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Il secondo tragico Matthew Lovers e l’indice di profiling ANPAL

 


 

 



 

Di Matthew Lovers

 

È un disastro. Continuo a fare figure barbine durante le mie partite a scacchi on-line serali. Serali… meglio forse definirle notturne. Alle due del mattino gioco solo contro utenti americani e canadesi. Gente orribile. Mi perculano con le loro faccine ironiche inviate in chat. D’altronde me lo merito: come ti è venuto in mente di spostare quel cavallo che teneva in piedi la tua già debolissima struttura pedonale centrale? Continuo a fare errori da principiante; sto perdendo inesorabilmente punteggio. Cristo! Forse dovrei semplicemente smetterla di giocare a quest’ora. Ma non so proprio come impegnare il mio tempo. Non voglio pensare. Se mi metto a letto so già che non dormirò ed inizierò a riflettere sul vuoto e sull’inutilità che contraddistingue l’esistenza umana. A dire il vero, mi fa molta paura la ripetitività dei pensieri che scorrono nella mia testa in queste ultime settimane. Appena chiudo gli occhi vengo catapultato in pensieri strazianti sulla morte e sul tempo che scorre. Alterno ricordi del mio passato con immagini di me su di un ipotetico letto di morte. Continuo a girarmi e a rigirarmi nel letto provando a scappare da queste immagini angoscianti. Non voglio nemmeno stordirmi con l’alcool. Stamattina ero un cadavere; quest’idea di bagnare appena la lingua con un po’ di grappa per combattere l’insonnia ha effetti pessimi sul mio fisico da trentenne in pietosa forma.

 

L’ultima notte è stata davvero un calvario.

 

Ho spento la luce all’una ma alle due del mattino avevo ancora gli occhi aperti. Mi sono alzato e ho fumato l’ennesima sigaretta; dopodiché ho riempito un altro bicchiere per la disperazione. Alla fine, mi devo essere addormentato intorno alle due e mezza. Ricordo perfettamente il sogno che ho fatto. Ho sognato di essere in guerra. Unico soldato vivo rimasto in trincea in mezzo al nulla. Ero ferito, vedevo scorrere il mio sangue ma non capivo da dove partisse l’emorragia. Ero spaventato e in affanno. Sentivo freddo ed ero completamente solo. Avevo una ricetrasmittente da cui sentivo le voci di alcuni miei cari amici. Dicevano cose totalmente assurde.

 

«Ale! Dié! Siete vivi? Dove siete?»

«Ehi Matthew! Giornata di merda, sono ancora a lavoro. Stasera ci facciamo una bevuta al Rossini?».

«Compagni! Io sono rimasto solo, ho perso il mio battaglione. Sono ferito!».

«Eh Matthew... io purtroppo non riesco a liberarmi prima delle 21:30».

«Compagni ma io perdo sangue! Sto per morire!»

«Avrai preso un po’ di freddo Matthew. Mettiti sotto le coperte, pare che giri una brutta influenza».

 

Sentivo che mi si stava gelando il corpo. Ed ero ancora più angosciato dal fatto che non riuscivo a chiedere aiuto ai miei amici.

Mi sono svegliato alle ore 04:37. Sono andato in cucina e mi sono versato un altro bicchiere. Poi ho camminato nevroticamente per casa circa un quarto d’ora. Alla fine, mi sono sdraiato sul divano e poco dopo mi sono riaddormentato. Mi sono svegliato alle 10:30 con un mal di testa devastante e un gusto in bocca orribile. Ho acceso la radio e mi sono fatto un caffè. Subito dopo me ne sono fatto un altro. Era iniziata una nuova giornata di merda. Quale senso potevo dare a questo martedì di inizio settembre? A chi avrei mandato il mio curriculum vitae oggi?


Guardo la mail e vedo subito che mi è arrivato un messaggio del centro dell’impiego e uno da parte di ANPAL (l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro). Pochi giorni prima avevo mandato la “DID” ovvero la “Dichiarazione di Immediata Disponibilità al lavoro”. Sono anni che mi ritrovo a fare questi passaggi burocratico inutili. Ci penso su un attimo: sono otto anni di esperienza continuativa nel settore del precariato, mica male. Purtroppo, sembrerebbe una contraddizione, sopravvivere a lavori intermittenti non è considerata una competenza per il mercato del lavoro. Quasi dieci anni di solida esperienza in “sopravvivenza in assenza di reddito” eppure, secondo i recruiter, pare non valga la pena di segnarlo sul CV. Un vero peccato. Continueremo quindi a scrivere le solite quattro cazzate: “laurea”, “master” e, tra le “soft skills”, inseriremo la magica frase “capacità di lavoro in team” (detto tra noi, io lavoro molto meglio da solo).

La mail dell’ANPAL mi coglie impreparato. C’è una novità inaspettata rispetto alla solita routine del disoccupato in carriera. Il breve testo della mail dice:

 

OGGETTO: DID Online - conferma aggiornamento a sistema indice di profiling

 

Gentile sig.ra/sig. MATTHEW LOVERS,


si conferma che in data 07/09/2020 è stato aggiornato il suo indice di profiling, che attualmente corrisponde a: 0.719.

Cordiali saluti


Non rispondere a questo messaggio. È stato inviato da un indirizzo di posta elettronica automatico. Non è possibile quindi rispondere ad alcun messaggio inviato da questo indirizzo.

 

Mi chiedo: che diamine è “l’indice di profiling”? All’ANPAL assumono criminologi? Calcolano le possibilità di un disoccupato di intraprendere carriere criminali? effettivamente avrebbe senso. Penso: «Ehi! Se l’indice si calcola su di una scala da 0 a 1 il mio è piuttosto alto». Dovrei darmi al crimine, finalmente una buona idea! Apro subito la Partita IVA!

