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Contemplazione

Per un tratto di strada mi sentii straordinariamente in sintonia con il paesaggio circostante, una piacevole armonia di concrezioni urbanistiche composta da cornicioni spioventi e dai loro ritagli obliqui di cielo, oltre che da facciate intonacate a tinte tenui che parevano l’ovvia propaggine dei lastroni di pietra scura stesa sul marciapiede. Tutto quell’ordine di inclinazioni variabili sembrava essere stato sistemato solo e soltanto per accordarsi alla pigra andatura di quel momento, per accompagnare la fuga in avanti della mia prospettiva in progressione. 

Non era un angolo di città su cui ero solito soffermarmi, forse perché troppo di passaggio, al contrario dei più adeguati spazi destinati all’attesa – di qualcuno, di un mezzo – che di tanto in tanto scandagliavo con l’attenzione di un esperto di architetture urbane. Allora notavo lo stile vagamente art nouveau dell’inferriata di un balcone, l’accenno brutalista di una facciata, gli stucchi tardo-barocchi dei palazzi istituzionali o le bizzarre contorsioni di una grondaia di rame scintillante al sole. Quella volta però, passeggiando per la via che dalla piazza centrale porta a sud in un infittirsi di rimandi al tempo in cui quel pezzo di centro era ancora periferia agreste, poco prima del momento in cui avrei svoltato per lo slargo che apre la veduta, slanciandola oltre le casette basse e in fila, proprio allora fui travolto da quella consonanza che a volte capita di percepire quando tutto sembra svolgersi secondo i nostri sviluppi intimi, interni. 

Cosa mi affascinava dello spazio che si organizzava come a volermi abbracciare? Mi venne in mente la concezione di città-museo narrata da Kogonada, dove la città e l’uomo sono entrambi concepiti per essere in costante interazione, come se il rapporto di contemplazione fosse reciproco, e le storie della vita non possano che svolgersi all’interno di scenari adeguatamente rappresentativi, rigorosamente estetizzati. 

Provai l’irresistibile tentazione – forse per quell’esigenza estetica di situarmi nel paesaggio come fosse un palcoscenico - di fermarmi con la scusa di bere del caffè, così mi sedetti ad uno dei tavolini attigui alla facciata intonacata a grana grossa, di colore grigio scuro, adiacente alla vetrinetta di un ferramenta. Fermo nello spazio, nell’attesa che un cameriere arrivasse per prendere la mia ordinazione, rivalutai la mia rinnovata posizione. Da quel punto d’osservazione potevo vedere scorrere i passanti, mentre gli edifici – prima in evoluzione, in movimento – erano fermi. Di fronte a me un caseggiato austero, la cui facciata di pietra locale e calce era appena scalfita dagli angusti solchi delle finestre, alcune delle quali sormontate da architravi in mattone intonacato che rimandavano ai timpani dei templi romani. Qualche fiore ai davanzali e poi, sotto il tetto, un cornicione in legno che poteva avere anche mille anni. Mentre l’edificio stava immobile la gente passava, e da quel flusso si staccò una ragazza che si sistemò pochi tavolini più in là del mio, sedendosi in modo che potessi guardarla di profilo senza essere notato. 

I capelli raccolti da un elastico colorato lasciavano scoperto un collo sottile ed elegante che si congiungeva con grazia alla schiena abbronzata, tagliata in due dal segno recente del costume. Mi soffermai sul punto in cui i capelli si arruffavano in riccioli delicati sulla nuca e improvvisamente mi prese la voglia di accarezzare lo spazio teso dietro l’orecchio. Desiderare una sconosciuta mi riempii di malinconia. Distolsi lo sguardo e notai un paio di piccioni sotto i tavolini del locale dirimpetto. Si inseguivano frollando le ali e tubando nervosamente. Compivano piccoli cerchi, poi avanzavano, e di nuovo si giravano fronteggiandosi per pochi istanti, il collo turgido e gonfio. Poi con uno scatto un piccione afferrò con il becco l’ala dell’altro, trascinandoselo appresso per un tratto, finché quello, con uno strattone, riuscii a divincolarsi e volare via. Andò a posarsi proprio nel sottotetto dell’edificio di fronte a me. L’altro si librò in aria vittorioso, descrivendo un paio di circonferenze ascendenti che lo portarono sul davanzale di una casa poco distante, ma opposta al riparo dell’avversario. Per cosa lottavano? Non vedevo femmine nei dintorni, e le mie conoscenze rudimentali sul tema mi suggerivano che, avendo entrambi gli esemplari mostrato il collo gonfio ed avendo esibito una certa aggressività, fossero da considerare maschi. 

