Alta risoluzione

Racconto di Matteo Castello. Rappresentante di armi e immagini ad alta risoluzione
Non devono avermi capito. 

“Sii dettagliato”, mi era stato raccomandato. 
Lo sono stato. 

Il tizio prima di me è stato applaudito nonostante il suo rapporto sui sistemi antimissile fosse, nella migliore delle ipotesi, fin troppo didascalico. Dati, tabelle, statistiche, numeri, mappe. Tutto molto rigoroso, ma sono sicuro che nessuno abbia capito di cosa stesse parlando per davvero. L'astrazione è la peggior caduta di stile per chi voglia eccellere in questo mondo così materico. Il nostro settore entra talmente a fondo nella vita delle persone, scortecciando la più profonda essenza del reale, che mi chiedo come si faccia a ridurlo a una manciata di freddi schemi contabili.

L’azienda che rappresento rappresenta la punta di diamante dell’industria bellica. I nostri apparati svolgono un compito cruciale per la riuscita delle operazioni di attacco, facendo un lavoro pulito. Dispositivi missilistici di nuovissima generazione - droni compresi - gioiellini ad alta tecnologia che ci mettono all'avanguardia e ci rendono capaci di soddisfare un ventaglio quasi inesauribile di esigenze. Velocità ipersonica, calcolo stocastico delle traiettorie, sensori intelligenti settati su ogni categoria di bersaglio, mobile o no, piccolo o grande, indoor o outdoor. Questa, però, è roba da toccare, da guardare.

Un lavoro pulito, dicevo. Ho pensato che sarebbe stato riduttivo limitarsi a mostrare qualche capannone disintegrato o qualche mezzo corazzato in mille pezzi. Devo intrattenere la platea e rendere giustiza alle potenzialità dei prodotti che sto promuovendo. Spesso, infatti, tutto si limita ai danni da barotrauma: le prime due fotografie ad alta risoluzione parlavano chiaro, le ho scelte proprio per la loro efficacia rappresentativa. Immagini assolutamente perfette. Gli organi interni cedono ed è fatta. Si può vedere qualche fuoriscita ematica, spesso da orecchie e naso, ma per il resto i corpi rimangono intonsi. Certo, in casi di schegge e crolli, che i nostri missili sono senza dubbio in grado di provocare (e in larga scala), sono comuni, anzi inevitabili, lacerazioni e amputazioni traumatiche. In questo caso la pulizia è minore, mi pare evidente. Stiamo parlando di missili dal grande potenziale distruttivo, precisissimi nel targeting soggettivo, individualizzato. Uno spettacolo ingegneristico che con l'intelligenza artificiale rende desueti gli armamenti che si producevano fino all'altro ieri. Anche in questo caso la documentazione era più che esaustiva e di ottima qualità. 

È stato alla quinta fotografia, selezionata con cura tra centinaia (mi ci sono volute settimane di lavoro, sapete), che i presenti hanno iniziato a rumoreggiare, poi a insorgere, e infine a uscire dalla sala. Uno si è addirittura sentito male ed è svenuto. Un tale ad un certo punto si è alzato dalla prima fila e mi ha portato via trascinandomi per un braccio, chiedendo scusa ai presenti rimasti ai loro posti. È successo tutto talmente in fretta che non ho nemmeno avuto il tempo per protestare.

Cosa mai sarà andato storto? Continuo a chiedermelo. Ho fatto quello che dovevo fare, nel modo più preciso, dettagliato, meticoloso e curato possibile.
Ho aggiunto anche un tocco di riguardo, direi artistico. Le foto erano perfette. In alcune si distingueva addirittura il colore degli occhi. 
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Sanremo 2026, aka "La canzonetta al tempo dell'AI"

Sanremo è uno spettacolo indecoroso, come sempre. Forse questa volta anche più del solito. Grigiore tardo-meloniano, buffonate da animazione turistica di terz’ordine (l’uso dell’AI mentre il pubblico canta Papaveri rimarrà negli annali come momento più imbarazzante di sempre), brani spenti, melodie sciape, liriche incentrate su tristezza, ricordi, malinconia. Come al solito, però, rimane viva la fiammella della speranza. La speranza che dalle tenebre sorga una piccola luce, una Joan Thiele o un Lucio Corsi che, facendo ciao con la manina, ci facciano sentire che non tutto è perduto. Ma in fondo, anche solo sparare a zero su questo baraccone è divertente. 

Quindi, iniziamo (l’ordine è quello della prima serata).
 

Ditonellapiaga - Che fastidio (6/10) 

Inizio uptempo che sorprende per la sua netta incursione nella club culture alternativa. Nu-disco pulsante, electropop sostenuto da un bel beat house, modulazioni sintetiche che richiamano il Roland TB-303 (quei gorgoglii acid), attitudine electro clash e svolgimento melodico/canoro che fa il verso a MissKeta, con ritornello indie ad alleggerire il carico. Much ado for nothing? Probabilmente sì, vista la china di questa edizione. Poco male, salviamo il salvabile. 

Michele Bravi - Prima o poi (4,5/10) 

Volevo essere Perfume Genius, ma… Glassa sanremese per un cantautorato pop dallo sviluppo blando e scontato, per quanto non tutto sia da buttare (la melodia è impegnata in un sali e scendi che regala alcuni guizzi di vitalità). Voce interessante che avrei preferito sentire più sporca. Ma Sanremo è Sanremo e Michele Bravi è Michele Bravi. 

Sayf - Tu mi piaci tanto (4,5/10) 

Un’ibridazione tra Max Gazzé e Daniele Silvestri, ma con le treccione da Ghali. Sayf strizza l’occhio al pubblico andando sul sicuro, con quell'arrangiamento latino che piace sempre, giocoso e saltellante, rassicurante e convenzionale, ahimè scontato. Lui piatto, monocorde, incapace di un’interpretazione convincente, nonostante un testo meno banale del previsto. 

Mara Sattei - Le cose che non sai di me (5/10) 

Ballad zuccherosa disneyana. Bello però il richiamo beatlesiano del mellotron, capace di fare da trigger per l’ispessimento del sound nella seconda parte del brano, ben più riuscita e convincente rispetto alle premesse. Per il resto siamo di fronte al solito crescendo funzionale al climax vocale da scuola di canto. Poca sostanza. 

Dargen D'Amico - Ai Ai (4/10) 

Ci sono brani di Sanremo che sono invalutabili. Qui abbiamo un patchwork di tutto ciò che ci si aspetta dall’artista in questione: il funky, il rap, la chitarra elettrica per non farci mancare nulla, il testo impegnato “pigliatutto”. Un’esibizione di stile che pare un cabaret, rientrando difficilmente nella categoria “musica”. D’Amico è così: fa il suo, mette in scena il teatrino, il ritmo, i colori, l’irriverenza posticcia. E però, boh. Tanto la gente applaude sempre. 

Arisa - Magica favola (5,5/10) 

Ballata per certi verso ancora più disneyana di quella della Sattei. Malinconia lacrimosa da decadentismo tardo-meloniano, tra nostalgia delle cose di casa, del papà e della mammà. Con un po' di pazienza, però, l'effetto stucchevole lascia il posto ad altro, ad una complessità inaspettata. La melodia è particolarmente raffinata, gli arrangiamenti sono sottili e ricamano con intelligenza, e il fatto che i Matia Bazar facciano capolino nei refrain conferisce al tutto un discreto spessore. 

Luchè - Labirinto (3/10) 

Il festival della tristezza. Lui non prende una nota. Arrangiamenti messi lì a casaccio perché fa brutto lasciarlo a stonare da solo. 

Tommaso Paradiso - I romantici (5/10) 

Indie italiano puro. Siamo ai tempi di Calcutta e Brunori, momento amarcord vero. Anche lui nella fase in cui scrive le canzoni alla figlia. Compitino. 

Elettra Lamborghini - Voilà (3/10) 

Filastrocchina alla Carrà ai tempi della lobotomia da IA massiccia (che infatti interviene nel siparietto orripilante successivo - lo sai che i papaveri). Lei fatica a fare qualcosa di più che sussurrare al microfono, facendosi sovrastare dall’arrangiamento, danzereccio tripudio di torpori dance banalotti. Potrebbe anche vincere. 

Patti Pravo - Opera (?/10) 

Decadentismo fumé che prende il largo, poi sfuma, si perde, recupera ancora, rimesta nella grandeur divistica di un tempo, non porta da nessuna parte sapendo che il gioco è proprio quello. Personalmente la trovo un’inutile e stanca celebrazione dall’eleganza sfumata e avvizzita. Testo di livello. L’avrei vista meglio come ospite. 

