BEST OF 2020 / 2026 - Che ne sarà di questi anni Venti?

Quali sono gli artisti che hanno caratterizzato la prima metà decennio?

Serve tempo perché emergano i classici, quelli veri, perché il gusto si addensi lasciando scivolare via l'hype del momento e le distorsioni del marketing. I primi sei anni del 2020 hanno però già messo in campo - o consolidato - i nomi che saranno gli alfieri della musica pop contemporanea. Ho cercato di pesare tra tendenze conclamate e gusto personale, seguendo una personale e opinabile categorizzazione.

- Global pop: il mainstream contemporaneo, quello che supera i confini (di genere, di lingua, geografici) e diventa patrimonio dell'umanità.

- Indie/folk/Middlestream: qui c'è parte del middlestream e del materiale più di nicchia.

- Altri mondi: mainstream (o poco ci manca) nei rispettivi paesi, ma non in grado di entrare nel magico mondo degli apolidi.

- Scene regionali: Nomi legati a comunità più limitate, molto localizzate o comunque poco conosciute al di fuori del proprio ambito di appartenenza (geografico o di genere).

Global pop

Charli xcx - Scalatrice di classifiche, prima artista britannica con due album al numero 1 nelle charts UK nello stesso anno (il 2026), Charlotte Emma Aitchison è una delle grandi interpreti del nostro tempo. Brat, è già storia (per quanto io adori How I'm Feeling Now): hyperpop audace e caustico, granitico e saturo di influssi provenienti da svariate correnti electro, per un patchwork sonoro capace di alternare scariche di pura adrenalina a momenti di raffinato glamour futuristico.

Bad Bunny - Non esattamente la mia cup of tea, ma il successo di Bad Bunny è stato tra i fenomeni musicali indiscussi degli ultimi anni, dominando classifiche e accumulando miliardi di ascolti sulle piattaforme. Un verano sin ti rimane in vetta alla Billboard 200 per 13 settimane, diventando un vero e proprio fenomeno culturale, mentre Debí tirar más fotos se la cava con cinque settimane al top. Stadi pieni, urne vuote.

Billie Eilish - Altra partenza col botto, destinata a rimanere un nome imprescindibile del pop mondiale. L'esordio è stato uno dei grandi fenomeni di fine anni Dieci, capace di portare una peculiare versione di alt-pop accessibile e problematico alla luce dei riflettori globali, mentre i seguenti album (più raffinati e pensivi - Hit Me Hard and Soft in particolare unisce bene e impreziosisce le diverse anime della cantante americana) hanno confermato come la Eilish non sia un fuoco di paglia. 

Olivia Rodrigo - Il teen pop che spacca. Olivia Rodrigo, passata dalla Disney alle charts mondiali (credo con lo stesso agente), va certamente aggiunta a questa lista. La sua formula di pop punk e easy listening dolciastro si è via via affinata nel tempo e, sebbene non sia ancora arrivata a compimento, non è escluso che ascolteremo un album come si deve (l'ultimo You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love rappresenta un bel salto verso questa direzione) entro la fine del decennio. 

The Weeknd - L'approdo dell'artista canadese agli anni '20 non poteva che avvenire nel migliore dei modi. After Hours è un disco importante, summa contaminatissima di moderno r&b, capace di chiudere in bellezza una stagione di grandi successi. Ora resta da capire se si è trattato di un canto del cigno o di una pietra miliare lungo un percorso ancora da sviluppare.

Tyler, the Creator - Igor (finora ineguagliato) è tra le cose più belle uscite nel 2019. Nel decennio in corso Tyler si afferma definitivamente come un pezzo grosso dello show business, portando il suo sound alternativo, provocatorio e sperimentale in cima alle classifiche e alle vendite.

Rosalìa - Artista laureata, capace di dare nuova vita al Flamenco nuevo contaminandolo di sperimentalismo arty alla FKA Twigs e influssi r&b e (hyper)pop. Il lato avant e raffinato del pop globale che con Lux ha raggiunto il suo livello più ambizioso. Una proposta di livello, capace di screziare in modo totale e imprevedibile il pop mainstream.

Indie/folk/Middlestream

Big Thief New Warm Mountain I Believe You, arrivato dopo quattro album, significa una cosa sola: il fuoco di una delle realtà indie di punta del panorama americano contemporaneo non si è spento. Per quanto sia convinto che il loro miglior lavoro sia una personale raccolta di alcuni brani bellissimi, non si potrà arrivare al 2029 senza citare il gruppo di Adrianne Lenker e Buck Meek.

Kelsey Lu - Un talento incredibile dosato con eleganza e pazienza. Il suo ultimo lavoro, So Help Me God, è un gioiello chamber di pregiatissima fattura, un testamento di sensibilità colta, ma con radici ancorate alla tradizione pop e r&b a stelle e strisce, capaci di unire anima e corpo in un'opera che sarà ricordata tra le più raffinate del decennio.

Haley Heynderickx - Nel mio mondo ideale tutti amerebbero la Heynderickx senza che questo la portasse a smorzare la sua autenticità folk inserendo, che ne so, motivetti catchy di synth tra una strofa e l'altra. Tra le voci più belle degli ultimi anni, qui abbiamo una delle più solide cantautrici americane contemporanee, capace di un immaginario politico e simbolico di fortissimo impatto. Seed of a Seed rimane uno dei miei album preferiti di questi anni.

Turnstile - Chissà che ne sarà della band hardcore del momento. Finora la loro proposta è quanto di più adrenalinico e catchy possa offrire il panorama indie: i Bad Brains che giocano con toni e inserti indietronici (specie nell'ultimo lavoro) amoreggiando con i Fugazi. Glow On è stato tra i vinili più venduti negli Stati Uniti, Never Enough ha ampiamente confermato la tenuta, posizionandosi molto bene nelle classifiche americane, consacrando la band tra i grandi nomi di questi anni. Ora servirebbe un passo in avanti, ma c'è tempo.

Fontaines D.C. - Di tutte le band che hanno giocato la carta del post-punk revival, sono stati i Fontaines D.C. ad aver vinto la mano. La formula di Grian Chatten e soci è compatta, compiuta, dotata di una stazza cantautoriale che la distingue dalle moltissime realtà pullulate nel mondo indie degli ultimi anni. Skinty Fia e Romance, in particolare, elevano il gruppo irlandese - che da tempo ha lasciato l'underground degli esordi, raggiungendo un successo considerevole - grazie a atmosfere torbide, suoni curati e densi, influssi variegati (tra post-punk, shoegaze, gothbritpop e rock alternativo).

Sam Fender - Sam Fender è il gioiello del pop rock d'autore inglese, in cima alle classifiche fin dagli esordi. La sua versione jangle di un Bruce Springsteen (passato attraverso il filtro War on Drugs via Arcade Fire), che invece di fellas dice lads, funziona perché parte da un radicamento autentico (la working class del Geordieland), non limitandosi ad una semplice imitazione, ma impossessandosi del suo stile declamatorio e retorico come mezzo per testi ricchi di coscienza politica (Aye, Long Way Off) e critica sociale (Seventeen Going Under, Paradigms). Già di diritto tra i grandi nomi del quinquennio. 

Zach Brian - Quanto detto per Sam Fender potrebbe valere anche per il suo doppio speculare Zach Brian, che racconta l'America profonda connettendosi alla tradizione folk e country ma col piglio urgente e ruvido della fine dei vent'anni. E anche qui il genere è uno strumento, non un fine. Provincia deindustrializzata, sound radicato in una reinvenzione dell'autenticità priva di fronzoli, liriche dense e impegnate: tutto ciò fa della canzone di Brian un esempio di autorialità senza fronzoli, eppure potente e capace di una forte impronta personale.