Tornai a considerare la ragazza che ora, intenta nella lettura di un libricino, mostrava il suo profilo curvo, piegato come uno stelo. Una ciocca di capelli sfuggita dalla stretta dell’elastico formava una linea obliqua sul volto, e il braccio che reggeva il libro premeva delicatamente sul seno, che così compresso si rivelava d’una materia soffice e conturbante, facendomi quasi sussultare. Cercai di riportare i pensieri alle sensazioni che poco prima mi infondeva l’ambiente intorno. Eppure qualcosa si era incrinato. Mi tornò alla mente quanto avevo letto sui piccioni. I maschi non lasciano che nessuno si posi accanto alla propria compagna, a meno che il volatile non sia a sua volta accoppiato. In questo caso i maschi fanno attenzione ad appollaiarsi l’uno accanto all’altro tenendo le rispettive femmine all’esterno, il più lontano possibile da ogni tentazione di infedeltà. Se però sopraggiunge una terza coppia questa strategia non è più possibile: non esiste una combinazione soddisfacente. E allora succede che i due maschi ammettono il terzo tra loro, ma quest’ultimo scaccia la femmina, costringendola a rannicchiarsi lontana dal gruppo. A causa della sua insicurezza sessuale il maschio è disposto ad esporre la femmina alle intemperie, alla scomodità, alla lontananza. 

Quando tornai a volgere lo sguardo al tavolino dove era seduta la ragazza la sedia era ormai vuota, e lei stava raccogliendo le sue cose. Mise il libricino nella borsa, si rassettò i capelli riordinando il ciuffo ribelle e finalmente si diresse verso la via, piegando la vita elastica nella gincana di tavolini. Questo la portò verso di me, del tutto ammaliato dai suoi movimenti. La ragazza incrociò il mio sguardo, si fermò e mi sorrise. Si piegò leggermente come a volersi fare sentire meglio. 
“Bisogna trasfigurare la realtà, non limitarsi a rappresentarla” disse, per poi allontanarsi sciogliendosi tra i passanti, inglobata dai palazzi. 

Dopo poco mi alzai anche io. Lasciai qualche moneta accanto alla tazzina del caffè. Notai subito come lo spazio che poco prima mi aveva integrato ora non combaciava più, non stava dentro i margini. C’era qualcosa - in me o nella città, non saprei dirlo - in eccesso. La materia traboccava, o forse ero io che la sovrastavo, trovandola così angusta e inadatta a rappresentare qualcosa che non fosse un rimando infinito a sé stessa. Chissà cosa rimarrà di tutto questo, mi chiesi. E così, frastornato, come scontornato dal quadro generale, decisi di liberarmi dal centro cittadino come di un cappotto logoro fuori stagione. Mi avviai verso casa.
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Shirley (The true love knot)


Lui mi ha tolto tutto, non solo la voce. 

Shirley si guarda le mani. Sono mani giovani e belle, educate al contatto gentile con le corde, abituate ad accompagnare, con i volteggi leggeri delle dita, i ghirigori ariosi della sua voce. Quella voce che ora non c’è più. Shirley apre i palmi fino a sentir tirare la pelle. Lentamente, senza sapere il perché, porta le mani alla gola, ancora spalancate. Solo a quel punto comincia a serrare le dita attorno al collo. Se non può uscire nessun suono da quell’inutile bocca allora nemmeno un filo d’aria deve più penetrare nei polmoni, nemmeno un fiotto di sangue deve irrorare il cervello. 

Stringe forte, fino a sentire pulsare le vene sotto i polpastrelli. Invano. Non è possibile farla finita così. La volontà sfugge, la forza viene meno. Le mani non sono progettate per ucciderci, almeno non direttamente. Eppure questa voce maledetta non esce! Shirley contrae i muscoli del collo, sente i tendini tirare e la laringe serrarsi. Ne esce un fioco sbuffo rauco. Troppo poco per un essere umano, figurarsi per una cantante. 

Come è stato possibile farsi così male? La verità la sa: la verità è che l’amore è un nodo stretto stretto attorno all’anima. Le sue canzoni ne sono piene, d’amore che fa male. “I loved him so well, so very, very well, That I built him a bower on my breast”, diceva una di queste. Shirley aveva fatto lo stesso, facendo del suo corpo un riparo esclusivamente per lui. Quando però tutto è crollato, spazzato via dal presagio di quei versi, qualche detrito si deve essere incastrato tra il cuore e la gola. Dev’essere per questo che non esce più alcun suono. Tutti continuano a dire che il suo è un rifiuto inconscio. Le basterebbe una vacanza e tutto tornerebbe come prima. Dovrebbe tornare a voler parlare, tutto qui. Shirley rinuncerebbe a un braccio per ricominciare a cantare. Vorrebbe gridare, gridare, gridare fino a lacerarsi le corde vocali. Le piacerebbe essere come la protagonista di quel brano che lega un giunco di salice verde attorno al cappello in attesa che il suo amante torni: in questo modo si tratterebbe solo di un voto, e la pena avrebbe un termine. Invece la sua pena si è tramutata in una condanna inflessibile, severa, beffarda nel suo manifestarsi così duramente nelle sembianze impalpabili di un’assenza. 

