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[#02] Dischi di febbraio (con lo ⓪)

Pochissimi preamboli ché febbraio è breve e la vita ancora di più. Buon ascolto!

► 1970

the doors jim morrison hotel 1970 psychedelic
The Doors - Morrison Hotel (Elektra)

Tutti passano per i Doors, tanto da rendere questa band un cliché. Io li ho conosciuti piuttosto tardi, durante i primissimi anni del liceo, dove, oltre alla celeberrima "The End" (scoperta della psichedelia), spiccava "Roadhouse Blues", con quella sua spinta blues energica e aggressiva. Morrison Hotel è forse l'album più noto e accessibile della discografia della band di LA (per quanto non esista un album dei Doors che non sia accessibile), quello dove la direzione blues e hard rock è più spiccata e prevale rispetto ai voli pindarici teatral-psichedelici degli esordi. Tra i brani manifesto "Waiting for the Sun", con le sue chitarre scivolose che nel refrain si lanciano in sinuose scale ascendenti, "Peace Frog", con la sua chitarra in palm mute e l'irresistibile giro di basso di Ray Neopolitan (dalla band USA), la ballatona lunare "Blue Sunday" e la psichedelia vorticosa di "Ship of Fools", per non parlare della bellissima "Indian Summer", sogno acido sinuoso e avvolgente, ennesimo marchio di fabbrica della band. Da allora, da quella prima compilation, ogni volta che riuscivo a racimolare qualche soldo compravo uno dei cinque dischi della discografia. Inutile dire che questo è stato uno dei più ascoltati del lotto.



► 1980

psychedelic furs 1980 new wave post-punk
The Psychedelic Furs - The Psychedelic Furs (CBS)

Creatura singolare e, a posteriori, molto influente quella degli Psychedelic Furs, nati in epoca punk ma già con lo sguardo oltre, puntato su una psichedelia gotica e roboante, dove le tessiture impastate di flanger e riverbero si sposavano con la voce rauca di Richard Butler, che in "India", apertura dell'album di esordio, strascica le sillabe su un tappeto di ritmica boogie, sax glam e chitarre magmatiche. Singolare perché il loro suono era indecifrabile, tanto passatista (i quattro parevano dei Velvet Underground mashuppati secondo il gusto post-punk) quanto al contempo nuovo (nella gestualità, nelle pose, nel modo di assemblare gli elementi), grazie anche a quella patina arty che andava ad aggiungersi al decadentismo modernista del Bowie berlinese. "Sister Europe" è esemplare nello sfoggiare tutte queste caratteristiche in un incedere magnetico, con quel sax lamentoso che scivola sulla chitarra in flanger, su quel basso cavernoso che incalza un'atmosfera fumosa e languida. Altrettanto ammaliante la successiva "Imitation of Christ", indolente e psichedelica, come il post-punk gonfio e squadrato di "Fall", o i pattern proto-hip-hop di "Wedding Song" (che non vedrei male in un lavoro dei Disco Inferno), o ancora la spaziale "Flowers", dove le influenze degli Hawkwind sono amabilmente screziate da un approccio sghembo e punk. Un ottimo esempio di creatività iconoclasta che non ha ancora esaurito la sua aurea ispiratrice.



► 1990

pale saints shoegaze 1990
Pale Saints - The Comforts of Madness (4AD)

Prima dell'esplosione del fenomeno shoegaze come corrente riconosciuta, i Pale Saints ne avevano praticamente creato l'archetipo. Impreziosito dalla bellissima copertina del compianto Vaughan Oliver, The Comfort of Madness inizia con un coacervo rumorista ovattato e sordo, come se ci si stesse lasciando alle spalle il noise rock anni Ottanta, ben chiuso dietro una porta blindata. Ecco infatti che tutto, in un attimo, acquista corpo e definizione: le chitarre sono matasse fumiganti ed elettricamente cariche, e non smettono un attimo di formare coacervi densi e vaporosi, mentre la voce efebica di Ian Masters tratteggia le sue nenie trasognate, riallacciandosi strettamente alla tradizione indie e twee pop del decennio appena trascorso, e fondendo così shambling pop, dream e noise rock nel suono che sarà poi consacrato come shoegaze. L'album è un brillante susseguirsi di chitarrismo incendiario ("You Tear the World in Two", la stupenda "Sight of You", memore dei Jesus and Mary Chain), aggraziati rimandi jangle ("Language of Flowers", "Fell From the Sun") e ballate pop di grande compattezza melodica e senso dello spazio ("Sea of Sound", "Little Hammer"). Insomma, un lavoro spartiacque che segna il limite tra il proto-shoegaze degli anni precedenti e la maturazione estetica di uno dei generi più affascinanti degli anni Novanta.



