comunque il loro diritto a poggiare le fondamenta in questa stratificata collina borghese. Ce n’è una in particolare che ho sempre trovato bellissima e inquietante. Sembra un castello, con i diversi piani affastellati l’uno sull’altro fino ad arrivare alla torre a pianta quadrata che, eretta e fiera, domina la città. Il muro è tinto di un rosso granata, lo è sempre stato dacché mi ricordi. Le finestre sono impenetrabili e lasciano soltanto immaginare la vastità degli spazi interni. Li immagino labirintici e polverosi, nonostante la struttura sia stata ristrutturata di recente. Il castello si erge altezzoso tra i villini-parvenus di ultima generazione di quest’ultima parte di collina: strutture funzionali e squadrate dove domina il vetro e il metallo. 

 Le case ci assomigliano? Gli abitanti del castello non si abbandonano forse alla noia serale davanti alla televisione? Non riscaldano cibi artificiali al microonde dopo essersi abbandonati a un rapporto orale svelto, oppure a una sega di fronte allo schermo di uno smartphone? O forse no? Le case non ci assomigliano, le case sono la proiezione esterna di come vorremmo essere. Eppure là dentro tutti sono uguali, fanno le stesse cose, rimestano nello stesso fango esistenziale. 

 Mi passa accanto un cane piccolo, bianco, portato al laccio da un padrone sulla settantina, dal passo più lento di quanto non vorrebbe il quadrupede sovreccitato che tira e ansima. Che paura mi fanno gli anziani. 

 D’improvviso, scacciando in un colpo solo i densi pensieri in cui ero invischiato, irrompe un sogno fatto l’altra sera, non so perché. Uscivo da un’abitazione, probabilmente dopo una serata passata tra amici. Le finestre spargevano i loro fiochi bagliori iridescenti verso l’esterno. Fuori era buio pesto. Mi avviavo verso la macchina parcheggiata al lato della stradina a pochi passi dal selciato che contornava la casa, incastonata in una notte sorda e sconfinata. Una casa contadina simile ad alcune di quelle che mi sto lasciando alle spalle proprio ora, mentre procedo in salita immerso nel mio nuovo pensiero. Sono dentro il sogno e lo rivivo, non faccio caso a una macchina che mi sorpassa gorgogliando, sfiorandomi. L’erba ai lati della stradina è alta e si piega piano al soffio della brezza notturna. Sono calmo ma presto mi accorgo di qualcosa. Una presenza mi osserva. Da dove? Non lo so, ma percepisco distintamente di essere sotto tiro. Finché non le vedo. Ci sono delle code che si confondono tra gli steli d’erba, manifestando però la loro coriacea consistenza carnosa, risolta in un ciuffo terminale che oscilla lento nell’oscurità. Non vedo i leoni ma ora so che sono lì, quatti quatti tra la vegetazione, sento i loro sguardi concentrati e so che sono pronti a scattare. Sono braccato ed ecco sopraggiungere un’ansia primordiale, la stessa che abbiamo covato nei millenni e che ci tormenta ancora. L’uomo predatore si porta ancora appresso il terrore primigenio della preda. Mi affretto verso la macchina ed è come se percepissi il fiato dei felini sul collo. La chiave, la maledetta chiave non si trova. Rimesto nelle tasche ma non c’è niente da fare, e più passano i secondi più ho l’assoluta certezza che le bestie mi prenderanno. È solo questione di secondi, poi sarà solo carne lacera e dolore. Le chiavi saltano fuori ma è troppo tardi, ne sono consapevole. Il sogno finisce e mi sveglio sudato. Quella sensazione di allerta mi sommerge ancora. 

 Siamo i riflessi dei nostri sogni. Non c’è niente da interpretare, bisogna solo sentire, senza mediazioni e razionalizzazioni. O forse no? 

 - Sei troppo cerebrale, lo sei sempre stato, rilassati. È solo un sogno. 
- E tu sei sempre stata troppo diretta. Però è per questo che mi piaci, perché noi due ci compensiamo. 
- Quindi non ti piaccio per quello che sono, ma per l’effetto che ho su di te? 
- Ecco, qui sei tu quella cerebrale, non ti pare? 
- Sei il mio cervellino preferito. 

 Le voci si perdono nel sibilare del traffico sulla statale che taglia in due la collina, rompendo l’equilibrio verticale della salita e dissipando anche le ultime tracce del fantasma appena rievocato. Buffo come la sostanza di quello che ci tiene in vita durante il sonno sia talmente effimera da disperdersi come fumo. Siamo così poco? Le chiavi di casa si infilano nella toppa mentre rivoli di sudore colano lungo la schiena. Vorrei entrare e ricevere un saluto. 

 - Ciao, bentornato! Vieni qui, dammi un bacio. 

 Dentro è fresco e buio. Mi chiudo la porta alle spalle e rimango nell’ombra, respirando piano e sentendo un fremito che mi percorre come se uno spettro stesse giocando con le mie fibre. La giornata è finita, lascio le scarpe sulle scale dell’ingresso e mi trascino verso il divano. È come se la respirasse ancora, questa casa. 

 - Sono tornato, dico sussurrando, vittima del mio stesso inganno. 

 Mi irrigidisco. Anche oggi farò quello che mi capita di fare da troppo tempo, ogni volta che varco quest’uscio. Manderò via il suo spettro, come uno scaccia fantasmi, impedendomi di pronunciare ad alta voce le frasi che vorrei dire, che vorrei dirle. È così difficile ondeggiare tra realtà e fantasia, tra vividi desideri e dure prese di coscienza. È solo un nome, mi dico. Eppure non riesco a farlo uscire dalla testa. Magari fosse uno di quegli strani fonemi stranieri, forse sarebbe tutto più facile, saprei mettere dei confini netti tra me e ... Eppure no, quella che ho di fronte, seppure nella sua consistenza incorporea, è il mio mondo, il mio universo di riferimenti, la mia mappa concettuale. E mi bracca, mi sta col fiato sul collo facendomi sentire la preda dei suoi capricci, la vittima dei suoi agguati improvvisi. Tiro un profondo respiro. 