Ovviamente mi metto a fare una breve ricerca e scopro che questo “indice di profiling” dovrebbe misurare il “grado di difficoltà” nel ricollocare una persona all’interno del mondo del lavoro dopo un periodo di disoccupazione. Per farla breve, se il tuo indice è più vicino allo zero sei considerato “facilmente collocabile” e “poco distante dal mercato del lavoro”. Viceversa, qualora il tuo punteggio si avvicinasse all’uno, sei un povero stronzo “difficilmente ricollocabile” e in evidente conflitto con “il mercato del lavoro”.

 

Devo dire che queste sono notizie che ti svoltano l’intera giornata. Nello specifico, il mio punteggio è inaspettatamente basso. Per l’ANPAL io sarei un soggetto che rischia una disoccupazione di lunga durata. Ma come hanno fatto i calcoli? Dalle pagine che consulto sul web non trovo nulla di dettagliato. L’unica cosa certa è che c’è un operatore dell’ANPAL che raccoglie informazioni generiche dal CV inviato al centro per l’impiego e le inserisce in una banca dati. Sinteticamente sul portale web dell’agenzia si legge che l’indice è calcolato «sulla base delle informazioni fornite in sede di registrazione. (…) gli utenti dei servizi per l'impiego vengono assegnati ad una classe di profilazione, allo scopo di valutarne il livello di occupabilità, secondo una procedura automatizzata di elaborazione dei dati in linea con i migliori standard internazionali». In sintesi: ti comunico che sei un povero stronzo. Lo faccio nella maniera più fredda e informale possibile attraverso un messaggio di posta elettronica automatizzata. Non ti dico quali sono le possibilità di “politiche attive” che hai a disposizione per migliorare la tua “occupabilità” e per ridurre quindi “la distanza con il mercato del lavoro”. E non ti dico nemmeno come abbiamo fatto i calcoli. In compenso ti assicuriamo che gli strumenti utilizzati per calcolare quanto sei un cretino fanno riferimento ai “migliori standard internazionali”. Beh, che dire… Grazie mille di tutto!

 

Decido di non fare un cazzo per tutta la giornata. Mi sembra la migliore risposta morale alle novità sopravvenute a seguito dei calcoli ANPAL. Dopo pranzo dormitina di un’ora e mezza. Mi sento più rilassato. Perché ostinarsi a cercare un lavoro? Perché sforzarsi a trovare un senso a questa esistenza? Meglio riscoprire l’ozio e recuperare le ore di sonno perse durate queste settimane. Mi metto a giocare a scacchi e perdo come un allocco contro “Alibaba815”. Penso: la vita fa schifo a qualsiasi ora. Devo cambiare gioco. Ad un certo punto mi arriva una mail di risposta ad una candidatura inviata qualche giorno prima a Lidl Italia per svolgere la mansione di “Operatore di Filiale”.  Tra le decine di candidature inviate quella me la ricordo bene perché, in quella occasione, per completare la candidatura sul sito web dell’azienda era necessario svolgere un test di cinque minuti per valutare “le competenze multitasking”. Un test molto avvincente: bisognava rispondere contemporaneamente a più domande che continuavano a scorrere sullo schermo. Un “Vero o Falso” con domande che continuavano ad apparire e scomparire. Pochi secondi in cui svolgere in breve tempo operazioni di calcolo prima che apparisse un nuovo quesito. Agghiacciante. Ma DIVERTENTISSIMO. Ho svolto un test perfetto, meglio delle mie ultime partite a scacchi. Ed è tutto detto. Ad ogni modo fremevo. Stavolta svolto, mi dico. Questo il testo della mail:

 

OGGETTO: La Sua candidatura in Lidl

 

Egregio Sig. Lovers,

 

Con la presente La ringraziamo per averci spedito la Sua candidatura e per l’interesse dimostrato per la nostra azienda.

 

Purtroppo, dobbiamo comunicarLe che la nostra scelta si è indirizzata su altri candidati meglio rispondenti alle nostre richieste e che pertanto la Sua candidatura non verrà ulteriormente presa in considerazione per la posizione in oggetto.

 

La preghiamo di non ritenere la presente come un mancato apprezzamento delle Sue capacità e competenze.

 

Le facciamo comunque i nostri migliori auguri per la Sua carriera professionale.

 

 

Distinti saluti,

 

Il Suo team Recruiting Lidl

 

Rileggo una decina di volte questa frase: «La preghiamo di non ritenere la presente come un mancato apprezzamento delle Sue capacità e competenze». Mi sale la paranoia. Penso: l’Anpal ha passato sicuramente i dati alla Lidl. Hanno visto che il mio indice di profiling è 0,719. MALEDETTI.

Non la prendo bene, la notizia è scioccante. Oramai nessuno prenderà in considerazioni le mie candidature. Le aziende sanno che le mie competenze, verificate minuziosamente da ANPAL, sono colpevolmente distanti da quelle richieste dal mercato del lavoro. Non reggo la tensione, mi gira la testa e mi si annebbia la vista. Svengo. Fu in quel preciso momento che mi è apparso in sogno il MEGA-DIRETTORE-GALATTICO di Lidl.

 

«Egregio Dottor Lovers…».

«La prego Eminenza, Dottore mi pare troppo».

«Signor Lovers perché si diverte a farci perdere tempo? Lo sa che gestiamo centinaia di candidature ogni anno e che riceviamo migliaia di curriculum di persone più competenti di lei?»

«Immagino Eminenza, è stato un gesto impulsivo il mio».

«Mi invia un curriculum dove segna una laurea e come ultima esperienza professionale “insegnante di sostegno”. Che cosa si aspettava che le rispondessimo?».