Sombr - Mainstream indie, categoria strana e ambigua che ha perfettamente senso se si pensa alla differenziazione dei canali di ascolto della musica del nostro tempo. L'esordio di Sombr, I Barely Know Her, è un perfetto gioco di equilibrismi indie-rock/pop, per una canzone d'autore che fa l'occhiolino tanto a certo bedroom pop quanto a slanci condotti con vigore da stadio, in un convincente tentativo di unire mondi distanti (ma nemmeno troppo) e rinverdire una pop music che non si vergogna di essere ambiziosa, magniloquente, esagerata. Big music per le nuove generazioni.

Little Simz - Hip hop di livello, autoriale e complesso, acclamato da pubblica e critica senza per questo scendere a compromessi. Little Simz è una delle voci femminili più riconoscibili e forti della scena londinese, capace di imporsi con il suo flow magnetico e le sue aperture soul, funky e chamber.

Tom Odell - Black Friday è un gioiellino di scrittura intimista e fragile, spesso appena abbozzata ma dotata di un'eleganza che mi hanno colpito fin dal primo ascolto. Tra i miei personali must del quinquennio.  

Altri mondi

Bilderbuch - A partire da Schick Shock la band austriaca non ha mai smesso di sfornare materiale interessante, innovativo, sopra le righe. Poi sono arrivati lo splendido Gelb ist das Feld e l'Ep Softpower, entrambi capaci di aggiungere ulteriori elementi alla proposta. Il fatto che arriveranno al 2029 senza cadute di stile è una certezza.

Stromae - Dalla musica indipendente belga al successo su scala europea, il maestro Paul Van Haver ha molte cose da insegnare. La prima è che si può tornare dopo una lunga pausa forzata con più forza e creatività di prima. La seconda è che la mescolanza di suoni, di culture, di visioni è un valore aggiunto capace, in Multitude, di raggiungere picchi di grande bellezza. Sperando in ulteriori sviluppi, quanto fatto è già in grado di stare solido sulle proprie gambe.

Natalia Lafourcade - Dopo Hasta la Raìz e i due volumi di Musas, Natalia Lafourcade non si è certo fermata. Dopo la lunga strada percorsa nella riscoperta e valorizzazione della canzone latino americana, l'album di inediti De todas las flores è un grande lavoro della maturità, capace di imporre l'artista messicana tra le grandissime cantautrici di questi anni.

C. Tangana Sílvia Pérez Cruz - Li metto assieme perché, pur intrecciandosi (si veda la collaborazione in Cuando Olvidaré) rappresentano l'uno l'opposto dell'altra, e allo stesso tempo sono tra le voci più distintive della nuova scena spagnola. Entrambi giocano con la tradizione, ma il primo, con il suo El madrileño, colora il suo Flamenco di ricche sonorità urban moderniste, tra trap e r&b; la seconda, con Toda la vida, un dìa, si libra in atmosfere vaporose e astratte, di grande caparbietà chamber e sperimentale, per uno dei lavori colti più affascinati dell'Europa iberica. Due gioielli.

Bibiza - Successo tutto austriaco (con ovvi sconfinamenti nello spazio germanofono) che con Wiener Schickeria ha preso il volo grazie ad uno dei lavori più entusiasmanti del 2023. Un tour insonne, alterato e tracotante, in salsa Neue Neue Deutsche Welle (c'è davvero una scena che si chiama così), in una Vienna super urbana, anfetaminica e notturna (l'ascolto nella metro e per le strade della città funziona alla grande, provare per credere). Finora senza un seguito all'altezza, ma c'è tempo.

Ralph Kaminski - Bal u Rafała è un lavoro splendido che piazza Kaminski tra i nomi irrinunciabili del decennio (che lui inaugura nel 2021 con Kora, un omaggio alla cantante dei Maanam, Kora Jacowska). La capacità dell'artista polacco di creare atmosfere electropop minimali e allo stesso tempo solenni e spaziose, quasi come se si trattasse di inni sacri, fa il paio con una vocalità ricchissima e caparbia e un approccio teatrale che aggiunge un plus alla proposta. Superstar in patria, misconosciuto altrove, è il segno di come i confini nazionali possono essere tra le peggiori tragedie per la circolazione delle idee.

Scene regionali

Liberato - Non un fuoco di paglia. Anzi, una delle esperienze più entusiasmanti dell'Italia degli ultimi anni. Liberato II riesce a non impallidire di fronte allo splendido esordio, fagocitando il meglio della musica europea, se non mondiale, e riproponendola in un incredibile e controintuitivo mash up "futuristic neo melodico". 

TUL8TE - Passamontagna artigianale bianco, rose rosse e stile da vendere. L'egiziano Mohamed Khafage compie un'operazione musicale e di immaginario a suo modo incredibile. Innalzare l'attitudine nostalgica e il sound retromaniac a livelli da star della musica araba, inventando una formula unica nel suo genere: elettronica sfumata (tra cloud rap, bedroom pop, r&b alternativo) e incursioni flamenco, bossa nova, arabic pop, il tutto centrifugato in un "coktail musicale" (Cocktail Ghena'y) di grandissimo fascino.

Altin Gün - Tra i più solidi e coerenti interpreti di una via indie all'anatolian rock (da recuperare gli Adamlar). Non hanno ancora dato alle stampe il loro capolavoro, ma album come Aşk e Garip non lasciano certo delusi, mescolando psichedelia e turkish pop per un blend spesso fenomenale.

Arooj Aftab - Da New York al ghazal pachistano è un attimo. Basta essere Arooj Aftab e sfornare un brano dello spessore di Mohabbat, tra folk anni Sessanta (Vashti Bunyan, Linda Perhacs) e musica tradizionale. Un nome di culto che gli appassionati di musica non possono farsi scappare.

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LOST AND FOUND - Quattro dischi in cui perdersi e ritrovarsi

Questo potrebbe essere un post sulla psichedelia. In parte è così, ma solo nel senso in cui ognuno ha la propria musica psichedelica, quella che porta altrove, che fa viaggiare e perdere in flussi di puro abbandono. Può succedere con i Pink Floyd ma anche con gli Smiths, con i 13th Floor Elevators ma anche con i Deftones o Luca Carboni. Insomma, la psichedelia non è un genere, ma una predisposizione. Questi sono alcuni dei dischi che mi permettono ogni volta di mollare i freni e dedicarmi ad ascolti trasognati ed immersivi, lasciando il mondo fuori per qualche decina di minuti.

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The Radio Dept. - Lesser Matters (Labrador, 2003)

A volte un'intro è capace di definire il mood di un intero album. Dal primo brano passa tutta la differenza tra l'essere accolti in casa con diffidenza o con calore. "Too Soon": levigature magnetiche di chitarra e rintocchi di tastiera alla M83, un minuto di suadente invito ad usare il disco come un porto sicuro, dove tornare ogni volta che si vuole, quando si vuole.