Ogni tanto, anche se con sempre meno frequenza, Shirley fa un tentativo. Si sforza di dimenticare tutto, chiude gli occhi e svuota la mente. Poi, inscenando un risveglio improvviso, sputa di fretta una parola, come se prendendo alla sprovvista le corde vocali potesse eludere la loro sorveglianza. Anche quella sera Shirley ha in mente di darsi una chance. Si stiracchia allungando le braccia verso il cielo, dietro la nuca. Si guarda attorno e accenna qualche passo verso il tinello. All’improvviso però si butta sul divano gonfio di cuscini. Solo allora, girando di scatto la testa e facendo schioccare la lingua, mette in atto il suo stratagemma. Strabuzza gli occhi e in un attimo la delusione per non essere riuscita ad emettere alcun suono viene sostituita da un sincero stupore. Di fronte a lei, ad una spanna dal naso, levita un opalescente anello di vapore. 

Si stropiccia gli occhi ma lui è ancora lì, sebbene più fioco. Gira lentamente attorno al proprio asse mentre i suoi confini si fanno via via indistinguibili, finché non rimane altro che un inconsistente luccichio, e in un attimo quello strano grumo di fiato scompare nell’atmosfera immobile della stanza. Shirley è attonita. Possibile che si sia sognata tutto? Prova a far uscire il fiato come prima, a tossicchiare, a sputare aria, ricercando quello che potrebbe essere stato… l’effetto di… condensazione! Sì, l’effetto di condensazione dovuto a... dovuto ad un’espansione adiabatica dell’anidride carbonica contenuta nell’aria che esce dai polmoni! Non accade nulla. Lo sberluccichio di un timido sole che buca le nuvole grasse e piovose filtra dalle tende orlate e inonda la stanza di una patina cremisi, che ben si accorda con il momento, facendo come da cornice a quell’attimo di incredulità. 

Nei giorni successivi Shirley quasi dimentica il suo dolore, o meglio il suo dolore è come sigillato in un involucro: presente – sempre - ma contenuto. Il suo appartamento è diventato parte di quel morbido e rassicurante sigillo che tiene avviluppato lo scorrere del tempo, come in un sotto-vuoto incerto, non del tutto sterile, perché c’è pur sempre il pulviscolo che vortica lento alla luce del primo mattino e si posa sugli strumenti musicali e le mensole, gli odori gonfi del cibo che ribolle e soffrigge, le evacuazioni quotidiane, la noia e le lacrime. Tutto però è come attutito, soppesato e controbilanciato da una forza opposta che sembra voler tirare giù quel demone che invece vorrebbe librarsi in un volo tremendo e divorare ogni spazio, come un bombardiere nazista, o un rapace affamato. La sensazione è quella di un intorpidimento dei sensi, come se la mente fosse rimasta schiacciata sotto il cuscino e al mattino, al risveglio, sentisse le formichine pizzicare dappertutto, lasciando la coscienza offuscata e pigra. 

Col passare del tempo, però, ciò che era stato ricacciato in basso trova modo di infiltrarsi oltre la cortina di insensibilità vigile di quelle settimane. E il dolore torna. Si ripresenta bussando forte, come un esattore spazientito tenuto troppo a lungo fuori dalla porta. Ci si dimentica troppo in fretta del male, quando questo passa. Il corpo è formidabile nel depurare in un attimo ciò che per mesi, anni, si è accumulato scavando solchi profondi. E così Shirley ha già fatto in tempo ad illudersi che quello spiraglio di pace non si sarebbe più chiuso. Ripiombare nella disperazione e non poterla esprimere a parole, che tortura! Più Shirley si strugge, però, più l’esigenza di recuperare il perduto stato di quiete si fa pressante, essenziale. Nelle pause concesse dalle crisi di pianto e dai silenzi catatonici (ironia della sorte, si può stare in silenzio anche da muti), prova a rievocare il suo grumo di fiato, affinché avviluppi ogni cosa nei suoi contorni magici. Niente di più difficile: quando si conosce il rimedio ecco che questo si fa inaccessibile, restio a concedersi con tanta facilità. A volte sapere le cose rende tutto più difficile. È proprio quando Shirley sta per abbandonare ogni speranza, però, che il miracolo si ripete. Dopo un pomeriggio inerte frastagliato da singhiozzi di sonno scuro, Shirley sente l’impulso di sputare una parola a caso. Magari un nome. Magari quel nome che la fa tanto soffrire e che le è andato di traverso. Senza pensarci un secondo il meccanismo inceppato della sua vocalità innesca quella strana reazione, e l’anello luminescente è di nuovo lì, a un palmo di naso da una Shirley che ora piange di gioia, ben sapendo che quello è il sigillo di una nuova tregua. Una vacanza. 