«Eminenza. Mi deve credere, io mi pento e mi dolgo con tutto il cuore per ciò che ho fatto in passato. Ero mosso da ideali giovanili e mi sono laureato. È stato un errore di gioventù ma mi creda… io vorrei cambiare. Sogno una vita modesta. Sogno un lavoro semplice, ripetitivo e senza responsabilità. Uno stipendio normale per pagarmi le bollette e che mi permetta di andare un paio di settimane all’anno al mare a Borgio Verezzi. Vorrei dimenticarmi di questi anni passati a rincorrere ambizioni senza senso, assolutamente improbabili. Ho sognato cose assurde che ora disprezzo. Ho sognato di avere un posto di lavoro stabile ma allo stesso tempo gradevole. Sognavo soprattutto di avere un lavoro che rispecchiasse un’identità consimile a quella delle professioni del ceto medio-riflessivo. Ero giovane ed ero mosso da idee sbagliate. Ma sono pronto a redimermi, mi creda».

«Ne è sicuro? Lei si pente di aver studiato? Ora pretende un posto come “operatore di filiale” (Ergo scaffalista) e mi propone un CV dove segna un master in “sviluppo locale”. Guardi signor Lovers lei offende la sua intelligenza prima ancora che la nostra reputazione».

«Non so cosa scrivere sul curriculum Eminenza. Vorrei dirle che ho lavorato cinque anni come cassiere in una GDO ma non posso dimostrarlo. La prego, Eminenza, mi dia una possibilità. Posso imparare».

«Se lo scordi signor Lovers; non sono disposto a spendere 1200 euro al mese per assumere un laureato ancora da formare. Perché non fa un percorso professionale finanziato dalla Regione per imparare a fare il magazziniere? Posso valutare di concedergli uno stage formativo gratuito».

«Non so se sono all’altezza di questo compito Sire, ma la ringrazio per la generosa proposta. In verità pensavo di iscrivermi all’università popolare quest’anno per seguire un corso di Egittologia».

«Lei è una merdaccia Dottor Lovers».

«Ha proprio ragione Eminenza. Una merdaccia certificata ANPAL».

«Si diverte a farmi perdere tempo. Il suo è il classico CV da sfigato medio-progressista».

«Beh, proprio medio-progressista no Eminenza… diciamo comunista. Ma so accontentarmi Eminenza. La prego, mi conceda un posto nel suo acquario».

«Se lo scordi. Quello è un privilegio riservato ai soli dipendenti Lidl. La saluto Dottor Lovers, le auguro un lavoro come giornalista freelance».

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[#08] Dischi di agosto (con lo ⓪)

Solo dischi caldi ad agosto, come è giusto che sia. Buon ascolto!

► 1970
 
T2 hard rock review castello matteo
T2 - It'll All Work Out in Boomland (Decca)

Disco possente e bombastico, l'esordio dei londinesi T2 rimane uno dei più fragorosi manifesti heavy di sempre. Dopo essersi fatti le ossa (e un discreto nome) sui palchi inglesi, l'esordio del power trio confermò ogni attesa, sebbene di pochi, pochissimi attenti fan. Psichedelia fragorosa, hard rock sguaiato, blues magmatico, in perfetto equilibrio tra sinuose distese di groove e melodia e infuocate jam imbizzarrite. Impossibile resistere ai saliscendi della prima "Circles", inarrestabile boogie impastato e fumoso, pesantissimo e cangiante, capace di far interagire in intrecci mirabolanti - tra dilatazioni psych, scale prog e virtuosismo jazz - la chitarra di Keith Cross, il basso di Bernard Jinks e la batteria di Peter Dunton. Momenti di grande fascino come "J.L.T.", ballatona al profumo di Mellotron, e come la magnetica "No More White Horses", con la chitarra mozzafiato di Cross a fare da apripista a una ballata gonfia e solenne (che sa di Procol Harum, di Cream e di King Crimson), non sono che il preludio per la traccia monstre che domina la seconda facciata dell'album. "Morning", ventun minuti di durata, è un ammassarsi lento di umori, un avvicendarsi di incastri melodici e stacchi ritmici, un'epica suite rock degna dei più grandi interpreti dell'epoca. Un lavoro da disseppellire dal dimenticatoio.

 ► 1980
 
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The Associates - The Affectionate Punch (Fiction)

Che lavoro inquieto, denso e madido di sensualità questo esordio. Espressione dei tempi, incredibile grumo di espressività e sintesi pop. Ci sono i Roxy Music e Bowie, ma anche quella soluzione sonora tagliente e asciutta, e al contempo impastata e schizofrenica, tipica della nuova generazione post-punk, dai Talking Heads ai Gang of Four, il tutto fuso in un abbraccio decadente e sensuale. Basso accigliato e ossessivo su vocalizzi ricolmi di pathos (Billy MacKenzie), squarciato da fitti riverberi ariosi e da un solo acidissimo e straniante di chitarra ("Amused as Always"), sospensioni di annientante e notturno romanticismo ("Logan Time"), reticolati nervosi di elettricità ansiogena (merito di un ispiratissimo Alan Rankine) su basi plasticamente synthpop ("Paper House"), trame serrate di grezza aggressività ("A Matter of Gender"), frenetici sussulti di new wave sudaticcia e glam, immersi nelle distorsioni del flanger ("Would I... Bounce Back"). Tutto questo fa parte di un insieme solidissimo e attraente, tra i migliori auguri di inizio anni Ottanta.