"You will have us figured out soon, too soon / You will have to leave for a new love, a new love / Somewhere else but stick around for as long as you like / We will be here, spend some time in the sun"

Benvenuti in Lesser Matters. L'attacco di chitarre immerse nel fuzz acerbo e sovraccarico di "Where Damage Isn't Already Done" è quello che serve per finire irrimediabilmente incastrati nella tela di questo lavoro. Melancolica e trasognata, procede in un saliscendi dove si alternano le risacche ovattate delle strofe e quella colata di chitarre che sovverte ogni esigenza di un refrain: non servono parole, basta l'accumulo di pochi accordi sospinti dal basso gommoso. Ed è tutto lì, siamo entrati nel mondo dei Radio Dept., duo svedese che con un solo album ha saputo dare una precisa consistenza alla malinconia nostalgica dei primi anni Duemila, mettendo insieme il twee alla Belle and Sebastian e un dream pop sfocato e caustico, tra My Bloody Valentine e Jesus and Mary Chain. Ricordo ancora il viaggio nella mia pandina sulla statale 26 in una notte d'inverno,  dove mi si offrì tutto il potenziale dell'album, tanto da metterlo in loop ossessivamente fino a casa. In particolare quella seconda metà dove irrompe la splendida "1995", che anche senza capire l'inglese comunica in una lingua universale (tutti abbiamo un 1995 a cui tornare), lasciandoti lì in bilico, rotto e innamorato, e poi, dopo i torpori di brani che si sciolgono tra le dita come spuma, arriva l'imponente "Ewan", introdotta da pochi accordi in reverb e poi inesorabile nel portarti alla fine tra sintetizzatori sibilanti, chitarre aspre e un basso portante, tragico. Perdersi non è mai stato tanto bello.

spacemen 3 psychedelic rock
Spacemen 3 - The Perfect Prescription (Glass, 1987)

Mi rendo conto solo ora di quanta continuità ci sia tra questo disco e l'esordio dei Radio Dept. Anche in questo caso l'epifania è avvenuta in macchina: da tempo cercavo di entrare nel mood dell'album, senza riuscirci. Poi, un tardo pomeriggio d'estate, col sole che iniziava a scendere all'orizzonte e spargere la sua luce plastica sul paesaggio, ho capito - meglio: ho sentito - quale fosse il punto. E il punto sono le atmosfere dilatate, quel sound denso e colloso, quel morboso ripetersi annoiato di strofe lente, rimasticate e ipnotiche, di chitarre languide, di droni di tastiere elettroniche, di suoni che ti prendono e ti rivoltano come un calzino, rendendoti materia duttile, buona per essere plasmata dai suoni. Gli stessi suoni dell'ultimo brano di Lesser Matters, "Lost and Found", e qui chiudiamo il cerchio. 

Fondati da Peter Kember e Jason Pierce, studenti di un istituto d'arte in una cittadina nel centro dell'Inghilterra, gli Spacemen 3 sfornano uno dei dischi psichedelici più belli, immersivi e pericolosi di sempre, un concept sulle "migliori e peggiori esperienze con la droga". L'omaggio alla band di culto Red Crayola, con la splendida cover "Transparent Radiation", parla da sola: fluttuare di Farfisa e chitarre liquefatte, un incedere sciolto tra lo svolazzo sinistro del violino, in un flow disinvolto eppure ieratico, solenne. Poi, certo, c'è l'anima garage, quella degli MC5 e degli Stooges, che irrompe in "Take Me to the Other Side" e "Things'll Never Be the Same", pur sfumando tutto in wah wah  massicci e divagazioni sonore space rock. Ma quello che preferisco del secondo lavoro della band sono la sonnolenta e ipnotica "Feel so Good", il talking alla Lou Reed di "Ode to Street Hassle", il blues alla morfina di "Come Down Easy" e la psichedelia torbida di "Call the Doctor".

blueboy sarah records indiepop
Blueboy - If Wishes Were Horses (Sarah, 1992)

E ora qualcosa di completamente diverso. Siamo in casa Sarah Records, un'etichetta con un'identità intransigentemente cutie, dedita a lavori che hanno fatto del twee una consacrazione di fede  (tra i nomi tutelari i Field Mice e i Brighter), intrisi di un senso romantico di infanzia perduta e di rifiuto dell'età adulta. Cosa c'è di più psichedelico di un cronorifugio (per dirla alla Gospodinov) di questo genere? L'album d'esordio della band di Reading fa propria un'estetica che rappresenta quanto di più distante dalla musica in voga in quegli anni. Guitar pop delicato, fragile, sommesso (mentre il mondo era infuocato dal grunge, dall'elettronica e dai primi vagiti britpop), infuso di fragranze bossanova ("Too Good To Be True" che riscrive l'idea di gioventù, sospesa in un ottimismo ingenuo, perso tra sogno e realtà), dalla consistenza effimera delle collanine di caramelle che sapevano di zucchero sbiadito ("Candy Bracelet", appunto, che introduce l'album con le sue chitarre in reverb). Eppure la maestria nel songwriting e la capacità di creare composizioni armonicamente ricche lasciano continuamente a bocca aperta. Prendete "Fondette", un talking soave che riveste la forte critica sociale ed ambientale delle liriche ("The fields are covered in concrete now / The countryside is dead / The trees are being felled and the rivers run red"), con la glassa zuccherina dell'elegantissimo interplay tra chitarre acustiche. Roba da rimanerci secchi. Ma anche la stupenda "Cloud Babies", tra arpeggi di acustica e violoncello, o l'indiepop saltellante di "Sea Horses", con quelle chitarre che sembrano riflessi di luce sul mare e un basso che sospinge con grande inventiva versi carichi di romanticismo dolciastro. Una mezzoretta scarsa di puro abbandono, capace di rimettere in pace col mondo, ogni volta.

panda bear animal collective psych pop
Panda Bear - Person Pitch (Paw Tracks, 2007)

Noah Lennox, fondatore degli Animal Collective, riversa nel progetto Panda Bear tutta la sua verve sperimentale e il suo approccio visionario. Person Pitch, al tempo dell'uscita, fu una folgorazione. Come ascoltare i Beach Boys passati al frullatore, riflessi in un filtro caleidoscopico di campionamenti giocosi e vorticosi. Qui si riscopre una coralità radicale e infantile (hand clapping, filastrocche, rumorini vari, produzione da cameretta), per un mélange variegato di soluzioni cromatiche e compositive, un denso amalgama (la festosa ammucchiata della copertina - da notare che anche qui, come nei Blueboy, i protagonisti sono dei bambini) dove le parti si confondono e comprenetrano, legate dalla forza centripeta della melodia. L'operazione  ipnagogica è in qualche modo meta-psichedelica: l'effetto stordente, oltre che legato alla vertigine sonica dove imperano sfumati, eco, riverberi, risulta dallo straniamento causato dai continui rimandi a un passato - gli anni Sessanta - tanto sfigurato da risultare immaginario. Guardo indietro, penso di riconoscere un appiglio, lo perdo subito, vado avanti, e così all'infinito. Tra i brani iconici "Take Pills", acquatica e sonnolenta, fino a quando qualcosa innesca il mutamento del mood e del ritmo, portando il brano a esplodere in un technicolor ammiccante e sgargiante, preludio della deliziosa "Bros, tutta un infittirsi di ricami luminosi, di eco, di melodie in crescendo, in continuo accumulo armonico, tra inserti ambientali e piccoli ghirigori che si innestano sul loop principale (tratto da un brano di Cat Stevens). 

Un ascolto a suo modo grandioso, capace di saturare l'attenzione e la pazienza, ma anche di regalare grandi momenti di perdizione.

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Stupidi americani - Racconto breve

 
racconto breve matteo castello americani prigioniero
«Il prigioniero piange di nuovo, Fromm».
«E tu dagli due pugni in bocca, Nilsson».
«Dice che vuole tornare a casa».
«Poteva starsene a casa, allora».

Fromm e Nilsson hanno sorpreso la pattuglia di guastatori poche miglia più a sud dalla loro postazione giù a valle, in direzione della diga che fornisce elettricità a tutta la regione.
«Voi americani siete così rumorosi quando camminate nei boschi, riuscite a far casino anche sulla neve fresca», dice Nilsson fissando il caporale con un sorrisetto.
«Si sentono i padroni di casa», bofonchia Fromm impegnato ai fornelli.
«Sarà che l’impianto che questo bastardo voleva far saltare è stato progettato proprio dai suoi amici», sbuffa l’altro.

La squadra di guastatori americani è stata falciata da qualche raffica, il caporale se l’è cavata con un buco nella spalla.