Samurai Jay – Ossessione (2/10) 

Chico latino. Ennesima cafonata. Cosa dicevano gli Elio sui bonghi? Ah, sì: “Caro signore, sa che le dico? Questa è la libertà. Sono drogato, suono sbagliato anche se a lei non va. Non vado a tempo, lo so da tempo, non è una novità. Io me ne fotto; cucco di brutto grazie al mio pim, pum, pam”. Olé. “Da dove si esce?” chiede Samuel alla fine. Lo vorremmo sapere anche noi. 

Raf - Ora e per sempre (5/10) 

Parte bene ma sfocia presto nel banale. Raf tiene bene la scena e fa il suo, ci mancherebbe. Ballad gonfia e mesta, condotta con diligente, impostato gusto iper-classico. Altro compitino. 

J-Ax - Italia starter pack (5/10) 

A questo punto alla prossima edizione ci portiamo Philippe Milleret (no, scherzo, per carità). Interessante (nel senso di inaspettata) la svolta folk-country di J-Ax, un po' versione macchiettistica e nazional popolare dei MCR, un po’ vecchia fattoria, un po' baracconata da catena Old Wild West. Una piccola scintilla nel vuoto assoluto (purché non si prenda il personaggio sul serio). La scintilla infatti non innesca nulla. Testo impegnato a metà, tra critica sociale e buttiamola in caciara. Non del tutto da buttare. 

Fulminacci - Stupida sfortuna (6,5/10) 

Lui sembra uscito dai primissimi anni Ottanta. Ce lo vedrei bene a cantare un pezzo di Garbo. Forse solo io ci sento Flavio Giurato nell’attacco, ma il punto è un altro. Il pezzo è un’elegante ballad screziata dalla disinvoltura in stile indie italiano, con una melodia abbastanza solida da solcare le partiture sanremesi, in questo caso capaci di nobilitare degnamente l’incedere del brano. Senza infamia, con qualche lode. 

Levante - Sei tu (5,5/10) 

Elegante, Levante. Belle armonie, bella costruzione compositiva guidata dagli accordi leggeri di piano e acustica. Un brano più complesso della media, un’interpretazione convincente e passionale. Tuttavia, il pezzo non decolla: una ballad impastoiata in una pesante drammaturgia all’italiana che sconta il rischio di stancare presto. 

Fedez & Masini – Male necessario (4/10) 

Una lagna che non finisce più. Fedez sembra sempre un bambino sperduto che vuole fare bella figura davanti alla maestra. Masini tiene note incredibili, ma l’alchimia tra i due non sembra funzionare a dovere. Pezzo inconsistente. Male innecessario.

Ermal Meta – Stellina (7/10) 

Arrangiamento originale, r’n’b fitto di profumi mediterranei, balcanici, mediorientali, tra oud e sintetizzatori, testo di rilievo (ritornerà, la - rossa - primavera?). Lui riesce a regalare una prestazione vocale di livello, addirittura inaspettata con quel suo soprano impeccabile nel finale. Un brano vivo, colorato, contemporaneo nella migliore accezione del termine. Vincitore morale (e non solo) del Festival.

Serena Brancale – Qui con me (4,5/10) 

Altra gran voce, ma la preferivo alle prese con il suo estro da multistrumentista tropical-house dell’edizione passata. Qui si mette in scena un brano stucchevole nel suo insistere sull’emotività lacrimosa, sul climax continuo (un pezzo che potrebbe appartenere al repertorio di Giorgia), col rischio concreto di sovraccaricare sia l’andamento del brano che la sopportazione dell’ascoltatore. 

Nayt – Prima che (4/10) 

Nayt fa il rapper e lo fa per bene, senza tracimare in territori non suoi (per quanto sia ancora dubbio quanto Sanremo possa essere territorio adatto a questo genere). Ciononostante, il pezzo rimane banale e piatto, nessun elemento innovativo, nessun guizzo. 

Malika Ayane – Animali notturni (6,5/10) 

Funky-pop profumato e spigliato, una roba molto anni Settanta riletti dalle nuove correnti nu-disco che vanno tanto di moda ultimamente (ma quel motivetto nel refrain mi ricorda un sacco la sigla di Lunedìfilm). Finalmente un po’ di eleganza compositiva, per quanto si tenda verso lo standard. 

Eddie Brock – Avvoltoi (3,5/10) 

Tra pop urlato e stereotipi rrrruock, Eddie Brock porta a casa un brano scontatissimo, lineare e rosicone (se le tue relazioni vanno male è colpa tua perché ti cerchi i ragazzacci, eccetera). Non si aggiunge nulla al tono lamentoso del Festival se non un tasso di paternalismo patriarcale che la metà bastava. Insomma, l'avvoltoio mi pare lui.

Sal Da Vinci – Per sempre sì (4/10) 

La minaccia dell’amore eterno incastonato in un anello brillante, la gabbia dorata proposta con charme cafoncello ed esuberante. Il pezzo è a suo modo trascinante, scorre liscio come l’olio. Ma lo fa entro i confini di un manierismo neomelodico ermetico, implacabile, eccessivamente di genere. E poi l’immaginario... Va beh, pura cultura deteriore italiana. 

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare (4/10) 

Il piano, gli svolazzi, la lettura autobiografica nel segno della solita, melensa, messa a nudo della propria fragilità di ometto al passo con i tempi. Un brano vuoto, già invecchiato male, da Jovanotti al tempo di Amici. No, non ci siamo. 

Tredici Pietro – Uomo che cade (6,5/10) 

Il problema non è la caduta ma l’atterraggio. E in questo caso si atterra in piedi, perché il flow è buono, la base intrigante nel suo groove vintage, lounge (piano elettrico che riverbera liquido e si sposa benissimo con l’apertura melodica del refrain alla Frah Quintale, partiture d’archi che fanno molto Motown anni Settanta). Piccola sorpresa. 

Bambole di Pezza – Resta con me (3,5/10) 

Un gruppo di rock al femminile dove le chitarre potrebbero anche non esserci. Loro si agitano, si scuotono, si esaltano, ma fanno poppettino da quattro soldi. Bei tatuaggi, yeah. 

Chiello – Ti penso sempre (6,5/10) 

Ma che carino questo Chiello. C’è l’indie rock, ci sono le pose trap, c’è la melodia emo-pop, il mood a metà tra i Baustelle e Lil Peep. Pezzo che scorre bene e che, forse, rappresenta il vero pesce fuor d'acqua dell'edizione 2026.

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta (5/10)

I presunti alternativi, alla fine, rischiano di essere i più tradizionalisti e convenzionali del lotto. Riferimenti totemici (da Nada a Battiato, da Battisti ai TARM – la maglietta disegnata da Toffolo), i nostri sono studiati fino all’ultimo dettaglio, ma nel tentativo di apparire disinvolti e spontanei. Niente di male, si intenda, purché non si cada nel tranello. Il risultato, in fondo, è un’esibizione di alta moda post-adolescenziale e canzonette bubblegum. Simpatici, melodici, sostituiscono degnamente i Coma Cose parlando di temi che una certa fetta di ascoltatori ascolta solo se debitamente camuffati. 

Leo Gassman – Naturale (4/10) 

Siamo un paese di santi, navigatori e figli d’arte. Poco altro da dire. 

Francesco Renga – Il meglio di me (4/10) 

L’ennesima canzone di cui non avevamo tutto questo bisogno. Struttura trita e ritrita, lui che urla, l’orchestra che suona la stessa partitura again and again. Che fatica. 

LDA e AKA7even – Poesie clandestine (3/10) 

Latin pop di un altro figlio d’arte. Compitino. Buonanotte.
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Aosta City Blues su minima&moralia

Strade, di Edoardo Meda
Riveduto, asciugato, aggiornato. Il mio romanzo Aosta City Blues meritava una seconda chance. Così, a partire da oggi, ogni lunedì e venerdì ACB uscirà a puntate sulle pagine virtuali di minima&moralia.

La storia è quella di Luca, neo-laureato disilluso e smarrito che torna nella sua regione d'origine dopo gli studi universitari. Qui si trova a fare i conti con la precarietà e con le frustrazioni della piatta vita di provincia (oltre che con un gruppo di fascio-indipendentisti particolarmente avventati).

Non solo parole, perché il romanzo sarà illustrato dalle splendide illustrazioni espressioniste e punk di Edoardo Meda.

Curiosi? Buona lettura!

Capitolo 1 - Preludio

Capitolo 2 - Le cose

Capitolo 3 - DVX

Capitolo 4 - Proprio con Umberto?

Capitolo 5 - Kazakistan

Capitolo 6 - Orgasmi

Capitolo 7 - Fanculo a Chiabloz

Capitolo 8 - Febbre

Capitolo 9 - Oh, madre

Capitolo 10 - Post-Scriptum

Capitolo 11 - Skills

Capitolo 12 - Primavera

Capitolo 13 - Separatismi

Capitolo 14 - All'armi!