 - Anche oggi ti devo mandare via, cara. 

 Accendo le luci. La casa appare, lei scompare. Ci sono solo io, un interno ammobiliato e tutto il resto fuori. Chissà se la mia casa mi assomiglia, vista da un osservatore esterno. Ma va, anche lei, come le case di prima, non è che un involucro vuoto, impersonale, a disposizione della fantasia indisciplinata dei passanti. 
O forse no?
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Ora potrei

Fuori sembra che il sole si stia mangiando tutto. 
“Non mi era mai capitato.” 
“Cosa non ti era mai capitato?” 
“Di non riuscire a farti… Di non essere capace di. Insomma, hai capito.” 
La luce che divora la stanza è appena smorzata dalle tende leggere, immobili nell'aria pesante. Non c’è un filo di vento, eppure un brivido mi percorre il corpo, scorrendo dalle unghie dei piedi al cuoio capelluto. 
“Non sei tu, sono io che sono stanco. E ho altro per la testa” dico bofonchiando, consapevole che certe situazioni richiederebbero un rigido protocollo, non questa stentata improvvisazione. 
“E a cosa pensi?” 
Magari fosse così facile. Ho la sensazione di non avere niente in testa. Mi accendo una sigaretta nella speranza che l’attesa e il fumo smorzino l’imbarazzo che impregna l’aria del salotto. 
“A volte non è facile sapere a cosa si sta pensando. Ho la testa sia piena che vuota. Come se i pensieri, sai, come se tutto quello che penso faccia da tappo”. Dico proprio così, suona piuttosto bene. 
“Ho sbagliato qualcosa?” 
Non ha attecchito. 
“Ma no, che dici?” 
“Non ti piaccio più?” 
È convinta che sia colpa sua. 
“Sei bellissima, lo sai”. 
Non se la beve. Vorrei stare zitto ma tutti questi vuoti sono insopportabili. 
“Guarda che non è colpa tua. Succede. Capita”. 
“E quand'è che capita?!” 
Butta fuori la voce scossa da un improvviso fremito, di botto, come se si fosse rotto l’incantesimo che la teneva invischiata nel torpore di poco prima. Non mi aspettavo tutta questa insistenza. 
“Te l’ho detto, capita quando si ha la testa piena”. 
“Ma cos'hai nella testa?”. Ora è arrabbiata. “Guarda che non sono mica stupida, non dirmi che non ti è venuto duro per caso. Sei un cazzo di fantasma, è chiaro che... che non mi ami più”. 
Eccolo il famigerato punto della questione. 
‘La verità è che non mi piaceva il tuo odore’. Vorrei dirglielo ma sarebbe brutale, oltre che ingiusto: anche io non sono un fiorellino dopo questa giornata lunga e caldissima. Come le è venuto in mente di farlo così all'improvviso, con tutta questa fretta? E poi perché proprio su questo divano che non mi appartiene? 
La guardo: ha messo su il broncio da bambina che compare sempre quando litighiamo. D’un tratto la sua nudità mi appare come una minaccia, come una corazza frapposta tra le nostre intimità separate. Eppure è lei a sentirsi esposta, e infatti si rimette la maglietta senza badare a quale sia il verso giusto. Si rimette solo quella. Mi copro anche io, rialzando i pantaloni rimasti attorcigliati alle caviglie, e tutto pare così tragico e ridicolo che vorrei fare qualcosa - qualsiasi cosa - per smorzare la tensione. 
Invece mi limito a guardare intorno con occhi stanchi mentre lei annaspa di fronte a me, lo sguardo fisso su un punto vuoto oltre il vaso di fiori sul tavolo del soggiorno. Le gambe incrociate lasciano trasparire un ciuffo scuro. Mi scappa un sorrisetto nervoso. 
“Non c’è niente da ridere, sei proprio... cattivo”. 
D’improvviso sento che ora potrei, ma è tardi. Dobbiamo uscire. 

Il lampione davanti a casa proietta riflessi fosforescenti sulle cromature dell’auto. Non ci parliamo. Le faccio segno, sfiorandola, di aspettare che passi una macchina prima di attraversare. Fa uno sbuffo, si sporge oltre il marciapiede e l'automobilista rallenta appena, proseguendo la sua corsa. Lei tira dritto come niente fosse verso il posto del passeggero. È avvolta in un lungo vestito a fiori che lascia la pelle della schiena scoperta, aggrappandosi ai fianchi per poi scendere in caduta libera fino a un paio di sandali color sabbia. I capelli vaporosi ondeggiano sulle spalle, ingoiando la luce nel loro nero profondo. È bella, elegante, sensuale (mentre lo penso deglutisco: ora potrei). L’eleganza non è mai sembrata richiederle troppi sforzi, le viene naturale. Io invece sono un disastro. Mi sbottono il collo della camicia, fa ancora troppo caldo. 

La macchina scorre nel traffico rado della sera. L’ambiente ovattato che si crea all'interno dell’abitacolo mi rilassa, l’aria condizionata diffonde un sentore di plastica nuova e pino silvestre. Lei è muta, il viso nascosto dai capelli, lo sguardo rivolto fuori dal finestrino in ostentata immobilità. 
Un gatto attraversa la carreggiata all'improvviso, inchiodo e sbando, mentre la macchina dietro scarta sulla sinistra superandomi per non centrarmi in pieno, il tutto in un tripudio di clacson. 
“Cazzo!” 
Per un attimo è solo silenzio. 
“È sempre così, sbucano fuori all'improvviso e non ci puoi fare niente”. 
Mi stupisce riascoltare la sua voce. 
“Almeno non l’ho messo sotto”. 
“Sì, ma vediamo di arrivarci interi al Bristol”. 
“Sai che voglia…”. 
“Oggi con le voglie non ci vai forte”. 
Mi pare l’abbia detto con un accenno di sarcasmo. Mi abbandono anche io ad uno sbuffo. “Colpito e affondato”. Le accarezzo la mano, me lo lascia fare. 