E questa volta la tregua è più profonda e meno ottundente. Il cervello lavora, elabora piano, macina ricordi e tesse trame. Il tempo passa incredibilmente lento, ma dolce e paziente come l’effetto di erosione sulle montagne. Shirley sa di non poter evitare le ricadute della sua malattia dell’anima, ma sa anche che con un po' di dedizione le sarà possibile esorcizzare il patimento grazie alla sua nuova abilità. Le parole depositate nel fondo del cuore formano una condensa ad alta concentrazione, e quando questa entra a contatto con l’atmosfera vi si scioglie, formando una barriera protettiva, un balsamo di corpuscoli invisibili ma invincibili nel trattenere i demoni dispettosi. 

La vita andrà avanti a cicli, e ogni cerchio allargherà il suo diametro, tratteggiando una circonferenza più ampia. Entro quei cerchi in espansione Shirley coltiverà la sua pace, forse, e il ricorso all’espediente dei suoi sbuffi muti si farà sempre più controllato. E sempre più rado. Incredibile pensarci, si dirà Shirley durante uno dei suoi ultimi tentativi: questa volta mi è sembrato che assieme al grumo di fiato sia uscito un suono. Flebile, ma era un suono. E aveva tutta la consistenza ineffabile di una melodia.
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Abitudini

 
  Non pensavo che saremmo riusciti a cambiare le nostre abitudini così in fretta. Lo disse mentre un soffio di vento piegava pericolosamente le lingue di fuoco, portandosi appresso scintille e fumo. 
- Arriva come un ladro, il vento. Se sei bravo lo riesci a sentire prima, però. 
- Come? 
- Il bosco lo anticipa, è come se trattenesse il respiro. 
Provarono a trattenere il respiro anche loro due. Gli unici rumori erano quelli del cricchiare delle fiamme, del cigolare dei tronchi, delle grida lontane di qualche animale. 
- Non è vera la storia del silenzio. 
- Cosa vuoi dire? 
- Voglio dire che la gente che va nel bosco per trovare pace non sa di cosa parla. È rumorosissimo il bosco. 
- Sì, ma non è la stessa cosa degli altri rumori. Qui ci sono… suoni. 
- È strano pensare agli altri rumori, ora che non ci sono più. 

    Era successo tutto in un attimo. Per qualche ragione nel giro di mezza giornata la gente viva sul pianeta si era dimezzata. Le persone si erano semplicemente accasciate al suolo. Sul posto di lavoro, guidando l’autobus, sedute in bagno, facendo la spesa, attraversando la strada. Quindi tutto aveva smesso di funzionare. Il collasso era stato questione di pochi giorni. Il raffinato sistema di coordinamento della vita sociale si era sbriciolato. Nessuno aveva mai pensato che la normalità fosse frutto di un così fragile meccanismo di interazione collettiva. La fornitura di energia, la gestione del sistema fognario, il trasporto merci, le squadre di intervento nel caso di incendi, i tecnici degli ascensori. La reazione era stata a cascata: un guasto aveva portato ad un altro guasto, e l’effetto domino aveva innescato uno sgretolamento inesorabile. La civiltà si era dissolta in pochi mesi. Le città erano diventate in poco tempo invivibili, la vegetazione era spuntata dal nulla, gli animali d’un tratto avevano preso ad infestare le strade impregnate dall'odore dell’umanità che si decomponeva. 
 Tanto valeva spostarsi nel bosco. 

    Loro due si erano trovati per caso e in principio si erano stabiliti non troppo lontani l’uno dall’altra, ma a distanza di sicurezza. L’uomo nuovo aveva imparato presto la diffidenza e il sospetto. Così si erano annusati come bestie per un po', fino a che, tacitamente, avevano iniziato a dividersi alcuni compiti. Se lei andava a raccogliere la legna lui controllava che gli animali non depredassero le poche provviste. Se bisognava riempire i secchi d’acqua lui si offriva di farlo per entrambi. E se si riusciva a cacciare più del dovuto si scuoiavano assieme le prede, e ci si divideva la carne. Così, per abitudine, la compagnia reciproca era finita col diventare qualcosa di più del mutuo soccorso. Era diventata un piacere. Il tempo aveva iniziato ad assumere un andamento sempre meno ostile, e le giornate si erano ritrovate scandite dai ritmi placidi del costruire, del raccogliere, del sedersi e mangiare, del gironzolare nei dintorni, del guardarsi la notte tra gli ultimi bagliori delle braci. 