Capitolo 15 - In trappola

Capitolo 16 - Agenti 

Capitolo 17 - Gerard

Capitolo 18 - Alte vie

Capitolo 19 - Lavorare fa schifo

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Il sigillo

Non passo quasi mai per questa strada, eppure vivo qui da sempre. 
Per terra le cartacce frusciano sull’asfalto dissestato. 
Un tratto di carreggiata sta sprofondando attorno a una buca. 
Nell’aria sento l’odore dell’acqua piovana che ristagna nei tombini. Il tutto si mischia a un generale sentore di muffa e terra fradicia. 

Abbiamo un lavoro da fare. 
“Sbrighiamoci, si fa buio”, dico all’apprendista che arranca dietro di me come un cagnolino. Ci sono un paio di lampioni funzionanti, uno l’abbiamo superato da poco e ci regala la compagnia delle nostre ombre tremole. L’altro puntella l’orizzonte di una fioca luce arancione che vibra nella foschia. Sento un cane abbaiare da qualche parte, lontano, nella più totale assenza di suono. Le persone che abitano in questo quartiere, le poche rimaste, stanno ai piani alti ed evitano di farsi notare, soprattutto quando scende la sera. Le finestre sono coperte da assi di legno recuperate da qualche cantiere abbandonato. Non ci sono molte ragioni per uscire in balcone, di questi tempi. E ancora meno per farsi vedere da occhi indiscreti. 

Noto una targa metallica, una delle poche rimaste affisse ai portoni d’ingresso. Leggo “Studio psicologi associati”. Una volta la gente andava a risolvere i problemi dallo psicologo, anche se chiamarli problemi mi sembra assurdo. Qualsiasi cosa potesse stridere con l’aspettativa di una vita senza attriti era considerato un problema. Ti moriva il cane? Andavi dallo psicologo. Ti accorgevi che la vita non aveva senso? Sempre dallo psicologo. A conti fatti non sembra che nessuno abbia imparato granché: la città è in preda a una psicosi collettiva. Ogni giorno gli addetti funerari raccolgono gente per terra, nelle case, gente morta ammazzata, chi si è buttato di sotto, chi è stato massacrato di botte, chi semplicemente si è lasciato spegnere. 

“Dì, tu sei mai andato dallo psicologo?”, chiedo al ragazzo accennando un sorriso. 
“Da chi?”, fa lui distratto. 
“Non ti è mai morto un cane, o un nonno a te?” 
“Sì, ma sono arrivati quelli lì a portare via il corpo. Non lo... psicocoso” 
Se stia parlando di una bestia o di una persona non lo so. Tanto il risultato è uguale. 

La strada si addentra in quello che doveva essere un quartiere commerciale di second’ordine. Le insegne di un bar ciondolano sull’infisso sfondato. 
“Diamo un’occhiata”, dico dirigendomi verso l’ingresso. 
Il ragazzetto mi segue controvoglia. Non si sa mai quello che si può trovare nei locali abbandonati, questo l’ha già imparato, e infatti mette la maschera protettiva senza che gli dica nulla. Bravo ragazzo. 
La prima cosa che noto, puntando la torcia nel vorticare della polvere che si solleva ad ogni passo, è il frigo dei gelati. È aperto. Si vedono ancora le decorazioni sbiadite dei vari prodotti. Per il resto sedie rovesciate, il bancone con la spillatrice che qualcuno ha provato a scardinare. E poi un grande specchio incrinato, che nonostante uno strato spesso di sporco riflette le nostre figure deformate, mettendomi i brividi. 

D’un tratto un tonfo. Una sedia appoggiata su un tavolino cade facendoci sussultare e una macchia nera scatta soffiando verso il ragazzo che per lo spavento perde l’equilibrio e si trova con il culo per terra. È un attimo: quella cosa con uno scatto passa oltre e scompare all’esterno. 
“Cazzo, tutto bene?” gli dico con voce troppo alta. 
“Sì, ma che animale era?”, risponde col fiato rotto. 
“Non lo so. Una volpe forse, o un tasso. Guarda se per caso ci sono dei cuccioli sotto quel tavolo. Sarebbe stato meglio catturarla quella bestiaccia.” 
Fa cenno col capo, rialzandosi. 
“Qui non c’è niente”, dice dopo un po’. 
“Andiamocene allora, non abbiamo ancora finito.” 

Fuori il buio è sempre più fitto. Dobbiamo sbrigarci, continuo a ripeterlo tra me e me. È come se sentissi mille occhi puntati dai palazzi intorno. È probabile che sia così, anche se l’uniforme del comando comunale garantisce ancora un minimo di garanzie. Percorriamo l’ultimo tratto di via, il secondo lampione sempre più vicino. Si è alzata una nebbia fitta. Superiamo un distributore di sigarette scassato, un locale di cibo da asporto con la saracinesca giù da chissà quanto tempo, un lavasecco da cui arriva un odoraccio di fogna. Ed eccoci al nostro obiettivo. 
“Ci siamo. Rimetti la maschera. Metti anche i guanti”, sussurro. 

Dall’interno del negozietto proviene una luce flebile, tremola. Nessuna insegna, solo una freccia e un cuore dipinti di rosso. Oltrepassiamo la tendina di perline di plastica che separano il dentro dal fuori. E la vediamo. È stesa su un materasso messo a lato di un tavolo su cui sono sparsi dei fogli. Una pistola è poggiata a un passo dal suo corpo. Con un calcio allontano l’arma, per evitare sorprese. Mi chino su di lei. Respira appena, emette un leggero rantolo, gli occhi semichiusi. Recupero la coperta che si è afflosciata su un lato. Gliela adagio sopra cercando di non lasciare zone scoperte. 

“Prendi il sigillo”, ordino al ragazzo. 
Lui tira fuori dalla borsa un rotolo di nastro giallo fluorescente. Con un gesso bianco traccio una grossa X vicino al corpo. Poi mi alzo ed esco. Il ragazzo è già fuori. Lo capisco. 
Faccio passare il nastro da un’estremità all’altra dello stipite. 
“Domani ci penseranno quelli dell’anticontaminazione”, bisbiglio tra me e me. 
Lui non dice niente, la testa bassa. 
Passiamo oltre il lampione e superiamo le nostre ombre. 
Il nostro dovere, per oggi, l’abbiamo fatto. Ora torniamo a casa. In fretta.
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La musica salvata. Alcuni dischi della vita

Tempo di bilanci? No, però ogni tanto è bello fare un recap, ricordarsi le cose belle, metterle nero su bianco. E dunque ecco la domanda: quali sono i dischi che hanno sempre fatto parte dei miei ascolti meravigliati e che, con tutta probabilità, continueranno a farne parte? Quelli in cui mi ritrovo, in cui mi perdo, che sento vicini? Dischi, non canzoni, perché la fruizione di un album è cosa ben diversa dall'apprezzamento di un brano in una playlist disorganica. Un album è una storia che si snoda, un discorso a tutto tondo, un percorso complicato, tortuoso, non privo di inciampi. Ma si arriva sempre da qualche parte, ogni volta. E allora ecco alcuni dei miei amori musicali, in ordine sparso.

smashing pumpkins billie Corgan mellon collie
The Smashing Pumpkins - Mellon Collie & the Infinite Sadness (Virgin, 1995)

Un monolite, un gigante generazionale che dipinge definitivamente un'epoca. Doppio album, durata totale 121 minuti. L'avevo masterizzato e avevo creato un case artigianale a cui sono ancora affezionatisimo. Qui dentro c'è tutto: il rock duro, le ballate sdolcinate, bozzetti vampireschi a base di harpsichord, svolazzate psichedeliche, pop sontuoso, sfuriate noise. Il vero valore aggiunto di tutto questo, però, è la carica narrativa totalizzante dell'operazione Mellon Collie, un'immersione nelle ansie, nei voli pindarici, nelle rabbie e nelle delusioni infinite dell'adolescenza. Una roba che ti ricorderà per sempre chi sei stato e perché lo sei stato, e ancora perché non ci puoi fare proprio niente se ora sei quel che sei: arrivi da quel magma lì, ed è bello che sia così. 

black heart procession slowcore rock nineties
The Black Heart Procession - 2 (Touch and Go, 1999)

Mi ha sempre colpito il mood infestato di questo lavoro, che nel tempo è diventato uno dei miei definitivi comfort album. Scricchiolii, cigolii, rumorini, risonanze, il wurlitzer che aggiunge una consistenza madida al tutto, la singing saw che sibila metallica aggiungendo una peculiarità armonica sinistra e fascinosa. Sono canzoni da boschi durante giornate nuvolose o da solai polverosi quando viene sera, un country gotico che mescola l'approccio indie dei Neutral Milk Hotel mischiandolo a Nick Cave e Nico, senza rinunciare a un songwriting folk di pregiatissima fattura. Pezzi come Blue Tears, A Light So Dim e It's a Crime I've Never Told You About the Diamonds in Your Eyes rimarranno tra le cose più belle mai ascoltate.

the cramps lux interior psychobilly
The Cramps - Songs the Lord Taught Us (Illegal / I.R.S., 1980)