 ► 1990 
 
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Soda Stereo - Canción animal (Columbia)

Il britpop è nato in Argentina nel 1990. Ovviamente l'affermazione non ha senso, ma ho sempre sentito in Canción animal l'anticipazione del rinnovamento pop-rock degli anni Novanta. Qui abbiamo un sound contaminato e muscolare, una scrittura pop svincolata dal manierismo new wave e orientata a una rilettura ibrida, modernista e allo stesso tempo ancorata alla ricerca di un'espressione più diretta e spontanea. Tra i pezzi forti che meriterebbero di entrare nel canzoniere obbligatorio di ogni appassionato, sicuramente si possono elencare "Un millón de años luz", con quello splendido ghirigoro di chitarra elettrica che fa da contraltare ai ricami leggeri e alle pennate energiche delle strofe, "Sueles dejarme solos", ruvida e solenne, così affine al mood grunge che stava per esplodere; "De musica ligera", l'ideale inno rock anni Novanta; "Cae el sol", gonfia e profumata, capace di anticipare i tardi Verve. Insomma, al di là dei riferimenti postumi, questo è un disco di altissima caratura e di ampio respiro, capace di reinventare i Soda Stereo aprendo loro la strada per gli anni Novanta, che li vedrà primeggiare su tutti i fronti, dal pop da camera all'elettronica, dal rock alternativo allo shoegaze. Insomma, roba da non perdere.

 ► 2000 
 
spring heel jack disappeared review matteo castello
Spring Heel Jack - Disappeared (Rough Trade)

Senso della composizione e avvenirismo sonoro: questi i due ingredienti che rendono tanto interessante Disappeared, vero e proprio centro di collisione di nu jazz, drum and bass e elettronica sperimentale. Ritmo martellante e suadenti striature di tromba la fanno da padrona nella prima "Rachel Point", sonnecchiosa e polverosa, assorta ma subito ridesta in un continuo saliscendi umorale. "Mit Wut" procede tra rintocchi di piano e un andamento bombastico, per lanciarsi infine in una rincorsa jungle tra i riff roventi di basso sintetico, contrastando nettamente con la successiva "Disappeared 1", dalle movenze ambient disturbate da inserti avant-jazz, in una certosina costruzione degli spazi. Il lavoro procede senza un attimo di tregua, regalando pezzi notevoli come "Galina", turbinio techno di sibili industriali, campionamenti trattati, patterns geometrici e incalzanti, "Trouble and Luck", vicini alle ibridazioni radioheadiane, "To Die a Little" e le sue rarefatte atmosfere ambient dub, "Wolfing" e le sue spire adrenaliniche. Un disco che consiglierei tanto agli appassionati quanto ai neofiti della musica elettronica.

  ► 2010  

everythin everything man alive review matteo castello
Everything Everything - Man Alive (Geffen)

Uno dei lavori più stimolanti degli ultimi dieci anni, l'esordio degli Everything Everything è un vero e proprio tour de force di plasticità arty, di articolazioni tropical-pop, di strutture progressive in bilico tra elettronica e composizioni matematiche, complesse ma mai complicate. La vera sfida (vinta) è proprio questa: dar vita a un lavoro godibilissimo, fresco, sganciato, per quanto intricato e curatissimo in ogni aspetto. Sarebbe pedante elencare le tante arditezze (di arrangiamento, di composizione, di resa sonora, di armonizzazioni vocali) che impreziosiscono brani come "MY KZ UR BF", "Schoolin' ", "Leave the Engine Room", "Tin (The Manhole)", "Weights". Basti indicare i riferimenti, capaci di spaziare tra R&B avveniristico e nuovo math rock (Friendly Fires e Foals), indietronica danzereccia (penso ai Cut Copy), post-rock di caratura (Long Fin Killie), indie pop corale di incredibile leggerezza ("Photoshop Handsome" è un upgrade dei Vampire Weekend che ci meriteremmo), il tutto tra le eccezionali doti canore di Jonathan Higgs e l'inventiva chitarristica del perfezionista Alex Robertshaw, vero valore aggiunto dell'album (basti ascoltare le continue variazioni di "Suffragette Suffragette"). Se non lo conoscete non fatevelo scappare, se lo conoscete amatelo se possibile ancora più di prima.
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[#07] Dischi di luglio (con lo ⓪)

Nella puntata di luglio si sta rigorosamente nel Regno Unito, fatta eccezione per gli Stati Uniti blues e country dei Creedence. Alla faccia della Brexit. Buon ascolto!

► 1970

creedence cosmo's factory rock 1970
Creedence Clearwater Revival - Cosmo's Factory

La copertina del quinto lavoro dei Creedence è stonata, fuori luogo, soprattutto se confrontata con le cover dei lavori precedenti. Gli artwork anni Sessanta, curati dal fotografo Basul Parik, privilegiavano psichedelia e open air, mentre Cosmo's Factory ritrae il gruppo in un istante non "estetizzato", in un momento di puro svacco da retroscena (non a caso l'autore dello scatto è di Bob Fogerty, fratello di John Fogerty). Il detto "mai giudicare un libro dalla copertina" è però in questo caso oltremodo adeguato: l'album riscosse un grande successo, imponendosi come uno dei lavori più noti del gruppo. L'attacco di "Ramble Tamble" è fulminante, ma presto il brusco cambio di tempo incanala il pezzo lungo una jam che apre a un'inedita spazialità (dove la chitarra gocciolante e singhiozzante di Fogerty regala momenti impareggiabili). Accanto a blues e rokabilly rimaneggiati e rinvigoriti ("Before You Accuse Me", "Ooby Dooby", "I Heard It Through the Grapevine"), ci sono i pezzi scritti da John Fogerty tra cui spiccano la memorabile "Lookin' Out My Back Door", "Up Around the Bend" (con il suo irresistibile piglio power pop) e la ballatona soul country di "Long As I Can See the Light". Un pezzo indispensabile nella discografia di qualunque amante del rock.