Il Bristol è come al solito colmo. I camerieri fluttuano come ectoplasmi tra le luci soffuse, aggirandosi per i tavoli e lanciando cenni di intesa in risposta ad ogni sguardo bisognoso. Qualche strillo eccitato si solleva dalle portate e dalle bevande colorate, contrappuntando il vociare indistinto che ristagna nello spazio e il levare meccanico di un sottofondo musicale lounge. In posti come questo la socialità si concentra e articola intorno alle scelte del drink, alle tonalità dei colori portate alle labbra. Laura e Marco sono già lì, l’uno di fronte all'altra, cellulari alla mano. Soli. Sembrano ondeggiare come canne in una palude, irrorati dai toni bluastri e liquidi degli schermi accesi. È Laura a vederci per prima. Alza un braccio sfoggiando un sorrisetto di sincero sconcerto, come se non si aspettasse di trovarci insieme. “Eccovi finalmente, pensavamo foste scappati via!”. 

Appena prendo posto Laura mi bacia con una certa ostentazione sulla bocca. Nello scostare le labbra dalle mie la sento indugiare, come se stesse cercando di trattenere qualcosa dai miei umori, dei miei segreti. Il suo profumo dolciastro si mescola all'alcool. Ha già bevuto. 
“Grazie di essere andato a prenderla tu”, mi dice Marco. Poi si rivolge a lei, ancora imbronciata ma per motivi nuovi. “Scusa ancora se non sono passato io, ma non saremmo arrivati più questa sera, il traffico è una pazzia”. Tutto è superfluo ma serve per rimettere le cose al loro posto. Non è certo la prima volta che capita. 
“Non ti preoccupare, meglio così, casa nostra è sulla strada”. Mi guarda. “Però il tuo amico stava per investire un gatto”, aggiunge mentre cerca una posizione comoda nella poltroncina di fronte. Marco le stringe un avambraccio per riaffermare un possesso sospeso. “L’importante è che non l’abbiate schiacciato”, fa lui già rivolto verso gli altri tavoli, distratto. 
“Sì, ho detto la stessa cosa...”, risponde lei continuando a fissarmi. 
Passiamo i seguenti minuti a ristabilire le reciproche appartenenze, io col braccio adagiato sullo schienale di Laura, Marco con le dita che accarezzano il polso di lei. Lei, che però si ritrae con una scusa, per capire cosa ordinare. La guardo, non riesco a staccarle gli occhi di dosso. “Tu cosa bevi?”, mi chiede Laura, e in quella domanda ce ne sono altre mille. Scopi con la nostra amica comune? Te lo ha succhiato bene prima di venire qui? Che senso ha stare insieme dopo tanti anni se non ti interessa che io sia qui con Marco ad aspettarti, mentre tutti pensano che siamo un gruppo di scambisti? C’è nell'aria una tensione collettiva che sembra fare il verso alle tante frustrazioni private. Il tutto si infiltra come una perdita dietro un muro, sgocciolando tra i respiri e i silenzi e il casino gonfio tutt'intorno. Si respira un’elettricità strana quando la rabbia repressa, indicibile, si manifesta in questi piccoli sfiati di nervosismo. 

La tensione e il fastidio di Laura non mi turbano più da anni. Ora penso con un certo grado di convinzione che potrei far saltare tutto, magari allungando esplicitamente un piede verso la caviglia scoperta di lei che sporge dal lato del tavolino e godermi gli effetti imprevisti di quel gesto. Sarebbe sicuramente un buon diversivo. “Per me è uguale”, rispondo, “tu bevi ancora qualcosa?”. Laura si irrigidisce. “Be’, sai, è da quaranta minuti che vi aspettiamo”. Devo essere suonato provocatorio. “Non essere permalosa, era solo una domanda. Magari mi sai consigliare qualcosa, avendo già fatto esperienza”. 
Lei mi guarda, sa di essere al centro del nostro screzio. Ricambio lo sguardo e sorrido. Laura percepisce tutto, mentre Marco si ostina a non prendere parte alla situazione, continuando ad estraniarsi tra i tavoli, le luci, il movimento diffuso del locale, le cameriere solerti e imbronciate. “Tu almeno hai le idee chiare?”, chiedo a Marco. 
Lui si gira ed è come se d’un tratto riacquistasse la sua corporeità, incarnandosi su quella poltroncina scomoda e rispondendomi secco “prendo quello che prende Marta”. 
Lei, Marta, ora è definitivamente al centro dell’attenzione. Laura la accusa di essersi scopata suo marito, Marco le riversa addosso la responsabilità di dover far funzionare una serata inutile tra le tante, io la guardo sorridendo, tenendole gli occhi incollati addosso in cerca di una risposta, di un oracolo. Lei invece abbassa i suoi, che luccicano acquosi nella penombra stagnante del locale. Non ne può più. Anche io ne ho abbastanza. 

Mi alzo. Mi guardano. Prendo la mano di Marta: “mi concedi un ballo?”. Laura diventa viola, Marco mi guarda incredulo, pare divertito ma percepisco un primo fremito di avversione. “Ma che dici? Non sai ballare, tu”. Faccio forza e lei si lascia sollevare, guardando i due al tavolo come per trovare in loro una giustificazione, una possibile strada da percorrere con il loro muto consenso. La trascino via e la porto in fondo al locale, dove poche coppie - gente più matura di noi - stanno muovendosi al ritmo di musica. La stringo cingendole i fianchi. Voglio farle sentire il mio umore. “Ora potrei”, le sussurro all'orecchio. “Ma che dici?”, fa lei guardando verso il nostro tavolino dissimulando tutto il suo imbarazzo. Glielo sento scorrere sotto pelle, l’imbarazzo. “Dico che ora ti prenderei qui, davanti a tutti”. Lo farei davvero se solo me lo chiedesse. Basterebbe anche un leggero aumento della pressione con cui si appoggia incerta alle mie spalle. “Stai facendo il coglione, finiscila. Mi metti in imbarazzo così”. Continua a guardare al tavolo sorridendo, come se stessimo scherzando di qualche battuta come due vecchi amici. La stringo più forte e le sussurro ancora all'orecchio: “andiamo da qualche parte, voglio te soltanto”. Lei si scosta di scatto, lasciandomi solo, eccitato e impotente, tra le altre coppie in movimento. Marta è ferma, immobile, mi guarda. Esprime così tante cose assieme che pare congelata, sembra una statua di sale. Con la coda dell’occhio scorgo Laura mentre si alza ed esce. Marco si decide a smuovere quella sua posa pigra ed ecco che inizia a venirci lentamente incontro, senza però dar l’impressione di avere un vero motivo per portare un passo davanti all'altro. Marta mi guarda ancora, ma ora lo fa con intensità. Quell'intensità mi gela il sangue nelle vene. Rimango sbigottito di fronte al suo muto giudizio, al suo disprezzo, alla sua condanna senza appello, alla sua decisione che non necessita di parole. Ho solo un unico pensiero sconnesso e ossessivo in testa, anche lui raggelato, incastrato come un loop su un nastro magnetico danneggiato. Più gira nella testa più si fa labile e impreciso. “Ora potrei... Ora potr i... Or p tr i... Or p t i”. 
Poi perdo anche quell'ultimo rimasuglio e lei non mi guarda più. 