Il primo lavoro dei Cramps fa venire voglia di essere cattivi, di tirare fuori le proprie perversioni, di abbandonarsi ad atti insensati e torbidi. Ed è un bene che esistano album così: perché incanalano le peggiori pulsioni dell'animo umano facendole fluire entro un alveo non distruttivo, innocuo perché mediato dalla musica. Un esorcismo, quindi, un rito di sublimazione che crea una valvola di sfogo paradossalmente anche più carica, intensa e gonfia di conseguenze (per quanto non credo proprio che le intenzioni di Lux Interior fossero queste). I Cramps sono sguaiati, sporchi, volgari, allusivi, estremi. Il loro rockabilly psicotico è saturo di spettri, presenze, sfoghi nervosi. Il sound è noise, impreciso, rozzo, morbosamente devoto e sconciamente contaminato. E, inutile dirlo, è tutto così appassionante, liberatorio e sedizioso che è impossibile non sentirsi intimamente coinvolti da questo capolavoro che non perderà mai la sua carica malata, sensuale e pazzoide.

deftones white pony nu metal rock chino moreno
Deftones - White Pony (Maverick, 2000) 

La prima volta che ascoltai i Deftones fu come una conquista, una rivendicazione di identità. Il loro sound era di tendenza, ma era anche strano, estremamente caratterizzato e contaminato (cosa che ha sempre catturato la mia curiosità). Un ottimo viatico, insomma, per tracciare un solco, una distinzione, tra gli ascoltatori banalotti dei Limp Bizkit e i grezzoni che amavano gli Slipknot. Insomma, nu metal sì, ma con classe. Al tempo non sapevo che quella classe avesse tre progenitori: lo shoegaze, i Cure e i Depeche Mode, e che Chino Moreno fosse un raffinato amante della musica, non un semplice ragazzotto con la passione per l'erba e lo skateboard. Poco importa: White Pony era ed è un gioiellino caustico e aggressivo, ma anche dotato di un'attitudine trasognata e onirica, malinconica e cupa, oltre che di una rigorosa disciplina, merito di uno dei migliori batteristi di sempre (mi ha sempre stupito l'inventiva austera dei pattern in Digital Bath). Ho sempre trovato sorprendente, quasi come se stessi assistendo a un fatto innaturale, come a Street Carp (il riff di elettrica più minaccioso di sempre) potesse seguire una perla electro-acustica del calibro di Teenager, o come una band heavy potesse dar vita a un capolavoro di atmosfere soffuse e dolciastre come Change (In the House of Flies). I Deftones mi hanno insegnato ad accettare le variazioni e i contrasti, anche quelli più netti. Hanno accompagnato il mio percorso di vita durante il liceo, rimanendo incastonati nel mio sentirmi me stesso fin da allora. Un punto fermo.

interpol post punk new york indie
Interpol - Turn On the Bright Lights (Matador, 2002)

Un disco che non smette di crescere anno dopo anno. Il post-punk riletto e aggiornato per tornare ad essere un'immensa fonte di ispirazione generazionale, nonostante già allora fossero passati eoni da Ian Curtis e tutto il resto. Qui, però, c'è tutto uno spirito del tempo che è il nostro tempo (nostro di noi ragazzini in quell'inizio di anni zero), privo dell'aura sacrale che gli Ottanta ereditavano dai Settanta, per un'attitudine urbana disillusa e smarrita (dopo l'11 settembre), profanamente rock, ma al contempo colma di enfasi e traboccante di emozionalità post-adolescenziale. Il sound degli Interpol è così d'impatto perché unisce la cupa ruvidezza del post-punk a un'attitudine teatrale e romantica, dedita a rincorse e rallentamenti, espansioni meditative e immediatezza indie-rock. Il basso imperioso di Carlos D, le chitarre che pescano da territori post-rock di Kessler e Banks, le ritmiche squadrate di Fogarino, tutto si incastra alla perfezione e contribuisce ad uno dei sound più caratteristici degli ultimi trent'anni.

piano magic dream pop disaffected music review
Piano Magic - Disaffected (Darla, 2005)

Vi basti il testo di Theory of Ghosts per capire perché un album così entra sottopelle e lì rimane ("And i've a theory of girls / They always seem to leave in the spring / As if they know that it hurts more / To carry a heartbreak through the summer"). Glen Johnson ci ha messo un sacco di tempo (e una nuova line-up; della serie: ripartiamo da capo) per raggiungere questa perfezione, anticipata parzialmente dal precedente The Trouble Sleep of Piano Magic, ma qui portata all'apice espressivo e stilistico. Disaffected è un disco di spettri, di presenze, di rumori dietro alle pareti (You Can Hear the Room), un gioiello dream pop che parla linguaggi variegati, tra spigolosità new wave e scintillii synth (la stupenda Deleted Scenes), tutto legato da un'inquetudine esistenziale profondissima che non può lasciare indifferenti. E deliziati, mutati, vacillanti.

placebo pure morning rock uk
Placebo - Without You I'm Nothing (Virgin, 1998)

Ho sempre nutrito una forte ammirazione per le parti di chitarra di Brian Molko, soprattutto in questo secondo lavoro. Nervose, irrequiete, sferraglianti, eppure precise, chirurgiche nel loro sfregiare l'andamento dei brani con accordi dissonanti e inquieti. E però c'è molto altro: accanto ai pezzi più agitati ci sono alcune tra le più belle ballad scritte negli anni Novanta. Ask for Answers, con quel giro di accordi che volteggiano sul bellissimo drumming delicato e minimalista (nonostante i giochi di rullante), Without You I'm Nothing, dove le sequenze armoniche della sei corde raggiungono una grazia ed un'espressività capace di mettere ogni volta i brividi, fino ad arrivare alla stupenda interazione basso-chitarra di Burger Queen, col suo finale dilatato fatto di progressioni di accordi sospesi regala un affresco atmosferico senza pari. Da ascoltare e riascolare, ogni volta una scoperta.

sonic yout thurston moore lee ranaldo noise rock
Sonic Youth - Daydream Nation (, 1988)

Può un disco evocare perlopiù immagini, o sensazioni non uditive? Certo che può, e Daydream Nation fa proprio questo. Non sono mai stato a New York, però me la immagino esattamente così. Le sue luci notturne soffuse, i vapori che si sollevano dai tombini, il vorticare delle auto, la grana spessa di asfalto e ferraglia, la vita che si addensa fino a tramutarsi in combinazioni estatiche, strato su strato. Ecco. I Sonic Youth e il loro capolavoro, summa di noise rifinitissimo e insieme intellettuale e punk, proteso in avanti, beffardo e dissacrante, eppure così legato a un passato che di sicuro passa dai Velvet Underground. Ascoltare questo disco è un'esperienza che va dall'entusiasmante allo sfiancante: il minutaggio, la struttura fluttuante e caotica dei brani, le continue digressoni no-wave, la costante assenza di certezze e di appigli ne fanno un simbolo, più che un lavoro pop. Certo non mancano i momenti di pura propulsione urbana (le accelerazioni di Silver Rocket, il motorik ipnotico di The Sprawl, la psichedelia turbata di Eric's Trip, il meraviglioso coacervo chitarristico di Hey Joni, l'altrettanto esaltante saliscendi di Candle e Rain King), ma lo sguardo d'insieme è quello di una sistematica destrutturazione anarchica e sprezzante. Allora avevo appena un anno e non sapevo che mondo si stava preparando ad accogliermi. The world is dull, but not today.

Verdena - Il suicidio dei samurai (Blackout, 2004)

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Ovvero: Seppuku (o harakiri). E invece no, si sceglie di essere prosastici. Caratteristica tipica dei Verdena, a pensarci.  Il loro terzo lavoro è il perfetto connubio tra l'esordio, acerbo ma piacevolmente caustico, e il sophomore, gonfio, sperimentale, roboante ma forse un po' dispersivo. Qui l'equilibrio nella scrittura, tra strutture heavy, digressioni psichedeliche e forma canzone, si affianca alla quasi totale autonomia produttiva: le registrazioni avvengono in quell'Henhouse che di lì a poco diventerà il laboratorio esclusivo della band, mentre il missaggio viene affidato al Metropolis di Londra. Il risultato è un sound complesso, granitico, dove, puntellati da un basso maestoso, regnano strati di chitarre spesse e incazzate che volentieri si espandono in saliscendi fragorosi di marca stoner (si prenda la title-track), e che finiscono spesso col perdersi e indugiare in scenari onirici (Far Fisa), ma anche un Mellotron che caratterizza e definisce le armonie psych, per non parlare di un'enfasi lirica che raggiunge picchi emozionali impensabili: Balanite, Phantastica (il nostro personale inno post-grunge), Glamodrama (una delle code strumentali più fighe di sempre), 40 secondi di niente, solo per citarne alcune. Un album che si colloca dignitosamente accanto ai grandi del rock di quegli anni, e che avrà per sempre un posto di riguardo nei miei ascolti più appassionati. 