► 1980

joy division closer 1980 curtis
Joy Division - Closer (Factory)

A proposito di copertine. Il fatto che l'artwork di uno degli album più belli di sempre ritragga, scattata da Bernard Pierre Wolff e riadattata dal grafico Peter Saville, la tomba della famiglia Appiani del cimitero monumentale di Staglieno (sopra Genova), è qualcosa di stupefacente. Una celebrazione funebre dettata dal caso, visto che la copertina era stata approvata da Ian Curtis stesso, prima - ovviamente - del suicidio e della conseguente fine dei Joy Division. Ora, però, quella fotografia in bianco e nero appare come una doverosa, tragica e solenne epigrafe. Venendo alla musica c'è solo da rinnovare il senso di stupore. Il solito Martin Hannett guida la band con ancora più maniacale rigore, fissandosi non solo sul tipico pernio drum & bass (le percussioni qui assumono la rigida sembianza di ghiaccioli rintuzzanti su lastre di vetro, il basso, privo di risonanze, implode accigliato ad ogni rintocco delle corde), ma allargando il campo su synth algidi ("Isolation") e distese atmosferiche diafane e - letteralmente - gelate ("Heart and Soul", da brividi, per non parlare di "The Eternal"). L'energia vitale che ancora animava Unknown Pleasures qui è prosciugata (la voce di Curtis e monotona, stanca, sempre pronta a spezzarsi), e la rabbia si aggruma in occasionali addensamenti di nervosismo chitarristico (la prima, stupenda "Atrocity Exhibition", o l'ossessiva "Colony"), animandosi di pulsazioni nerissime in capolavori assoluti del post-punk ("A Means to an End"). Mai album fu tanto tragicamente espressivo e capace di tradurre in musica un passaggio interiore verso la rassegnazione e l'oscurità. In Closer si possono leggere molte cose, spesso discutibili (tra cui una sorta di celebrazione romantica del suicidio), ma nulla può togliere un briciolo di spessore a uno degli album più profondi e intensi della storia del pop.



► 1990

soup dragons baggie lovegod 1990
The Soup Dragons - Lovegod (Raw TV)

Splendido come la novità, un tempo, passasse senza soluzione di continuità dalla nascente dance alternativa ai Rolling Stones anni Sessanta, quelli più beat. Madchester fu questo: un calderone colorato dove il pop britannico si riorganizzava per le esigenze di ragazzi e ragazze con tutte le intenzioni di vivere la loro personale summer of love. Il 1990 è un anno che cattura splendidamente gli umori di quella scena, vedendo celebrati discograficamente nomi caldi come Happy Mondays, Charlatans, Inspiral Carpets, James, EMF. I Soup Dragons si aggiungono dignitosamente ai nomi appena elencati: il loro è un pop gasato e sudaticcio, euforico e su di giri. Il sound dance alternativo fa vibrare pezzi densi e psichedelici, pescando dalla tradizione ("I'm Free") e guardando al futuro ("Mother Universe"), bazzicando rock imbastardito e anfetaminico ("Backwads Dog", le bellissime "Lovegod" e "Sweetmeat"), mostrando sempre un gusto al confine tra l'indiepop di fine anni Ottanta e i tentativi di superamento di band come The House of Love e Stone Roses. Insomma, forse un lavoro per completisti, ma capace di rendere benissimo il clima e il mood di quegli anni. Cosa non da poco.



► 2000

codplay parachutes 2000 pop
Coldplay - Parachutes (Parlophone)

Un esordio promettente, molto promettente, che in qualche modo normalizzava una scena britpop arrivata al limite, offrendole un agevole paracadute. Il pop dei Coldplay tornava a sfoggiare con sicurezza e pacatezza una scrittura tipicamente e caparbiamente british: melodica e sicura di sé, sottile eppure così densamente aggrappata a una tradizione autorevole che si respira ad ogni ascolto, in ogni solco. Ci sono i Radiohead, certo, ma filtrati attraverso un approccio devoto a un songwriting easy listening e pacificato, lontano dalle sperimentazioni di quella parte della scena che cercava di uscire a suo modo dal Cool Britannia. Un reflusso o una riconquista dell'equilibrio, fate voi. Certo è che brani come "Shiver", "Sparks", "Yellow", "Trouble", tutte sospese tra grazia acustica e rinforzi elettrici e aggrumate da una grazia compositiva unica, sono un vero balsamo per le orecchie. 



► 2010

o children gothic rock 2010
O.Children - O.Children (DEADLY015CD)

C'è stato un tempo, non molto tempo fa, in cui il post-punk tornava ad essere una forza viva, non un semplice minestrone riscaldato. Gli O. Children, poi, avevano stile da vendere. Il vocione di Tobias O'Kandi, profondissimo e gutturale, era la ciliegina sulla torta di una line-up di fuoriclasse, capaci di scrivere pezzi densi e espressivi, equilibratissimi tra scenografie oscure e melodie capaci di rimanere incastonate nel cervello (bastino le prime due composizioni: "Malo" e "Dead Disco Dancer"). Appartenenti, almeno trasversalmente, alla fugace scena brit-rock, eredi nobili di quanto fatto da Interpol, Editors e White Lies, i nostri ibridavano il loro suono a dovere, aggiungendo agli ingredienti tipicamente gothic e post-punk ("Radio Waves"), elementi synth (l'epica "Heels", l'arty "Ezekiel's Sons"), shoegaze e indie-rock ("Fault Line", "Smile", "Ruins"). Nel 2010 il rock era più vivo che mai, accidenti.


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[#06] Dischi di giugno (con lo ⓪)

Caldissimo giugno di ripresa ('nsomma). Tra le uscite di questo mese ho ripescato sia materiale rinfrescante (gli Steeleye Span registrarono il loro esordio sotto la neve del 1969), sia roba decisamente infuocata (i Deftones). 
Buon ascolto, come sempre.

