ROCKET USA - Quattro dischi che hanno rivoluzionato il rock americano

La tradizione può essere rinnegata, riletta, riesumata in revival più o meno posticci, adorata come una reliquia intoccabile. 

Quello che non si può fare con la tradizione è ignorare che esista. Le band elencate di seguito sono tra gli esempi più fulgidi di come si possa onorare quanto fatto nel passato manipolandone creativamente la formula di partenza. Si può rendere il passato irriconoscibile rivoltandolo come un guanto, oppure lo si può rinvigorire costringendolo a volgere la testa al futuro, facendone un mezzo espressivo e culturale per aggredire il presente. 

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Ramones - Ramones (Sire, 1976)

A fine anni Settanta il club CBGB di New York era uno dei templi sacri della new wave americana. Curioso, dal momento che l'acronimo stava per Country, Bluegrass, Blues. Proprio qui Patti Smith, Television, Blondie e Talking Heads iniziarono a sovvertire i canoni della musica popolare, svecchiando la proposta e rendendo tutto più dritto, spoglio e minimale. Tra i grandi protagonisti della scena non si possono non citare i celeberrimi Ramones, forse tra i più efficaci nel creare un suono distintivo, riconoscibile, giocosamente provocatorio e caustico. La formula è semplice: power pop, garage, surf rock e doo wop trasfigurati in un sound sfrontato, grezzo e minimale, addirittura parossistico nella sua ripetitività da filastrocca. Punk-rock, per capirci. Un'innovazione totale che lavora su un recupero oltranzista degli elementi base - basso, chitarra, batteria - consacrati a riff velocissimi e ridondanti, a un mood scanzonato, sardonico, capace di dare un nuovo slancio tanto alle power ballad (I Wanna Be Your Boyfriend), quanto ai pezzi più veloci (Judy Is a Punk, Now I Wanna Sniff Some Glue). Un disco iconico che rappresenta una cesura netta tra un modo di concepire la musica e un altro, lasciando segni indelebili negli sviluppi del pop-rock.

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Suicide - Suicide (Red Star, 1977)

Il disco d'esordio dei Suicide è un tipico esempio di evoluzione per mutazione genetica. Si parte da basi note per lasciare che qualcosa vada storto nel profondo del procedimento di trascrizione, finendo con una creatura radicalmente aliena rispetto alla matrice originaria. Qui si mantiene intatto lo spirito rock'n'roll e rockabilly, i vocalizzi e gli ululati, le posture istrioniche e l'enfasi sessualizzata, ma ogni elemento è passato per un filtro distopico alla Mad Max, per un negativo synthpop caustico e dissacrante. Alan Vega e Martin Rev, due nomi che da soli fanno pensare a creature aliene, pronte per invadere l'underground newyorkese di fine anni Settanta (già piuttosto infestato, come abbiamo visto). E allora non rimane che farsi trascinare dalle pulsazioni ritmiche ossessive di Ghost Rider e Rocket USA, tra fitti sibili di sampledelia primordiale, con la  voce di Vega nebulizzata e vaporizzata nell'eco e gli improvvisi guizzi armonici di sintetizzatore alla Silver Apples, oppure farsi ammaliare dalla melassa inquinata di Cheree (su cui prenderanno appunti gli Spacemen 3 e i Jesus and Mary Chain), o ancora lasciarsi travolgere dalla furia psicotica di Frankie Teardrop, sorta di versione maniacale della State Trooper dello Springsteen di Nebraska. Un ascolto che traccia un solco netto tra un prima e un dopo, tra cosa si può e cosa non si può fare in musica, per una preziosa lezione di istrionismo e di coraggio. Ascolti i Suicide e capisci che lo stesso magma dissacrante può spezzare le gambe a qualsiasi vecchia, polverosa e opprimente tradizione. Di Alan Vega e Martin Rev, però, non ne fanno molti.

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The Gun Club - Fire of Love (Ruby, 1981)

L'operazione, qui, è più sottile (se così si può dire), ma altrettanto radicale. Il punk applicato all'americanità profonda, tra blues, rockabilly, prewar music in generale, tra omaggi veri e propri (Preachin' the Blues di Son House, Cool Drink of Water di Tommy Johnson) e le personali scorribande di Jeffrey Lee Pierce, impegnato nel suo immaginario punk-voodoo delirante. Una versione ideale di quello che sarebbero potuti essere i Rolling Stones se fossero nati a fine anni Settanta. La prima volta che ho sentito She's Like Heroin to Me e For the Love of Ivy ho capito quello che, in modo pacchiano, viene illustrato nella sequenza del film Sinners: cioè che esiste una continuità spiritica tra le forme espressive della musica popolare - nera e non -, e che questa continuità può agire come una vera e propria possessione. Si parla proprio di quel Fire Spirit che infesta il brano e sembra guidare Lee Pierce nella sua litania suadente e sempre più infuocata. Qui sta la forza di certa musica americana, nel dare universalità a una tradizione locale e regionale, dandoci frutti che possiamo tranquillamente adattare ad ogni contesto. 

The Dream Syndicate - Medicine Show (A&M, 1984)

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La scena neo-psichedelica di Los Angeles nei primi Ottanta aveva un nome: Paisley Underground. Spiegata brevemente: un gruppo di amici e conoscenti che condivide l'amore per vinili e musica vintage e condivide i palchi nel bel mezzo dell'America reaganiana. Il risultato è una manciata di dischi che fa fluire l'energia punk e post-punk in rievocazioni garage e jangle, tra Velvet Underground, Byrds e 13th Floor Elevators. Una versione desertica e psichedelica delle pulsioni urbane di altre scene regionali, per una sorta di Tom Petty consacrato all'underground e alla scena alternative. Il suono dei Dream Syndicate di Steve Wynn è forse tra i più influenzati dal post-punk, come testimonia un fenomenale disco desordio. Il secondo lavoro è però quello che preferisco: dietro la sua apparente compostezza cantautoriale si cela un più intensivo lavoro di destrutturazione degli ingredienti della tradizione. Basti la magnifica John Coltrane Stereo Blues, con il suo pulsare bombastico che si trasforma in una jam destrutturata e noise, per non parlare di brani intensi e perfetti come Daddy's Girl, Burn o Bullet With My Name on It, tra country alternativo post-Neil Young e un indie rock goticheggiante e stentoreo, tutti impreziositi dalla splendida chitarra di Karl Precoda. Un lavoro dall'impatto immediato (il primo ascolto è ancora impresso nella mia mente, con la pandina verde che solcava le stradine aostane proiettandosi in qualche scenario da deserto del Mojave), invecchiato benissimo e pronto per affascinare generazioni su generazioni.


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