Il caporale Linklater se ne sta rannicchiato in un angolo della sua cuccetta. Il fuoco crepita nell’atmosfera gelida del primo mattino, diffondendo profumo di legna bruciata e resina. Le pigne accumulate in un cesto a due passi dalla stufa in ghisa nera sono ottime come innesco. Il bosco intorno al capanno ne regala in abbondanza e fornisce una scusa per tenere occupati i prigionieri nemici. Prigionieri che, al momento, si limitano al solo caporale Linklater.

«Goditi la cura del benessere, caporale. Hai pure il coraggio di lagnarti» sussurra Fromm dirigendosi verso il prigioniero con una scodella di porridge fumante.
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Linklater ha due figli e una moglie. Ha pure un’amante. La sua vita, sulla carta, è perfetta. Ma ha sempre sentito un grande vuoto crescere dentro. Mentre sta rannicchiato in quella capanna di legno, gli torna in mente il viaggio di luna di miele a Parigi. Ricorda di essersi sentito avvampare in mezzo a quella gente disinibita e spocchiosa, capace di passare tutto il pomeriggio seduta a qualche tavolino, o stravaccata ai bordi della Senna con lo sguardo perso nel vuoto. Quando camminano, i parigini, non sembrano essere diretti da nessuna parte in particolare. Bighellonano e basta, come a volerti dire “questa è casa mia e ci faccio quello che mi pare”. Lui, invece, a casa sua ci vive come un ladro, come se non ne avesse mai pienamente diritto. Infatti ha un fucile e un bello steccato che ridipinge ogni anno. L’orgoglio di essersi conquistato il suo spazio galleggia precario in un rancore primordiale che lo fa sentire come uno straniero.

Non si aspettava che le cose avrebbero preso quella piega surreale. L’occasione di fare i conti con l’Europa aveva colmato Linklater d’un irresistibile senso di rivalsa. Si era sentito rinascere, e il vuoto era sparito. Dare una lezione al sapientone che abita in centro città, che guida utilitarie fuori moda con la disinvoltura di chi non deve dimostrare nulla mentre mangia cibi senza sapore e ha un posto sindacalizzato all’Università o in qualche ufficio climatizzato. Ecco di cosa si trattava. Lui si era dovuto sudare tutto, aveva dovuto fare i conti con l’azienda di famiglia scomparsa come uno sbuffo di fumo, mentre la sua contea si riempiva di insegne spente e capannoni abbandonati. Se i suoi coetanei si erano trasferiti altrove, scappando come topi, lui si era rimboccato le maniche ed era rimasto. Aveva iniziato come svuota cantine e ormai la sua ditta di pulizie e traslochi contava dieci impiegati. La guerra poteva però essere la vera rivincita, poteva ridare dignità a chi come lui non aveva disertato le campagne disabitate, poteva essere il rimedio a quel senso di essere finiti nel cestino della storia pur essendone stati il motore per centinaia di anni. Fargliela vedere a quei mollaccioni che, pur di non fare i conti con la propria vigliaccheria, sbraitavano in piazza contro le spese militari. Caroline era stata così fiera di lui, e per un attimo Linklater si era scordato dell’amante. Appena partito, gli era presa una nostalgia di casa che l’aveva morso allo stomaco.
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 Il sole basso filtra dalla finestrella rigata dalla condensa. Tra poco sarà di nuovo buio.
«Domani vengono a prenderti, caporale», fa Nilsson senza curarsi di essere delicato mentre cambia la benda a Linklater, che geme e trema di freddo, nonostante il clima nella baita sia caldo e confortevole. Gli avamposti militari, qui, sembrano tutti il casolare di qualche cacciatore. Su una parete una bandiera blu a stelle gialle aggiunge cromatismo all’omogeneo color legno di larice.

 «Ce la farà a camminare fino alla base?» chiede Fromm.
«Se non ce la fa lo lasciamo a congelarsi il culo nero tra i pini», risponde Nilsson.

 Linklater ha una scossa improvvisa che lo distoglie dal torpore della lunga giornata passata a far niente. Alza lo sguardo verso i due soldati e li fissa con una furia che per un attimo li lascia di stucco. La sua pelle scura si tende in una smorfia di disgusto.
«Maledetti bianchi, siete uguali dappertutto!» sputa dalle labbra contratte dal dolore e dalla frustrazione.

 I due si guardano, attoniti, e scoppiano in una risata.
«Sono fissati con ‘sta storia del colore della pelle», dice Nilsson.
«Stupidi americani», ridacchia Fromm.
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Perché De Gregori ha ragione (e perché ha torto)


Apriti cielo, l'artista ha cantato fuori dal coro!

E che artista. Francesco De Gregori è uno che negli anni Settanta fu accusato di essere un profittatore, subendo un violento attacco da parte di alcuni militanti di Autonomia Operaia, che nella piena contestazione della opprimente società borghese ritenevano corretto minacciare persone disarmate impugnando una pistola e conducendo processi sommari. Si sa, la rivoluzione non è un pranzo di gala...

La colpa di De Gregori negli anni Settanta? Non essere abbastanza rivoluzionario (come può esserlo uno che scrive un album come Rimmel, dove non c'è nemmeno un appello alla rivolta proletaria?) e arricchirsi col suo mestiere invece di metterlo al servizio della contestazione. Insomma, l'esigenza, allora come oggi, è tracciare i confini. I rappresentanti della cultura si devono posizionare in maniera chiara, netta, non ambigua, per permetterci di sceglierli più facilmente, evitando la fatica di provarli, di abituarci al loro stile, di capire che non fanno per noi (magari dopo ore di tempo che avremmo potuto dedicare a qualcosa che sicuramente ci piace). Che mettano la giusta spilletta sulla giacca o pronuncino le giuste parole d'ordine, allora. Che siano organici a questa o quella formazione politica, senza dubbi o tentennamenti. Ci rendano facile il ruolo di consumatori! 

Ma è questo che è giusto pretendere dalla cultura e dall'arte?

Chiaramente no, ed è per questo che De Gregori, finito al centro di nuove polemiche con la sua ultima conferenza stampa, ha (in parte) ragione. "Se scrivessi Rimmel oggi, ti darebbero spazio?", si chiede. "La risposta è no", ribatte, adducendo come motivazione una complessità del songwriting oggi andata perduta. Ma questa è solo la premessa. Quella contro cui si scaglia De Gregori è la subordinazione dei prodotti creativi alle esigenze preconfezionate (dall'algoritmo) del pubblico, al suo bisogno di riconoscersi in prodotti che rappresentino una confortevole conferma delle proprie aspettative, a loro volta il risultato circolare di una semplice ipostatizzazione dei trend attuali. La questione scottante, però, arriva solo dopo questo preambolo. "Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali, di guerra... perché tutto ciò va analizzato con estrema cura, e il proclama buttato giù da un palco, o anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente", aggiungendo di non capire gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico. "Perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C'è bisogno di Springsteen che ci dica che è contro l'amministrazione Trump?". 

"Ma che sbaglio c'è nel sensibilizzare le persone?" gli chiede un giornalista. "Lo faccio con le canzoni che scrivo, non attraverso le cose che dico", risponde De Gregori. "Non mi sento superiore a nessuno da poter insegnare come si vive, come si legge un giornale o quale posizione prendere su Gaza, su Israele o sull'Iran. Non mi sento in grado di dare lezioni, ho le idee confuse anche io e mi sembra onesto avere le idee confuse... Il mio pensiero non è totalitario. Se devo prendere lezioni da qualcuno le prendo da un filosofo, non da un cantante". 

