Perché De Gregori ha ragione (e perché ha torto)


Apriti cielo, l'artista ha cantato fuori dal coro!

E che artista. Francesco De Gregori è uno che negli anni Settanta fu accusato di essere un profittatore, subendo un violento attacco da parte di alcuni militanti di Autonomia Operaia, che nella piena contestazione della opprimente società borghese ritenevano corretto minacciare persone disarmate impugnando una pistola e conducendo processi sommari. Si sa, la rivoluzione non è un pranzo di gala...

La colpa di De Gregori negli anni Settanta? Non essere abbastanza rivoluzionario (come può esserlo uno che scrive un album come Rimmel, dove non c'è nemmeno un appello alla rivolta proletaria?) e arricchirsi col suo mestiere invece di metterlo al servizio della contestazione. Insomma, l'esigenza, allora come oggi, è tracciare i confini. I rappresentanti della cultura si devono posizionare in maniera chiara, netta, non ambigua, per permetterci di sceglierli più facilmente, evitando la fatica di provarli, di abituarci al loro stile, di capire che non fanno per noi (magari dopo ore di tempo che avremmo potuto dedicare a qualcosa che sicuramente ci piace). Che mettano la giusta spilletta sulla giacca o pronuncino le giuste parole d'ordine, allora. Che siano organici a questa o quella formazione politica, senza dubbi o tentennamenti. Ci rendano facile il ruolo di consumatori! 

Ma è questo che è giusto pretendere dalla cultura e dall'arte?

Chiaramente no, ed è per questo che De Gregori, finito al centro di nuove polemiche con la sua ultima conferenza stampa, ha (in parte) ragione. "Se scrivessi Rimmel oggi, ti darebbero spazio?", si chiede. "La risposta è no", ribatte, adducendo come motivazione una complessità del songwriting oggi andata perduta. Ma questa è solo la premessa. Quella contro cui si scaglia De Gregori è la subordinazione dei prodotti creativi alle esigenze preconfezionate (dall'algoritmo) del pubblico, al suo bisogno di riconoscersi in prodotti che rappresentino una confortevole conferma delle proprie aspettative, a loro volta il risultato circolare di una semplice ipostatizzazione dei trend attuali. La questione scottante, però, arriva solo dopo questo preambolo. "Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali, di guerra... perché tutto ciò va analizzato con estrema cura, e il proclama buttato giù da un palco, o anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente", aggiungendo di non capire gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico. "Perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C'è bisogno di Springsteen che ci dica che è contro l'amministrazione Trump?". 

"Ma che sbaglio c'è nel sensibilizzare le persone?" gli chiede un giornalista. "Lo faccio con le canzoni che scrivo, non attraverso le cose che dico", risponde De Gregori. "Non mi sento superiore a nessuno da poter insegnare come si vive, come si legge un giornale o quale posizione prendere su Gaza, su Israele o sull'Iran. Non mi sento in grado di dare lezioni, ho le idee confuse anche io e mi sembra onesto avere le idee confuse... Il mio pensiero non è totalitario. Se devo prendere lezioni da qualcuno le prendo da un filosofo, non da un cantante". 

Questo, in sintesi, è il pensiero che ha sollevato un'ondata di indignazione, un processo sommario virtuale (senza armi, questa volta) unendo in un unico coro di protesta i molti feriti da questo presunto tradimento, da questo attentato contro il bisogno di sentirsi parte di una comunità coesa e granitica. Ed è qui che vorrei partire per appuntare le ragioni di De Gregori, sottolineando il bisogno di posizionamento che il pubblico pretende nei suoi atti di consumo culturale, cercando di epurare tutto ciò che rende il prodotto consumato non conforme alle attese, o scomodo, o contradditorio. Il consumo dei prodotti culturali assolve a un'unica funzione: quella del riconoscimento, mediante la fruizione di contenuti che evidenzino fin da subito l'elemento identitario di riferimento. Nell'arte come nel linguaggio, il bisogno neo-tribale delle nostre comunità spezzettate è quello di un codice immediato di riconoscimento, perché si possa bypassare lo spiacevole processo di scandaglio, di dubbio, di attrito, di ripensamento, di critica che dovrebbe accompagnare ogni processo di formazione dell'opinione, fino all'eventuale scelta. Processo attraverso cui, inevitabilmente, la vita ci costringe a passare, anche se non vogliamo e facciamo finta di niente. 