Baustelle - Sussidiario illustrato della giovinezza (Baracca & Burattini, 2000)

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Dice tutto il titolo. Ascoltare l'esordio dei Baustelle è come essere immersi in un servizio di cronaca nera di provincia prendendo il sole sotto l'ombrellone a quindici anni (si pensi alla splendida La canzone del riformatorio), con addosso quel torpore malaticcio e irrequieto delle adolescenze di praticamente chiunque, fatte di pulsioni masticate tra le labbra e lasciate esplodere a casaccio. Ogni riferimento, ogni verso, ogni sonorità è un omaggio a quel periodo, reso con dedizione cinematografica, con vocazione autoriale, facendo nostra - a livello di sonorità - la maniera di Pulp e Auteurs ma anche una fascinazione chanson incastonata in un gusto ibrido anni Sessanta/Ottanta. Il sound è ricco di contrasti (l'elettronica easy, le chitarre twang, gli arrangiamenti vagamente baroque) che ben si sposano all'ambiguità delle liriche, sempre sospese tra un romanticismo pruriginoso e un aperto erotismo, tra la citazione colta e il riferimento profano. Pornografia esistenziale a buon mercato (Sadik - "Antiomologata adolescenza torbida, meglio di dovere lavorare in fabbrica"), innamoramenti languidi alla Gainsbourg (Noi bambine non abbiamo scelta), scintillanti rievocazioni di gioventù di provincia (Gomma), romanticismo radicale condotto in una lenta e letale progressione di sillabe (La canzone del parco). Da dischi così non se ne esce facilmente. Per fortuna, direi.

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Paimpol

Porto di mare a Paimpol, viaggi Islanda

Da questo paesino partivano i pescatori per l’Islanda e molti non tornavano, lo dice un pannello sulla darsena. Dal porticciolo di Paimpol l’orizzonte è fitto di alberi maestri che ondeggiano sull’acqua calma. Le casette bretoni sono composte da mattoni e intonaco. I loro tetti scuri d’ardesia creano una zigrinatura, una cornice tra la terra e il cielo che invita a rimanere con lo sguardo ancorato. Nei porti, il mare è sempre al di là. A bordo, il cielo sarà l’unico scenario e le case un ricordo. 

Dovrò aspettare ancora. La ragazza non è stata precisa sull’ora, ha solo detto “nel primo pomeriggio.” Porta con sé la proposta su cui mi sto arrovellando da mesi. Ordino ancora un cidre. Qui lo servono in tazze di ceramica che piacciono molto ai turisti. È buono, acido e dissetante, non lascia la pesantezza tipica della birra. È la fine dell’estate, per gli altri. Non per me. La luce è diafana e accecante, ma non schiaccia come a luglio o ad agosto. Ieri ero al Beg Bilfod, con il suo faro ottocentesco che vigila sugli isolotti che sembrano il dorso di una creatura marina riemersa. Lo sguardo si riempie di luce mentre segue le scogliere irte che si infossano nel mare. Ho ancora la sensazione del vento sulla faccia, qui al mio tavolino. Ho un brivido, mi stringo nella giacca a vento blu. 

La verità è che questo viaggio lo sto facendo solo per lei. Tutto il resto, fino a qui, è stato solo un’attesa, un riempire le pause. Quello che so della ragazza è che si chiama Constance, ha i capelli castani, corti, e conosce un armatore. Mi ha parlato di come il mare ti cambia, dopo un po’, di come l’ha cambiata, ormai. Fino a pochi giorni fa stava solcando le onde diretta a Brest. “Ma non vediamoci lì, è un casino. Paimpol è meglio, non si dà troppo nell’occhio.” 

Sono stanco. Stanco del ritmo che ho dato alla mia vita. Una vita di terra, di pianura, di tragitti ripetitivi, di pochi scossoni, di scarsa improvvisazione. Dovrei tornare a casa tra qualche giorno, ma non ne ho voglia. Per questo sto per incontrare Constance. Perché non ho voglia di tornare a casa. Quando appare la riconosco subito. Si siede al mio tavolino, fa un gesto e la cameriera ammicca. Non ci salutiamo, ci guardiamo soltanto. Lei sorride appena, scrutandomi con gli occhi ridotti a due fessure dalla luce obliqua del settembre bretone. Ha un cappellino che le schiaccia i capelli sulla fronte. Ha più rughe di quante ne dovrebbe avere una della sua età. La pelle cotta dal sole. 

“Si partirebbe dopodomani. Mattina presto” mi dice sorseggiando la sua tazza di cidre appena arrivata. “Armel non ha problemi a imbarcarti, ha già un permesso turistico per i primi giorni, poi in qualche modo si farà.” 

“Come ti dicevo, però, non sono pratico” faccio io. 

“Quello non è un problema. Imparerai. All’inizio devi solo abituarti al mare, poi tra un mese ti renderai utile per davvero. Sarà un lungo viaggio, devi solo essere pronto a questo, perché una volta partiti non si torna indietro.” 

“Ci sarai anche tu?” chiedo rendendomi conto che è una domanda sciocca. 

“Per un po’ sì,” mi rassicura Constance con un tono di voce soffice. Lascia la tazza e mi sorride, poggiando il mento su una mano aperta. “Almeno fino al Mare del Nord. Poi non so.” Ha assunto un tono sbarazzino, come se si fosse sciolta. Come se si stesse abbandonando a questo posto mite che pare cullarci. 

Finiamo il cidre e non servono altre parole. Il sole è tornato a scaldare la pelle, la brezza che arriva dalla Manica si è placata e lei ha chiuso gli occhi, come se stesse meditando, le dita strette attorno alla tazza vuota di ceramica. Vedo le sue pupille muoversi dietro le palpebre, all’inseguimento di qualche pensiero che guizza poco sotto la superficie. 

Dopodomani si parte, penso io. E mi sento sommerso da un mare di possibilità di cui non riesco nemmeno a tratteggiare i contorni. Partire e basta. Un salto imprevisto, uno stacco netto. A questo punto il dopo non mi interessa più, sento l’abbraccio di un presente che si sta estendendo secondo traiettorie nuove, sconosciute, inverosimili. Chiudo gli occhi anche io, sento i raggi del sole sulla faccia, il torpore del pomeriggio che avanza, la sua voce che piano suggerisce “prendiamo un altro cidre?”
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Chissà se i gatti provano la stessa malinconia che sta incrinando le mie fibre, ora

Un gatto racconto breve matteo castello blog
Chissà se i gatti provano la stessa malinconia che sta incrinando le mie fibre, ora. Il mio gatto, Cilum, detto Cili, sta guardando un punto indefinito all’orizzonte, adagiato su un cuscino logoro sopra una vecchia sedia di legno, messa lì per lui e per lui soltanto. Quando chiude gli occhi lo fa lentamente, con un certo languore, come se fosse un movimento consapevole. E proprio in quel momento, mentre indugia assorto a palpebre serrate, lo immagino pensare pensieri tristi. Lo sto fissando da qualche minuto. Tutt’a un tratto tende le orecchie, lo sguardo vivo. Deve aver sentito qualcosa, un cane che abbaia, un’auto che passa, fuori. Dopo poco gira la testa e mi scruta con quell’espressione vacua e enigmatica che sanno assumere solo i gatti. Chiude ancora una volta gli occhi per poi acciambellarsi sul cuscino, indifferente. Per lui la questione può dirsi chiusa, ma io sono ancora tutto rivolto verso questa creatura così misteriosa. Mi chiedo come sia possibile essere due entità tanto separate, senza che esista un contatto, un appiglio. Respira delicatamente, il pelo si solleva appena, la sua struttura organica è ridotta a poche funzioni elementari. 

Dopo un paio di volteggi sgraziati una mosca si posa sul suo naso. Sento un leggero solletico mentre il gatto si scuote appena per sbarazzarsi dell’insetto, che vola altrove in uno zig-zag d’ali. Che strano. Mi trovo all’improvviso di fronte a me stesso. Lo spazio intorno ha assunto una luminosità sfumata, spenta, ma fitta di dettagli. Vedo il pulviscolo che aleggia vorticoso nell’aria. Io sono seduto a gambe incrociate, lo sfondo alle mie spalle è sfocato. Mi stropiccio gli occhi, mi vedo mentre lo faccio, come se mi osservassi dall’esterno. Eppure mi sento, sento di essere incarnato in qualcosa, percepisco i miei contorni soffici di pelo, l’umidità del naso. Mi lecco una zampa per poi passarla sul muso. 