Questo, in sintesi, è il pensiero che ha sollevato un'ondata di indignazione, un processo sommario virtuale (senza armi, questa volta) unendo in un unico coro di protesta i molti feriti da questo presunto tradimento, da questo attentato contro il bisogno di sentirsi parte di una comunità coesa e granitica. Ed è qui che vorrei partire per appuntare le ragioni di De Gregori, sottolineando il bisogno di posizionamento che il pubblico pretende nei suoi atti di consumo culturale, cercando di epurare tutto ciò che rende il prodotto consumato non conforme alle attese, o scomodo, o contradditorio. Il consumo dei prodotti culturali assolve a un'unica funzione: quella del riconoscimento, mediante la fruizione di contenuti che evidenzino fin da subito l'elemento identitario di riferimento. Nell'arte come nel linguaggio, il bisogno neo-tribale delle nostre comunità spezzettate è quello di un codice immediato di riconoscimento, perché si possa bypassare lo spiacevole processo di scandaglio, di dubbio, di attrito, di ripensamento, di critica che dovrebbe accompagnare ogni processo di formazione dell'opinione, fino all'eventuale scelta. Processo attraverso cui, inevitabilmente, la vita ci costringe a passare, anche se non vogliamo e facciamo finta di niente. 

Riassumendo, cosa sembra rivendicare De Gregori rispetto al ruolo dell'arte e della canzone popolare? Da un lato la sua autonomia. L'artista non deve subordinarsi a metaforici mecenati, come non deve essere al servizio del suo pubblico (come vorrebbe invece un sistema basato sull'invadenza di algoritmi che appiattiscono la proposta su una media delle aspettative, che finisce col rendere innocua ogni proposta). La canzone deve esprimere i suoi contenuti con un linguaggio che è quello che le è proprio, rifuggendo toni da agitprop o da pamphlet. L'oggetto d'arte è un mondo a sé stante che si connette con il pubblico in modo indiretto e sottile (se non ambiguo): è tutta qui la bellezza dell'arte, nel lasciare aperti spazi per l'interpretazione, per l'incertezza, per il caos e anche per la contraddizione. Sembra invece che il politically correct di chi vorrebbe dipingersi come controcorrente sia il metro per valutare la produzione culturale: se trapela anche un piccolo sospetto di incompatibilità al credo prevalente, allora si è subito pronti per la crociata sdegnata e censoria. L'arte deve creare scompiglio, deve rivendicare anche un po' altezzosamente un ruolo più elevato, deve costringerci a mettere in discussione le nostre certezze e i nostri dogmi.

Dall'altro lato De Gregori rivendica l'inadeguatezza dell'arte a farsi megafono ideologico, ridimensionando il ruolo del cantante pop in un'epoca dove avere visibilità pubblica è sempre meno garanzia di autorevolezza. Trovo questo esercizio di modestia un fatto importante, soprattutto in un ecosistema dove la coltivazione dell'ego è dominante e dove la complessità è ridotta a slogan pronti all'uso. Rivendicare di avere dubbi, anche su questioni dirimenti, è forse uno dei gesti più spiazzanti quando tutti intorno a noi sembrano vivere di certezze incrollabili (salvo affollare gli studi degli psicologi). Non si tratta di uno svilimento di un ruolo ancora prezioso, ma della consapevolezza che questo sia mutato rispetto ai tempi in cui il megafono della cultura pop poteva avere un impatto decisivo sulla società (perché connesso con istanze sociali diffuse, radicate). Oggi quel potere è svanito, e rischia di tradursi in ridicolo per il semplice fatto che un re nudo che si crede vestito fa effettivamente ridere. Nell'ecosistema multimediale di oggi convive tutto e il contrario di tutto, e il risultato è un infinito rincorrersi di stimoli, nessuno dei quali può vantare un impatto rilevante al di fuori delle rispettive micro bolle. Per questo, forse, l'artista farebbe meglio a sfruttare il suo ruolo in modo più coraggioso di così, aprendo voragini invece di confermare attese, facendo del suo essere un sassolino un distruttore di ingranaggi invece che un'illusoria rolling stone.

E allora, cosa stona nelle affermazioni di De Gregori? Il fatto è che, pur ridimensionato, un personaggio pubblico rimane in grado di raggiungere una platea ampia, e questo impone l'assunzione di responsabilità. Responsabilità che non si esauriscono soltanto nella presa di coscienza della propria parzialità e inadeguatezza, o nella volontà di prendere le distanze dalle forze appiattenti della contemporaneità. Responsabilità significa anche riconoscere quando qualcosa è troppo grave per essere taciuta. Il parlare, a quel punto, non dovrebbe essere dettato dall'esigenza di arruolarsi nelle fila di questa o quella tribù culturale, ma dal rispettare il proprio ruolo di interprete simbolico dei fatti del mondo. Gaza non è una questioncina da rotocalco, ma una delle più grandi tragedie del nostro tempo. Se non si vogliono lanciare proclami (cosa buona e giusta), non ci si dovrebbe nemmeno sottrarre dalla responsabilità di dire qualcosa che possa anche fare arrabbiare qualcuno. La parola, la voce dell'artista, se di vera arte si sta parlando, porta sempre con sé qualcosa di imponente, di sacro, perché costringe ad una riflessione, anche critica, anche problematica. Sottrarsi a questo tipo di responsabilità con quel cinismo sprezzante tipico del nostro tempo risulta un passaggio amaro, non così nobile. 

Dunque, Francesco De Gregori non ha né torto né ragione. Ha sia torto che ragione. Si può criticare, ma allo stesso tempo celebrare. Immagino anche che sia una persona capace di essere tanto educata quanto maleducata, ogni tanto. Un artista profondo ma che si lascia andare a pigrizia e volgarità, di tanto in tanto. Ed è strano, orribile, ma spesso le cose vanno così, a questo mondo. 

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ROCKET USA - Quattro dischi che hanno rivoluzionato il rock americano

La tradizione può essere rinnegata, riletta, riesumata in revival più o meno posticci, adorata come una reliquia intoccabile. 

Quello che non si può fare con la tradizione è ignorare che esista. Le band elencate di seguito sono tra gli esempi più fulgidi di come si possa onorare quanto fatto nel passato manipolandone creativamente la formula di partenza. Si può rendere il passato irriconoscibile rivoltandolo come un guanto, oppure lo si può rinvigorire costringendolo a volgere la testa al futuro, facendone un mezzo espressivo e culturale per aggredire il presente. 

album esordio ramones punk
Ramones - Ramones (Sire, 1976)

A fine anni Settanta il club CBGB di New York era uno dei templi sacri della new wave americana. Curioso, dal momento che l'acronimo stava per Country, Bluegrass, Blues. Proprio qui Patti Smith, Television, Blondie e Talking Heads iniziarono a sovvertire i canoni della musica popolare, svecchiando la proposta e rendendo tutto più dritto, spoglio e minimale. Tra i grandi protagonisti della scena non si possono non citare i celeberrimi Ramones, forse tra i più efficaci nel creare un suono distintivo, riconoscibile, giocosamente provocatorio e caustico. La formula è semplice: power pop, garage, surf rock e doo wop trasfigurati in un sound sfrontato, grezzo e minimale, addirittura parossistico nella sua ripetitività da filastrocca. Punk-rock, per capirci. Un'innovazione totale che lavora su un recupero oltranzista degli elementi base - basso, chitarra, batteria - consacrati a riff velocissimi e ridondanti, a un mood scanzonato, sardonico, capace di dare un nuovo slancio tanto alle power ballad (I Wanna Be Your Boyfriend), quanto ai pezzi più veloci (Judy Is a Punk, Now I Wanna Sniff Some Glue). Un disco iconico che rappresenta una cesura netta tra un modo di concepire la musica e un altro, lasciando segni indelebili negli sviluppi del pop-rock.

album suicide alan vega synth alternative

Suicide - Suicide (Red Star, 1977)