► 1970


steeleye span 1970 folk uk
Steeleye Span - Hark! The Village Wait (RCA)

Maddy Prior è l'ennesimo esempio di quanto Bob Dylan sia stato importante da un lato all'altro dell'Oceano. La Prior si accorse di quanto il folk potesse essere divertente proprio ascoltando mr. Zimmerman, per poi approdare - in uno strano passaggio trans-culturale - alla riscoperta della noiosa tradizione britannica e applicarsi, assieme a Tim Hart, alla pratica del genere nei folk club inglesi, finendo col fondare gli Steeleye Span assieme a Ashley Hutchings (appena uscito dai Fairport Convention), Peter Knight e Gay e Terry Woods (che arrivava dagli irlandesi Sweeney's Men). La combinazione tra chitarre elettriche e pezzi tradizionali (risalenti al XVIII e al XIX secolo) esplode in tutta la sua carica innovativa nel primo Hark! The Village Wait, sfornando, dopo il seminale Liege and Lief, uno dei capolavori del folk revival britannico. Il suono, rispetto ai lavori successivi, è limpido e pienamente attinente ai canoni folk-rock anni Sessanta, anche se impreziosito dall'utilizzo di strumenti tradizionali (concertina, autoharp, bodhrán, liuto, mandolino, dulcimer - quest'ultimo elettrificato). Tra i brani spiccano "The Blacksmith", "Blackleg Miner", "The Dark Eyed Sailor" (la mia preferita in assoluto, insieme a "Lowlands of Holland"), "The Hills of Greenmore", tutte portate a nuova vita grazie allo splendido lavoro di interpretazione e arrangiamento della band, e in particolare del basso sempre protagonista di Hutchings, delle comparsate alla batteria di Dave Mattacks, dei sapienti accompagnamenti delle corde di Terry Woods e della voce incantevole di Maddy Prior. Un viaggio nel passato fondamentale per la riscoperta del folklore britannico in senso modernista.


► 1980 

azra jugoton 1980 croatia
Azra - Azra (Jugoton)

Sebbene sia il secondo album degli Azra a meritarsi lo status di capolavoro, l'esordio del gruppo jugoslavo (dalla Republica socialista di Croazia) si inserisce ottimamente nel mood dell'ondata new wave che contraddistinse la musica giovanile anni '80. La Jugoton darà voce, nel corso del decennio "post-Tito", a una scena di straordinaria vitalità (che da Belgrado si diffuse per tutta la federazione), vedendo crescere esponenzialmente le uscite classificate come "rock" e le band punk, promosse benevolmente dal regime e in particolare dalle sue organizzazioni giovanili (Made in Yugoslavia: Studies in Popular Music). Tra scattante post-punk ("Jablan", "Krvava Meri"), colorato jangle rock ("Uradi nešto", "Vrijeme odluke", "Marina"), folk ombroso e atmosferico ("Gracija") e profumato ska ("Žena drugog sistema") si snoda la proposta di una band ancora acerba ma già in pieno controllo di una espressività cangiante ed esplosiva, che sarà poi perfezionata nel successivo Sunčana strana ulice. La capacità di assemblare e mescolare, senza troppe formalità, sonorità disparate senza timore reverenziale, in un misto di passionalità dirompente, sperimentazioni e intuito dissacrante e al contempo ammirato dalle sonorità occidentali, rende la new wave jugoslava tanto affascinante e preziosa. Un album da scoprire assieme a tutta la scena.


► 1990 

caifanes el diablito latin alternative 1990
Caifanes - Vol. II [El diablito] (RCA)

Dei Caifanes avevo parlato in occasione dell'anniversario del loro esordio. Ora, a distanza di un paio d'anni dal fortunato album del 1988, la band messicana sposa un sound ancora più variegato, che mescola post-punk e rock alternativo, aggiungendo altre nuance all'impasto (già variopinto) dei primi passi. Basti un brano come "Antes de que nos olviden": gli spazi si allargano rarefacendosi in trame vaporose di chitarre svolazzanti, in arie di tastiere leggere, per un brano fluttuante in una declamazione sognante, costantemente sospesa tra aperture armoniche e stasi onirica. È chiaro che l'evoluzione è netta, come confermano brani come "La vida no es eterna", dove l'ottimo Saúl Hernández declama il suo memento mori accompagnato dalle trame di chitarra di un ispiratissimo Alejandro Markovich, capace di alternare momenti di elettricità infuocata (come nella bellissima "De noche todos los gatos son pardos") ai soffici ricami atmosferici del ritornello, o come la splendida "Aquì no pasa nada", dove il sintetizzatore si insinua obliquo tra il notevole lavoro delle corde di Markovich, serpeggianti e indugianti sullo fondo fino ad esplodere in uno sgargiante intarsio jangle. Tra i migliori lavori inaugurali degli anni Novanta.


► 2000 

deftones white pony 2000 nu metal
Deftones - White Pony (Maverick)

