Stupidi americani - Racconto breve

 
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«Il prigioniero piange di nuovo, Fromm».
«E tu dagli due pugni in bocca, Nilsson».
«Dice che vuole tornare a casa».
«Poteva starsene a casa, allora».

Fromm e Nilsson hanno sorpreso la pattuglia di guastatori poche miglia più a sud dalla loro postazione giù a valle, in direzione della diga che fornisce elettricità a tutta la regione.
«Voi americani siete così rumorosi quando camminate nei boschi, riuscite a far casino anche sulla neve fresca», dice Nilsson fissando il caporale con un sorrisetto.
«Si sentono i padroni di casa», bofonchia Fromm impegnato ai fornelli.
«Sarà che l’impianto che questo bastardo voleva far saltare è stato progettato proprio dai suoi amici», sbuffa l’altro.

La squadra di guastatori americani è stata falciata da qualche raffica, il caporale se l’è cavata con un buco nella spalla.

Il caporale Linklater se ne sta rannicchiato in un angolo della sua cuccetta. Il fuoco crepita nell’atmosfera gelida del primo mattino, diffondendo profumo di legna bruciata e resina. Le pigne accumulate in un cesto a due passi dalla stufa in ghisa nera sono ottime come innesco. Il bosco intorno al capanno ne regala in abbondanza e fornisce una scusa per tenere occupati i prigionieri nemici. Prigionieri che, al momento, si limitano al solo caporale Linklater.

«Goditi la cura del benessere, caporale. Hai pure il coraggio di lagnarti» sussurra Fromm dirigendosi verso il prigioniero con una scodella di porridge fumante.
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Linklater ha due figli e una moglie. Ha pure un’amante. La sua vita, sulla carta, è perfetta. Ma ha sempre sentito un grande vuoto crescere dentro. Mentre sta rannicchiato in quella capanna di legno, gli torna in mente il viaggio di luna di miele a Parigi. Ricorda di essersi sentito avvampare in mezzo a quella gente disinibita e spocchiosa, capace di passare tutto il pomeriggio seduta a qualche tavolino, o stravaccata ai bordi della Senna con lo sguardo perso nel vuoto. Quando camminano, i parigini, non sembrano essere diretti da nessuna parte in particolare. Bighellonano e basta, come a volerti dire “questa è casa mia e ci faccio quello che mi pare”. Lui, invece, a casa sua ci vive come un ladro, come se non ne avesse mai pienamente diritto. Infatti ha un fucile e un bello steccato che ridipinge ogni anno. L’orgoglio di essersi conquistato il suo spazio galleggia precario in un rancore primordiale che lo fa sentire come uno straniero.

Non si aspettava che le cose avrebbero preso quella piega surreale. L’occasione di fare i conti con l’Europa aveva colmato Linklater d’un irresistibile senso di rivalsa. Si era sentito rinascere, e il vuoto era sparito. Dare una lezione al sapientone che abita in centro città, che guida utilitarie fuori moda con la disinvoltura di chi non deve dimostrare nulla mentre mangia cibi senza sapore e ha un posto sindacalizzato all’Università o in qualche ufficio climatizzato. Ecco di cosa si trattava. Lui si era dovuto sudare tutto, aveva dovuto fare i conti con l’azienda di famiglia scomparsa come uno sbuffo di fumo, mentre la sua contea si riempiva di insegne spente e capannoni abbandonati. Se i suoi coetanei si erano trasferiti altrove, scappando come topi, lui si era rimboccato le maniche ed era rimasto. Aveva iniziato come svuota cantine e ormai la sua ditta di pulizie e traslochi contava dieci impiegati. La guerra poteva però essere la vera rivincita, poteva ridare dignità a chi come lui non aveva disertato le campagne disabitate, poteva essere il rimedio a quel senso di essere finiti nel cestino della storia pur essendone stati il motore per centinaia di anni. Fargliela vedere a quei mollaccioni che, pur di non fare i conti con la propria vigliaccheria, sbraitavano in piazza contro le spese militari. Caroline era stata così fiera di lui, e per un attimo Linklater si era scordato dell’amante. Appena partito, gli era presa una nostalgia di casa che l’aveva morso allo stomaco.
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 Il sole basso filtra dalla finestrella rigata dalla condensa. Tra poco sarà di nuovo buio.
«Domani vengono a prenderti, caporale», fa Nilsson senza curarsi di essere delicato mentre cambia la benda a Linklater, che geme e trema di freddo, nonostante il clima nella baita sia caldo e confortevole. Gli avamposti militari, qui, sembrano tutti il casolare di qualche cacciatore. Su una parete una bandiera blu a stelle gialle aggiunge cromatismo all’omogeneo color legno di larice.

 «Ce la farà a camminare fino alla base?» chiede Fromm.
«Se non ce la fa lo lasciamo a congelarsi il culo nero tra i pini», risponde Nilsson.

 Linklater ha una scossa improvvisa che lo distoglie dal torpore della lunga giornata passata a far niente. Alza lo sguardo verso i due soldati e li fissa con una furia che per un attimo li lascia di stucco. La sua pelle scura si tende in una smorfia di disgusto.
«Maledetti bianchi, siete uguali dappertutto!» sputa dalle labbra contratte dal dolore e dalla frustrazione.

 I due si guardano, attoniti, e scoppiano in una risata.
«Sono fissati con ‘sta storia del colore della pelle», dice Nilsson.
«Stupidi americani», ridacchia Fromm.
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