“È tardi, ora. Troppo tardi. Lo è sempre stato in fondo”, dice. E fa quello che avrei dovuto fare io molto prima. Marta esce dal Bristol scartando suo marito che, sorpreso a metà strada, si irrigidisce senza più sapere come dare un seguito alla sua ormai inutile avanzata. Non sapendo se continuare o arretrare si blocca tra i tavolini. Anche io sono fermo. Lo guardo. Nei suoi occhi galleggianti leggo il riflesso speculare di una consapevolezza che inizia a farsi strada, materializzandosi nei miasmi dei commenti e dei risolini tutto intorno: da qui non si torna più indietro. Nella manciata di secondi in cui tutto questo accade penso che a volte la cosa migliore è prendersi del tempo. Mi lascio cadere su uno sgabello a poca distanza dal bancone del bar. Chiedo finalmente un drink, uno qualsiasi. Poi lo guardo ancora, Marco. Mi sembra che stia dissolvendosi, sfumando come uno spettro. 
Sorrido. Ora sì, ora potrei.
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Caro Giovanni (una lettera)


Caro Giovanni Lindo Ferretti, 

sono uno dei tanti che, da anni, ascolta la tua musica, segue il tuo percorso pubblico e accoglie le tue riflessioni con interesse (e, devo dire, con una certa apprensione). Mi sono chiesto sovente il perché: solitamente non concedo tutta questa rilevanza alle dichiarazioni degli “artisti”, e tendo a separare l’oggetto artistico dalla persona che lo produce. Credo che alla base di questo ci sia la convinzione (o il pregiudizio) che l’artista sia una creatura insopportabilmente vanitosa che, confondendo il proprio talento con la prova di possedere una sensibilità superiore, corra sempre il rischio di dire banalità confondendole per oro. Le tue parole, invece, hanno un insolito peso specifico ed è come se mi riguardassero direttamente. Ho il sospetto che questo effetto non sia del tutto casuale. Immagino che tu abbia imparato a comunicare adeguatamente con un pubblico fatto di persone che non conosci ma che hanno sviluppato una sorta di indebito rapporto intimo con la tua figura, nel bene e nel male (c’è chi ti scomunica e chi ti razionalizza, chi ti sconfessa e chi ti capisce, tutti ti interpretano). Addirittura chi scrive su di te finisce con lo scrivere come te. È come se il Lindo Ferretti pubblico che, nella musica e nelle interviste, parla del Lindo Ferretti privato, sia il frutto di un dosaggio cosciente: mi sfugge sempre un sorriso quando parli recitando i tuoi stessi aforismi. Tutto questo, però, mi pare che tu lo faccia senza mai abbandonarti all’autoillusione: il mea culpa, il richiamo alla vanità, l’autodafé, testimoniano un confine, un limite consapevole tra essenza e rappresentazione. È così? 

Allo stesso tempo, però, il palco, la telecamera, il microfono, la pagina, sono anche occasioni di testimonianza. In questo, forse, sta la problematicità della tua figura pubblica: se molti si illudono che possa esistere un’assenza di mediazione tra palco e pubblico, tu dai l’impressione di essere cosciente di ciò che si frappone tra i due piani. Questo crea una tensione, un’attenzione particolare nella scelta dei toni e delle parole (lo noto sia nelle tue canzoni sia nelle tue dichiarazioni) che induce chi legge o ascolta a mettersi alla ricerca di segni, di significati (che forse non ci sono). Mi chiedo se le mie siano speculazioni oppure facciano parte anche delle tue riflessioni. Certamente sei consapevole dell’esistenza di un interesse nei tuoi confronti, e trovo interessante immaginare quali siano i confini che tu ti sei (im)posto per gestire questo aspetto della vita: l’essere di rilievo per gli altri. 

Fatte queste premesse ti confesso che trovo piuttosto ambigua la tua critica alla modernità: da un lato perché è romantica e ideologica (il passato è visto come dominato da una regola armonizzante, capace di alleggerire anche la brutalità), dall'altro perché integra elementi che stonano sia con la tua dichiarata volontà di raccoglimento (mi riferisco al rumoroso e violento baraccone politico della destra identitaria), sia con il tuo prestare il fianco alla retorica di questa nuova destra, appiattita sulla brandizzazione - cosa tutt'altro che mistica - dei valori tradizionali. 