    Era tempo di mettere il coniglio a cuocere. La carcassa rossastra stava infilzata su un paletto, il ghigno contrito, beffardo, come a voler accentuare il torto subito. 
- A quest’ora di solito si accendeva la televisione. Ci si sedeva a tavola e il cibo era solo questione di tempo. 
- Vero. Certe abitudini sono dure a morire. Poco fa mi sono guardato attorno cercando di capire dove fosse il telecomando. 
Lei squittì in una risatina trattenuta che parve un singhiozzo, lo sguardo fisso sulla carne che rosolava lambita dalle fiamme. 
- La televisione! Quella sì che mi manca. Eppure non ricordo cosa guardavo. Ricordo solo il gesto di scegliere un canale, il ronzio sommesso delle voci, le immagini che catturavano l’attenzione per il semplice fatto di essere colori in movimento. 
 Intanto le fiamme crepitavano in schiocchi secchi, animandosi su quel poco di grasso che colava dal roditore, e le ombre proiettate dai guizzi delle vampe sembravano una rappresentazione astratta di qualche teatro sperimentale. 

    D’un tratto sembrò che il bosco avesse nuovamente deciso di misurarsi in una delle sue prove di apnea. I due si guardarono allarmati, pronti a scongiurare il rischio di un altro attentato alla loro cena. Si strinsero l’uno contro l’altra per fare da barriera contro l’atteso soffio di vento. Non successe niente. Eppure il silenzio si protraeva, appesantendo i secondi man mano che questi si accumulavano a vuoto. Il sorriso di lei si raggelò in una smorfia poco prima che in lontananza cominciasse a risuonare un tonfo costante, che cresceva e cresceva montando con rapidità, come un grugnito sordo che lievitava dalla terra. 
- Scappa! Esclamò alzandosi di scatto e tirandolo per il bavero del giaccone sgualcito. 
- Aspetta, lasciami prendere il coniglio... 
- Lascia stare quel cazzo di coniglio! 

    Fu allora che un grosso cervo passò loro a fianco come una furia, la bava alla bocca e gli occhi sbarrati dal terrore, lasciandosi appresso una coltre di rami spezzati tratteggiata da una condensa di larghi sbuffi di vapore. Raggiunsero la rientranza nel costone roccioso a pochi passi dall'accampamento, adibita a riparo per le giornate di pioggia grazie a una struttura di rami d’abete e sacchi di tela intrecciati con spago e lacci da scarpe. Fu proprio allora che, come un fiotto di sangue sgorgato da un’arteria recisa di netto, il bosco vomitò un’orda di animali imbizzarriti, tutti in fuga da qualcosa di abominevole, di invisibile. Il frastuono squarciò il silenzio e scosse l’aria. Lei si strinse forte al corpo di lui, imponendogli di mettersi giù. Mentre si appiattivano tra la terra e la roccia, riuscì a bucare il clamore con poche parole. 
- È il grande vento, stai giù! 

    Ed ecco che, lanciata all'inseguimento di quella valanga animale impazzita, una massa d’aria compatta e dura si schiantò sulla radura con un grido raggelante, modulato dalle mille ugole dei tronchi, dei rami, delle foglie, dei sassi. Martellante, sferzò con rabbia ritmica l’ambiente tutto intorno vorticando senza una direzione precisa, scalciando impazzita e sollevando arbusti, schegge di legno, pietre, radendo al suolo alberi e schiantando le ultime bestie tardive. Dell’accampamento improvvisato non rimase che qualche pietrone annerito del focolare, mentre le assi del loro riparo, che finora avevano retto alle tempeste più spaventose, furono spazzate via come stuzzicadenti. Solo la dura roccia rimase intonsa, abituata e piegata da forze millenarie. 
 Alla fine rimase solo un’eco sordo, contrappuntato dagli strascichi dell’alluvione d’aria. Alberi che cedevano, gemiti, l’oscillare delle fronde esauste. E il loro respiro. Stettero ancora un po' supini, storditi, prima di provare a mettersi seduti. 
- Cosa è stato? 
- Ogni tanto arriva. E ogni volta sembra peggio. 
- È un disastro, non è rimasto più nulla. 

    L’atmosfera oramai era quella livida delle sere d’autunno, quando l’imbrunire lascia inesorabilmente posto all'oscurità. Decisero di gironzolare nei paraggi per recuperare qualche coperta, qualche utensile, qualsiasi cosa potesse essere utile per la notte. 
- Vieni con me, chiese lui. 
Si strinsero la mano e si inoltrarono tra le piante, incespicando tra detriti e radici, mentre il buio si faceva sempre più fitto. Raccolsero il necessario per scaldarsi, per mettere su un nuovo fuoco, per coprirsi durante il sonno. Scoprirono presto di non avere materiale sufficiente per due giacigli. 
- Stenditi vicino a me. Lui si infilò sotto la coperta di fortuna e percepì il corpo caldo che lo chiamava. Si abbracciarono forte mentre il fuoco cominciava nuovamente a borbottare poco distante. Era bello essere lì, anche se la pancia gorgogliava di fame e la paura stava ancora raggrumata sotto pelle. 
- Quando tornerà il grande vento? 
- Non lo so, non ha ritmi regolari. Era da un po’ che non succedeva. 
- Come si fa… Come si fa vivere nell'incertezza? E se arriva mentre dormiamo? 
- Non pensarci. Ci si abitua. Ci si abitua a tutto. 