► 2000

air virgin suicides coppola 2000 album
Air - Original Motion Picture Score For The Virgin Suicides (Astralwerks)

Ingaggiato per la colonna sonora dell'esordio di Sofia Coppola, il duo francese mantiene, nelle sonorità, quella glassa vintage che ammantava lo splendido esordio Moon Safari, lavorando però questa volta su un formato più estensivo e avvolgente, che permette al duo di affinare la visione, di lavorare più intensivamente sui suoni, sulle atmosfere, sul mood, sulle qualità puramente cinematiche della loro proposta. La commistione di sonorità analogiche e digitali (e quindi strumenti tradizionali come chitarra e basso, assieme a una stuola di sintetizzatori e tastiere) è tutta al servizio di un retrofuturismo dolciastro dove convivono rimandi spage-age pop e lounge ("Clouds Up", "Empty House"), aperture psichedeliche (le distese di mellotron di "Playground Love" e "Bathroom Girl"), incalzanti attacchi krautrock ("Dead Bodies") e corpose cavalcate di rock progressivo ("The Word Hurricane" e "Dirty Trip"). Un lavoro che ha fatto epoca, consacrando uno dei nomi cruciali dell'elettronica anni 2000.



► 2010

toro y moi chillwave 2010
Toro y Moi - Causers of This (Carpark)

Tra il 2008 e il 2009 si era in piena stagione chillwave, quindi si potrebbe vedere nel secondo lavoro di Toro Y Moi tanto la fine di una stagione (o almeno delle sue sembianze originarie), quanto il rinnovamento di quel sound verso una più matura auto-conservazione del movimento. Perché di movimento (meglio: di scena) si è trattato: i principi estetici erano condivisi e caratterizzanti (la "New Theory" di Washed Out), e si allacciavano al recupero degli anni Ottanta come età "originaria" di una comune identità estetica e sonora. Le sonorità eighties venivano così filtrate attraverso una patina ipnagogica che ne manipolava la consistenza in materia ovattata, onirica, presente come ricordo idealizzato e nostalgico (per un'analisi esaustiva leggere qui). Prima del 2010, quindi, regnavano scenari lo-fi e sghembi, domestici e malinconici, rarefatti e sperimentali (il meraviglioso Seek Magic dei Memory Tapes), ma già dal 2010 il sound si fa più rifinito e meno underground, appianandosi lentamente su un pop elettronico al passo con i tempi (penso ai Washed Out di Within and Without e alla produzione post-2010 di Neon Indian). Toro Y Moi (nome d'arte di Chaz Bundick) arriva dunque a legare le due fasi con un lavoro che è una piacevolissima via di mezzo, un buon calderone elettronico che forse rappresenterà l'episodio più interessante della sua produzione. Sintetizzatori tremolanti e traslucidi ("Blessa", "Minors"), per una versione elettrica di certo shoegaze etereo, il tutto unito a un senso del sound che mischia Animal Collective (quelli di Merriweather Post Pavilion, dell'anno prima) e Bath (con la sua logica collagista e cut&paste: si prendano "Lissoms" e "Fax Shadow"), creando adorabili bozzetti exotic-lounge ("Imprint After"), con un occhio di riguardo a movenze electro-funk di grande fascino (la bellissima "Talamak"). Una scena tutta da riscoprire, dando il dovuto riconoscimento a Bundick, che ha saputo traghettarla verso il nuovo decennio.


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