White Pony è, per me, l'album dell'autonomia personale: lo scelsi ostinatamente all'età di 14 anni dopo un'accurata cernita dei cd messi a disposizione dalla biblioteca regionale (piccola oasi casuale nel nulla culturale più assoluto), incurante dell'opinione fredda e distaccata di un amico. Scelta tutta mia, una delle prime in ambito musicale: questa cosa piace a me, del tuo parere me ne fotto. Ecco, da allora ho sempre conservato il terzo lavoro dei Deftones come qualcosa di caro, come un tratto della mia personalità. Autobiografia a parte, il gruppo di Chino Moreno raggiunge nel 2000 il suo stato di grazia. Per quanto legata al filone nu-metal, la band si è sempre distinta per un approccio personale e sganciato, capace di aggiungere al tipico sound grossolano del genere (qui padroneggiato con estrema classe, basti la sola "Elite") un'inedita vena new wave anni Ottanta (di ispirazione Cure e Depeche Mode), riuscendo così a distinguersi per creatività e profondità sonica. Il processo di affrancamento dalla schiera di metal alternativo di fine anni Novanta si completa con l'arrivo del tastierista e deejay Frank Delgado, il quale non si limita a scratchare sui chitarroni in primo piano, ma aggiunge spessore sonico alla palette già oltremodo complessa dei brani. Elenco brevemente i motivi per cui amare questo disco. 1) L'inventiva geometrica di Abe Cunningham, vero artista dello strumento, in grado di creare vere e proprie strutture portanti semi-autonome, di tirar fuori dalle pelli toni e motivi in grado di incastonarsi in testa, facendo da perfetto contraltare alla matassa di rumor bianco delle chitarre di Stephen Carpenter. Si prenda "Digital Bath", con quel suo pattern ritmico complessissimo, avvolgente e geometrico, che stringe nelle sue spire un sound meticolosamente trattato (la produzione è affidata a Terry Date) e un mood trasognato e psichedelico, ma anche il lavoro di timbri in "Rx Queen" (una continua mescolanza di materiale trattato da Delgado e patterns di Cunningham). 2) Il rinnovamento sonoro, palese nel trip-hop campionato e atmosferico di "Teenager" o nella maestosa "Passenger", frutto del featuring con un altro innovatore del genere, Maynard James Keenan dei Tool, per non parlare di "Change", tre le cose più belle e poetiche scritte negli ultimi trent'anni di musica heavy.  3) Il vigore metal, che non lascia rivali in quanto a radicalità e abrasività. In pezzi come "Elite", "Street Carp", "Knife Party", le chitarre di Carpenter (la cui omonimia con il celebre regista non deve essere frutto del caso) risultano chirurgiche e frastornanti, dissonanti e sfibrate (ascoltate "Pink Maggit"), ma al contempo precise e affilate. Da cagarsi sotto, per dirla alla francese. 4) Non da meno, infine, il timbro inconfondibile di Chino Moreno, flebile e violento allo stesso tempo, capace di un'interpretazione unica e appassionata ("Knife Party" e "Korea", in questo senso, sono da applausi, come anche la stupenda "Pink Maggit", dove Moreno sussurra e bisbiglia, in uno dei più bei lamenti del rock). Insomma, un disco viscerale, totalizzante, cerebrale e di pancia allo stesso tempo. Capolavoro assoluto. 


► 2010 

ariel pink before today pop psych 2010
Ariel Pink's Haunted Graffiti - Before Today (4AD)

Personaggio enigmatico, Ariel Pink, e disco altrettanto enigmatico, questo suo ottavo. Before Today, come il resto della produzione del musicista di Los Angeles suona come uno scherzo, come una presa in giro. Bassa fedeltà, mood zappiano e strafottente, manipolazione ludica dei suoni. Eppure il lavoro del 2010 è un manifesto strabordante di retromania manipolata e rivisitata, un gioiellino di inventiva e creatività, di psichedelia mattacchiona e free form, ma anche di seri intenti sperimentali. La sostanza, quindi, non manca: "Bright Blue Skies" sfodera una brillante melodia motteggiando dei Ramones in veste Sixties, "Fright Night" è pop ipnagogico anni Ottanta sfumato e torbido, "Beverly Kills" è sinuoso synth-funk da pool party, "Butt-House Blondies" è hard rock in versione Aor, avvolto da miasmi erbacei e andazzo stonato, "Little Wigs" è un turbine di power pop farcito di umori acidi, "Can't Hear My Eyes" è fedele riproduzione di AM pop laccato e sinuoso, "Revolution's a Lie" è post-punk krauto e accigliato. Insomma, una zibaldone curato nel minimo dettaglio, un canovaccio di espressività e archeologia pop e rock, capace di sventagliare soluzioni frastornanti e coraggiose, personali alchimie che suonano ancora oggi come una sfida al buon senso ma - e qui sta la sorpresa - non al buon gusto. Un album innovativo, creativo, una gemma di pop psichedelico da non perdere.


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[#05] Dischi di maggio (con lo ⓪)

Passata la tempesta ora bisogna raccogliere i cocci. Meglio farlo, come al solito, con la musica nelle orecchie.

► 1970

bruce haack electronic music 1970
Bruce Haack - The Electric Lucifer (Columbia)

Curioso che musica elettronica e pop convergano, nel corso degli anni Sessanta, nella musica per bambini, quasi si trattasse di un gioco. Come Raymond Scott nei suoi tre Soothing Sounds for Baby, così anche Bruce Haack approdò all'esordio "adulto" solo dopo diversi album di musica per poppanti. Certo, di mezzo ci sono le visioni futuristiche dello Space Age Pop, ma il connotato ludico, senza un proprio posizionamento autonomo, dell'elettronica nei rockeggianti Sixties era duro a morire. Il punto è: che ruolo dare all'elettronica nel pop? Domanda scontata negli anni Ottanta, non un decennio prima. Tra i pionieri  che provarono a contestualizzare in formato agevole le sonorità spesso frutto di vere e proprie capacità ingegneristiche, ci sono i soliti Silver Apples, gli United States of America, i Fifty Foot Hose, cui ora va aggiunto il meno noto Bruce Haack. The Electric Lucifer è un intrico pazzoide di armonie stranianti, suoni allucinati, vocalizzi alterati, tra Moog e strumenti fabbricati in proprio. Fin dalla prima "Electric to me Turn" ci troviamo immersi in un mondo del tutto inconsueto, dove non si sa mai dove inizia e dove finisce la presa per il culo (in un'operazione che sa molto di Mothers of Invention). Eppure la pregnanza delle idee sparse lungo la scaletta è indubbia: "Cherubic Hymn" è pop californiano alla Association intriso d'acido, "Program Me" suona come una versione dei Doors riprogrammati al synth, "Incantation" è un boogie limaccioso e stordente, "Super Nova" è una splendida suite psichedelica di riverberi elettronici e droni di sitar. Un album seminale, per quanto esoterico, capace di fare da bizzarro apripista alla stagione ventura della musica elettronica.