La modernità, in fondo, non si contrappone nettamente alla tradizione, se non quando diviene essa stessa bandiera ideologica. Direi piuttosto che la modernità è la tradizione lasciata libera di camminare. Chi invece vuole fissare la tradizione in normatività ne blocca ogni spinta genuina e autentica. La consapevolezza della grettezza della contemporaneità non dovrebbe essere la scusa per volerla costringere in forme sformate. Non ne faccio una questione di coscienza, che come tale è e deve rimanere libera (e questa, credo, è una delle conquiste più alte del pensiero laico e liberale). Ne faccio una questione di integrità e coerenza: chi crede che l’identità urlata, semplificata, categorizzata sia la soluzione ai mali del mondo non fa altro che plasmare un feticcio di ciò che potrebbe essere più alto, più bello, più vero di com'è. E che verità c’è se l’identità è costrizione, coercizione, confronto brutale e asfittico, mimesi grossolana e conformista? Per questo non vedo nella Meloni (nella politica Meloni) un esempio di virtù: semmai riconosco la sua creatività nel rimasticare vecchi adagi con parole nuove (ritorniamo all'ego degli artisti, quindi). Ma che virtù c’è nel dissimulare, nel non parlare chiaro, nel mettersi al servizio di forze che compattano e schiacciano ciò che invece dovrebbe potersi dispiegare? Che virtù c’è nel mettere al centro dello scontro ideologico questioni private (come la maternità, la fede?) facendone slogan pubblicitari? Che virtù c’è nell'asserragliarsi nella difensiva rabbiosa dell’animale che si sente in trappola? Forse qualcuno impedisce a questi orfani dei bei vecchi tempi andati di dire, fare e credere ciò che vogliono? 

Prima scrivevo che è come se le tue parole mi riguardassero direttamente, ma in fondo il punto è che riguardano direttamente la generazione di cui faccio parte (che è una generazione estesa, direi storica più che anagrafica), una generazione che vive con sconcerto e disorientamento il crollo del Novecento e che non vuol limitarsi a registrarlo o assumerlo su di sé come il peccato originale. Per questo alcune parole toccano la carne viva: perché paiono assecondare lo svilimento della riflessione e la negazione della forza vitale delle possibilità insite in questo pur contraddittorio navigare a vista nel presente. 

 …Ma sono piccole cose, in fondo, quelle della politica. Era da molto che volevo scriverti, anche solo per manifestarti la mia stima, e spero che le mie divagazioni non ti abbiano dato troppa noia. Un abbraccio e un augurio, 
Matteo
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Strade


Il casermone in lamiera ondulata è sempre stato qui, immutabile come un elemento geologico. Quando ero bambina la fabbrica doveva essere ancora in attività, eppure, nei miei ricordi, se ne stava lo stesso muta e immobile, come se il suo destino di relitto industriale fosse iscritto nella sua struttura fin dal principio. 

 “Cosa fanno lì dentro mamma?”. 
“Non sporgerti dal finestrino piccola” 
“Va bene… Cosa fanno lì dentro ma’?” 
“Fanno i bastoncini che usi per andare a sciare, Lia”. 
 “E quanti ne fanno?”. 
 “Ne fanno milioni e milioni!”. 

Credo che nemmeno mamma sapesse se stava esagerando o no. 

La macchina scorre sibilando sull’asfalto brullo, lungo un tratto impegnativo di curvoni e gallerie. Da tantissimo tempo non guardavo dal finestrino questo paesaggio che ora si srotola lungo il tragitto. Mi sono abituata a guidare meno, ad essere circondata da palazzi e vetrate. La natura, nelle mie città, è diventata poco più di un elemento scenografico. Qui invece sembra che siano gli edifici ad essere fuori posto. 

Il ricordo che ho di questi luoghi si ancora a pochi appigli. La fabbrica. Il tornante che innescava sempre un incredibile mal d’auto. Un lungo e altissimo viadotto da cui si poteva vedere il campo da calcio. Lo spettacolo di un brutto incidente lungo la carreggiata che aveva preoccupato molto i miei genitori riguardo agli effetti che una tale visione avrebbe potuto avere sulla mia fragile psiche di bambina. Il cane bianco dei nonni. L’altalena appesa al ramo del grande castagno del vicino. Poi, pian piano, i viaggi si sono fatti sempre più radi, fino ad azzerarsi. Fino ad oggi. Sono sedici anni che non metto piede da queste parti. 

“Da grande cosa vuoi fare mamma?” 
“Be’ Lia, io sono già grande…” 
“È più grande la nonna di te! E lei dice sempre che si può cambiare vita tutti i giorni, e che nella vita di prima era una guaritrice indiana”
“La nonna dice un sacco di cose. Sai, lei è sempre stata eccentrica. A volte non bisogna prendere per oro colato tutto quello che dicono le persone”
“Ma la nonna a me sta simpatica. Cosa vuol dire che è centrica?”
“Vuol dire che… a volte ha delle idee particolari. E dice certe cose solo per far colpo sugli altri”
“Tu cosa vuoi fare da grande mamma?”
“...Io voglio fare… io voglio viaggiare lontano e pensare solo a dove andare il giorno dopo”
“Viaggiare non è un lavoro! Ma poi viaggi da sola? E io cosa faccio?”
“No che non viaggio da sola. Ti porterei con me piccola Lia”
“E papà?”
“E papà…”

Maggy sta ancora dormendo. Buon segno, vuol dire che non ho perso la mano al volante. Affronto le curve e i salti di pendenza con dolcezza. Mi dicevano tutti che ero una brava guidatrice. Ho imparato qui. Guardando fuori dal finestrino mi stupisco che tutto sia rimasto esattamente come lo ricordavo. Mi chiedo se valga il contrario: io sono la stessa? Tutto quello che è successo in questi sedici anni come si manifesta sul mio corpo, sul mio essere nello spazio? Probabilmente il semplice fatto di trovarmi qui, e non da un’altra parte, è il solo cambiamento significativo che ci si aspetta di registrare in una persona. Sì, ci sono le rughe, qualche capello bianco. Però sono sempre la stessa, no? Come la fabbrica. 

 “Dove siamo ma’?” 
“Ben svegliata Maggy. Siamo quasi arrivati” 

Il fatto che si sia svegliata proprio ora mi colma di una soddisfazione imprevista. La vedo dallo specchietto retrovisore: un poco imbronciata come tutti i bimbi appena usciti dal sonno, osserva il paesaggio fuori dal finestrino. Chissà come dev’essere per lei confrontarsi con queste montagne, con il cielo che, per quanto stretto tra le cime, appare comunque più ampio che in città. Mi immedesimo in lei, ma provo anche invidia. Vorrei tornare ad ammirare anche io tutto questo per la prima volta, con meraviglia. Tornare bambina. Non sa quanto sia fortunata. 