Il disco d'esordio dei Suicide è un tipico esempio di evoluzione per mutazione genetica. Si parte da basi note per lasciare che qualcosa vada storto nel profondo del procedimento di trascrizione, finendo con una creatura radicalmente aliena rispetto alla matrice originaria. Qui si mantiene intatto lo spirito rock'n'roll e rockabilly, i vocalizzi e gli ululati, le posture istrioniche e l'enfasi sessualizzata, ma ogni elemento è passato per un filtro distopico alla Mad Max, per un negativo synthpop caustico e dissacrante. Alan Vega e Martin Rev, due nomi che da soli fanno pensare a creature aliene, pronte per invadere l'underground newyorkese di fine anni Settanta (già piuttosto infestato, come abbiamo visto). E allora non rimane che farsi trascinare dalle pulsazioni ritmiche ossessive di Ghost Rider e Rocket USA, tra fitti sibili di sampledelia primordiale, con la  voce di Vega nebulizzata e vaporizzata nell'eco e gli improvvisi guizzi armonici di sintetizzatore alla Silver Apples, oppure farsi ammaliare dalla melassa inquinata di Cheree (su cui prenderanno appunti gli Spacemen 3 e i Jesus and Mary Chain), o ancora lasciarsi travolgere dalla furia psicotica di Frankie Teardrop, sorta di versione maniacale della State Trooper dello Springsteen di Nebraska. Un ascolto che traccia un solco netto tra un prima e un dopo, tra cosa si può e cosa non si può fare in musica, per una preziosa lezione di istrionismo e di coraggio. Ascolti i Suicide e capisci che lo stesso magma dissacrante può spezzare le gambe a qualsiasi vecchia, polverosa e opprimente tradizione. Di Alan Vega e Martin Rev, però, non ne fanno molti.

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The Gun Club - Fire of Love (Ruby, 1981)

L'operazione, qui, è più sottile (se così si può dire), ma altrettanto radicale. Il punk applicato all'americanità profonda, tra blues, rockabilly, prewar music in generale, tra omaggi veri e propri (Preachin' the Blues di Son House, Cool Drink of Water di Tommy Johnson) e le personali scorribande di Jeffrey Lee Pierce, impegnato nel suo immaginario punk-voodoo delirante. Una versione ideale di quello che sarebbero potuti essere i Rolling Stones se fossero nati a fine anni Settanta. La prima volta che ho sentito She's Like Heroin to Me e For the Love of Ivy ho capito quello che, in modo pacchiano, viene illustrato nella sequenza del film Sinners: cioè che esiste una continuità spiritica tra le forme espressive della musica popolare - nera e non -, e che questa continuità può agire come una vera e propria possessione. Si parla proprio di quel Fire Spirit che infesta il brano e sembra guidare Lee Pierce nella sua litania suadente e sempre più infuocata. Qui sta la forza di certa musica americana, nel dare universalità a una tradizione locale e regionale, dandoci frutti che possiamo tranquillamente adattare ad ogni contesto. 

The Dream Syndicate - Medicine Show (A&M, 1984)

dream syndicate rock paisley underground indierock

La scena neo-psichedelica di Los Angeles nei primi Ottanta aveva un nome: Paisley Underground. Spiegata brevemente: un gruppo di amici e conoscenti che condivide l'amore per vinili e musica vintage e condivide i palchi nel bel mezzo dell'America reaganiana. Il risultato è una manciata di dischi che fa fluire l'energia punk e post-punk in rievocazioni garage e jangle, tra Velvet Underground, Byrds e 13th Floor Elevators. Una versione desertica e psichedelica delle pulsioni urbane di altre scene regionali, per una sorta di Tom Petty consacrato all'underground e alla scena alternative. Il suono dei Dream Syndicate di Steve Wynn è forse tra i più influenzati dal post-punk, come testimonia un fenomenale disco desordio. Il secondo lavoro è però quello che preferisco: dietro la sua apparente compostezza cantautoriale si cela un più intensivo lavoro di destrutturazione degli ingredienti della tradizione. Basti la magnifica John Coltrane Stereo Blues, con il suo pulsare bombastico che si trasforma in una jam destrutturata e noise, per non parlare di brani intensi e perfetti come Daddy's Girl, Burn o Bullet With My Name on It, tra country alternativo post-Neil Young e un indie rock goticheggiante e stentoreo, tutti impreziositi dalla splendida chitarra di Karl Precoda. Un lavoro dall'impatto immediato (il primo ascolto è ancora impresso nella mia mente, con la pandina verde che solcava le stradine aostane proiettandosi in qualche scenario da deserto del Mojave), invecchiato benissimo e pronto per affascinare generazioni su generazioni.


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StranAosta - delle bizzarrie e stranezze di una città ordinaria

Aosta è una città strana.

Strana nel senso doppio di bizzarra ed estranea.

Bizzarra perché vive di dinamiche peculiari, in qualche modo uniche (per quanto la provincia si assomigli tutta). Estranea perché fuori dalle dinamiche nazionali nelle quali è inserita (per quanto, in fondo, ad Aosta si trovino in nuce i caratteri nazionali nella loro purezza). Bizzarria ed estraneità si compenetrano, finendo con l’avvilupparsi in una sintesi che fa di Aosta un posto tutto sommato ordinario, normale, ma che insiste nel rappresentarsi come altro, come straordinario, risultando effettivamente tale per autopoiesi.

Prendiamo per cominciare la questione politica. Il motto “né a destra né a sinistra”, nella sua banalità da baretto, è reiterato con fierezza e convinzione, rappresentando ormai un credo fondamentale della classe dirigente. Il problema, qui, sta tutto nella povertà della visione: non si tratta di una terza posizione, ma di un bieco posizionamento: si sta dove conviene, volta per volta, per qualche briciola in più. La palla passa ogni volta al rispettivo partito nazionale di destra o sinistra che può offrire di più, riducendo la politica valdostana ad un mercanteggiare tra miglior offerenti. La ripetizione enfatica ne ha fatto però una verità autoevidente. La politica valdostana può riassumersi in questo gioco di opportunismo vassallo, dipinto ovviamente come fiera presa di distanze dal mondo là fuori.

A livello sociale, e qui la cosa si fa più interessante, Aosta è un mondo in miniatura incapace di elevarsi a società civile (per questioni di scala ma anche di inadeguatezza) e per questo cristallizzata in una dimensione corporativa inconsapevole e parcellizzata. I gruppi sociali sono raramente distinti dai loro rappresentanti più in vista, facendo di questa incapacità di astrazione (o universalizzazione) degli interessi di gruppo tanto un elemento di semplificazione delle relazioni, quanto di esacerbazione che vomita sul piano pubblico le idiosincrasie inter-individuali al loro stato grezzo, non digerite e non elaborate. Questo doppio piano non è mai netto, ma si risolve in una conflittualità estremamente conservatrice, perché ogni volta risolta o nell'accordo di buon vicinato, o nel mutuo e ostile coesistere nei propri rispettivi giardini di casa.

L’assenza di una società civile, col suo conseguente vacuum di generalità e astrazione, si riflette, oltre che nella politica, in ogni ambito, compreso quello culturale. Il pubblico valdostano è uno, indistinto, entusiasta. Non esistono pubblici (o target), ma una platea generalista che riceve l’animazione culturale offerta dalle strutture preposte, e lo fa generalmente applaudendo. Non esiste una critica, né in termini giornalistici né in termini di dibattito pubblico, ma solo un lieto (o indifferente) prendere nota del prossimo appuntamento sul palinsesto. Esiste uno spazio da riempire, l’importante è che questo si riempia. Esistono poi micromondi locali che vivono di rendita e di ammirazione eterna, mai messi in discussione e anzi fonte di rassicurazione contro ogni ansia da prestazione: anche noi abbiamo i nostri gioielli, protetti dal mondo esterno.