La stretta si fece più forte.
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Notte

notte racconto
C’è un punto della notte dove il tempo sembra magicamente fermarsi. In quel lasso temporale, dalla durata indefinita, le ore si sciolgono e si accavallano l’una sull’altra, e il meccanismo della differenza si inceppa. È in uno di questi rifugi temporali che mi trovo ora, inglobato nel silenzio della città e sepolto sotto un cielo nero senza stelle. Lo sfondo ovattato delle poche auto che ancora scorrono in lontananza non fa che rendere tutto ancora più surreale. Come se si trattasse del rantolo di un animale ferito acquattato nel sottobosco di cemento. 

Devo aspettare ancora un po’ e penso che sarebbe fantastico poter rimanere incastrato qui per sempre. Trattengo il respiro, nonostante il cuore batta forte e i pensieri scalpitino come cavalli imbizzarriti. Anche quel rantolo sembra affievolirsi mentre faccio lo sforzo di appiccicarmi la notte addosso. È tardi, e il momento è sempre più vicino. Eppure ora anche il vento che fino a poco fa scuoteva le fronde degli alberi e sollevava le cartacce dal marciapiede ha smesso di soffiare. Sono immobile su questa panchina. Sento l’aria addensarsi tutto intorno come se fossi immerso nell’acqua. Muovo appena un braccio e percepisco la consistenza fluida del gas tutto intorno. E lo vedo, vedo il turbinio impercettibile delle particelle di azoto e ossigeno, i ghirigori invisibili di atomi in moto. Non mi stupisco nello scorgere d’un tratto una balena, un’immensa balena, a pochi metri di distanza. Oscilla lenta, illuminata dalla luce fioca del lampione per poi sfumare nell’oscurità. Stropiccio gli occhi e mi chiedo se per caso non stia sognando. Eppure no, eccola di nuovo riemerge dall’ombra: si impone nello spazio con la sua stazza monolitica, pur librandosi nel vuoto, leggera come uno sbuffo di vapore. Ondeggia piano e mi ricorda il peso schiacciante delle mie scelte. Soldi facilissimi. Una roba pulita. Un sistema di sicurezza che è uno scherzo. Si sentono sicuri perché pensano che in questo posto certe cose non possano capitare. Avrebbe dovuto essere l’elefante nella stanza, mentre è lei, la balena notturna, a schiaffarmi sul muso il peso delle mie responsabilità. La libertà impone dei doveri, e il primo di tutti è quello di riconoscere come la nostra strada ce la costruiamo passo falso dopo passo falso, rinuncia dopo rinuncia. Il dovere può schiacciarti o liberarti. Io sono un tutt’uno con l’atmosfera. 

Su una di queste panchine devo aver anche scopato, secoli fa. Deve essere stata quella laggiù, dove è scomparsa la balena, inghiottita da questa notte che continua ad offrire un riparo insperato. E se non fosse un monito, la balena, ma una possibilità di salvezza? Ci penso mentre mi trovo a ripetere in sequenza le fasi della mia discesa verso gli inferi. Si sale in macchina, ci si infila il passamontagna, si tira dritto verso la villa. Lì saranno tutti addormentati. E se ci sono bambini? Non è un problema nostro, si fanno star zitti anche loro se è il caso. Ecco, la balena mi porta con sé verso profondità nuove, inesorabili, nere come la notte che continua ad essere immobile e densa. Solo che adesso mi schiaccia, mi soffoca. L’importante è che si trovi lui, lo si renda inoffensivo e gli si faccia dire quella cazzo di combinazione. Farà resistenza, lo sai, non è uno smidollato. E noi lo lavoriamo un po', e se non molla c’è la moglie. Però i bambini non si toccano. Vediamo. Tanto parla prima. Il furgone arriverà a momenti, una volta salito non ci sarà più nessuna scusa. La differenza tra un prima e un dopo è come il taglio di una lama: una volta praticata l’incisione è fatta, le parti non si possono riattaccare. Lo spazio tra l’innocenza e la colpa è tutto qui, in uno squarcio nella notte, su una panchina, in compagnia di una balena fluttuante. Noto solo ora che il suo carapace si è fatto meno lucido, e sulla superficie si addensano incrostazioni di crostacei, di parassiti, oltre a solchi rugosi di vecchie ferite che percorrono disordinatamente il corpo magniloquente, intento a danzare nell’aria. 