“Dove vuoi andare se fai quella che viaggia, mamma?”
“Non lo so Lia, in posti che non ho mai visto. Ad esempio in Canada”
“Cosa c’è in Canada?”
“Ci sono grandi foreste, laghi, e poi ci sono le alci, che sono come dei cervi ma più grandi, con corna imponenti sulla testa”
“Anche qui ci sono le foreste, mamma. Andiamo al mare, su un’isola!”
“Mi piacciono le isole. Potremmo pescare e dormire sulla sabbia, ti andrebbe?”
“...io non so se voglio andare via. Qui c’è Clara, e poi Laura, e poi Luca. E la nonna. E la scuola? Mi piace andare a scuola"
“…” 
“...mamma?” 
“Dimmi, Lia”
“Io non voglio cambiare vita tutti i giorni. Mi piace stare qui con una vita sola”
“E allora stiamo qui, piccola Lia”

In realtà di cose ne sono cambiate tante. Mentre lo penso squilla il telefono. Ecco la città che cerca di intrufolarsi ancora nella mia vita. Cerco il tastino per spegnere questo coso. Ne voglio comprare uno più piccolo, con meno funzionalità. La vita urbana genera una tendenza alla complicazione, alla moltiplicazione dei bisogni. Le cose finiscono per stringertisi attorno fino a soffocarti. Ho bisogno di più spazio. 

Siamo quasi arrivate. La strada sale e si fa impervia. I prati intorno sono come irrigiditi dalle prime gelate dopo la calura estiva. Gli alberi cominciano a colorarsi di tonalità ocra e arancioni. Chissà come sarà la casa. Sono anni che non ci entra nessuno. Per certi versi io e Maggy siamo nella stessa condizione: stiamo per vedere entrambe qualcosa per la prima volta. 

 “Devi fare pipì?”
“No”

Dice sempre di no, poi mi tocca fermarmi, o peggio cambiarla, in posti improbabili. Fortuna che qui ormai ci sono solo prati. 

“Sei sicura sicura?”
“Quanto restiamo qui?”
“Non lo so, il necessario”

Dicono che ai bambini bisogna dare risposte chiare, e questa è la risposta più vicina alla verità che riesco a immaginare.
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Contemplazione

Per un tratto di strada mi sentii straordinariamente in sintonia con il paesaggio circostante, una piacevole armonia di concrezioni urbanistiche composta da cornicioni spioventi e dai loro ritagli obliqui di cielo, oltre che da facciate intonacate a tinte tenui che parevano l’ovvia propaggine dei lastroni di pietra scura stesa sul marciapiede. Tutto quell’ordine di inclinazioni variabili sembrava essere stato sistemato solo e soltanto per accordarsi alla pigra andatura di quel momento, per accompagnare la fuga in avanti della mia prospettiva in progressione. 

Non era un angolo di città su cui ero solito soffermarmi, forse perché troppo di passaggio, al contrario dei più adeguati spazi destinati all’attesa – di qualcuno, di un mezzo – che di tanto in tanto scandagliavo con l’attenzione di un esperto di architetture urbane. Allora notavo lo stile vagamente art nouveau dell’inferriata di un balcone, l’accenno brutalista di una facciata, gli stucchi tardo-barocchi dei palazzi istituzionali o le bizzarre contorsioni di una grondaia di rame scintillante al sole. Quella volta però, passeggiando per la via che dalla piazza centrale porta a sud in un infittirsi di rimandi al tempo in cui quel pezzo di centro era ancora periferia agreste, poco prima del momento in cui avrei svoltato per lo slargo che apre la veduta, slanciandola oltre le casette basse e in fila, proprio allora fui travolto da quella consonanza che a volte capita di percepire quando tutto sembra svolgersi secondo i nostri sviluppi intimi, interni. 

Cosa mi affascinava dello spazio che si organizzava come a volermi abbracciare? Mi venne in mente la concezione di città-museo narrata da Kogonada, dove la città e l’uomo sono entrambi concepiti per essere in costante interazione, come se il rapporto di contemplazione fosse reciproco, e le storie della vita non possano che svolgersi all’interno di scenari adeguatamente rappresentativi, rigorosamente estetizzati. 

Provai l’irresistibile tentazione – forse per quell’esigenza estetica di situarmi nel paesaggio come fosse un palcoscenico - di fermarmi con la scusa di bere del caffè, così mi sedetti ad uno dei tavolini attigui alla facciata intonacata a grana grossa, di colore grigio scuro, adiacente alla vetrinetta di un ferramenta. Fermo nello spazio, nell’attesa che un cameriere arrivasse per prendere la mia ordinazione, rivalutai la mia rinnovata posizione. Da quel punto d’osservazione potevo vedere scorrere i passanti, mentre gli edifici – prima in evoluzione, in movimento – erano fermi. Di fronte a me un caseggiato austero, la cui facciata di pietra locale e calce era appena scalfita dagli angusti solchi delle finestre, alcune delle quali sormontate da architravi in mattone intonacato che rimandavano ai timpani dei templi romani. Qualche fiore ai davanzali e poi, sotto il tetto, un cornicione in legno che poteva avere anche mille anni. Mentre l’edificio stava immobile la gente passava, e da quel flusso si staccò una ragazza che si sistemò pochi tavolini più in là del mio, sedendosi in modo che potessi guardarla di profilo senza essere notato. 