La bizzarria sta nel fatto che questa autorappresentazione scricchiola in maniera sempre più evidente, facendo dell’autocoscienza dell’aostano una vera falsa coscienza. Da un lato la composizione demografica di una valle dove i giovani spariscono privilegia le strutture familiari tradizionali, legate a settori, attività, rendite e costumi altrettanto tradizionali. Dall’altro la turistificazione sempre più pressante espropria ogni possibilità di immaginare la propria città al di fuori del ruolo di luna park consumistico, sempre capace di far brillare gli occhi ai locali nell’illusione di una centralità fasulla. Pensandoci non sopravvive nemmeno un’identità propriamente alpina, ceduta con un po’ di boria alle località più in alto.

Esistono spazi di ribellione e inventiva? Forse, anche se sembra che ogni possibilità di uscire dalla morsa soffocante della programmazione pubblico-privata degli spazi urbani e di vita sia sempre più difficile per ragioni strutturali, culturali e demografiche. Di certo esiste una larga porzione di abitanti aostani che vive in maniera estraniata, ectoplasmatica, la propria esistenza in questo contesto. In che senso? Nel senso che queste persone vivono, lavorano, amano, fanno attività (ecc.) sottraendosi però dal dovere performativo di scrivere una dichiarazione d’amore per la propria valle ogni volta che fanno una foto di un panorama alpino. Una fetta di popolazione insensibile (se non ostile) alle esigenze di autorappresentazione locale, disinteressata agli eventi che affollano i calendari, estranea alla retorica politica dell'assedio perenne e della incantevole pétite patrie. Una parte assente, si direbbe. Ma forse, proprio grazie al suo essere impermeabile e naturalmente resistente ai tic locali, al suo sottrarsi da un immaginario imposto e posticcio, questa componente potrebbe essere potenzialmente capace di farsi corpo estraneo e scardinare automatismi di lungo corso. Automatismi che però, al momento, paiono ancora incardinati ben a fondo nell'identità di questa città.

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Highgate Cemetery - Racconto breve

cimitero highgate london marx matteo castello

Il cimitero gotico di Highgate non ha nulla di lugubre, a meno che non ci si trovi a girare tra le vecchie lapidi di pietra invase dall’edera in un freddo pomeriggio di pioggia. Quel giorno, invece (era un venerdì, o un sabato), c’era il sole e la luce inondava gentilmente il quartiere da cui, in alcuni punti, si può vedere Londra dall’alto.  

 

Highgate è un ridente sobborgo ad oltre 100 metri sul livello del mare abitato da giovani famiglie, da trentenni hipster e da anziani londinesi facoltosi. Il quartiere ha tutto l’aspetto di un villaggio a sé stante, con le sue strade pulite, i viali alberati, le facciate vittoriane e georgiane, i negozietti di fiori, le groceries e le caffetterie dove trovare dolci e prodotti biologici. Il continuo saliscendi che porta al cimitero passando per l’abitato lungo High Street, è l’ideale per passeggiate domenicali. Swain’s Lane, poi, mette alla dura prova le gambe con la sua pendenza insolita: stretta e ripida, la stradina è costeggiata da due file di muri in mattoni che celano ville moderniste immerse nella vegetazione. Una di queste ville è la Eidolon House, progettata dall’architetto Dominic McKenzie. Una facciata dell’edificio, in vetro e acciaio, è interamente a specchio e riflette gli alberi di fronte, scomparendo – o raddoppiandosi – nello spazio. 

 

È in questo contrappunto variabile di sensazioni, di suggestioni, di vedute, di aperture e chiusure dello spazio urbano, che si entra al cimitero di Highgate. Poco vicino c’è un parco pubblico, e le voci dei bambini sono uno dei suoni prevalenti mentre ci si avventura sul selciato che si dirama in svariati sentierini, più o meno battuti, tra olmi, querce e tigli (ancora spogli, si era in marzo). 


Scelsi di procedere a caso, come mio solito, lasciandomi guidare dall’ispirazione del momento, dagli scorci che allacciavano di volta in volta la mia curiosità, giocando a perdermi tra i vialetti di terra battuta sempre più intricati di radici, ciottoli, edere, e disseminati di lapidi ottocentesche divorate dal tempo, alcune inclinate e in rovina, spinte fuori asse dai moti del terreno, ormai quasi elementi geologici. Non riuscì a non pensare a quel brano degli Smiths, dove il protagonista, in un “terribile giorno di sole”, si aggira tra le tombe e, con il favore del suo nume Wilde, legge le incisioni e si chiede: 

 

All those people, all those lives 
Where are they now?  

With loves, and hates and passions just like mine 
They were born and then they lived and then they died 
It seems so unfair, I want to cry. 

 

Il mio giorno di sole non era per niente terribile, anzi, era una finestra spalancata. Sarà per questo che aggirarmi tra le lapidi non mi faceva impressione. Il ricordo è vivo: la luce che filtrava tra i rami spogli mescolava in un’unica combinazione di tinte tenui e nitide il verde brillante delle felci, l’azzurro vivo del cielo e le pietre scure rigate di muschio. Mentre cercavo di mettere tra parentesi il motivo per cui ero lì, nel frattempo affiancato da mille altri motivi, tutti riuniti all’interno di uno più grande e complessivo, notai la tomba nera, moderna e vagamente pacchiana, di Malcolm McLaren, il manager dei Sex Pistols. Lo stemma con le iniziali mi parve una trovata disneyana di cattivo gusto, soprattutto se confrontata con gli ornamenti semplici e solenni delle lapidi tutte intorno. Più mi inoltravo tra gli alberi, più sentivo imprimersi sul mio passo la curvatura di uno spazio doppio, dove vita e morte interagiscono armonicamente, senza stacchi netti, lasciando che il mutare delle cose coinvolga tanto le tombe, ognuna segnata a suo modo dal passare del tempo, quanto chi le percorre, che non può che vedersi specchiato su un opposto piano simbolico e allegorico. La sorpresa, tra le pieghe di questa strana dimensione distorta eppure limpida, fu vedere come, tra le austere incisioni ottocentesche, iniziassero a comparire caratteri farsi, dedicati a esuli iraniani doppiamente sradicati dalla loro terra (dallo shah prima, dagli ayatollah poi), oppure esotici ed eleganti kanji giapponesi, segno di connessioni antiche e di fascinazioni che permangono intatte tra umani uniti dallo stesso destino. 

 

Non volevo raggiungere già la mia meta. Mi sembrava che i sentieri si moltiplicassero all’infinito, e che ne avessi percorsi una minima frazione. Nel frattempo, la luce si screziava piegandosi all’inclinazione della stagione, proiettando ombre oblique che, in un mondo indifferenziato, avrebbero interrotto i miei passi, facendomi inciampare di continuo. Notai che più convergevo verso il centro, più le tombe diventavano un tutt’uno con il suolo, perse in un oblio secolare, inesorabile. Cercai la tomba di Hobsbawn, senza successo. Ne vidi altre, anonime e cariche di significati che coglievo solo in parte. Non potevo rimandare oltre. Mi riportai sul selciato principale, risalendo lungo il lato est. In cima al leggero pendio, sulla destra, c’è una radura affacciata direttamente sul cielo: qui, infatti, le lastre sono posate in orizzontale. Decisi di fare ancora un giro tra quelle pietre prima di trovarmi di fronte a lui. Avevo notato che un gruppetto di visitatori si aggirava e indugiava intorno al monumento (uno dei più imponenti e celebrativi della parte est) e preferivo aspettare di rimanere da solo dinnanzi a Karl Marx. Ormai la mia attenzione era tutta rivolta a quel monolite scuro e a ciò che rappresentava. Quando finalmente i pochi ammiratori si dissiparono, decisi che era il mio momento. Il busto barbuto scrutava severo in direzione del sobborgo gentrificato del nord di Londra. Appena sotto, in caratteri dorati, il motto (o epitaffio?) “workers of all lands unite”. Non potei non considerare che lì, in quel cimitero, la frase virava nel grottesco: i sepolti di ogni terra e di ogni tempo erano uniti sotto quegli olmi, collegati dalle felci e dai rampicanti, contrappuntati dai fiorellini gialli selvatici che bucavano la terra scura. Il silenzio dominava, in quel punto dell’Highgate Cemetery. Il monumento è dedicato non solo a Marx, ma anche alla gravità della nostra epoca, di ogni epoca, nonostante i secoli brevi o quelli lunghi, quelli bui e quelli più luminosi. Ritto di fronte al memoriale di Marx, pensavo che lì stava sepolta anche un’idea impensabile che non apparteneva più al nostro tempo, e che – non fosse per l’imponenza del monumento - sarebbe finita anch’essa avvolta dalle felci nel giro di pochi decenni. Eccolo, il “dreaded sunny day” degli Smiths. Con un poco di vergogna, dopo un attimo di raccoglimento, accennai un pugno chiuso e decisi che era ora di uscire da quel regno dove tutto era mescolato e veniva inghiottito nell’assenza ordinata delle cose, o nella presenza impastata della fine.