► 1980

peter gabriel melt 1980
Peter Gabriel - Peter Gabriel (Charisma)

Mondi che si incontrano e si scoprono vicini. In fondo il prog, al di là delle semplificazioni e compartimentazioni imposte dalla narrativa punk, non aveva un altro codice genetico rispetto alle nuove posture assunte dal pop di fine anni Settanta. Anzi: la sua natura arty, aperta, ibrida, ne faceva un ottimo candidato per accettare nuove mutazioni, nuove direzioni, nuove sfide. Così molti della vecchia guardia seppero sfruttare la nuova onda per riflettere criticamente e creativamente sulle proprie opportunità di rinnovamento: penso agli Yes, ai King Crimson, ai Rush, agli italiani Stormy Six. Peter Gabriel non è certo da meno, e anzi tra il 1977 e il 1982 da' alle stampe la serie di lavori che aggiornano il suo estro art-rock e ne celebrano la carriera solista. Il terzo Peter Gabriel (noto anche come Melt) è quello che fa la differenza: Gabriel trova qui la sua forma smagliante, lasciandosi alle spalle la pesante eredità Genesis e lanciandosi in un futuro visionario. "Intruder" si annuncia tra scricchiolii e drumming ossessivo, inaugurando un mood costante: torbido, fitto di intrusioni sonore, asciutto (la strumentazione è ridotta quasi all'osso), ma allo stesso tempo armonicamente ricchissima (grazie anche al trio Steve Lillywhite/Hugh Padgham/Larry Fast). Un album intensissimo che infila l'uno dopo l'altro brani magnetici come "No Self Control", colma di campionamenti elettronici e risonanze aleggianti, "I Don't Remember", synthpop assertivo e squadrato, "Games Without Frontiers", pop futuristico e  mutante, "Biko", art-pop etnico e politicamente carico. Un lavoro indimenticabile.



► 1990

heroes del silencio 1990 spain
Héroes del Silencio - Senderos de traición (Odeon)

Non fatevi scappare questa band di Saragozza: lungo la scaletta di Senderos de traición troverete i più bei ricami di chitarra di tutti gli anni Novanta (vi bastino le splendide "Maldito duende" e "Malas intenciones" per apprezzare il talento di Juan Valdivia), per un disco che mescola elegante jangle pop, muscolare post-punk venato di hard rock, il tutto tra melodie irresistibili e un songwriting mai sottotono. Il vocione ieratico e gotico di Enrique Bunbury fa da contrafforte per questo mix di spinte opposte, tra lo svolgersi delicato e cristallino di una "Despertar" e la carica heavy di "Decadencia", tra il piglio scattante di "La carta" e l'enfasi gonfia di "Oración". Quello che lascia sbigottiti è l'inesauribile inventiva con cui la band da' vita a melodie raffinatissime, capaci di spezzare anche i momenti più infuocati (penso a "Entre dos tierras") e far breccia su un pubblico composito (penso a quello del Festivalbar, che nel 1992 ospitò la band). Disco di platino in Spagna e capace di riscuotere grande successo internazionale, Senderos de traición è un classico assolutamente da recuperare.



► 2000

black box recorder brit rock 2000
Black Box Recorder - The Facts of Life (Nude)

Se fossi un musicista vorrei saper creare un pezzo come "The English Motorway System", che tra le altre cose (il pulsare dei sintetizzatori, la dolce nenia del ritornello) è uno dei più fulgidi esempi di quanto la scrittura pop sappia essere espressiva e nascondere, dietro parvenze leggere, un linguaggio metaforico di alta caratura. Metafore di guida, di abbandono allo scorrere inesorabile delle cose ("Driving with no aim or intention", dopo che in "The Art of Driving", dove Sarah Nixey canta: "We've got to plan the journey, Eliminate all mistakes, Take the safe route, It's called the art of driving"), il tutto tra paesaggi sonori levigati, sognanti, da dormiveglia, tra echi britpop e elettronica sommessa. Il secondo lavoro dei Black Box Recoder procede sulla falsariga dell'esordio, aumentando però la cura nelle scenografie, rifinendo i suoi bozzetti indie pop con arrangiamenti leggeri, sopiti, eleganti (si pensi allo svolazzo vaporoso delle chitarre di Luke Haines in "Weekend"). Brani dolciastri come "French Rock 'n' Roll" sembrano usciti da dei Pulp in dormiveglia, "The Facts of Life" è piacevolmente ammiccante, tra basi trip-hop e melodie levigate, "Straight Life" ostenta la sua stasi meccanica fino allo sblocco offerto dal lick di chitarra che apre uno squarcio di inattesi cromatismi. Conturbante e controverso, The Facts of Life rimane un piccolo capolavoro di inquietudine post-adolescenziale. Immancabile.



► 2010

gepe audiovision chile pop indie
Gepe - Audiovisión (Quemasucabeza)

Graditissima e recente scoperta: il cileno Daniel Riveros, in arte Gepe, è impegnato dal 2005 in una riuscita operazione che mischia indie pop e folktronica, electro pop e canzone tradizionale, e dopo il primo Gepinto, questo Audiovisión va assolutamente aggiunto tra gli ascolti obbligati. Il terzo album di Riveros è un lavoro che ha l'effetto di una ventata di aria fresca: spazioso, fragrante, leggero, eppure così curato nei sui dettagli, nelle rifiniture che impreziosiscono una serie di brani uno più bello dell'altro. "Por la ventana", tra beat hip-hop, strati di elettronica tenue, fraseggi di piano e tastiera, "12 minerales", tra folktronica e pop da camera (la stessa eleganza si ritroverà in "Un dia ayer"), "Alfabeto" e le sue rivisitazioni andine, "Lienza", fascinoso e aleggiante dream pop (frutto della collaborazione di un'altra grande stella del pop cileno, Javena Mena), "Salón Nacional de Tecnología", pop vigoroso dai profumi variegatissimi, fitto di sfumature in sede di arrangiamento, "La bajada" e il suo sgorgante estro tropicalista. Un lavoro completo, incredibilmente coeso e innovativo. Farselo scappare sarebbe davvero un peccato.




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