LOST AND FOUND - Quattro dischi in cui perdersi e ritrovarsi

Questo potrebbe essere un post sulla psichedelia. In parte è così, ma solo nel senso in cui ognuno ha la propria musica psichedelica, quella che porta altrove, che fa viaggiare e perdere in flussi di puro abbandono. Può succedere con i Pink Floyd ma anche con gli Smiths, con i 13th Floor Elevators ma anche con i Deftones o Luca Carboni. Insomma, la psichedelia non è un genere, ma una predisposizione. Questi sono alcuni dei dischi che mi permettono ogni volta di mollare i freni e dedicarmi ad ascolti trasognati ed immersivi, lasciando il mondo fuori per qualche decina di minuti.

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The Radio Dept. - Lesser Matters (Labrador, 2003)

A volte un'intro è capace di definire il mood di un intero album. Dal primo brano passa tutta la differenza tra l'essere accolti in casa con diffidenza o con calore. "Too Soon": levigature magnetiche di chitarra e rintocchi di tastiera alla M83, un minuto di suadente invito ad usare il disco come un porto sicuro, dove tornare ogni volta che si vuole, quando si vuole.

"You will have us figured out soon, too soon / You will have to leave for a new love, a new love / Somewhere else but stick around for as long as you like / We will be here, spend some time in the sun"

Benvenuti in Lesser Matters. L'attacco di chitarre immerse nel fuzz acerbo e sovraccarico di "Where Damage Isn't Already Done" è quello che serve per finire irrimediabilmente incastrati nella tela di questo lavoro. Melancolica e trasognata, procede in un saliscendi dove si alternano le risacche ovattate delle strofe e quella colata di chitarre che sovverte ogni esigenza di un refrain: non servono parole, basta l'accumulo di pochi accordi sospinti dal basso gommoso. Ed è tutto lì, siamo entrati nel mondo dei Radio Dept., duo svedese che con un solo album ha saputo dare una precisa consistenza alla malinconia nostalgica dei primi anni Duemila, mettendo insieme il twee alla Belle and Sebastian e un dream pop sfocato e caustico, tra My Bloody Valentine e Jesus and Mary Chain. Ricordo ancora il viaggio nella mia pandina sulla statale 26 in una notte d'inverno,  dove mi si offrì tutto il potenziale dell'album, tanto da metterlo in loop ossessivamente fino a casa. In particolare quella seconda metà dove irrompe la splendida "1995", che anche senza capire l'inglese comunica in una lingua universale (tutti abbiamo un 1995 a cui tornare), lasciandoti lì in bilico, rotto e innamorato, e poi, dopo i torpori di brani che si sciolgono tra le dita come spuma, arriva l'imponente "Ewan", introdotta da pochi accordi in reverb e poi inesorabile nel portarti alla fine tra sintetizzatori sibilanti, chitarre aspre e un basso portante, tragico. Perdersi non è mai stato tanto bello.

spacemen 3 psychedelic rock
Spacemen 3 - The Perfect Prescription (Glass, 1987)

Mi rendo conto solo ora di quanta continuità ci sia tra questo disco e l'esordio dei Radio Dept. Anche in questo caso l'epifania è avvenuta in macchina: da tempo cercavo di entrare nel mood dell'album, senza riuscirci. Poi, un tardo pomeriggio d'estate, col sole che iniziava a scendere all'orizzonte e spargere la sua luce plastica sul paesaggio, ho capito - meglio: ho sentito - quale fosse il punto. E il punto sono le atmosfere dilatate, quel sound denso e colloso, quel morboso ripetersi annoiato di strofe lente, rimasticate e ipnotiche, di chitarre languide, di droni di tastiere elettroniche, di suoni che ti prendono e ti rivoltano come un calzino, rendendoti materia duttile, buona per essere plasmata dai suoni. Gli stessi suoni dell'ultimo brano di Lesser Matters, "Lost and Found", e qui chiudiamo il cerchio. 