I capelli raccolti da un elastico colorato lasciavano scoperto un collo sottile ed elegante che si congiungeva con grazia alla schiena abbronzata, tagliata in due dal segno recente del costume. Mi soffermai sul punto in cui i capelli si arruffavano in riccioli delicati sulla nuca e improvvisamente mi prese la voglia di accarezzare lo spazio teso dietro l’orecchio. Desiderare una sconosciuta mi riempii di malinconia. Distolsi lo sguardo e notai un paio di piccioni sotto i tavolini del locale dirimpetto. Si inseguivano frollando le ali e tubando nervosamente. Compivano piccoli cerchi, poi avanzavano, e di nuovo si giravano fronteggiandosi per pochi istanti, il collo turgido e gonfio. Poi con uno scatto un piccione afferrò con il becco l’ala dell’altro, trascinandoselo appresso per un tratto, finché quello, con uno strattone, riuscii a divincolarsi e volare via. Andò a posarsi proprio nel sottotetto dell’edificio di fronte a me. L’altro si librò in aria vittorioso, descrivendo un paio di circonferenze ascendenti che lo portarono sul davanzale di una casa poco distante, ma opposta al riparo dell’avversario. Per cosa lottavano? Non vedevo femmine nei dintorni, e le mie conoscenze rudimentali sul tema mi suggerivano che, avendo entrambi gli esemplari mostrato il collo gonfio ed avendo esibito una certa aggressività, fossero da considerare maschi. 

Tornai a considerare la ragazza che ora, intenta nella lettura di un libricino, mostrava il suo profilo curvo, piegato come uno stelo. Una ciocca di capelli sfuggita dalla stretta dell’elastico formava una linea obliqua sul volto, e il braccio che reggeva il libro premeva delicatamente sul seno, che così compresso si rivelava d’una materia soffice e conturbante, facendomi quasi sussultare. Cercai di riportare i pensieri alle sensazioni che poco prima mi infondeva l’ambiente intorno. Eppure qualcosa si era incrinato. Mi tornò alla mente quanto avevo letto sui piccioni. I maschi non lasciano che nessuno si posi accanto alla propria compagna, a meno che il volatile non sia a sua volta accoppiato. In questo caso i maschi fanno attenzione ad appollaiarsi l’uno accanto all’altro tenendo le rispettive femmine all’esterno, il più lontano possibile da ogni tentazione di infedeltà. Se però sopraggiunge una terza coppia questa strategia non è più possibile: non esiste una combinazione soddisfacente. E allora succede che i due maschi ammettono il terzo tra loro, ma quest’ultimo scaccia la femmina, costringendola a rannicchiarsi lontana dal gruppo. A causa della sua insicurezza sessuale il maschio è disposto ad esporre la femmina alle intemperie, alla scomodità, alla lontananza. 

Quando tornai a volgere lo sguardo al tavolino dove era seduta la ragazza la sedia era ormai vuota, e lei stava raccogliendo le sue cose. Mise il libricino nella borsa, si rassettò i capelli riordinando il ciuffo ribelle e finalmente si diresse verso la via, piegando la vita elastica nella gincana di tavolini. Questo la portò verso di me, del tutto ammaliato dai suoi movimenti. La ragazza incrociò il mio sguardo, si fermò e mi sorrise. Si piegò leggermente come a volersi fare sentire meglio. 
“Bisogna trasfigurare la realtà, non limitarsi a rappresentarla” disse, per poi allontanarsi sciogliendosi tra i passanti, inglobata dai palazzi. 

Dopo poco mi alzai anche io. Lasciai qualche moneta accanto alla tazzina del caffè. Notai subito come lo spazio che poco prima mi aveva integrato ora non combaciava più, non stava dentro i margini. C’era qualcosa - in me o nella città, non saprei dirlo - in eccesso. La materia traboccava, o forse ero io che la sovrastavo, trovandola così angusta e inadatta a rappresentare qualcosa che non fosse un rimando infinito a sé stessa. Chissà cosa rimarrà di tutto questo, mi chiesi. E così, frastornato, come scontornato dal quadro generale, decisi di liberarmi dal centro cittadino come di un cappotto logoro fuori stagione. Mi avviai verso casa.
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Shirley (The true love knot)


Lui mi ha tolto tutto, non solo la voce. 

Shirley si guarda le mani. Sono mani giovani e belle, educate al contatto gentile con le corde, abituate ad accompagnare, con i volteggi leggeri delle dita, i ghirigori ariosi della sua voce. Quella voce che ora non c’è più. Shirley apre i palmi fino a sentir tirare la pelle. Lentamente, senza sapere il perché, porta le mani alla gola, ancora spalancate. Solo a quel punto comincia a serrare le dita attorno al collo. Se non può uscire nessun suono da quell’inutile bocca allora nemmeno un filo d’aria deve più penetrare nei polmoni, nemmeno un fiotto di sangue deve irrorare il cervello. 

Stringe forte, fino a sentire pulsare le vene sotto i polpastrelli. Invano. Non è possibile farla finita così. La volontà sfugge, la forza viene meno. Le mani non sono progettate per ucciderci, almeno non direttamente. Eppure questa voce maledetta non esce! Shirley contrae i muscoli del collo, sente i tendini tirare e la laringe serrarsi. Ne esce un fioco sbuffo rauco. Troppo poco per un essere umano, figurarsi per una cantante. 

Come è stato possibile farsi così male? La verità la sa: la verità è che l’amore è un nodo stretto stretto attorno all’anima. Le sue canzoni ne sono piene, d’amore che fa male. “I loved him so well, so very, very well, That I built him a bower on my breast”, diceva una di queste. Shirley aveva fatto lo stesso, facendo del suo corpo un riparo esclusivamente per lui. Quando però tutto è crollato, spazzato via dal presagio di quei versi, qualche detrito si deve essere incastrato tra il cuore e la gola. Dev’essere per questo che non esce più alcun suono. Tutti continuano a dire che il suo è un rifiuto inconscio. Le basterebbe una vacanza e tutto tornerebbe come prima. Dovrebbe tornare a voler parlare, tutto qui. Shirley rinuncerebbe a un braccio per ricominciare a cantare. Vorrebbe gridare, gridare, gridare fino a lacerarsi le corde vocali. Le piacerebbe essere come la protagonista di quel brano che lega un giunco di salice verde attorno al cappello in attesa che il suo amante torni: in questo modo si tratterebbe solo di un voto, e la pena avrebbe un termine. Invece la sua pena si è tramutata in una condanna inflessibile, severa, beffarda nel suo manifestarsi così duramente nelle sembianze impalpabili di un’assenza. 