L’umano. Ha l’espressione di uno che non dorme come si deve da un bel po’. Sta lì, accartocciato, senza un minimo di eleganza, con i capelli spettinati e un’espressione imbambolata, come se ci fosse chissà cosa da guardare, da scoprire. E pensare che è gentile con me. Dovrebbe essere altrettanto gentile con sé stesso. Torno a nascondere il muso nel pelo soffice. Mi piace il mio odore. A palpebre chiuse restano solo i suoni esterni, di fronte agli occhi un campo di macchioline che sciamano come i moscerini della frutta. Formano scie che si spalmano su questo velo scuro e pian piano sbiadiscono, mentre là fuori lui continua a guardarmi e interrogarsi sulle mie emozioni. Non sono sempre felice, sarei disonesto ad affermarlo. Ma quando tiro fuori le unghie e scortico la corteccia del pruno sento le endorfine arrivarmi fino alla punta della coda. E quando inseguo una lucertola fino allo sfinimento non potrei sentirmi più vivo. Mi chiedo come possa l’umano passare il suo tempo a non fare nulla, a non arrampicarsi sugli alberi o cercare femmine quando è il periodo giusto. 

Ed ecco di nuovo quel suono, come un lontano miagolio. Torno a scrutare oltre il vetro con gli occhi spalancati. Là fuori c’è qualcosa che mi chiama. So che oltre la strada, oltre le automobili che sfrecciano rumorose, ecco là fuori, da qualche parte, c’è dell’altro. Che cosa sia non lo so. Però non riesco a superare la linea invisibile che separa il meleto dall’asfalto, non riesco a non tornare ogni volta qui, su questa sedia, a farmi assorbire dal buio e dalle macchioline di colore. E sempre, anche quando scarnifico la corteccia, mi prende un lieve sconforto, se così si può dire, generato dalla nostalgia di qualcosa che non conosco ma sento presente. Come una memoria dal futuro

Riabbasso le palpebre. Sento un solletico. Questa mosca la deve smettere di ronzarmi attorno. Con uno scatto felino mi tendo tutto e provo a mangiarmela. 

Ho un sussulto, qui sul divano. Non mi aspettavo questo impeto. Mi sento intorpidito, devo essermi appisolato. Ero così assorto nell’osservazione del gatto che mi è sembrato di perdermi nella sua testa. Mi passo una mano tra i capelli, guardo fuori dalla finestra. Si è fatta sera, così, da un momento all’altro. L’aria si sta facendo rarefatta e opaca, mentre la luce piega le tonalità dei colori su tinte livide che mi fanno sentire un gusto amaro in bocca. Mi rendo conto che dovrei alzarmi e fare qualcosa, qualsiasi cosa. Non sono un gatto, io. Mi sollevo dal divano e il peso che sentivo in testa scende giù nello stomaco accompagnato da una certa vertigine. Il gatto schiude gli occhietti e mi guarda severo. Mi sembra, anzi sono sicuro, che mi stia giudicando. Se potesse parlarmi, forse, mi esorterebbe ad uscire da questa casa e a superare il meleto, andando a vedere cosa c’è oltre quelle maledette macchine che scorrono e rumoreggiano senza sosta.
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Questa volta cade

racconto breve schiele colloquio di lavoro
Questa volta cade. 

L’aereo traballa e scuote le anime a tutti. Per un attimo siamo un concentrato di terrore. Sento che perdiamo quota quel tanto che basta per rimescolare la colazione nello stomaco. Poi il volo si assesta e riprende stabilità. La gente sorride, qualcuno fa lo spaccone. Però ci siamo tutti cagati sotto, perché nessuno pensa mai che si possa finire così, da un momento all’altro. E invece, a volte, si finisce così, da un momento all’altro. Ho stretto i poggiagomiti più del dovuto, ho le dita indolenzite. Guardo fuori, controllo il respiro e rimetto le cuffiette. C’è un mare di nuvole che sembrano colline. Non ascolto mai la musica durante il decollo perché non voglio perdermi nessun dettaglio in un momento tanto importante. Non so come faccia la gente ad addormentarsi appena salita a bordo. Ma davvero sono tutti così insensibili al loro destino, a quello che potrebbe capitare a loro insaputa? 

Hanno annunciato che è di nuovo possibile sganciare le cinture di sicurezza. Non lo faccio. Sono ancora teso, anche se il motivo non è più il rischio di precipitare. Sono irrequieto perché tra poche ore sarò seduto ad una scrivania a parlare in una lingua straniera. Non è tanto il colloquio di lavoro a mettermi ansia, certe cose le so gestire bene. È più che altro la possibilità che vada tutto secondo i miei piani a darmi una scossa lungo la spina dorsale. Mi sono preparato a questo momento con grande dedizione. Giornate regolari, orari serrati, pochi, pochissimi strappi alla regola. Adesso però mi rendo conto che coltivare un obiettivo è più soddisfacente che raggiungerlo. Nel migliore dei casi mi troverò a star seduto per otto ore al giorno davanti a uno schermo in una città straniera, e dopo qualche mese di eccitazione anche questa novità diventerà ordinaria amministrazione. 

Il pilota riesce a far scivolare l’aereo sulla pista senza nemmeno uno scossone, come per scusarsi dello spavento di un’ora fa. Grazie, dal profondo del cuore. 

Vienna mi accoglie sempre ostentando una certa durezza, nonostante il clima mite della primavera. Nonostante la vita universitaria attorno a Votivkirche, gli aperitivi lungo il Donaukanal, le passeggiate al Prater, le colline verdeggianti sopra Grinzing, questa è una città dura, austera, che sorride poco, o così mi è sempre sembrato. Lo sguardo categorico dei palazzi lungo la Ringstrasse, o i monumenti imperiosi del centro, impongono il loro primato sopra ogni relazione, incastonando nello spazio le pose, i movimenti dei passanti. Come in una morsa. Anche i secessionisti avevano il loro mausoleo neoclassico, in fondo, e in loro dominava il primato della forma. E che dire di Strauss? 

Questa volta, però, è la periferia che mi aspetta, e quella è uguale in ogni città europea. Percorro un lungo vialone che si lascia alle spalle ogni sfarzo mettendo in fila basse casette a schiera e capannoni commerciali. Lavorerò qui, se passo il colloquio. Ho già avuto modo di parlare con il responsabile della filiale in un paio di call, tutto è andato bene. Oggi incontrerò il direttore generale, un signore sui cinquant’anni che vive a Berlino e viaggia molto. Le porte scorrevoli della sede aziendale scorrono e dentro fa fresco e c’è un profumo gradevole, indecifrabile, come di macchina nuova e dopobarba. La segretaria mi fa cenno di attendere su una poltroncina in finta pelle color crema che stride all’attrito del mio corpo. Incrocio le gambe, sento un leggero odore di sudore e tasto sotto le ascelle senza farmi notare. Sono sudato. Dovrei andare in bagno e magari fare anche la pipì, così da allentare ogni tensione. Non faccio in tempo ad alzarmi che appare un uomo alto, vagamente sformato sui fianchi, con i capelli biondi tagliati corti e una camicia senza cravatta. Ha una faccia rossa e tonda che ispira simpatia. Infatti sorride e mi stringe la mano. 
Lei deve essere il nostro uomo, mi fa. 
Spero proprio di sì, rispondo io. 
Il suo inglese è un tantino spigoloso sugli angoli, il mio morbido nelle consonanti. Ecco le differenze nazionali raggrumate in una questione di sfumature. 

Ci avviamo verso una sala spaziosa, con grandi vetrate che danno sul cortiletto interno. Prima di entrare passiamo accanto a una porta dove è ben visibile l’effige stilizzata di un ometto. Avrei fatto meglio ad andare in bagno. Quando ci sediamo la cintura preme sul ventre e mi accorgo di avere la vescica colma.
Ha fatto un buon viaggio? chiede. 
Si, anche se per un attimo ho creduto che non saremmo mai atterrati, rispondo. 
Ha paura di volare? Sa, è una cosa comune. Ma ci si abitua a tutto, fa lui guardando l’ora. 
La responsabile del personale, una donna bellissima che avrà dieci anni meno di me, compare alle nostre spalle, chiedendo scusa per il ritardo. Mi devo alzare per stringerle la mano. Ha una stretta vigorosa che sostengo trattenendo un’espressione di sconcerto. Sono al limite. E sono sudato. 
Ora che ci siamo tutti, riprende il direttore con un gran sorriso, possiamo iniziare. Corinne, vuole aprire le danze?