Ecco d’un tratto il rombo accigliato del motore, il bagliore dei fari, il sibilo del finestrino che si abbassa, il fischio sommesso del mio compare che buca la notte. La mia bolla protettiva potrebbe resistere a questo assalto, potrebbe concedermi un riparo finché il tempo non riparta col giungere del primo mattino. Forse allora la balena svanirà. Io potrei alzarmi, sgranchirmi le giunture, ficcarmi le mani in tasca e andare al primo bar, sedermi ad un tavolino e ordinare un caffè doppio. Magari una brioche. Godermi il sorgere del sole e il privilegio di non avere altro da fare per tutto il giorno se non assaporare l’assenza di colpa. L’essere libero dal peso delle responsabilità. Un altro fischio, e una voce nervosa e soffocata. Che cazzo fai, vieni qui! Mi alzo di colpo e i pensieri rimangono incollati sulla panchina. C’è solo la balena, questa maledetta balena, ferma in lontananza. Mi guarda col suo occhio severo e triste. Mi guarda fisso. Sbrigati cazzo! Passo oltre, vado verso il furgone, spalanco il portellone e mi infilo nel vano di carico. Prima di chiudere torno a guardare nella notte. Lei non c’è più, rimane solo uno spiazzo d’erba illuminata da qualche lampione fioco. Posso andare. Il portellone sbatte forte e il contraccolpo del mezzo in movimento mi fa vacillare. Riesco a mantenere l’equilibrio, mi acquatto contro la lamiera e infilo il passamontagna. Tutto bene là dietro? Sì, bene. Strano, la sensazione è sempre quella di stare dentro l’acqua. Potrei essere in un sottomarino. Il mezzo si inabissa, la pressione aumenta, l’oscurità è sempre più impenetrabile. Sento di avere un sonno millenario. E poi sento un suono, un canto. È lei, la balena, che mi segue mentre scendo in profondità. È bello non essere lasciato solo proprio ora. Mi concedo di chiudere gli occhi, e l’oscurità mi inghiotte di nuovo, come mi volesse nascondere in un abbraccio.
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Occasioni di dialogo

Si consumano le occasioni di dialogo, lo sento. Penso a quel film cecoslovacco dove i volti si inglobano in un’incessante sequenza di sopraffazione. I personaggi di Jan Svankmajer si masticano e si rigettano, disfacendosi e riplasmandosi ad ogni boccone. Così noi ci stiamo parlando addosso da qualche minuto, sperando che le parole possano scalfire l’altro come oggetti contundenti. E invece di fronte a me ho una persona vacua, lontana. Non è più con me. Le mie parole non hanno peso e si sciolgono nell’aria, non arrivano nemmeno alla soglia dell’udibile. Sfumano contro la sua risolutezza fiera e stolta. Che stupida! Contro il suo sguardo perso nel vuoto. Vorrei mangiarla, trattenerla dentro me. Non è possibile. Stupida, stupida! 

Hai finito? 
Ho finito. 

Ci allontaniamo. Mi trascino dietro tutto il fardello di quanto avrei voluto ancora dire. Le parole (quelle dette, quelle non dette) ora assumono il peso di mille bossoli sputati fuori dal caricatore di un mitra rovente, involucri piombati che si accumulano nella testa come scorie. Ho la bocca impastata e mi muovo senza dare al mio passo una precisa direzione. I pensieri vagolano a caso, attorcigliandosi imbizzarriti. Non guardo nemmeno più davanti a me, gli occhi puntati in giù, su quel ritmico portare un passo avanti l’altro. Mi torna in mente la teoria delle fortificazioni di Austerlitz. Più ci si prodiga nell’esercizio della difesa più ci si invischia nel delirio di una paranoica opera di rafforzamento. Le strutture murarie, sempre più soffocanti, attraggono nemici via via più agguerriti. Sono loro, alla fine, a imporre le regole del gioco, lasciando che gli assediati si tramutino in impotenti osservatori. Si finisce per morire di fame, negli assedi, oppure a non accorgersi di quel punto nascosto e ignorato lasciato scoperto nella foga del trinceramento. 

La mia difesa è stata una rovina. Le mie mura sono crollate. Io sono a pezzi, sparso in calcinacci. 

STOP. Clacson, auto, strepiti. 

