StranAosta - delle bizzarrie e stranezze di una città ordinaria

Aosta è una città strana.

Strana nel senso doppio di bizzarra ed estranea.

Bizzarra perché vive di dinamiche peculiari, in qualche modo uniche (per quanto la provincia si assomigli tutta). Estranea perché fuori dalle dinamiche nazionali nelle quali è inserita (per quanto, in fondo, ad Aosta si trovino in nuce i caratteri nazionali nella loro purezza). Bizzarria ed estraneità si compenetrano, finendo con l’avvilupparsi in una sintesi che fa di Aosta un posto tutto sommato ordinario, normale, ma che insiste nel rappresentarsi come altro, come straordinario, risultando effettivamente tale per autopoiesi.

Prendiamo per cominciare la questione politica. Il motto “né a destra né a sinistra”, nella sua banalità da baretto, è reiterato con fierezza e convinzione, rappresentando ormai un credo fondamentale della classe dirigente. Il problema, qui, sta tutto nella povertà della visione: non si tratta di una terza posizione, ma di un bieco posizionamento: si sta dove conviene, volta per volta, per qualche briciola in più. La palla passa ogni volta al rispettivo partito nazionale di destra o sinistra che può offrire di più, riducendo la politica valdostana ad un mercanteggiare tra miglior offerenti. La ripetizione enfatica ne ha fatto però una verità autoevidente. La politica valdostana può riassumersi in questo gioco di opportunismo vassallo, dipinto ovviamente come fiera presa di distanze dal mondo là fuori.

A livello sociale, e qui la cosa si fa più interessante, Aosta è un mondo in miniatura incapace di elevarsi a società civile (per questioni di scala ma anche di inadeguatezza) e per questo cristallizzata in una dimensione corporativa inconsapevole e parcellizzata. I gruppi sociali sono raramente distinti dai loro rappresentanti più in vista, facendo di questa incapacità di astrazione (o universalizzazione) degli interessi di gruppo tanto un elemento di semplificazione delle relazioni, quanto di esacerbazione che vomita sul piano pubblico le idiosincrasie inter-individuali al loro stato grezzo, non digerite e non elaborate. Questo doppio piano non è mai netto, ma si risolve in una conflittualità estremamente conservatrice, perché ogni volta risolta o nell'accordo di buon vicinato, o nel mutuo e ostile coesistere nei propri rispettivi giardini di casa.

L’assenza di una società civile, col suo conseguente vacuum di generalità e astrazione, si riflette, oltre che nella politica, in ogni ambito, compreso quello culturale. Il pubblico valdostano è uno, indistinto, entusiasta. Non esistono pubblici (o target), ma una platea generalista che riceve l’animazione culturale offerta dalle strutture preposte, e lo fa generalmente applaudendo. Non esiste una critica, né in termini giornalistici né in termini di dibattito pubblico, ma solo un lieto (o indifferente) prendere nota del prossimo appuntamento sul palinsesto. Esiste uno spazio da riempire, l’importante è che questo si riempia. Esistono poi micromondi locali che vivono di rendita e di ammirazione eterna, mai messi in discussione e anzi fonte di rassicurazione contro ogni ansia da prestazione: anche noi abbiamo i nostri gioielli, protetti dal mondo esterno.

La bizzarria sta nel fatto che questa autorappresentazione scricchiola in maniera sempre più evidente, facendo dell’autocoscienza dell’aostano una vera falsa coscienza. Da un lato la composizione demografica di una valle dove i giovani spariscono privilegia le strutture familiari tradizionali, legate a settori, attività, rendite e costumi altrettanto tradizionali. Dall’altro la turistificazione sempre più pressante espropria ogni possibilità di immaginare la propria città al di fuori del ruolo di luna park consumistico, sempre capace di far brillare gli occhi ai locali nell’illusione di una centralità fasulla. Pensandoci non sopravvive nemmeno un’identità propriamente alpina, ceduta con un po’ di boria alle località più in alto.

Esistono spazi di ribellione e inventiva? Forse, anche se sembra che ogni possibilità di uscire dalla morsa soffocante della programmazione pubblico-privata degli spazi urbani e di vita sia sempre più difficile per ragioni strutturali, culturali e demografiche. Di certo esiste una larga porzione di abitanti aostani che vive in maniera estraniata, ectoplasmatica, la propria esistenza in questo contesto. In che senso? Nel senso che queste persone vivono, lavorano, amano, fanno attività (ecc.) sottraendosi però dal dovere performativo di scrivere una dichiarazione d’amore per la propria valle ogni volta che fanno una foto di un panorama alpino. Una fetta di popolazione insensibile (se non ostile) alle esigenze di autorappresentazione locale, disinteressata agli eventi che affollano i calendari, estranea alla retorica politica dell'assedio perenne e della incantevole pétite patrie. Una parte assente, si direbbe. Ma forse, proprio grazie al suo essere impermeabile e naturalmente resistente ai tic locali, al suo sottrarsi da un immaginario imposto e posticcio, questa componente potrebbe essere potenzialmente capace di farsi corpo estraneo e scardinare automatismi di lungo corso. Automatismi che però, al momento, paiono ancora incardinati ben a fondo nell'identità di questa città.

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