Mentre lei snocciola informazioni sul piano di ampliamento dell’organico e le strategie di networking con le realtà innovative di Vienna, io sono tutto concentrato sul basso ventre. Stringo le pareti pelviche e mi deve sfuggire una smorfia, perché il direttore mi guarda e mi chiede se vada tutto bene. 
Certo, certo. Prego, continuate pure, dico impegnandomi per eliminare il tremolio della voce. 
Non posso chiedere di andare in bagno, non siamo alle scuole elementari. 
Quando Corinne finisce di parlare il direttore sembra soddisfatto. 
Lei parla tre lingue, dico bene? mi chiede. 
Sì, è corretto. Mi sono specializzato nel Regno Unito, taglio corto. 
Ma conosce anche il francese, giusto? Ci dica di più sul suo profilo professionale. La conoscenza delle lingue è un plus significativo, ma lei è un ingegnere altamente specializzato a quanto mi ha comunicato il dottor Steiner. 
È esatto, bofonchio. Avevo preparato una lunga relazione sulla mia esperienza nel campo del cloud computing e sulla creazione di reti di scambio tra realtà innovative, ma non ce la posso fare. Sono un bagno di sudore. 
Lei non sta bene. Le porto dell'acqua. 
Il direttore riempie un bicchiere servendosi di una caraffa posta al centro del tavolone al quale siamo seduti. Il liquido scroscia rumorosamente e un po’ d’acqua straborda e bagna la superficie di legno smaltato. Quando mi porge il bicchiere sento che sto per cedere. 
Mi scusi, dov’è il bagno? chiedo disperato. 
Lo dicevo che sta male, asserisce convinto il direttore. 
No, no, sto bene. Devo solo fare pipì. 
La donna abbassa lo sguardo, piena di giudizio. 
È proprio qui fuori, squittisce il direttore facendosi serio. 

In un attimo sono fuori, corro letteralmente al cesso. La zip non si apre come dovrebbe e per un secondo penso che finirà malissimo. Poi, però, tutto scorre. Un flusso continuo, infinito, liberatorio. Non sono mai stato così bene mentre il sudore sulla schiena si condensa in goccioline fredde catturate dal tessuto della camicia. Ho la percezione di essere stato dentro almeno dieci minuti quando, finalmente, esco. Rinato. 

Apro la porta della sala riunioni e gli occhi severi dei due mi trafiggono. Seduto al tavolo, al mio posto, c’è un giovane con la barbetta rossa, con le gambe incrociate e l’orlo dei pantaloni che lascia intravedere dei calzini blu elettrici. 
Le faremo sapere, ora siamo nel pieno delle selezioni, mi inchioda il direttore. 
Nemmeno a dirlo, saluto e esco. Prima di varcare le porte scorrevoli la segretaria mi guarda e sento che capisce. Cosa, non lo so. 

Credo che andrò in centro, cercherò una stanza lì. Disdico la prenotazione nell’hotel vicino all’aeroporto, anche se non ho diritto al rimborso. Passeggerò tra i palazzi del centro, mi farò portare in alto dalle vertiginose torri della Cattedrale di Santo Stefano, mi perderò tra i turisti, facendomi inglobare dallo spazio, dall’ordine centenario dell’Impero che continua a impartire il suo sguardo severo sui negozi, sui caffè storici. Poi mi fermerò in un dehors a caso e mi berrò una birra o due. Domani si torna a casa, se tutto procede secondo i piani.
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Un uomo nel bosco

Sto mangiando un burger di carne sintetica. Lo addento come fosse il corpo di una preda appena cacciata. Solo così riesco a illudermi di stare mangiando davvero qualcosa. Ho l’impressione di perdere me stesso quando ingerisco questi prodotti di cui mi sfugge tutto: chi li produce, come sono fatti, di cosa sono fatti. È più facile quando le cose vengono fuori da un corpo. Da un culo di gallina, ad esempio. Ritrovo parti di me solo se penso al perché esista questa poltiglia che sto mangiando con così poca convinzione. Ci sono anche io, sono lo scarto di tutta la lunga catena di ragioni che hanno portato alla creazione di ciò che ora sto mischiando in bocca. I miei pensieri sono come una digestione all’incontrario. Alla fine, come si dice, sono quello che mangio, no? Il ciclo si chiude. 

“Va tutto bene? Che hai?”. 

Fino a poco tempo fa ero nel bosco. Il tragitto che dal lavoro mi porta a casa passa da lì. È come attraversare mondi separati. L’officina si trova proprio di fronte alla strada che taglia in due il paesino, e partecipa da decenni al moto incessante delle auto che gorgogliano e tossiscono, al fluire dei passanti, allo sbraitare del predicatore che di tanto in tanto si ferma all’incrocio con i sui proclami e la sua campana rutilante, che a volte pare proprio lo schiocco delle labbra di dio. E poi c’è il curvone che porta all’autostrada, e quel gomito di alberi che spezza la civiltà. Addentrandosi nel bosco di betulle spunta anche qualche quercia. E cespugli, rovi, cose così. Casa mia sta dall’altro lato, oltre l’intrico di cortecce e arbusti. C’è giusto una traccia scavata prima da qualche animale, poi da me. Da casa mia si sente appena il sibilo del disordine che vien fuori dalla civiltà che non fa altro che scorrere, scorrere, scorrere. 

“C’era un uomo nel bosco”. 
Lo penso e lo dico nello stesso esatto momento. Forse non era il caso. Nella stanza dove mangiamo c’è molta luce, fino a tardi. È esposta bene, questa stanza, dice sempre lei. Ora però c’è come un’ombra.
"Strano, non c’è mai nessuno nel bosco. E che ci faceva lì?”. 
Prendo fiato, fisso il piatto ancora mezzo pieno. 
“Non faceva niente. Cioè. Era immobile, stava vicino a un albero. Appoggiato contro un albero. E si guardava le mani. Poi mi ha visto anche lui. Ci siamo incrociati all’improvviso, non mi aspettavo di incontrare qualcuno. Nessuno passa mai nel bosco, sai. Nemmeno lui se lo aspettava, perché ha avuto un sussulto. Ha fatto un passo indietro poi se ne è stato lì fermo”. 
“Come, si guardava le mani?”. 
La luce della sera sta facendo sfumare i contorni delle cose. L’aria sa di quel qualcosa di precisamente vago e rassicurante sprigionato dalla cottura della cena. Un profumo appetitoso, noto, che ci riconnette con la nostra natura più profonda. 

“Si guardava le mani perché erano sporche. Non solo le mani. Anche la maglietta. Era… era tutto imbrattato. Sembrava non credere a quello che vedeva. Poi mi ha guardato e”. 
“E cosa?”. 
“E si è fatto serio, ma serio nel senso che non sembrava provare nulla. Sì, ha avuto quel sussulto, ma poi è stato come se si fosse risvegliato da un sogno”. 
“Oddio. E tu cosa hai fatto?” .
“Io, io ho continuato a camminare”. 
“Di cosa era sporco? Mi stai facendo spaventare”. 
“Non lo so di cosa era sporco. Rosso, rosso scuro”. 
“Era sangue? Era ferito? Magari è ancora qui intorno”, dice alzandosi in piedi, visibilmente preoccupata. La sua testa sta elaborando tutte le informazioni e i possibili scenari. 
“Non era ferito. Non sembrava ferito, di questo sono abbastanza sicuro”. 
“E allora di chi era il sangue?”. 
“Non lo so, non suo. Scusa. Sul momento mi è sembrata solo una cosa strana, sai. Avevo fretta di arrivare a casa”. 

Rimestando tra i pensieri mi chiedo se quello che sto raccontando è davvero successo. Provo a ripercorrere la vicenda e l’unica percezione che mi collega direttamente a quanto dico di aver vissuto è una sorta di repulsione, come quando si vede un ragno grosso e peloso e ti vengono i brividi, ti stride tutto, dentro. Ricordo la mia voglia di allontanarmi, di lasciarmi alle spalle una situazione che non aveva niente a che fare con me, con il mio mondo, con la mia giornata, con il mio bosco. Ho fatto in modo di non guardare più del dovuto, anche perché avevo già visto troppo. L’uomo mi aveva seguito con lo sguardo, l’avevo percepito dal tendersi della pelle sulla nuca. Io non mi ero voltato. Avevo cercato di respirare il meno possibile per non affollare l’udito. Nessun passo dietro di me, nessun rumore allarmante. Solo la repulsione. Quella sensazione l’avevo chiusa fuori dalla porta, una volta rientrato in casa. Mi sono tolto i vestiti, mi sono fatto una doccia e ho iniziato a mangiare. Poi però lei mi ha chiesto come stavo. Ed eccoci qui. 

“Ma perché non hai avvisato qualcuno? Perché non hai fatto qualcosa?”. 

Io non lo so. Lei sta girando per casa cercando di capire cosa fare. Poi sparisce dalla visuale e sento che rovista, prende qualcosa. Il telefono, certo. Guardo il piatto. Il burger ha rilasciato un po’ di liquido sul fondo. Ho la forchetta ancora in mano, la affondo nel corpo morbido. Porto il boccone alle labbra. Annuso. Sa di buono. Infilo in bocca e mastico. Scompongo le fibre vincendo la loro vana resistenza. Mi cerco ad ogni morso, ma sento solo che più scompongo questo qualcosa che ho in bocca, più sfuma la possibilità di una soluzione all’enigma. Chi sono? Perché diamine non ho fatto qualcosa? Mastico, mastico, ma tutto si interrompe nell’atto più primordiale, più basico. Estraggo sapore, perdo senso. Perché non ho avvisato nessuno? 