Ogni tanto, anche se con sempre meno frequenza, Shirley fa un tentativo. Si sforza di dimenticare tutto, chiude gli occhi e svuota la mente. Poi, inscenando un risveglio improvviso, sputa di fretta una parola, come se prendendo alla sprovvista le corde vocali potesse eludere la loro sorveglianza. Anche quella sera Shirley ha in mente di darsi una chance. Si stiracchia allungando le braccia verso il cielo, dietro la nuca. Si guarda attorno e accenna qualche passo verso il tinello. All’improvviso però si butta sul divano gonfio di cuscini. Solo allora, girando di scatto la testa e facendo schioccare la lingua, mette in atto il suo stratagemma. Strabuzza gli occhi e in un attimo la delusione per non essere riuscita ad emettere alcun suono viene sostituita da un sincero stupore. Di fronte a lei, ad una spanna dal naso, levita un opalescente anello di vapore. 

Si stropiccia gli occhi ma lui è ancora lì, sebbene più fioco. Gira lentamente attorno al proprio asse mentre i suoi confini si fanno via via indistinguibili, finché non rimane altro che un inconsistente luccichio, e in un attimo quello strano grumo di fiato scompare nell’atmosfera immobile della stanza. Shirley è attonita. Possibile che si sia sognata tutto? Prova a far uscire il fiato come prima, a tossicchiare, a sputare aria, ricercando quello che potrebbe essere stato… l’effetto di… condensazione! Sì, l’effetto di condensazione dovuto a... dovuto ad un’espansione adiabatica dell’anidride carbonica contenuta nell’aria che esce dai polmoni! Non accade nulla. Lo sberluccichio di un timido sole che buca le nuvole grasse e piovose filtra dalle tende orlate e inonda la stanza di una patina cremisi, che ben si accorda con il momento, facendo come da cornice a quell’attimo di incredulità. 

Nei giorni successivi Shirley quasi dimentica il suo dolore, o meglio il suo dolore è come sigillato in un involucro: presente – sempre - ma contenuto. Il suo appartamento è diventato parte di quel morbido e rassicurante sigillo che tiene avviluppato lo scorrere del tempo, come in un sotto-vuoto incerto, non del tutto sterile, perché c’è pur sempre il pulviscolo che vortica lento alla luce del primo mattino e si posa sugli strumenti musicali e le mensole, gli odori gonfi del cibo che ribolle e soffrigge, le evacuazioni quotidiane, la noia e le lacrime. Tutto però è come attutito, soppesato e controbilanciato da una forza opposta che sembra voler tirare giù quel demone che invece vorrebbe librarsi in un volo tremendo e divorare ogni spazio, come un bombardiere nazista, o un rapace affamato. La sensazione è quella di un intorpidimento dei sensi, come se la mente fosse rimasta schiacciata sotto il cuscino e al mattino, al risveglio, sentisse le formichine pizzicare dappertutto, lasciando la coscienza offuscata e pigra. 

Col passare del tempo, però, ciò che era stato ricacciato in basso trova modo di infiltrarsi oltre la cortina di insensibilità vigile di quelle settimane. E il dolore torna. Si ripresenta bussando forte, come un esattore spazientito tenuto troppo a lungo fuori dalla porta. Ci si dimentica troppo in fretta del male, quando questo passa. Il corpo è formidabile nel depurare in un attimo ciò che per mesi, anni, si è accumulato scavando solchi profondi. E così Shirley ha già fatto in tempo ad illudersi che quello spiraglio di pace non si sarebbe più chiuso. Ripiombare nella disperazione e non poterla esprimere a parole, che tortura! Più Shirley si strugge, però, più l’esigenza di recuperare il perduto stato di quiete si fa pressante, essenziale. Nelle pause concesse dalle crisi di pianto e dai silenzi catatonici (ironia della sorte, si può stare in silenzio anche da muti), prova a rievocare il suo grumo di fiato, affinché avviluppi ogni cosa nei suoi contorni magici. Niente di più difficile: quando si conosce il rimedio ecco che questo si fa inaccessibile, restio a concedersi con tanta facilità. A volte sapere le cose rende tutto più difficile. È proprio quando Shirley sta per abbandonare ogni speranza, però, che il miracolo si ripete. Dopo un pomeriggio inerte frastagliato da singhiozzi di sonno scuro, Shirley sente l’impulso di sputare una parola a caso. Magari un nome. Magari quel nome che la fa tanto soffrire e che le è andato di traverso. Senza pensarci un secondo il meccanismo inceppato della sua vocalità innesca quella strana reazione, e l’anello luminescente è di nuovo lì, a un palmo di naso da una Shirley che ora piange di gioia, ben sapendo che quello è il sigillo di una nuova tregua. Una vacanza. 

E questa volta la tregua è più profonda e meno ottundente. Il cervello lavora, elabora piano, macina ricordi e tesse trame. Il tempo passa incredibilmente lento, ma dolce e paziente come l’effetto di erosione sulle montagne. Shirley sa di non poter evitare le ricadute della sua malattia dell’anima, ma sa anche che con un po' di dedizione le sarà possibile esorcizzare il patimento grazie alla sua nuova abilità. Le parole depositate nel fondo del cuore formano una condensa ad alta concentrazione, e quando questa entra a contatto con l’atmosfera vi si scioglie, formando una barriera protettiva, un balsamo di corpuscoli invisibili ma invincibili nel trattenere i demoni dispettosi. 

La vita andrà avanti a cicli, e ogni cerchio allargherà il suo diametro, tratteggiando una circonferenza più ampia. Entro quei cerchi in espansione Shirley coltiverà la sua pace, forse, e il ricorso all’espediente dei suoi sbuffi muti si farà sempre più controllato. E sempre più rado. Incredibile pensarci, si dirà Shirley durante uno dei suoi ultimi tentativi: questa volta mi è sembrato che assieme al grumo di fiato sia uscito un suono. Flebile, ma era un suono. E aveva tutta la consistenza ineffabile di una melodia.
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