 

Fuori dal cancello, di nuovo gli schiamazzi del parco. Mi attendeva la salita di Swain’s Lane, dovevo superare la doppiezza della casa a specchio del famoso architetto, oltrepassare il quartiere dove la gente ormai aveva iniziato a vivere la parte libera dal lavoro della propria giornata, e infine tornare al mio appartamento, con le sue grandi finestre che davano sulla strada e sugli alberi. Si era alzato un venticello piacevole, quasi a volermi spingere più in fretta verso Archway Road, a pochi passi dalla fermata della metropolitana. Lì davanti, nel giro di poche ore, avrei solo dovuto aspettare. La prospettiva di quell’attesa arrivò come uno spirito benigno. Interpretare il mondo, cambiarlo. In quel caso c’era poca differenza.  

 

________


There is nothing lugubrious about Highgate's Gothic cemetery, unless you happen to wander among the old, ivy-clad stone headstones on a cold, rainy afternoon. On that particular day, however, the sun was out and the light flooded the neighbourhood, from which certain vantage points offer views of London from above.  

Perched over a hundred metres above sea level, Highgate is a pleasant suburb inhabited by young families, thirty-something hipsters, and wealthy elderly Londoners. The neighbourhood feels like a village in its own right, with clean streets, tree-lined avenues, Victorian and Georgian façades, flower shops, grocery stores, and cafés serving pastries and organic food. The continuous rise and fall of the road leading to the cemetery, which passes through the village along High Street, is ideal for Sunday strolls. Swain’s Lane, however, is a different matter entirely, putting the legs to the test with its unusual steepness. Narrow and sharp, the lane is flanked by two rows of brick walls concealing modernist villas immersed in greenery. One of these villas is Eidolon House, which was designed by the architect Dominic McKenzie. One of the building's facades, made of glass and steel, is entirely mirrored and reflects the opposite trees, disappearing — or doubling — within the space.  

It is through this variable counterpoint of sensations, suggestions and vistas, of openings and closings of urban space, that one enters Highgate Cemetery. There is a public park nearby, and the voices of children are one of the prevailing sounds as you venture onto the pavement that branches off into various paths, some well-trodden and some less so, among elms, oaks and lime trees (which were still bare as it was March). As is my habit, I proceeded randomly, letting myself be guided by inspiration and glimpses that caught my curiosity. I played at getting lost among dirt paths increasingly tangled with roots, pebbles and ivy, scattered with nineteenth-century gravestones devoured by time. Some were tilted and in ruins, pushed off-axis by the shifting earth, now almost geological elements. I couldn’t help but think of that Smiths song where the protagonist wanders among the graves on a 'dreaded sunny day' and, favoured by his patron saint Wilde, reads the inscriptions and asks:  

All those people, all those lives / Where are they now? With loves and hates and passions just like mine, they were born, they lived, they died; it seems so unfair, I want o cry.” 

My sunny day was not dreadful at all; quite the contrary, it was a wide-open window. Perhaps that is why wandering among the headstones did not unsettle me. I remember it vividly: the light filtering through the bare branches blending into a combination of soft and sharp hues, the bright green of the ferns, the vivid blue of the sky and the dark stones streaked with moss. As I tried to put the reason I was there to one side, surrounded meanwhile by a thousand other reasons, all gathered within a larger, more encompassing one, I noticed the black, modern and somewhat ostentatious tomb of Malcolm McLaren, the Sex Pistols' manager. The crest with the initials struck me as a poor taste Disneyesque touch, especially compared to the simple, solemn ornaments on the surrounding graves. The deeper I went among the trees, the more I felt the impression of a double space on my steps, a place where life and death interact harmoniously without any sharp boundaries, where the cycle of change encompasses both the graves, each bearing the marks of time, and the person walking through them. This person cannot help but see their own reflection on a symbolic and allegorical plane. Within the folds of this strange, distorted yet clear dimension, I was surprised to see Farsi characters appear among the austere nineteenth-century engravings, dedicated to Iranian exiles uprooted twice (first by the Shah, then by the Ayatollahs), as well as elegant Japanese kanji. These signs are evidence of ancient connections and fascinations that remain intact among humans united by the same destiny.  

I did not want to reach my destination just yet. It seemed as if the paths multiplied to infinity and that I had walked only a fraction of them. Meanwhile, the light became dappled, yielding to the tilt of the season and projecting oblique shadows that, in an undifferentiated world, would have interrupted my steps and caused me to stumble constantly. The closer I got to the centre, the more I noticed that the graves were becoming one with the ground, lost in a secular, inexorable oblivion. I searched for Hobsbawm’s grave, but I could not find it. I saw others, anonymous and laden with meanings I only partially grasped. I could delay no longer. I returned to the main path and walked back up the eastern slope. At the top of the gentle incline, on the right, there is a clearing facing directly onto the sky. Here, the slabs are indeed laid horizontally. I decided to take one more turn among the stones before coming face to face with him. I had noticed a small group of visitors lingering around one of the most imposing and celebratory monuments in the East Wing, and I decided to wait until I was alone with Karl Marx. By then, my attention was entirely fixed on the dark monument and what it represented. When the last of the admirers finally left, I decided that the time was right. The bearded bust looked sternly towards the gentrified suburb of North London. Just below, in golden letters, was the motto (or epitaph?): 'Workers of all lands unite.' In that cemetery, I couldn't help but feel that the phrase had taken on a grotesque quality: the dead from every land and era were united under those elms, connected by ferns and creepers, and contrasted with the small wild yellow flowers piercing the dark earth. Silence dominated that spot in Highgate Cemetery. The monument is dedicated not only to Marx, but also to the gravity of our era and every other era, regardless of whether they were short or long, dark or luminous. Standing before Marx’s memorial, I thought that buried there was also an unthinkable idea that no longer belonged to our time. Were it not for the imposing nature of the monument, it would also have been swallowed by ferns within a few decades. There it was: the 'dreaded sunny day' of the Smiths. After a moment of reflection, I made a brief clenched-fist salute with a touch of shame and decided it was time to leave that realm where everything was mixed and swallowed into the ordered absence of things or the thickened presence of the end. 

Outside the gate, the shouts from the park could be heard again. I had to ascend Swain’s Lane; first, I had to pass the famous architect’s mirrored house, then move beyond the neighbourhood where people had now begun to enjoy their day off work, before finally returning to my apartment, with its large windows overlooking the street and the trees. A pleasant breeze had picked up, as if urging me onwards towards Archway Road, just a few steps from the Tube station. There, within a few hours, I would only have to wait. The prospect of that wait came to me like a benevolent spirit. To interpret the world, to change it. In that case, there was little difference.  

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