Ingoio a stento. Perché non sapevo, perché non sapevo! Non sapevo cosa fare, da dove diavolo arrivava quel tipo? Perché, chi l’aveva messo lì sulla mia strada? E perché doveva essere pure sporco di sangue? Sangue non suo perché mica sembrava star male. Non mi ha chiesto aiuto, mi ha solo puntato gli occhi addosso. E io ho continuato a camminare, e allora? Dovevo tornare a casa, dove conosco le cose. So cosa c’è in casa, so chi c’è dentro. Mastico un altro boccone, ma non va giù. Cosa avrei dovuto fare? Lei, di là, sta parlando con qualcuno. Sento che racconta più o meno quello che le ho detto poco fa. Ripercorre la vicenda mentre io sto immobile a masticare. La persona con cui sta conversando riesce a farla calmare un po’, ora parla più lentamente e continua a dire “sì, sì, va bene, chiudo a chiave, sì”. Da’ l’indirizzo, “fate presto”. 

Come posa il telefono io butto giù deglutendo sonoramente. Era l’ultimo pezzetto, nel piatto rimane solo il sugo brunastro. Lei riappare. 
“Sta arrivando la polizia”. 
La guardo un attimo, senza capire precisamente cosa voglia comunicarmi. Ci penso un attimo, rigirandomi la lingua in bocca. 
Riesco a dire, con un filo di voce, “non faceva poi tanto schifo”.
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Simonetta

Il personaggio di Simonetta è tratto da I piccoli maestri di Luigi Meneghello. Un romanzo meraviglioso che inizia cosi: “Io entrai nella malga e la Simonetta mi venne dietro; dava sempre l’impressione di venir dietro, come una cucciola. Aveva i capelli un po’ arruffati, era senza rossetto, ma bella e fresca. La guerra era finita da qualche settimana.” 

Ho immaginato di dedicare un po' di spazio a lei,  a Simonetta, per vedere cosa sarebbe successo.
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Lui aveva tanto insistito per portarla lassù. Lei, come mossa da un’obbligata condiscendenza, visti i fatti vissuti, visto il tempo spartito, aveva accettato di accompagnarlo. Gli teneva dietro con quel senso di responsabilità sodale che non sentiva appartenerle fino in fondo. Lo conosceva appena. Mentre camminava arrancando tra i cespugli irti e i sassi sparsi si osservava dall’esterno, come in uno sceneggiato, come in un romanzo, e così si figurava le mosse giuste da fare, quelle più convenienti al plot, allo sviluppo del personaggio. Per questo l’aveva seguito, sembrava la cosa più opportuna. Anche se non ne aveva nessuna voglia. 

Erano stati giorni trepidanti, con gli inglesi a Padova e i nazifascisti che se la davano a gambe come dei conigli, dopo aver contaminato quei luoghi con la loro sozza, bestiale stupidità. Avevano continuato ad ammazzare anche dopo la fine di tutto, i tedeschi, come cani rabbiosi incattiviti dalla catena sempre più corta. Si era sparato fino all’ultimo e, come se non bastasse, lui ora voleva recuperare proprio un fucile, il suo parabello. Le sembrava buffo quel nome così privo di fantasia, così ready to use. Parabello, ma bon! Non a caso erano stati i tedeschi ad aver dato quel nome alle loro pistole automatiche. A lei invece piacevano i nomi roboanti di certe automobili, così sofisticati ed esotici. Gli inglesi per Padova si erano portati appresso, assieme al rombo dei carrarmati, proprio quel linguaggio scintillante che tanto cozzava contro la rozza sbrigatività degli uomini delle sue parti, gutturali e come offesi dal dover proferire troppe parole. “Hey you, girl, would you like a real one?”, le aveva chiesto ammiccando un soldato. Si riferiva alle sigarette. Anche quelle sembravano sdrucite, quelle paglie improvvisate che di tanto in tanto fumava con i suoi compagni. Aveva detto di sì solo per poter rispondere “yes, thank you”. 

Lui invece era un gran parlatore, a volte non la smetteva più di raccontare, di far sofismi. Poi, d’un tratto, si ammutoliva colto da un ricordo, da un pensiero, da un tonfo del cuore. Ogni tratto di terra brulla era legato a una fuga, a un accampamento di fortuna, a qualche insegnamento da trarre sulla vita, sulla nazione, sul futuro. Mentre lui parlava, lei pensava. Aveva passato l’ultimo anno a sostenere i partigiani tra i paesini del vicentino spostandosi di qua e di là con la sua bicicletta, a creare contatti, a consegnar missive. Gli uomini, poi, facevano il resto. Gli atti di valore. Simonetta ne aveva fatti molti di atti di valore, ma aveva l’impressione che in fondo non fossero tutto questo granché agli occhi dei combattenti. I combattenti, quelli veri, si limitavano a riconoscerne l’utilità, magari intenerendosi un pochino pensando alla mamma e alla sorella, e bon. Un fucile l'aveva imbracciato solo gli ultimi giorni, più per figura che per altro. Perciò le era presa la voglia di sparare dei colpi: così, per sapere cosa si prova. 

Anche per quello era salita in montagna. 

L’aveva convinta a dormire in tenda, perché il punto preciso non si trovava e ci sarebbero voluti giorni. E anche perché voleva starle vicino, il più possibile. Simonetta mal sopportava quella brama di intimità, nonostante l’idea l’avesse intrigata, all’inizio. Lo ricordava trionfante, certo meno marziale dei militari inglesi, vestiti di tutto punto, mentre i "bandits” portavano camicie logore, capelli lunghi e sfatti, pantaloni alla zuava fuori taglia. Eppure erano belli, fieri, tenaci. Le era quindi preso il desiderio di lasciare la città per non perdersi gli ultimi vapori della vita avventurosa che già sfumavano dai racconti e che leggeva sui volti induriti dei giovani armati che, nonostante la vittoria, ancora si atteggiavano con le pose della clandestinità. 

Aveva lasciato il parabello in una fenditura del terreno dove si era rifugiato durante una rappresaglia. Sembrava impossibile trovare il posto, lo spazio era immenso e indistinto. Simonetta continuava a seguirlo perché ormai non poteva mica tornare indietro. Fino a che non si trovava l’arma ci sarebbero state altre notti passate vicini, mentre fuori scrosciavano i temporali e faceva freddo, e lui non aveva un buon odore, e lei si sentiva sporca, inelegante, stanca, inutile, annoiata. L’esaltazione da bambino mentre raccontava le sue cose di guerra, prendendosi un po’ in giro ma forse soltanto per amplificare l’effetto retorico delle sue parole, la intenerivano e indispettivano allo stesso tempo. L’istinto sarebbe stato di tenerlo a bada, dirgli di star buono, calmo, poggiargli una mano sulla testa e rassicurarlo. Rassicurarlo, sì, perché dopo una guerra ce ne sarebbe il bisogno. Lascia stare il fucile, le pallottole, gli atti di valore, stenditi e dormi, gioca, stai buono, calmo. 

Era anche sua, quella vittoria? Lo pensava mentre lui si esaltava una notte di temporale, sparando all’impazzata contro i tuoni e il vento dopo il ritrovamento incredibile dell’arma. Credeva che Simonetta dormisse, ma lei lo sentiva benissimo. Pensava che cosa ne avrebbe tratto, lei, dalla Liberazione. Gli atti di valore sarebbero continuati a rimaner affar loro? Loro, che parlavano, trigavano, facevano, disfacevano, tiravan su gran discorsi, piani, progetti, litigavano e si sentivano fratelli, tutti quanti. E noi?, pensava Simonetta, noi portiam le missive, facciamo le ancelle e veniam dietro. E basta? That’s all? 

Per questo voleva sparare. Sentiva che la sua vita non l’avrebbe vissuta stando alla cavezza. Voleva dirigere, godere delle cose belle, mandare avanti qualcosa di suo. Però, prima di tutto, bisognava imparare a sparare. Per quello lo aveva seguito. E così, una volta impugnata l’arma aveva esploso una ad una le ventuno palle. Ventuno, come la sua età. I primi colpi con le mani di lui strette attorno. Il botto, l’emozione, il tremore di immaginare lo stesso gesto nei momenti di lotta. Sparare a qualcuno. Come è possibile? Poi, man mano che le palle sparate erano diventate dieci, undici, dodici, quelle mani avevano lentamente alleggerito la presa. Non c’era niente di importante in quell’esercizio figurativo, per lui. Forse anche quella era solo un’altra scusa per tenersela appresso. Simonetta, però, gli ultimi colpi gli aveva sparati da sola, mirando bene, facendo attenzione, controllando il respiro. 

L’ultimo colpo, ne era sicura, aveva centrato in pieno il bersaglio.
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