Questa mattina mi sono svegliato già incazzato. Ho aperto gli occhi e non ho riconosciuto il posto in cui mi trovavo. Del resto, come sentirsi a proprio agio in un luogo così? Un albergaccio da due soldi. Suonata la sveglia non ho trovato il solito interruttore che, allungando appena la mano dietro la testa, illumina ogni giorno le mie abitudini. Quando la luce ha rischiarato la stanza sono stato assalito da un accanito senso di estraneità. Ci ho messo un attimo per capire non solo dove ero, ma anche chi fossi. Questo smarrimento, che a dir la verità non mi avrà tenuto avvinghiato più di qualche secondo, mi è parso invece protrarsi per un’infinità. Poi ho realizzato. Sono qui per incontrarla, anzi, sono qui per perderla e si sa, per queste cose occorre una convalida, una sorta di certificato. Serve mettere un punto. Gli umani vogliono essere proprio sicuri della fine, e l’essere sicuri passa per l’esaurire le parole da dirsi. Parole di inizio, parole di mezzo, parole di fine. Io devo essermi solo perso il punto.

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Mi è tornato alla mente un ricordo mentre l’acqua della doccia scorreva viscida lungo il mio corpo - che avrebbe del resto potuto anche essere uno scafandro, un giubbotto, uno strato di pelle morta. Lei pesca un grissino dal cestino di un bar, è l’ora dell’aperitivo. Non saprei dire dove siamo, forse in vacanza. Oppure si tratta di una delle nostre abituali uscite a due passi da casa per sentirci comunque vivi. Ad ogni modo, lei sfila il grissino dal fascio croccante, lo porta lentamente alla bocca e io mi accorgo, con una consapevolezza estrema, che proprio sulla punta di quel grissino si è posato un moscerino, un piccolo esserino flebile e grigiastro. Potrei avvertirla, eppure resto a guardare. Lei apre la bocca, lo fa lentamente, come per dirmi “davvero non vuoi avvertirmi del fatto che sto per masticare un insetto?”, ma io non fiato e, disinvolto, aspetto di vedere cosa succede. E succede che d’un tratto le sue labbra si serrano sul croccante spuntino e tutto finisce in un attimo, senza particolari drammi (fatta eccezione per il moscerino triturato). 

Forse mi sento come il moscerino? Oppure traggo da questo episodio la raffigurazione di una vendetta postuma, anonima, ma inesorabile? Non sono io quello debole, ti ho osservata mentre ti gustavi un insetto! Ah! Stupida! 

La doccia si sta facendo davvero troppo lunga. 

Chissà se questa mattina è capitata prima o dopo il consumarsi della nostra rottura. Potrebbero anche essere passati anni. Ho come l’impressione, a volte, che il tempo segua percorsi tutti suoi, che si avviti e si torca, che si avviluppi su se stesso per scaraventarti a terra disarcionandoti da quella illusione di linearità che tutti vorremmo conservare intatta. E ora (o prima?, o deve ancora accadere?, o è già successo mille volte?) sto camminando alla cieca in questo asfissiante reticolo di viuzze periferiche, con questo groviglio di pensieri che si annodano, si slegano, salgono in superficie disordinatamente come reclamando la loro cazzuta esistenza autonoma. I negozi si susseguono, tutti uguali, mentre i passanti passano, come deve essere. Sono uno di loro, eppure non si può dire il contrario: nessuno è uno di me. Estraneità è il termine più appropriato. Ognuno sta nel suo spazio, vede gli altri, si potrebbe dire che ne riflette l’oggettività, ma questo implica più separazione, non meno. Siamo cose per chi ci guarda, per chi ci cozza contro. Non esiste connessione se non nel botta e risposta che non fa che certificare il nostro esistere come oggetti per gli altri e come soggetti soltanto per noi. Come dialogare con chi in fondo non è nemmeno composto della nostra stessa materia? 

STOP. Ronzio, silenzio, voci. 

Il cielo è blu, una nuvola è appena passata lieve assorbendo per un istante i raggi acuti di mezzogiorno. Non avevo mai guardato il cielo sdraiato sull’asfalto. Causa di forza maggiore, che volete che vi dica. Intorno a me sento un vociare indistinto. Un’ombra mi tocca. No, signora, non mi copra il cielo, non spenga il sole, me lo sto proprio godendo. Sono tornato in me, o così pare, eppure sento pochissimo del mio corpo. Come se fossi estraneo a me stesso. Sento però i pensieri farsi nitidi, sono tutto sensazioni, e ho questo spazio immenso proprio di fronte a me, lo potrei anche toccare. Se solo riuscissi, se solo riuscissi a sollevare il bracc… Non importa. Mi limito a guardare. E respiro, respiro, sono calmo. Mi spiace per quel moscerino, accidenti. E per le parole che non ho detto mentre i pensieri si liberano dall’intrico. 
Come sta? Non si preoccupi, sta arrivando un’ambulanza. 
Grazie, grazie. Sto… bene. Mi lasci soltanto scoperto il cielo. E poi vi dovete scostare, per favore, perché devo andare da lei, ho un sacco di cose da dire.
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