Riassumendo, cosa sembra rivendicare De Gregori rispetto al ruolo dell'arte e della canzone popolare? Da un lato la sua autonomia. L'artista non deve subordinarsi a metaforici mecenati, come non deve essere al servizio del suo pubblico (come vorrebbe invece un sistema basato sull'invadenza di algoritmi che appiattiscono la proposta su una media delle aspettative, che finisce col rendere innocua ogni proposta). La canzone deve esprimere i suoi contenuti con un linguaggio che è quello che le è proprio, rifuggendo toni da agitprop o da pamphlet. L'oggetto d'arte è un mondo a sé stante che si connette con il pubblico in modo indiretto e sottile (se non ambiguo): è tutta qui la bellezza dell'arte, nel lasciare aperti spazi per l'interpretazione, per l'incertezza, per il caos e anche per la contraddizione. Sembra invece che il politically correct di chi vorrebbe dipingersi come controcorrente sia il metro per valutare la produzione culturale: se trapela anche un piccolo sospetto di incompatibilità al credo prevalente, allora si è subito pronti per la crociata sdegnata e censoria. L'arte deve creare scompiglio, deve rivendicare anche un po' altezzosamente un ruolo più elevato, deve costringerci a mettere in discussione le nostre certezze e i nostri dogmi.

Dall'altro lato De Gregori rivendica l'inadeguatezza dell'arte a farsi megafono ideologico, ridimensionando il ruolo del cantante pop in un'epoca dove avere visibilità pubblica è sempre meno garanzia di autorevolezza. Trovo questo esercizio di modestia un fatto importante, soprattutto in un ecosistema dove la coltivazione dell'ego è dominante e dove la complessità è ridotta a slogan pronti all'uso. Rivendicare di avere dubbi, anche su questioni dirimenti, è forse uno dei gesti più spiazzanti quando tutti intorno a noi sembrano vivere di certezze incrollabili (salvo affollare gli studi degli psicologi). Non si tratta di uno svilimento di un ruolo ancora prezioso, ma della consapevolezza che questo sia mutato rispetto ai tempi in cui il megafono della cultura pop poteva avere un impatto decisivo sulla società (perché connesso con istanze sociali diffuse, radicate). Oggi quel potere è svanito, e rischia di tradursi in ridicolo per il semplice fatto che un re nudo che si crede vestito fa effettivamente ridere. Nell'ecosistema multimediale di oggi convive tutto e il contrario di tutto, e il risultato è un infinito rincorrersi di stimoli, nessuno dei quali può vantare un impatto rilevante al di fuori delle rispettive micro bolle. Per questo, forse, l'artista farebbe meglio a sfruttare il suo ruolo in modo più coraggioso di così, aprendo voragini invece di confermare attese, facendo del suo essere un sassolino un distruttore di ingranaggi invece che un'illusoria rolling stone.

E allora, cosa stona nelle affermazioni di De Gregori? Il fatto è che, pur ridimensionato, un personaggio pubblico rimane in grado di raggiungere una platea ampia, e questo impone l'assunzione di responsabilità. Responsabilità che non si esauriscono soltanto nella presa di coscienza della propria parzialità e inadeguatezza, o nella volontà di prendere le distanze dalle forze appiattenti della contemporaneità. Responsabilità significa anche riconoscere quando qualcosa è troppo grave per essere taciuta. Il parlare, a quel punto, non dovrebbe essere dettato dall'esigenza di arruolarsi nelle fila di questa o quella tribù culturale, ma dal rispettare il proprio ruolo di interprete simbolico dei fatti del mondo. Gaza non è una questioncina da rotocalco, ma una delle più grandi tragedie del nostro tempo. Se non si vogliono lanciare proclami (cosa buona e giusta), non ci si dovrebbe nemmeno sottrarre dalla responsabilità di dire qualcosa che possa anche fare arrabbiare qualcuno. La parola, la voce dell'artista, se di vera arte si sta parlando, porta sempre con sé qualcosa di imponente, di sacro, perché costringe ad una riflessione, anche critica, anche problematica. Sottrarsi a questo tipo di responsabilità con quel cinismo sprezzante tipico del nostro tempo risulta un passaggio amaro, non così nobile. 

Dunque, Francesco De Gregori non ha né torto né ragione. Ha sia torto che ragione. Si può criticare, ma allo stesso tempo celebrare. Immagino anche che sia una persona capace di essere tanto educata quanto maleducata, ogni tanto. Un artista profondo ma che si lascia andare a pigrizia e volgarità, di tanto in tanto. Ed è strano, orribile, ma spesso le cose vanno così, a questo mondo. 

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