Fondati da Peter Kember e Jason Pierce, studenti di un istituto d'arte in una cittadina nel centro dell'Inghilterra, gli Spacemen 3 sfornano uno dei dischi psichedelici più belli, immersivi e pericolosi di sempre, un concept sulle "migliori e peggiori esperienze con la droga". L'omaggio alla band di culto Red Crayola, con la splendida cover "Transparent Radiation", parla da sola: fluttuare di Farfisa e chitarre liquefatte, un incedere sciolto tra lo svolazzo sinistro del violino, in un flow disinvolto eppure ieratico, solenne. Poi, certo, c'è l'anima garage, quella degli MC5 e degli Stooges, che irrompe in "Take Me to the Other Side" e "Things'll Never Be the Same", pur sfumando tutto in wah wah  massicci e divagazioni sonore space rock. Ma quello che preferisco del secondo lavoro della band sono la sonnolenta e ipnotica "Feel so Good", il talking alla Lou Reed di "Ode to Street Hassle", il blues alla morfina di "Come Down Easy" e la psichedelia torbida di "Call the Doctor".

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Blueboy - If Wishes Were Horses (Sarah, 1992)

E ora qualcosa di completamente diverso. Siamo in casa Sarah Records, un'etichetta con un'identità intransigentemente cutie, dedita a lavori che hanno fatto del twee una consacrazione di fede  (tra i nomi tutelari i Field Mice e i Brighter), intrisi di un senso romantico di infanzia perduta e di rifiuto dell'età adulta. Cosa c'è di più psichedelico di un cronorifugio (per dirla alla Gospodinov) di questo genere? L'album d'esordio della band di Reading fa propria un'estetica che rappresenta quanto di più distante dalla musica in voga in quegli anni. Guitar pop delicato, fragile, sommesso (mentre il mondo era infuocato dal grunge, dall'elettronica e dai primi vagiti britpop), infuso di fragranze bossanova ("Too Good To Be True" che riscrive l'idea di gioventù, sospesa in un ottimismo ingenuo, perso tra sogno e realtà), dalla consistenza effimera delle collanine di caramelle che sapevano di zucchero sbiadito ("Candy Bracelet", appunto, che introduce l'album con le sue chitarre in reverb). Eppure la maestria nel songwriting e la capacità di creare composizioni armonicamente ricche lasciano continuamente a bocca aperta. Prendete "Fondette", un talking soave che riveste la forte critica sociale ed ambientale delle liriche ("The fields are covered in concrete now / The countryside is dead / The trees are being felled and the rivers run red"), con la glassa zuccherina dell'elegantissimo interplay tra chitarre acustiche. Roba da rimanerci secchi. Ma anche la stupenda "Cloud Babies", tra arpeggi di acustica e violoncello, o l'indiepop saltellante di "Sea Horses", con quelle chitarre che sembrano riflessi di luce sul mare e un basso che sospinge con grande inventiva versi carichi di romanticismo dolciastro. Una mezzoretta scarsa di puro abbandono, capace di rimettere in pace col mondo, ogni volta.

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Panda Bear - Person Pitch (Paw Tracks, 2007)

Noah Lennox, fondatore degli Animal Collective, riversa nel progetto Panda Bear tutta la sua verve sperimentale e il suo approccio visionario. Person Pitch, al tempo dell'uscita, fu una folgorazione. Come ascoltare i Beach Boys passati al frullatore, riflessi in un filtro caleidoscopico di campionamenti giocosi e vorticosi. Qui si riscopre una coralità radicale e infantile (hand clapping, filastrocche, rumorini vari, produzione da cameretta), per un mélange variegato di soluzioni cromatiche e compositive, un denso amalgama (la festosa ammucchiata della copertina - da notare che anche qui, come nei Blueboy, i protagonisti sono dei bambini) dove le parti si confondono e comprenetrano, legate dalla forza centripeta della melodia. L'operazione  ipnagogica è in qualche modo meta-psichedelica: l'effetto stordente, oltre che legato alla vertigine sonica dove imperano sfumati, eco, riverberi, risulta dallo straniamento causato dai continui rimandi a un passato - gli anni Sessanta - tanto sfigurato da risultare immaginario. Guardo indietro, penso di riconoscere un appiglio, lo perdo subito, vado avanti, e così all'infinito. Tra i brani iconici "Take Pills", acquatica e sonnolenta, fino a quando qualcosa innesca il mutamento del mood e del ritmo, portando il brano a esplodere in un technicolor ammiccante e sgargiante, preludio della deliziosa "Bros, tutta un infittirsi di ricami luminosi, di eco, di melodie in crescendo, in continuo accumulo armonico, tra inserti ambientali e piccoli ghirigori che si innestano sul loop principale (tratto da un brano di Cat Stevens). 

Un ascolto a suo modo grandioso, capace di saturare l'attenzione e la pazienza, ma anche di regalare grandi momenti di perdizione.

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